Eppur si muovono! Le “formiche” della filiera editoriale indipendente accumulano (finalmente) provviste culturali per le prossime stagioni

Fronte-comune-libraiLo scorso febbraio fa pubblicavo qui su Cultora un articolo dei tanti che dedico alla situazione della filiera editoriale indipendente nazionale: era il periodo in cui la Legge Levi subiva l’attacco da parte della lobby dei grandi editori, e in esso incitavo editori e librai indipendenti (che definivo come formiche in lotta contro gli “elefanti” della grande editoria) a fare fronte comune e il più ampio possibile e incazzarsi, finalmente, invece di subire continuamente le pretese della grande editoria ed essere obbligati a una costante (rin)corsa ai ripari, come appunto è accaduto nella vicenda della tentata “revisione” (in verità era un’uccisione) della Legge Levi, fortunatamente conclusasi bene – ovvero senza alcun danno ulteriore. L’unione fa e farà sempre la forza, in buona sostanza era questo il messaggio di fondo di quell’articolo e degli altri dedicati al tema in questione, e a fronte di ciò in qualche modo criticavo l’editoria indipendente nazionale di essere troppo sfilacciata e poco coesa – paradossalmente, visti gli intenti inevitabilmente comuni e l’arroganza fin troppo palesata da parte della grande editoria contro di essi.
Bene: pare che finalmente i soggetti facenti parte della filiera editoriale, e fortunatamente non solo di quella indipendente, cerchino di mettere in pratica quello che qui, nel mio/nostro piccolo, si auspicava. Prima buona mossa è stata l’organizzazione del convegno “Librerie, futuro scontato? Rimanere indipendenti fra futuro e innovazione”, messo in atto lo scorso 8 giugno a Roma dal SIL-Sindacato Italiano Librai di Confesercenti cui hanno partecipato, tra gli altri, l’Onorevole Flavia Nardelli, Vice Presidente Commissione Cultura della Camera dei Deputati, il Direttore di Confesercenti Nazionale Giuseppe Capanna, il Presidente di SIL Cristina Giussani, il Vice Presidente dell’ODEI – Organizzazione Editori Indipendenti – Andrea Palombi ed il vice presidente dell’Associazione Librai Italiani Confcommercio Aldo Addis. In esso si è evidenziato, da parte della filiera editoriale e al fine di rilanciare l’interesse nei libri ed il ruolo culturale dei librai, la necessità di un intervento di riforma e di rilancio del settore, a partire da una nuova Legge quadro che riduca o abolisca le percentuali di sconto massimo attualmente previste dalla Legge Levi, permetta di creare un rapporto più solido tra librerie e scuola e riveda la struttura dell’attuale rete. Dalla parte istituzionale rappresentata dall’Onorevole Nardelli, invece, è venuto l’auspicio che “la filiera del settore si presenti unita nelle sue proposte di rilancio e presenti un progetto comune”. Nemmeno avesse letto e fatto proprio il messaggio di quel mio articolo dello scorso febbraio!
Un altro buon passo nella formazione di un fronte editoriale – teorico e pratico – coeso, soprattutto ad interesse dei librai indipendenti, è stato compiuto all’inizio del corrente mese di luglio, quando nel corso di un incontro finalizzato alla creazione di un tavolo di confronto sulle problematiche del settore – in special modo riguardo i testi scolastici ma non solo – si sono confrontati il vicepresidente del SIL-Confesercenti, Antonio Terzi,  il presidente di ALI, Alberto Galla, ed il presidente di Federconsumatori, Rosario Trefiletti. Ne è uscita in primis la comune constatazione delle difficoltà e delle profonde rigidità nei rapporti commerciali con gli editori e con la filiera della distribuzione del libro – rigidità che non consentono alle librerie del territorio di competere con le offerte proposte, illegittimamente, dalla grande distribuzione. Posto ciò, i rappresentanti degli esercenti ed il Presidente della Federconsumatori hanno convenuto sulla necessità di mettere in campo iniziative per produrre interventi strutturali in grado di contenere le spese per l’istruzione nel rispetto delle normative vigenti e delle prerogative del ruolo del libraio.
Infine, è notizia proprio di questi ultimi giorni che, a fonte di quella sorta di investitura dell’On.Nardelli (nel frattempo nominata nuova Presidente Commissione Cultura della Camera dei Deputati) a fare che la filiera editoriale porti alla politica una proposta comune, SIL-Confesercenti ed ALI-Confcommercio stanno organizzando una riunione a Milano per il mese di settembre con i principali rappresentanti degli editori, dei distributori, dei grossisti, per proporre una collaborazione finalizzata sia al rafforzamento della Legge Levi, attraverso la previsione di sanzioni a fronte delle numerose e crescenti violazioni della stessa legge che ogni anno registriamo, sia alla realizzazione, insieme alle Istituzioni, di un progetto onnicomprensivo per il settore che preveda, fra l’altro, il sostegno alle aziende impegnate nella promozione del libro, della lettura e della cultura. La proposta-invito all’incontro (che trovate qui) è già stata raccolta da numerosi soggetti della filiera non solo indipendente, come già accennato: da Messaggerie a Odei, da Giunti a Ibs a Mondadori e via discorrendo. Al momento, ma sono passati pochi giorni, manca la risposta dell’AIE ancora impegnata con la scelta del nuovo presidente. Tuttavia, sottolinea il vice presidente SIL-Confesercenti Antonio Terzi, “anche l’AIE non potrà sottrarsi.” Il tema è proprio quello che indicavo in quel mio articolo citato, come nota Terzi: “Capire che la barca affonda per tutti di questo passo e darsi nuove regole. Utopia? Vedremo. Fosse per me sarei per chiuderci tutti in una stanza e chiedere a chi sta fuori di gettare la chiave fino ad una fumata bianca. Intanto finalmente la commissione cultura ha fatto proprio un testo base per la legge Giordano sulla promozione alla lettura. Il testo comprende alcune proposte del SIL: sgravi sugli affitti per le librerie, qualche sforzo sul tema della detrazione degli acquisti di libri, finalmente una definizione di libreria indipendente e l’apertura verso un marchio di qualità che certifichi l’attivismo culturale delle librerie.”
Questo, per ora è quanto. Non ci si può non augurare che tutte queste buone premesse possano finalmente portare innanzi tutto a una nuova – o rinnovata, o conquistata – presa di coscienza da parte della filiera editoriale indipendente sulla necessità di fare corpo comune e voce singola, in modo da poter perseguire gli altrettanto comuni intenti propri del settore con adeguata forza, sia politica che d’opinione. Inoltre, conseguendo il necessario riequilibrio dell’intero comparto editoriale nazionale, grazie al quale la grande editoria e la filiera indipendente possano essere dotati di pari diritto e capacità di dialogo e d’azione, in considerazione di quell’obiettivo comune (di nuovo) che, è bene rimarcarlo, non è solo industriale e commerciale ma soprattutto culturale e di rimando sociale.
Che le notti estive, da qui a settembre, portino buon consiglio, insomma. In fondo è proprio nella bella stagione che le formiche lavorano sodo per accumulare provviste utili all’inverno seguente… E sono provviste culturali che potranno risultare preziose a tutti quanti, stavolta.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

L’Italia per la cultura è un inferno. L’ultimo rapporto di Federculture e il tacito “colpo di stato” istituzionale ai danni del comparto culturale

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Consideriamo la nostra scemenza:
fatti non saremmo a viver come bruti,
ma perseguitiamo virtute e canoscenza.

Di questo passo, a breve dovremo veramente pensare di rivedere quel celeberrimo passaggio del canto XXVI dell’Inferno di Dante, più o meno come ho fatto io lì sopra. Almeno, stando a quanto rivela il Rapporto 2015 di Federculture sui consumi culturali, pubblicato qualche giorno fa: un quinto degli italiani non partecipa ad alcuna attività culturale, e rispetto all’anno scorso ci sono 820 mila italiani in più che non hanno letto un libro né sono mai andati in un anno al cinema, a teatro, a una mostra o altre di culturalmente simile. Se nel 2010 erano il 15,2%, oggi l’astensione complessiva dalle attività culturali raggiunge il 19,3%, con picchi che al Sud arrivano ad un preoccupante 30% – se ne parla ad esempio qui.
Il rapporto d’altro canto segnala anche (fortunatamente!) qualche dato positivo, come ad esempio l’aumento, dopo parecchi anni di calo, della spesa per la cultura delle famiglie, che segna un +2% di cui +2,2% di spesa per concerti e teatro e +5,8% per siti archeologici e monumenti. Ma siccome noi italiani non possiamo troppo abituarci alle cose buone e positive (vedi la terzina dantesca remixata lì sopra), il dato sull’aumento della spesa per la cultura degli italiani viene drammaticamente controbilanciato dal calo sempre più terribile degli investimenti istituzionali, nel comparto culturale: il bilancio del Mibact rappresenta ancora solo lo 0,13% del PIL, le erogazioni liberali diminuiscono del 19% e gli interventi delle fondazioni bancarie del 12%. Sono in difficoltà anche le aziende culturali: tra il 2008 e il 2014 sono diminuiti del 28,3% i contributi pubblici e del 24,1% quelli privati ed è di conseguenza calata la produzione del 7,5% – se ne parla qui. E giusto per darci una bella mazzata finale, si può pure denotare che se il bilancio del Mibact rappresenta solo un desolante 0,13% del PIL, pari al 0,19% del bilancio dello stato, presso i cugini francesi arriva complessivamente a sfiorare il 20%. Venti-per-cento del bilancio statale: non è un caso, dunque, che la Francia sia visitata da un numero doppio di turisti rispetto all’Italia – la quale offrirebbe un’infinità di luoghi culturali e artistici in più rispetto ai cugini transalpini – e che parimenti il nostro paese è valutato soltanto al 79esimo posto per la misura con cui le sue istituzioni ritengono prioritaria l’industria turistica (vedi qui). In buona sostanza, siamo come un viandante disperso nel deserto che, pur essendo circondato da ricche e rigogliose oasi che lo farebbero non solo sopravvivere ma prosperare floridamente, continua a cibarsi di sola sabbia, soffocandosi inesorabilmente e segnandosi da sé la più infausta sorte, ecco.
Bene (si fa per dire!), posti i dati sopra esposti, non si può non considerare che una tale situazione non abbia pure ricadute socio-politiche, ancor più dacché stiamo parlando del paese con la maggior ricchezza culturale del mondo – un paese che di contro stenta a risollevarsi da una crisi che non è solo economica, finanziaria e industriale e che, per dirla tutta, dovremmo pure smettere di chiamare “crisi”: è la realtà, la nostra triste realtà attuale, punto. E non si può non congetturare – retoricamente, populisticamente, malignamente, dite ciò che volete ma per me è così – che dietro una così evidente e letale ottusità istituzionale nella (non) gestione della cultura non vi sia una precisa volontà di soffocamento dell’identità culturale nazionale, una strategia mirata – quantunque basata su una terrificante ignoranza delle classi dirigenti del paese, se vogliamo – per allontanare gli italiani dal loro patrimonio culturale per indirizzarli altrove – nei centri commerciali o davanti alle TV o chissà dove, fate voi.
Posto, lo ribadisco di nuovo, quanto l’Italia possiede in tesori culturali, e quanto tali tesori potrebbero tramutarsi in tesoro vero, in punti di PIL, in ricchezza diffusa, in floridezza economica a cascata, arrivo a pensare che quello in corso ai danni della cultura sia un vero e proprio colpo di stato, mosso da una élite di micidiali ignoranti crapuloni che, in unione ad altre azioni antisociali, ha sostanzialmente deciso di svendere il paese, deprimendolo fino a vanificare il valore di cultura, identità, creatività, sapere diffuso, senso civico, civiltà.
Non so altrimenti cos’altro pensare, di una così paradossale e sconcertante situazione culturale nazionale. Ma so che solo noi cittadini, singoli individui, comunità sociali, possiamo contrastare tale degrado. Dalla politica non possiamo più aspettarci nulla di buono, ergo dobbiamo fare da noi fin dalle più minime azioni – la prima che mi viene in mente? Beh, ad esempio spegnere la TV. Aziona minuscola tanto quanto sovversiva e devastante, per quei soggetti dominanti di cui ho detto poc’anzi. Non è certo un cambiamento che può avvenire dall’oggi al domani, purtroppo, quello di cui abbiamo un disperato bisogno, ma senza dubbio su di esso si fonda il futuro del paese e di noi tutti ovvero una scelta precisa: tra civiltà o imbarbarimento definitivo. Consideriamo la nostra sCemenza attuale, insomma, e vediamo di tornare quanto prima a seguir virtute e canoscenza, non a perseguitarle.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Nulla cambi affinché tutto cambi. E se la vera rivoluzione, in tema di libri, fosse che restassero sempre come sono?

bbooks-ulivoE’ un libro, questo qui sopra.
Già, magari ne avrete già letto altrove: è un “volume” – ma mi verrebbe da dire più un’opera – della serie BBooks, inventata dall’imprenditore Alessandro Curioni e realizzata dall’architetto e designer Giulio Ceppi:  un connubio tra rivoluzione e restaurazione che da un lato altera in modo estremo la forma e la struttura del libro in quanto oggetto, dall’altro recupera il concetto di prezioso e unico che era proprio degli antichi codex miniati.
In pratica, sono sfere di legno che contengono all’interno testi stampati su pergamene, autenticate da un chip interno che peraltro ne garantisce l’unicità (in ogni caso potete cliccare sull’immagine qui sopra per saperne di più). Più che a veri e propri libri, dunque, che tali sono solo per la presenza effettiva di un testo seppure presentato in forma non ordinaria, sono opere d’arte a tiratura limitata (o limitatissima), come conferma lo stesso ideatore del progetto: “Se la domanda è: “è possibile acquistarli?”, la risposta è “probabilmente si”, certo ci saranno delle valutazioni da fare in quanto l’obiettivo è che questi libri siano esposti e visibili. Per il resto dal punto di vista commerciale non esiste un piano definito data la natura culturale del progetto.
Un concetto di produzione artistica applicato ad una forma sperimentale di editoria, insomma, nemmeno così rivoluzionaria alla fine, se non nella forma: ma la sostanza resta, e ricorda il principio dei libri d’arte, le edizioni limitate (quando non pezzi unici) di testi letterari impreziosite da peculiarità di forma e natura sovente artistiche uniche, oltre che ovviamente dall’ideazione e produzione da parte di un artista.
Sia chiaro: Bbooks è un progetto molto interessante e suggestivo, dal quale mi auguro scaturisca in primis l’importanza e la preziosità della cultura letteraria e di opere fondamentale per il sapere umano. Di contro, senza voler affatto fare il tradizionalista, mi chiedo: ma la dematerializzazione dell’oggetto libro, ovvero la sua trasformazione in altre cose, con altre forme, altre materialità e altre specificità, digitali o meno, è così necessaria e “rivoluzionaria”? E considerando ogni elemento culturale, concettuale, sociale e sociologico, antropologico e quant’altro che il libro si porta appresso, è veramente possibile dematerializzarlo mantenendolo tale, cioè facendo in modo che resti “libro” e non si trasformi in qualcos’altro di similare utilità ma differente concezione e percezione?
Insomma, in tema di oggetto-libro: e se la più autentica rivoluzione sarebbe quella che rimanesse tale anche nel futuro più lontano? Oggetto rivoluzionario proprio perché immutato nel mentre che ogni altra cosa evolve, cambia, si trasforma in altro, scompare.
Non so, per dire… anno 3015, nave a propulsione distorsiva spazio-temporale in viaggio verso Proxima Centauri, olografica mesonica a bordo, collegamenti neuronali con l’equipaggio e un passeggero seduto in una poltrona sensoriale che legge un libro, sfogliandolo pagina dopo pagina. Vi pare qualcosa di così anacronistico?
Ovviamente sto lavorando di pura fantasia e, ribadisco, ben venga qualsiasi evoluzione/rivoluzione che possa far acquisire ancora maggior valore al libro, alla lettura e alla cultura relativa. Però, non so, quella fissazione tradizionalista ce l’ho. Forse perché, pur ipotizzando che si possano trasformare in chissà quali oggetti con quali forme, un mondo senza quei “Complessi di fogli della stessa misura, stampati o manoscritti, e cuciti insieme così da formare un volume, fornito di copertina o rilegato.” (Vocabolario Treccani, voce Libro) proprio non riesco a immaginarmelo.
Mah, sarà per una mia limitatezza mentale, chissà.

Nozze Mondazzoli, ovvero: il nostro grosso MAGRO matrimonio (editoriale) italico

Photo credit: http://www.pickline.it/
Photo credit: http://www.pickline.it/
Mondazzoli, ovvero Mondadori e Rizzoli/RCS Libri: le nozze, intese naturalmente come fusione societaria, tra due dei più grandi operatori editoriali nazionali, delle quali avrete sicuramente sentito parlare e ne avrete letto nei mesi scorsi, visto che già da tempo se ne parla. A quanto pare siamo ora giunti al dunque: Mondadori ha fatto un’offerta d’acquisto per il ramo libri di RCS, pari a 120 milioni di euro, operazione che con gli annessi e connessi ammonterebbe in totale a 135 milioni di euro. Non certo spiccioli, anche se Pietro Scott Jovane, AD di RCS, pare vorrebbe spuntare una cifra anche maggiore (vedi qui) ed avrà tempo quindici giorni per dare una prima risposta all’offerta ricevuta; in ogni caso, sulla sostenibilità finanziaria dell’operazione, Ernesto Mauri, che invece è l’AD di Mondadori, ha dichiarato (vedi qui) che il gruppo di Segrate gode di “linee di credito piuttosto capienti per reggere questa operazione, non abbiamo bisogno di altre linee” ha replicato, sottolineando quindi che per il gruppo non sarà necessario un aumento di capitale.” Su tutto ciò pesano gli effetti dell’operazione, che potrebbe creare un colosso detentore di più del 40% del mercato editoriale nazionale, cosa pressoché unica in Europa, quindi con potenziali rischi di oligopolio e di squilibrio commerciale troppo grande: per questo molti invocano l’intervento dell’Antitrust (vedi qui), addirittura considerata da qualcuno (vedi Sandro Veronesi, ad esempio, il quale tuttavia è autore Bompiani dunque manifestante gli interessi di un campanile altro, bisogna dirlo) l’unica speranza per poter impedire le nozze Mondazzoli, il (per parafrasare quel noto film del 2002) grosso, magro matrimonio dell’editoria italica contemporanea.
Ma perché “magro”? – ora voi vi chiederete. Eh, ve lo spiego subito, dato che al di là dell’operazione in sé, dei suoi effetti pratici sul mercato editoriale, dei suoi rischi, delle criticità e di tutto il resto, la cosa è sotto molti aspetti sintomatica e illuminante dello stato attuale dell’editoria italiana, e delle strategie imprenditoriali e industriali che la reggono – ovviamente, nel suo comparto maggiore, quello dei grandi editori. L’operazione, come detto, vale 135 milioni di euro; come rimarca John Tevis sulla sua pagina facebook, Mondadori nel 2014 ha conseguito un utile di 9,3 milioni di euro a fronte di un fatturato di circa 350 milioni (pochino dunque, considerando poi che è uno dei primi risultati di bilancio in attivo dopo anni di perdite. Eppoi, utile derivante da cosa? Da aumenti effettivi delle vendite e dei ricavi, o da manovre contabili in bilancio?) ma, soprattutto, l’indebitamento complessivo di Mondadori a fine 2014 è risultato di 292 milioni di euro. Che con l’acquisto di RCS Libri – società che invece non fa utili ed è a sua volta parecchio indebitata – diventeranno quasi 450 milioni. Il tutto grazie alle banche, che elargiranno nuovamente dei soldi ad aziende tecnicamente fallite, o quasi, per ottenerne in cambio un debito enorme il quale, pur ammettendo utili di bilancio in costante ascesa (il che, con il mercato editoriale nazionale così asfittico, sarebbe un bel miracolo), solo tra decenni potrà essere sostenuto finanziariamente in modo adeguato.
Senza troppi giri di parole: i coniugi Mondazzoli, se effettivamente diverranno tali, andranno ad abitare in un enorme castello di carte, così gigantesco (per il mercato italiano) da oscurare tutti gli altri palazzi d’intorno ma al contempo così fragile che basterà un colpo di vento appena più forte del normale (mettiamo un’altra crisi finanziaria o un calo ulteriore dei lettori, ecco) per farlo rovinosamente crollare. In pratica, una sorta di Parmalat dell’editoria, come sostiene ad esempio Antonio Tombolini – fondatore di Simplicissimus – sul suo profilo facebook.
Ma c’è anche chi (il già citato Veronesi, vedi sopra) ipotizza che tutta l’operazione sia solamente di natura speculativa, fatta solo per poter rivendere a breve il settore libri di RCS, magari all’estero – magari (qui speculo io) a qualche altro protagonista primario del mercato (no, non ho scritto Amazon. Ok, però l’ho pensato, ammetto.)
Dunque, per riassumere: oggi la strategia imprenditoriale dei principali editori italiani – i quali sono, non dimentichiamocelo mai, soggetti culturali, ovvero promotori di cultura pubblica, non mere fabbriche di produzione di beni di consumo! – è questa: indebitarsi, ingrandirsi, indebitarsi, ingrandirsi. Proprio come quelle fabbriche appena citate, cioè come quella grande industria legata a quadruplo filo alla finanza creativa contemporanea, alla politica e alle varie lobby di potere, che poi (chissà come maaaaai…) spesso salta per aria (vedi il caso Parmalat, appunto), non prima però di aver fatto danni indicibili al proprio mercato di riferimento. Ovvero, in tal caso, alla cultura che di quel mercato dovrebbe essere il movente primario, lo ribadisco.
Nel frattempo, dietro e lontano da tali sommovimenti finanziari così palesemente antitetici a qualsiasi concetto di cultura, lettura, letteratura e quant’altro, l’editoria indipendente, i piccoli editori e librai e tutta la filiera non industriale, per così dire, soffre terribilmente. Di essa, alle banche sempre pronte a regalare denaro a chi non se lo meriterebbe affatto, non interessa nulla, e infatti la falcidia dei piccoli editori e delle librerie indipendenti continua inesorabile. Motivo in più, a mio modo di vedere, per fare fronte comune e scavare un solco netto tra quell’editoria così corrotta dalla finanza e quella che, ancora e pur tra infinite difficoltà (e tutti i distinguo del caso), sa fare editoria di qualità, sa portare avanti discorsi editorial-letterari logici, sa trovare nella ciurma fin troppo vasta degli scrittori esordienti chi merita di diventare “qualcuno” (come ha evidenziato anche quest’anno il premio Strega). A mio modo di vedere il problema veramente grave, alla fine, non è solo che i coniugi Mondazzoli si prendano il 40% e più del mercato, è pure che con la loro ingordigia lo privino di qualsiasi buon valore culturale e lo deprimano al punto che nessuna ripresa del numero dei lettori e della diffusione della buona lettura sarà possibile, perché il mercato editoriale sarà diventato una specie di discarica di pulsioni finanziarie distorte e di strategie commerciali ottuse.
Insomma, come scrisse Joyce: “Fragilità, il tuo nome è matrimonio.” Che non parlasse di vita coniugale ma di fusioni societarie?

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Maggio dei libri, novembre delle librerie

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Un altro record raggiunto grazie al lavoro e all’entusiasmo di tutti i partecipanti: si è conclusa con 3.461 iniziative la quinta edizione del Maggio dei Libri mostrando sul sito www.ilmaggiodeilibri.it una cartina d’Italia piena di numeri a testimoniare l’impegno e la passione per i libri in tutte le regioni del Paese. «Il successo del Maggio dei libri dimostra che l’opera di investimento nell’educazione alla lettura è apprezzata ed efficace», commenta Romano Montroni, Presidente del Centro per il Libro e la Lettura. «In Italia si legge poco ma in occasione di questa campagna avviene l’opposto, con migliaia di iniziative che coinvolgono lettori nuovi e abituali in una miriade di occasioni di lettura e apprendimento. Tutto ciò che serve è la semina, a partire dalle scuole: gettare le basi affinché l’amore per i libri possa sbocciare e accompagnare per tutta la vita». Questa è l’energia per la mente raccontata dal claim della campagna (Leggere. Energia per la mente, affiancato dagli altri tre Se lo assaggi non smetti più, Leggere ti porta dove vuoi e Leggere è un mondo meraviglioso e dal payoff Leggere fa crescere).

Questo è l’incipit del comunicato stampa emesso qualche giorno fa in conclusione del Maggio dei Libri, la campagna promossa dal Centro per il libro e la lettura del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – e patrocinata da numerosi altri enti istituzionali e non – per promuovere e diffondere la lettura attraverso eventi d’ogni genere e sorta. Comunicato dai toni parecchio trionfali, come anche a voi risulterà evidente e come non potrebbe essere altrimenti (s’è mai visto un testo del genere di senso opposto?) per una campagna certamente apprezzabile e sostenibile negli intenti fondamentali, e che personalmente nel principio non posso che sostenere.
Purtroppo poi, la situazione a dir poco difficile in cui versa la lettura nel nostro paese impone di andare al di là dei trionfalismi istituzionali e degli apprezzamenti pur sentiti, per constatare quali siano gli effetti pratici della campagna – effetti che, in primis, dovrebbero manifestarsi maggiormente nel periodo appena successivo alla sua conclusione. Bene: ho sentito alcuni amici librai sparsi per l’Italia, e devo ammettere che non uno si è dimostrato così trionfalista come verrebbe da supporre in base al tono del comunicato del Centro per il Libro e la Lettura. Intendo dire: quasi tutti apprezzano iniziative del genere e i loro potenziali effetti benefici, e di contro tutti (o quasi) si chiedono se cose come il Maggio dei Libri possano risultare davvero utili per ottenere i benefici effetti preposti. I quali sono, giusto per essere molto concreti, più acquirenti di libri in libreria, ecco.
Insomma, ho colto un certo diffuso disincanto, per quest’ultima come per precedenti iniziative di promozione della lettura. Vuoi che il pessimismo nel settore stia diventando congenito – così ben alimentato, poi, dalle periodiche statistiche sullo stato di esso – vuoi che eventi come il Maggio dei Libri, per i quali naturalmente bisogna anche immaginare un effetto benefico di lungo periodo, si gradirebbe avessero però ricadute soprattutto immediate, appunto perché il settore è già a dir poco malato e nessuno può dire quanto possa ancora tirare avanti nelle condizioni attuali, fatto sta che il sentimento comune è che queste iniziative non siano mai così efficaci come si vorrebbe e si proclama, ovvero che esse non riescano a intercettare il male profondo che intacca la lettura nel nostro paese per poterlo poi curare e guarire. Sarà stato anche il maggio dei libri, ma per molti librai è comunque parso un (ennesimo) novembre, mese non esattamente dei più lieti.
E’ inoltre evidente la sfiducia che i librai indipendenti nutrono ormai sempre di più per le istituzioni, viste – un po’ come quelle prettamente politico-partitiche – sovente distanti dai problemi reali del settore così come dalle cause primarie di essi, impegnati nell’organizzare iniziative virtualmente belle e apprezzabili ma che, alla fine portano prestigio solo a chi le organizza e nessun guadagno concreto a chi ne dovrebbe essere beneficiario.
Posto tutto ciò, e forse per gli stessi endemici disincanti sopra citati, bisogna però anche denotare che al momento non si vede ancora un fronte comune del settore editoriale e librario indipendente rispetto alle macro-questioni che caratterizzano il mercato nazionale post-vittoria sulla Legge Levi. Ovvero, manca ancora la definizione di una volontà comune da parte della filiera editoriale indipendente di diventare blocco solido, efficace, autonomo dalle istituzioni ordinarie ed emancipato dai meccanismi che regolano il mercato, dettati dalla grande editoria e dalle sue discutibili politiche oligopoliste le quali prima o poi (ma tempo più prima che poi) torneranno certamente a sferrare qualche attacco dei loro. E la vittoria ottenuta sul tentativo di sostanziale abrogazione della Legge Levi non garantisce un’altrettanta futura invincibilità, inutile rimarcarlo.
Ma tornerò su questo argomento in un prossimo articolo.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.