Smarrirsi senza perdersi (a Lucerna, e non solo)

luzern1_800virgoletteForse oggi, nel nostro mondo contemporaneo del quale ogni pur remoto angolo può essere raggiunto attraverso il web al punto da ritenere ogni impulso all’esplorazione un retaggio d’altri più avventurosi e ingenui tempi, bisognerebbe realmente tornare a pretendere la possibilità di perdersi. Magari non in senso geografico quanto più in senso emozionale, spirituale. Partire dalla conseguita consapevolezza geo-mentale, come l’ho definita poco fa, per lasciarvi in deposito le certezze materiali e vagare verso ignoti ambiti immateriali ove la realtà ordinaria si amplia, si spande in innumerevoli direzioni metafisiche, liberi come se non si avesse nulla da perdere o da rischiare e tutto da guadagnare perché sicuri di ciò che si è già acquisito. Anche in una città come Lucerna, sì, che parrebbe il luogo sul pianeta in cui perdersi è più difficile, per quanti riferimenti orientanti d’ogni sorta offra in ogni parte della propria conurbazione. D’altro canto Lucerna è parimenti così ricca di suggestioni, magnetismi, incanti, miraggi, visioni e quant’altro di conturbante e strabiliante, che realmente in essa può venire facile smarrirsi senza perdersi, volare lontano sulla ali del più istintivo estro rimanendo coi piedi ben saldi per terra oppure lasciando che la città solleciti di continuo e in modo vibrante la curiosità del suo esploratore, spingendolo entro vicoli o passaggi apparentemente insignificanti ma nei quali, invece, spunta d’improvviso qualche dettaglio magari minimo ma a suo modo incredibile.
In fondo l’uomo ha dovuto perdersi infinite volte per trovare la propria strada e per conoscere il mondo nel quale oggi si muove con tanta sicurezza; e l’eccessiva sicurezza spegne inesorabilmente la curiosità, ciò che fin dai tempi remoti spinge l’uomo verso direzioni ignote. Non è vero che nel nostro mondo di oggi in cui tutto è stato scoperto, esplorato e conosciuto, non sia ancora possibile trovare nuove e mai percorse direzioni verso cui andare, anche solo per sapere cosa c’è, laggiù. Forse andandoci ci si smarrirà. Forse, invece, troveremo la miglior occasione possibile per ritrovare noi stessi, oppure per renderci conto che era quando ci ritenevamo certi, e senza alcun dubbio, di sapere dove fossimo, che in realtà eravamo persi.

cop_lucerna-new(È un brano tratto dalla nuova edizione di Lucerna, il cuore della Svizzera, che uscirà a breve nella collana “Cahier di Viaggio” di Historica Edizioni e che aggiorna l’edizione uscita nel 2011 con nuovi capitoli e altrettante nuove visioni, narrazioni, suggestioni, meditazioni, fantasie… e un corredo fotografico inedito ed esclusivo. Prossimamente, dunque, in libreria.)

Lo “Spirito Libero” di Franco Perlotto

cop_perlotto-spirito-liberoNon è mia abitudine disquisire di libri che non ho (ancora) letto – ed è cosa, questa, che ribadisco di nuovo come in passato per simili circostanze e che è quasi del tutto categorica (per di più, al momento in cui sto scrivendo, il libro in questione non è ancora uscito). E il quasi, ora, è per colpa di una leggenda.
Perché sì, Franco Perlotto è sul serio un personaggio leggendario. Alpinista tra i più grandi degli ultimi 50 anni, autore di imprese grandissime ed estreme, padre italiano del free climbing (in quanto disciplina e in quanto definizione: avete presente il celebre marchio di abbigliamento Think Pink? Ecco, è una sua creazione!) – guida alpina, viaggiatore, fotografo, giornalista, operatore tra i più qualificati in Italia della cooperazione internazionale in aree critiche del pianeta e tra i massimi esperti al mondo di gestione anti-incendi delle foreste dell’Amazzonia (cosa per la quale è stato insignito di una laurea honoris causa in scienze ambientali)… e, nonostante tutto ciò, una persona dalla modestia e dalla riservatezza inversamente proporzionali alla sua grandezza, uno capace di imprese di massimo livello col minimo del clamore mediatico.
Potrei anche non aggiungere altro – converrete che un libro scritto da un personaggio del genere non può passare inosservato – ma nel caso mancherei di citare un’altra peculiarità di Perlotto: quella di essere pure uno scrittore di gran pregio e tuttavia, anche qui, di esserlo in maniera fin troppo schiva. Da una vita come la sua – come ho già scritto in altre occasioni, ad esempio nella personale recensione di Indio, il suo precedente libro – si potrebbero tranquillamente ricavare dozzine di volumi e di film, alcuni dei quali pure di stampo hollywoodiano: dunque la possibilità di leggere un libro il cui autore è il protagonista di tutto ciò, a questo punto, diventa ancora più immancabile.
Serve aggiungere ancora dell’altro? Forse sì, forse c’è da rimarcare un ultimo-ma-non-ultimo buon motivo per la lettura di Perlotto ovvero quello compendiato nel titolo stesso del libro: Spirito libero. Titolo non semplicemente programmatico ma effettivamente pragmatico: descrive perfettamente quello che è Franco Perlotto ovvero ciò che si respira nei suoi libri. E questo, dal mio punto di vista, è molto più di un buon motivo.

Avevo voglia di disfare i carismi di un alpinismo assurdo fatto di competizioni al limite dell’immoralità, di meschinità, di rivalse, in fondo mi era rimasto e mi ero trovato a compiere scelte per lo meno inconsuete nei meccanismi di un mondo che non poteva avere futuro…L’ambiente degli alpinisti mi escluse dai suoi giochi. Non ero inquadrabile negli schemi. Non cercavo di scalare la parete famosa sulla cima famosa per diventare famoso. Eppure una certa notorietà l’avevo acquisita. Poi gli sponsor mi dissero che non ero più uomo d’immagine per loro. Mi dissero che non ero credibile come testimonial. In effetti alcuni ambienti alpinistici avevano deciso di farmi sparire dal loro firmamento. Non riuscii nemmeno a tenere il conto di quanta arroganza subii in quegli anni. Ma in fondo a me non importava più di tanto.

Franco Perlotto, anni '70, anni '10.
Franco Perlotto, anni ’70, anni ’10.

Cliccate sulla copertina del libro per visitare il sito web della casa editrice, Alpine Studio, e conoscere ogni altra informazione utile. QUI, invece, trovate un articolo su Franco Perlotto che, seppur di qualche tempo fa, riesce almeno un poco a farvi percepire lo spessore del personaggio.

(Radio) Alice attraverso lo “specchio italiano” degli ultimi 40 anni

(Quella che potete leggere di seguito è la trascrizione della – bellissima, grazie al pubblico presente – presentazione di “Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre”, tenuta dallo scrivente domenica 6 novembre scorso alla 14a Rassegna della Microeditoria di Chiari. Per saperne di più sul libro, cliccate sulle sottostanti immagini delle copertine…)

Copertine_Radio-Alice

Con quella di oggi credo di aver fatto almeno una ventina di presentazioni di questo libro per mezza Italia… E nei giorni scorsi, quando Francesco Dell’Olio – editore di Senso Inverso – mi ha detto di questo appuntamento di Chiari, mi sono chiesto: bene, questa volta di cosa posso parlare, su Radio Alice? Perché, pensandoci, in questi giorni, mi sono di nuovo reso conto di quanto ci sia ancora da raccontare sull’avventura di Radio Alice, talmente pieni di significati e, soprattutto così capace di aver lasciato un tale retaggio di quell’avventura da poterne parlare e scrivere ancora moltissimo.
Questo libro infatti è veramente una sorta di concentrato, denso e intenso nonché, spero, avvincente da leggere, di quella che è stata la storia di Radio Alice… sono nemmeno 100 pagine ma, ribadisco, vi assicuro che ne avrei potute scrivere centinaia di più. In fondo, le sole 100 pagine del libro, così “piene” di roba, in qualche modo sono una metafora di quello che è stato il solo anno – ovvero poco più – di vita di Radio Alice: un periodo limitato che tuttavia ha condensato in sé in qualche modo, tutto il senso profondo di un periodo della storia italiana assolutamente fondamentale – ed è proprio di questo periodo che vi voglio parlare, oggi: la sua conoscenza è così importante perché in esso è nata la realtà contemporanea che noi oggi viviamo, dunque per così dire è nato il nostro modo di essere e di vivere, il carattere civico nazionale, la cronaca quotidiana nel suo bene e nel suo male.
Il periodo di cui vi sto dicendo è quel decennio fondamentale nella storia del nostro paese racchiuso tra il maggio del ’68, con i movimenti di contestazione socio-politica ben noti, e il maggio del ’78, quando viene ucciso Aldo Moro. Dieci anni che, appunto risultano basilare nel bene e nel male per il presente contemporaneo in quanto è proprio lì che nasce, che si determina il nostro presente, che prende forma la sua struttura, stabilisce i suoi valori, identifica gli ambiti politici, sociali e culturali che ancora oggi formano la realtà contemporanea in cui viviamo. Il Sessantotto ridà voce alla gente comune, prima sostanzialmente esclusa dal sistema di potere democratico istituzionale e svincola l’attivismo politico dalle classiche formazioni partitiche. È un decennio peraltro caratterizzato dalla presenza di personaggi divenuti icone in tal senso: Pier Paolo Pasolini, per citare il più citato, non a caso. Si avvia una stagione di rivendicazioni che la società trova finalmente la forza di reclamare – si pensi solo a quelle più note, al divorzio, al diritto all’aborto… – di contro, in politica, comincia a venir meno l’egemonia della DC, il PCI a sua volta comincia la propria crisi d’identità, si mette in atto il “compromesso storico”… – tutte cose che, noterete, oggi sono giunte a compimento e caratterizzano la realtà italiana contemporanea. Ma anche in altri campi, ad esempio quello tecnologico, si progettano e realizzano applicazioni tecnologiche che poi diventeranno di massa: nasce Arpanet, cioè la mamma di Internet, si inviano le prime mail, nasce il videotape, l’audiocassetta, la fotocopiatrice diventa d’uso comune, nascono i cellulari – e, per dirne un’altra, nel 1976, viene fondata in America da tre semplici tecnici elettronici allora piuttosto squattrinati una società destinata a rivoluzionare il mondo dell’informatica, che verrà denominata Apple.
Nel 1974, dunque più o meno a metà di questo decennio e certamente anche in forza di quella raggiunta (o ritrovata) consapevolezza civica espressiva da parte della gente comune, in Italia succede pure che la Corte Costituzionale abolisce il monopolio RAI sulla comunicazione – perché prima di allora solo la RAI godeva del diritto di trasmettere al pubblico immagini televisive o trasmissioni radio. Ciò fa nascere le prime radio libere, e Bologna è – come accaduto per altre cose – l’avanguardia di questa evoluzione: “Radio Bologna per l’accesso pubblico” è il primo tentativo, ancora pirata, di creare un mezzo di comunicazione aperto alla gente comune. Perché, appunto, una delle cose fondamentali che questo nuovo mezzo di comunicazione libero consente è proprio la libertà di comunicazione virtualmente offerta a chiunque, proprio a seguito e in evoluzione alle istanze scaturite con il Sessantotto.
Finché si arriva al 9 febbraio 1976, con la nascita di Radio Alice. Una radio rivoluzionaria da subito e in tutto: non solo perché si fa voce di quelle istanze di rivoluzione sociale che ribollivano un po’ ovunque in Italia, ma pure perché rivoluziona totalmente il modo di fare comunicazione – le telefonate in diretta e senza filtri degli ascoltatori, per dirne una: qualcosa che oggi sembra del tutto banale, ovvio e futile, ma che Radio Alice fu la prima al mondo a consentire. Inoltre quel linguaggio la radio lo rivoluziona distaccandosi totalmente dalla matrice prettamente ideologica e politica che poteva sembrare ovvia, in quelle circostanze, invece affidandosi in gran parte alla creatività, all’arte letteraria più innovativa del Novecento – ovviamente Lewis Carroll in primis, poi Majakovskij, Artaud, Lautremont, ma ci sono anche Rimbaud, Allen Ginsberg, Gregory Corso e persino Dante, Leopardi, Rilke… – ma pure all’arte visiva e alle nuove teorie che stavano sostenendo lo sviluppo dell’arte contemporanea, da Duchamp in poi, all’ironia e al sarcasmo incessanti, alla musica cantautorale e al rock che stava diventando punk…
Ma proprio a proposito di rivoluzione e liberazione del linguaggio: vista con lo sguardo di oggi, Radio Alice rappresentò anche una forma embrionale di social network. Un’esperienza che «consiste in un qualsiasi gruppo di individui connessi da diversi legami sociali. (…) Esempi di questi soggetti sono le comunità di sostenitori di eventi, quelle unite da problematiche strettamente lavorative e di tutela sindacale del diritto nel lavoro, che permettono di materializzare, organizzare e arricchire di nuovi contatti la rete di relazioni sociali che ciascuno di noi tesse ogni giorno, facilitando la gestione dei rapporti sociali e consentendo la comunicazione e la condivisione.» Ecco: questa ve la sto spacciando come una definizione della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione di Radio Alice, appunto. In realtà, è una definizione di “social network” che si può trovare sul web, e che come capirete è tranquillamente sovrapponibile a ciò che – ben 40 anni fa, sia chiaro! – seppe fare Radio Alice.
Forse, a pensarci bene, anche per questo, per essere così avanti rispetto al mondo che aveva intorno – anzi, più che al mondo, alla mentalità istituzionale di quegli anni – Radio Alice ha subito la violenta fine a cui è stata condannata da chi poi se n’è detto pentito. Ma, ribadisco, la storia di Radio Alice non è finita la sera del 12 marzo 1977: la sua storia sta andando avanti ancora oggi ed è la nostra stessa storia, appunto, quella che viviamo quotidianamente e della quale siamo, poco o tanto, nel bene o nel male, tutti quanti protagonisti. Quindi, per concludere e per lasciarvi un buon motivo per il quale leggere questo libro… beh, perché leggere questo libro è un po’ come mettersi davanti a uno specchio a forma di Italia e osservarsi, magari scoprendo qualche dettaglio che fino a oggi si è ignorato o trascurato, o dimenticato.
Grazie.

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“Ritornare”… – a Lucerna

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virgolettePosta in un paesaggio così bello da sorprendere chiunque vi giunga, Lucerna è una città di luce e di scintillii, di bagliori e di stupori. Ti fa provare la sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto e, dopo poco che ci sei arrivato, già ti genera la speranza di poterci tornare presto per godere ancora della sua magnifica e virtuosa bellezza urbana, che elargisce con rara generosità. Per questo Lucerna non è solo una meta più intrigante o piacevole di altre: è una di quelle, semmai, ove andarci e poi tornarci è una questione istintiva, un bisogno naturale, un vivace moto dell’animo.

Lucerna, il cuore della Svizzera sta tornando.
Nuova edizione, con altrettanto nuove visioni, narrazioni, suggestioni, meditazioni, fantasie… e un corredo fotografico inedito ed esclusivo.

Viaggiare per partire, partire per arrivare e fermarsi e poi rimettersi in viaggio. Il viaggio è la meta solo se vi è una meta verso cui viaggiare, che poi la si raggiunga o meno. Io l’ho raggiunta, e la raggiungerò ancora – ritornare per ritornare, appunto: e ritornerò. Lucerna è ormai l’inevitabile meta, lo so per certo, di tanti miei viaggi futuri, e allo stesso modo farà dei miei viaggi una meta. La fine di un viaggio come il principio del ritorno – che sia domani, tra un anno o tra dieci: veramente il tempo diventa relativo, qui, e sottoposto allo spazio, viceversa di quanto postulato dalla fisica. Ciò anche perché è un viaggio – forse dovrei dire un viaggiare, come pratica vitale sistematica – che ogni volta inizia esattamente dal primo passo fatto nella direziona opposta.
È diventato un istinto – o forse un bisogno – naturale. Di natura verso la vera natura di questo inimitabile angolo del cosiddetto giardino d’Europa.

Prossimamente, in libreria.

“Alice” a Chiari: grazie!

Ringrazio di gran cuore tutti gli intervenuti alla presentazione di Alice, la voce di chi non ha voce nell’ambito della 14° Rassegna della Microeditoria di Chiari. Pubblico numeroso, attento e partecipe: Alice (ancor più dello scrivente) non poteva sperare di meglio, dimostrando di essere una “creatura” tutt’oggi intrigante e la cui rivoluzione è ben lungi dall’essere conclusa!