Le fiere, i festival, gli eventi dedicati ai libri e alla lettura? Non servono a nulla. Serve altro, ormai…

220Mi sto preparando (al momento in cui sto scrivendo questo pezzo, sabato 24 ottobre) per recarmi a Milano Book Party, uno dei tanti eventi inclusi in Book City Milano, a sua volta una delle tante manifestazioni che ovunque nel paese vengono dedicate ai libri e alla lettura. E sono contento, dacché mi dico che sarà certamente un bell’evento che si presenta ben organizzato e strutturato (non ci andrei, altrimenti) così come sono belli e ben fatti tantissimi altri eventi simili realizzati un po’ ovunque, appunto – e non serve fare elenchi perché non servono graduatorie, primo, e perché ve ne sono di grandi e celebrati ma pure di piccoli, poco più (o poco meno) che sagre di paese eppure sovente altrettanto interessanti, secondo.
Sono contento, dicevo, perché sto andando a Milano Book Party. Perché ci vado? Perché amo i libri e la lettura, e chi sarà lì con me ci starà per lo stesso motivo. Questo ovviamente vale, suppergiù, per ogni evento letterario. Ok, bene, saremo sicuramente in tanti, mi dico, ma tale sensazione mi riaccende in mente il ricordo dei dati dell’ultimo “Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia” presentato dalla AIE alla Buchmesse di Francoforte. Ennesimo rapporto drammatico, tanto per cambiare. Saremo pure in tanti a frequentare gli eventi dedicati alla lettura, fatto sta che la quota di lettori in Italia continua inesorabilmente a calare, con aspetti francamente sconcertanti – ad esempio la quantità di dirigenti e professionisti, dunque di pubblico probabilmente colto e potenzialmente più portato ad appassionarsi alla lettura, che non legge nemmeno un libro all’anno, pari a quasi il 40%.
A questo punto, con tali dati in mente, non posso non formulare un’ulteriore domanda: ma gli eventi come quello nel quale mi sto recando e tutti gli altri piccoli e grandi sparsi sul territorio nazionale, servono a qualcosa? Mi ritrovo a constatare con non poco sgomento che la risposta che mi viene più spontanea contrasta, almeno un poco, con quanto sto accingendomi a fare: no, non servono a nulla. A fronte di così tante manifestazioni di ogni forma e sostanza messe in atto da decenni, in Italia i lettori continuano a calare. I dati parlano chiaro, senza se e senza ma.
Soldi sprecati. O meglio, no, non è esattamente così in senso generale, ma per una certa mission che gli eventi suddetti dovrebbero perseguire, i dati dicono di sì. Perché il lettore che nutre sincera (dunque fruttuosa e costruttiva) passione verso i libri tale resterebbe anche senza questi eventi, mentre quella parte di popolazione che non legge non li frequenterà mai, per ovvi motivi di sostanziale disinteresse. E i casi che possono smentire tali evidenze sono più unici che rari – altrimenti le statistiche ricorrenti in merito presenterebbe dati diversi. E’ una questione culturale, non si scappa da ciò, dunque un problema ben più grave rispetto ad una questione meramente commerciale, promozionale o di proposta editoriale – quest’ultima ha le sue belle colpe intendiamoci, ma di sicuro non prevalenti.
Forse, la verità che tutti noi non vogliamo ammettere ma che si palesa sempre più come indubitabile è che la situazione della lettura in Italia è ormai compromessa. Ce la siamo giocata, amen. Fine, inutile sbattersi più di tanto e più di ora: al momento un pubblico adulto potenziale in grado di risollevare le sorti dell’editoria nazionale non c’è. Punto.
Tuttavia – avrete notato, forse – ho scritto pubblico adulto. Già, perché, continuando con questa mia riflessione certamente pessimistica-ma-non-del-tutto, mi viene da pensare che, posto lo stato di imbarbarimento irrecuperabile lì sopra enunciato, sarebbe ormai il caso di impiegare la maggior parte delle risorse disponibili nella costruzione di un nuovo pubblico, che in futuro possa finalmente risollevare statistiche e sorti della lettura – e dell’industria editoriale – dacché educato, formato, appassionato, fatto infervorare di letteratura e di libri. Investire pesantemente sulle nuove generazioni, in poche parole: a scuola, nelle famiglie (cercando di contrastare la tendenza inversa presente in molte di esse, ahinoi, per via di genitori ignoranti – ce ne sono a bizzeffe, scusatemi se lo noto con tanta franchezza ma è una cosa che mi sta qui!), nella società. Questo perché, banalmente ma ineluttabilmente, è molto più facile fare in modo che un bambino, grazie alla sua natura irrefrenabilmente curiosa e di spugna assorbi-tutto, si possa appassionare ai libri e alla lettura piuttosto d’un quarantenne che abbia ormai la mente e la vita ordinaria occupate da tutt’altre cose, hobby, passioni, scemenze.
E’ qui, in questo ambito, che chi promuove la lettura – qualsiasi attore sia, da quelli istituzionali a quelli privati – deve puntare e lavorare. I-n-e-v-i-t-a-b-i-l-m-e-n-t-e. Le generazioni adulte, ribadisco, ce le siamo giocate, sono quelle nuove che potranno salvare il mondo dei libri nostrano. Una buona iniziativa in tal senso potrebbe essere il “Patto di Milano per la Lettura”, firmato proprio nell’ambito di Book City Milano, che sembra riporre (e supportare anche concretamente) una particolare attenzione all’educazione verso la lettura dei più giovani. Come leggo nel comunicato stampa, il progetto si basa su “L’idea che la lettura, declinata in tutte le sue forme, sia un bene comune su cui investire per la crescita culturale dell’individuo e della società, uno strumento indispensabile per l’innovazione e lo sviluppo economico e sociale della città. L’attenzione ai bambini e alle scuole, con una serie di progetti destinati ad appassionare, coinvolgere ed educare alla lettura, sarà uno dei principali obiettivi del lavoro del tavolo di coordinamento, che inizierà a lavorare già nel mese di novembre”.
Speriamo – che non siano solo ennesime, vuote parole, intendo dire. Alla Buchmesse di Francoforte, il presidente dell’AIE Federico Motta ha dichiarato che “è arrivato il momento di smetterla con i proclami d’amore per il libro e la lettura che non si traducono in azioni serie ed efficaci”. Ecco, vediamo finalmente di valutare e comprendere cosa ci sia veramente da fare e come metterlo in atto. La questione non è più relativa a far galleggiare una barca piena di buchi e in evidente affondamento, ma nel mentre che si tappano le falle per farla resistere a galla ancora un poco costruirne una nuova, solida, affidabile. E grande, la più grande possibile.

P.S.: articolo pubblicato in origine su Cultora, qui.

E se alla fine l’ebook si estinguesse da solo?

ebook-vs-libroAvrete probabilmente letto sui media, nei giorni scorsi (un buon articolo in merito è questo), della significativa frenata – in verità un arretramento non indifferente – nella vendita di ebook negli Stati Uniti, luogo al solito emblematico su come vadano le cose e come andranno in futuro nel resto del mondo cosiddetto avanzato. La Association of American Publishers, che fa riferimento alle vendite di oltre 1.200 editori americani, riferisce di un meno 10% nei primi 5 mesi del 2015: non sembrerebbe granché, ma se si considera che tra il 2008 e il 2010, ad esempio, le vendite di ebook erano aumentate del 1.260%, facendo supporre a tanti l’imminente fine del libro di carta, il dato attuale assume un diverso e più significativo valore.
Oltre a tali numeri, ulteriori indagini di mercato segnalerebbero che molti lettori che per primi avevano iniziato a comprare ebook starebbero ritornando alla carta, o comunque non darebbero più la prevalenza di una volta al più innovativo formato elettronico: in effetti, i libri in versione digitale rappresentano ad oggi circa il 20% del mercato americano, la stessa percentuale di alcuni anni fa. Infine, altro dato interessante è quello comunicato dall’American Booksellers Association: nel 2015 le librerie indipendenti iscritte sono salite a quota 2.227 contro le 1.660 di cinque anni fa. Librerie, pleonastico dirlo, che vendono libri di carta – alla faccia di Amazon, mi viene da aggiungere.
Dunque, che sta succedendo? La paventata rapida vittoria per KO degli ebook contro i libri di carta si sta inopinatamente rivelando una sconfitta? Oppure si tratta solo di una fisiologica pausa nella corsa tecnologica del libro verso la sua prominente vita digitale futura?
Risposta più convincente: boh! Nel senso che i dati sono effettivi e rimarcabili, ma il mercato contemporaneo è ormai come la società per la quale è in servizio ovvero liquido, quindi sapere ora che potrà accadere tra un solo anno è cosa che mettere in crisi persino il Nostradamus più in palla (di vetro).
Tuttavia, visto che il campo futuro sul tema non può che essere occupato da mere previsioni, e giustificato dal fatto che altrettante ipotesi passate date per certezze pressoché indubitabili si sono poi rivelate inconsistenti, se non sbagliate, provo a buttarne lì una pure io – una che mi frulla in testa da un po’ e che ad oggi parrebbe piuttosto di realizzazione a dir poco improbabile, se considerata solo nel proprio stesso ambito tematico. Ovvero: e se l’ebook si autoestinguesse? Se essendo nato e caratterizzato dall’essere quasi più una moda – sull’onda della relativa imposizione come status symbol dei supporti digitali sui quali il libro digitale può essere letto – più che una effettiva rivoluzione (che in fondo è ma nella forma, piuttosto che nella sostanza, ergo non così innovatrice come parrebbe di primo acchito), finisse per subire gli ondeggiamenti che tutte le mode subiscono, non escluso il loro declino a favore di altre cose?
Attenzione: non sto dicendo che l’ebook considerato in quanto tale – ovvero come mero libro digitale – svanirà. Sto dicendo che l’ebook considerato come elemento imposto sull’onda di una tendenza tecnologica del momento, e strettamente correlato alla presenza commerciale sul mercato di quelli che sono in tutto e per tutto gadget tecnologici alla moda (quantunque meravigliosamente utili per infinite cose, certo: ma quanta gente li compra per tali infinite cose meravigliose e non, appunto, per moda e/o per usi prevalentemente ludici – o ludico-idiotici, mi si consenta di dirlo!) potrebbe subire l’eventuale declino di quei gadget a favore di altri che avranno altre peculiarità imposte come fondamentali in un futuro gusto comune diffuso magari non così affini alla fruizione di testi letterari.
Sto congetturando parecchio, lo so, e lo faccio peraltro contro quello che io stesso, al momento, ancora credo che sarà il futuro effettivo – ovvero una massiccia diffusione di libri digitali – tuttavia non così prossimo come molti preventivavano ma ancora piuttosto lontano nel tempo – almeno, io penso, fino a che nelle scuole i libri di testo cartacei saranno definitivamente sostituiti da quelli digitali, il che cambierà direttamente nella mente degli scolari (futuri lettori adulti) il concetto più immediato e materiale dell’oggetto-libro. Ma, anche in tale prospettiva, occorreranno almeno alcuni altri lustri per dichiarare la partita vinta a favore dell’ebook.
In ogni caso, ribadisco, ad oggi ogni ipotesi può essere considerata, seppur una certezza (o quasi) credo già vi sia – anzi, vi sia sempre stata: il libro di carta lo avremo tra le mani ancora molto a lungo, non fosse altro perché nessun pur futuristico progetto di lettore digitale ancora di là da venire ha (e avrà, io dico) la possibilità non dico di eguagliare ma nemmeno di avvicinare il fascino insuperabile e imperituro del tomo cartaceo. Un fascino che mai nessun tasto “OFF” potrà spegnere.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Torino-Riyad: andata e ritorno, o nemmeno andata? Il Salone del Libro, l’Arabia Saudita e il necessario ruolo politico della cultura

80c0842a4a9955ef963f2ca3d3d43b40-kcZE-U10601458572829ooE-700x394@LaStampa.itDisserto ancora sull’evento torinese, questa volta per tutt’altra questione rispetto al mio precedente articolo. Forse avrete letto sui giornali delle forti perplessità sulla presenza in qualità di paese ospite al prossimo Salone del Libro di Torino (sempre che si faccia!) – (no, beh, tranquilli, si farà, si farà…) – dell’Arabia Saudita, soprattutto dopo lo sconcertante caso di Ali Mohammed al-Nimr, il giovane attivista condannato a decapitazione e crocifissione pubblica per aver manifestato in vario modo contro il regime – accuse peraltro ben poco dotate di effettivo fondamento, a quanto sembra. Inutile dire che quello di al-Nimr non è che l’ultimo di un lunghissimo elenco di casi non solo di violazione dei diritti umani ma pure di negazione delle più elementari libertà fondamentali (“Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba” predica un diffuso ed emblematico proverbio locale!) senza contare poi l’appoggio ben più che presunto alle più feroci organizzazioni terroristiche fondamentaliste, il tutto senza alcun moto di revisione di tale atteggiamento socio-politico da parte del potere saudita, anzi, con la reiterata sostanziale difesa di questo inquietante status.
Al momento in cui sto scrivendo queste righe, i vertici politici regionali e comunali sembrano concordare sul diniego alla presenza del paese arabo al prossimo Salone, mentre da quest’ultimo non è ancora arrivata una comunicazione definitiva ufficiale (arrivata poi il 6 ottobre, dopo che questo articolo era stato scritto e pubblicato altrove – n.d.s.) se non, già a maggio di quest’anno, la presa di posizione della presidente Giovanna Milella che, poco dopo essere stata eletta a capo dell’organizzazione dell’evento, criticò la scelta: “Dobbiamo ripensarci su” – peccato che nel frattempo non sia ancora chiaro chi dirigerà il prossimo Salone, con la posizione della stessa presidente Milella messa in discussione da più parti.
Inutile rimarcare che la reazione saudita non s’è fatta attendere, con l’ambasciatore a Roma Rayed Khalid A. Krimly a dichiarare che “Desta stupore constatare che quanti si ergono a promotori del liberalismo e del pluralismo stiano manifestando ostilità alla partecipazione di rappresentanti di altre culture in un evento di cultura internazionale».
Comunque, al di là di ciò, la vicenda mi porta a formulare la seguente dubbiosa osservazione: un evento culturale di portata notevole (a prescindere dalle sue difficoltà concrete) come il Salone del Libro di Torino, il quale appunto col suo manifestarsi rappresenti in qualche modo la cultura e il senso generale di essa, a fronte di una questione come quella rappresentata dalla presenza dell’Arabia Saudita ovvero di un paese in diversi modi del tutto antitetico a qualsiasi buon concetto di “cultura”, deve negare la suddetta presenza oppure deve accordarla?
In soldoni: come manifestazione culturale – di nome e di fatto – e dunque espressione di cultura nel senso più ampio del termine, è giusto che il Salone rifiuti la presenza dell’Arabia Saudita, usando in qualche modo (improprio?) la cultura stessa come uno scudo bellico contro chi quella cultura rifiuta, oppure proprio per lo stesso motivo dovrebbe comunque accogliere i sauditi per far loro capire, in un contesto di raffronto esplicito e ineludibile, che quella da essi definita “cultura” (“altra” ovvero diversa, se vogliamo stare alle parole dell’ambasciatore sopra citate) non è affatto tale ma solo un bieco muro dietro il quale nascondere le più barbare atrocità?
Per riassumere ancora di più: il diniego definitivo rappresenterebbe un vero e proprio scontro culturale (con tutte le relative considerazioni del caso)? L’accoglienza, invece, sarebbe un segno di dialogo e un tentativo di far cambiar rotta al regime saudita, oppure raffigurerebbe una resa al suo efferato arbitrio sociopolitico?
Mi pare che la questione, sotto questo punto di vista, sia ben più importante e delicata del mero (e pur significativo) “sì/no” su cui pare concentrarsi la stampa, dacché genera inevitabilmente una riflessione sul ruolo politico della cultura – ruolo inteso come attivo, d’azione, non solo teorico e dunque passivo. Per quanto mi riguarda, di primo acchito trovo difficile non esprimere il più fermo diniego verso la significativa presenza di un regime così efferato, follemente anacronistico e lontano da qualsiasi dimensione di umanità sociale – nonché di cultura, ribadisco. Però mi chiedo anche se il diniego tout court non possa finire con l’estremizzare ancora di più la posizione e l’azione interna del regime saudita, visto che, da bravi produttori di quel maledetto liquido nero che al mondo intero serve per muovere ogni mezzo semovente, avrebbero comunque alleati a gogò pronti a chiudere entrambi gli occhi sulla situazione dei diritti umani pur di ossequiare i principi di Riyad.
Insomma, il “no” è del tutto sostenibile e auspicabile ma solo se seguito da una qualche azione diplomatica e politica di carattere culturale, non solo del Salone che certamente da solo può far ben poco ma a livello ben più ampio e possibilmente alto, volta a fare pressione sui dittatori sauditi al fine di far cambiar loro un po’ di quelle idee malsane sulle quali basano il proprio potere. Ritrovando dunque un ruolo politico attivo e d’azione della cultura e dei suoi elementi rappresentativi in senso diretto (verso i sauditi) e indiretto (verso le istituzioni nazionali e internazionali) fondamentale non solo in tale circostanza. Lo stesso discorso varrebbe per il “sì” alla presenza arabo saudita al Salone, ma in tal caso credo che sarebbero i sauditi stessi a rifiutare la presenza in un evento che li accolga anche per far loro un adeguato cazziatone. Quanto meno, tuttavia, in questo caso sarebbero soprattutto loro a perdere una buona occasione culturale.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

P.S.2: cliccando sull’immagine in testa al post, potrete visitare la pagina di change.org dedicata alla petizione da firmare per chiedere al governo saudita l’annullamento della condanna inflitta ad al-Nimr.

Biblioteche lombarde addio: la Regione presto le chiuderà definitivamente

libri-4Ok, ok, il titolo è volutamente polemico, esagerato se non catastrofista, e tuttavia voglio fin da subito precisare che non ha alcuna accezione politico-partitica, nel senso che mi pare superfluo rimarcare come  il maltrattamento del comparto culturale italiano, in ogni sua parte, sia cosa assolutamente condivisa da tutte le parti politiche istituzionali e non certo da qualche mese a questa parte.
Però è anche vero che la situazione in cui si ritrova il Sistema Bibliotecario Lombardo – ovvero della più grande e (sovente si sostiene) evoluta regione italiana – è veramente emblematico di come la cecità e l’incapacità amministrativa troppe volte constatabile nei governi italiani ad ogni livello rischi sul serio di provocare danni terrificanti tanto quanto – all’apparenza – ben poco considerati dai suddetti amministratori pubblici.
La questione è la seguente: le reti bibliotecarie lombarde sono oggi in pericolo per via di una spirale di tagli che colpisce con maggior forza le realtà che hanno compiuto investimenti negli anni passati, organizzandosi e garantendo una crescita dei servizi e delle risorse. Tagli che sono il frutto del “combinato disposto” dei risparmi di spesa del Decreto Delrio nei confronti delle province e della politica di Regione Lombardia e toglie l’ossigeno a un servizio di qualità ed eccellenza azzerando (letteralmente: zero Euro nel bilancio 2015!) dopo quarant’anni i contributi per il sistema delle biblioteche lombarde. Eppure basterebbe un milione e mezzo di euro per garantire ossigeno a tutte le reti lombarde che, peraltro, costituiscono una delle vere eccellenze culturali della regione, con un servizio conforme ai migliori standard europei quasi unico in Italia.
Di contro è da ormai due anni che tecnici e amministratori dei Sistemi Bibliotecari Lombardi denunciano la situazione e le possibili conseguenze a Regione Lombardia, chiedendo che si dia continuità ai servizi di rete che hanno un costo di meno del 10% del costo complessivo per le biblioteche della regione, ma che svolgono l’insostituibile compito di garantire il collegamento e le economie di scala fra le biblioteche e lo scambio di documenti tra una biblioteca e l’altra, garantendo l’accesso alle risorse a tutti anche nei più lontani angoli del territorio lombardo.
In soldoni (espressione purtroppo solo metaforica, già): il sostentamento economico del sistema bibliotecario lombardo era di competenza delle provincie; ora tali enti sono stati soppressi (sì, vabbé, diciamo così che ancora non s’è capito cosa diavolo siano, ora) ergo quel sostentamento è in automatico finito sulle spalle dell’ente Regione, il quale ha mantenuto – per il 2015 – il proprio impegno istituzionale di bilancio di 395mila Euro, ma non ha voluto prendersi carico della quota ex provinciale mancante (vedi qui un articolo in merito). Anche l’ipotesi dello stanziamento di questi soldi in un capitolo di bilancio speciale si è scontrata con il diniego secco dell’assessorato al Bilancio, il quale chiede che siano ancora le provincie a sostenere economicamente le biblioteche (il solito scaricabarile all’italiana, già. Come poi se avessero ancora, le provincie, l’identità istituzionale e le possibilità finanziarie di prima che il decreto Delrio le svuotasse, rendendole delle “cose” indefinite. Ulteriore alternativa ventilata – anzi, ultima spiaggia! – sarebbe che i comuni subentrassero nella gestione economica delle biblioteche: ma, inutile dirlo, sarebbe come chiedere a un materassino (da spiaggia, appunto) di attraversare l’Oceano Atlantico trasportando merci. Pura utopia.
Ora, è difficile dire quale buon effetto potranno avere la sensibilizzazione generale sulla questione e la raccolta firme in corso presso le biblioteche lombarde per chiedere alla Regione di prendersi carico della salvezza (termine quanto mai adatto) del sistema bibliotecario. Di sicuro, come una presenza malevola e letale, torna in mente quel “con la cultura non si mangia!” che pare aleggiare inesorabilmente nelle stanze istituzionali italiane (non solo di Lombardia, certo: ne ho già dissertato anche qui su Cultora) e la constatazione circa il cronico disinteresse della politica verso la gestione dei servizi culturali di base – stiamo parlando di biblioteche, mica di pindarici musei d’avanguardia. Tocca ancora a noi comuni cittadini, per l’ennesima volta, far capire indubitabilmente ai nostri amministratori tutta l’assurdità di certe (non) politiche: d’altro canto l’alternativa è vedere trasformata la nostra società civile in un deserto sempre più privo di vitalità culturale, nel quale qualsiasi peggior barbarie può scorrazzare libera. E ora, scrivendo ciò, non credo affatto di essere così catastrofista.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

A.A.A. – Cedesi Salone del Libro, zona Torino, usato ma (fuori) in buono stato, causa (possibile) fallimento

7040Lasciano parecchio sgomenti le notizie (leggete questo articolo, ad esempio) che giungono in merito al futuro del Salone del Libro di Torino, principale evento dedicato alla letteratura e all’editoria in Italia, che appare quanto mai incerto per motivi diversi ma, soprattutto, per un buco nei bilanci da quasi due milioni di euro (dei quali 489.000 euro di “rosso” relativi alla sola ultima edizione), che al momento non è ripianato da nessuno degli enti coinvolti nella gestione della manifestazione.
Lasciano sgomenti, già, e non solo perché sorge spontanea la domanda su come sia possibile che un evento che anno dopo anno dichiara di superare i propri precedenti record di affluenza di pubblico, parallelamente e proporzionalmente aumenti il disavanzo di spesa fino alla insostenibilità finanziaria – ma ammettiamo che possa pure andare così, che l’investimento per la buona riuscita del Salone debba necessariamente considerare la possibilità che le uscite superino le entrate…
D’altro canto quelle notizie lasciano sgomenti anche perché negli ultimi anni è stato messo in atto, almeno nelle intenzioni (e parecchio strombazzato, bisogna notarlo), un notevole rilancio del Salone, grazie a un progetto con rimarcabili pregi e inevitabili difetti (senza che ora si valuti se gli uni fossero più degli altri o viceversa, non è questa la sede adatta) portato avanti in modo piuttosto inflessibile dal team guidato da Ernesto Ferrero, mente dell’evento torinese per lungo tempo. Possibile che non si sia parimenti panificata la sostenibilità finanziaria di esso?
Lascia sgomenti pure sapere che, almeno per quanto circola sui media al proposito, ufficialmente non c’è ancora un nuovo direttore, dal momento che Ferrero ha concluso il suo mandato e quello designato per la successione, Giulia Cogoli, ex numero uno del Festival della Mente di Sarzana, non ha ancora confermato il suo incarico, anche per ragioni economiche (si veda questo articolo per rendersi conto della confusione in essere al proposito), oltre che non ci sia c’è nemmeno un progetto editoriale per l’edizione 2016. Alla quale mancano pochi mesi, ça va sans dire, e sempre che non si voglia continuare sulla falsariga progettuale tracciata da Ferrero & C. nonostante il dissesto finanziario creatosi: cosa che credo pochi manager e/o imprenditori pur spericolati avrebbero il coraggio di fare.
Per tutto ciò, non può ovviamente valere (anzi, è ulteriore motivo di sgomento) la scusa che il Salone del Libro sia un evento no profit: voglio dire, buona cosa che una manifestazione dagli intenti culturali (o presunti tali) lavoro solo e soprattutto ad interesse di quelli e non di chi su di essi ci possa guadagnare, magari pure troppo (per via d’un pericolo di devianza meramente commerciale della gestione, ovvero organizzando un evento che in primis faccia guadagnare chi lo organizza, con tutto il resto da ritenersi secondario), d’altro canto al giorno d’oggi è fuor di logica immaginare l’esistenza di un evento che per manifestarsi perda un sacco di soldi, visti anche i tempi magri che stiamo passando.
Ma permettetemi di segnalare ciò che, più di quanto sopra e di ogni altra cosa, mi sgomenta: il fatto che il Salone del Libro, per il settore l’evento principale in Italia, come già detto, ovvero quell’evento che dovrebbe fare da motore per far girare al meglio l’intero comparto editoriale (e dunque anche letterario) nazionale, alla fine si è ammalato della stessa malattia – o crisi, profonda per giunta – di cui soffre l’editoria italiana, che dai grandi editori fino ai piccoli e indipendenti presenta bilanci e contesti finanziari drammatici, faticando sempre più a stare in piedi quando non presentando chiusure e fallimenti a frotte – includendo in ciò l’intera filiera di settore, dunque pure distributori e librai. Segno inequivocabile, insomma, di una situazione drammatica e di natura ormai pandemica, che coinvolge persino quegli elementi che fino ad oggi si pensavano ancora sani, al punto da affidar loro l’immagine migliore del comparto.
Ora, al di là che i debiti vengano ripianati o meno – e chiunque sia che lo potrà fare – viene inevitabilmente da meditare su un evento il cui futuro, almeno a breve, pare già drammaticamente cupo. Lavorare in perdita, ribadisco, è cosa contraria a ogni logica, non solo commerciale: e se vogliamo essere cinici fino in fondo, potremmo persino denotare come nonostante i celebrati successi di pubblico del Salone, pare che nessun effetto benefico sulle statistiche di lettura in Italia si sia concretamente avuto. D’altro canto, è difficile pure confutare l’idea che almeno un evento di portata internazionale relativo a libri, lettura ed editoria ci debba essere, in Italia: ripensato, riprogettato, modificato ovvero stravolto come e quanto si vuole (anche in considerazione delle frequenti critiche che ad esso sono state mosse dagli stessi attori del panorama editoriale e letterario) e naturalmente sostenibile in termini economici, ma ci vuole. Nella situazione precaria in cui si trova lo stato della lettura in Italia, temo d’altronde che la venuta meno del Salone finirebbe per peggiorare le cose anche più della sua permanenza in vita. Ciò pure a dispetto del sentore da alcuni generato su che dietro tutto quanto vi sia il progetto dei principali potentati editoriali nazionali di “scippare” il Salone a Torino per portarlo a Milano – sede dei potentati suddetti: potrebbe pure essere, ma al momento poco o nulla cambierebbe nella sostanza della questione.
Infine, e per considerare ogni opzione, potrebbero pure avere ragione quelli che ritengono il Salone del Libro l’ennesimo carrozzone mangiasoldi all’italiana, ancor più se foraggiato in maniera maggiore di prima per ripianare i debiti accumulati, ergo da eliminare tout court per pensare a qualcosa d’altro. Sempre che non si elimini da solo, ovvio.
Ribadisco: la situazione, che per i non addetti ai lavori s’è rivelata un po’ come il classico fulmine a ciel sereno, lascia mooooolto sgomenti. In un modo o nell’altro va sistemata, perché la lettura in Italia, e tutto quanto gira intorno, non può certamente sopportare altri “terremoti”, anche solo in termini d’immagine e di considerazione pubblica. Già dobbiamo combattere quotidianamente con l’affollato partito di quelli che “con la cultura non si mangia”; ci manca solo che “con la cultura si fanno debiti” e veramente la china da risalire, più che erta, diverrebbe verticale peggio di quella d’una parete patagonica!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.