[Le “Pietre d’inciampo” delle vittime di Meina. Fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]Come ogni anno, in occasione del Giorno della Memoria propongo una testimonianza che mi pare significativa riguardo il senso di tale occasione e, ancor più, la necessità di mantenere non solo storicamente viva ma didatticamente attiva la memoria dell’Olocausto e di tutte le tragedie che purtroppo la nostra storia conserva, affinché non debba accadere che la Shoah «Tra qualche anno sarà soltanto una riga sui libri di storia», come ha osservato amaramenteLiliana Segre qualche giorno fa.
Quest’anno vi invito alla conoscenza e all’approfondimento di un episodio poco noto tra quelli che concernono la persecuzione degli ebrei ad opera dei nazifascisti in Italia: la strage di Meina, il primo eccidio di massa di cittadini ebrei sul territorio italiano, messo in atto tra il settembre e l’ottobre del 1943 sulle sponde piemontesi del Lago Maggiore tra Arona, Verbania e in altri comuni limitrofi da parte delle unità militari tedesche del primo battaglione della Panzer-Division Waffen SS – LSSAH, che avevano preso il controllo dell’area (corrispondente alle attuali provincie di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola) subito dopo l’armistizio dell‘8 settembre, installando il comando militare all’Hotel Beaurivage di Baveno. I rastrellamenti degli ebrei iniziarono proprio da Baveno il 13 settembre, per terminare il 10 ottobre.
[Meina oggi. Foto di Torsade de Pointes, opera propria, CC0, fonte commons.wikimedia.org.]Nel comune di Meina in particolare avvenne la strage più nota. La mattina del 15 settembre i militari nazisti occuparono l’Hotel Meina: i sedici ospiti ebrei dell’albergo vennero rinchiusi in un’unica stanza all’ultimo piano dell’edificio, mentre il padrone dell’albergo, Alberto Behar e la sua famiglia, ebrei di nazionalità turca, furono liberati grazie all’intervento del Console della Turchia, Guelfo Zamboni. La famiglia Behar riuscì a sopravvivere alla Shoah trovando rifugio in Svizzera: è anche grazie all’impegno di testimone dell’allora tredicenne Becky se la memoria di questo eccidio non è caduta nell’oblio.
[L’Hotel Meina in un’immagine dell’epoca dei fatti narrati.]Dopo una settimana di prigionia, nel corso delle notti del 22 e 23 settembre, i sedici prigionieri furono uccisi e i loro corpi gettati con delle zavorre nelle acque del lago a poche centinaia di metri dal centro abitato. Alcuni cadaveri riaffiorarono il giorno dopo le esecuzioni e vennero riconosciuti da alcuni abitanti del paese. Le vittime della strage erano in prevalenza ebrei provenienti da Salonicco e sfollati da Milano. A loro sono state negli anni dedicate due stele commemorative e sedici pietre d’inciampo. Da alcuni anni uno degli istituti scolastici di Meina è intitolato ai fratelli Fernandez Diaz, tre giovanissime vittime della strage.
Per le sue modalità, l’eccidio del Lago Maggiore rappresentò un’anomalia rispetto alla prassi nazista sul trattamento degli ebrei in Italia, che prevedeva la loro cattura e la successiva deportazione nei lager. In questo caso, invece, i comandanti locali delle SS fecero seguire agli arresti l’immediata uccisione dei prigionieri e la depredazione dei loro beni. Ciò ha fatto propendere alcuni storici nel ritenere le stragi come iniziative dei singoli responsabili nazisti locali piuttosto che un’azione coordinata con le alte gerarchie naziste. L’ampiezza del territorio interessato e la durata nel tempo delle operazioni, sostengono invece altri studiosi, rendono però poco probabile che tutto ciò possa essere avvenuto senza che ne fossero stati condivisi i piani con i comandi superiori tedeschi. Di certo è che i nazisti tentarono di tenere segreta la strage, ma la notizia delle uccisioni si diffuse quasi subito tra la popolazione locale: in alcuni casi le SS non riuscirono a evitare che ci fossero testimoni delle esecuzioni sommarie, in altri, come avvenne nel caso di Meina, alcuni corpi delle vittime riaffiorarono dal lago nel quale si cercò di occultare i cadaveri.
[L’articolo sugli eccidi del Lago Maggiore uscito sul giornale del Partito Socialista di Lugano il 23 ottobre 1943, uno dei primi a narrare la cronaca dei fatti. Immagine di pubblico dominio, fonte: it.wikipedia.org.]Trovate il racconto completo dei tragici fatti di Meina e del Lago Maggiore qui, sul sito “Scuolaememoria.it” (fonte dalla quale ho tratto anche i testi da me proposti in questo articolo), oppure qui, dal sito dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea nel Novarese e nel Verbano Cusio Ossola “Piero Fornara”. Qui invece trovate l’articolo al riguardo di Wikipedia. Della strage di Meina racconta anche il film di Carlo Lizzani Hotel Meina, del 2007; inoltre, in calce al racconto del sito “Scuolaememoria.it” trovate una bibliografia di titoli dedicati agli eventi.
[Alcuni sopravvissuti del “Blocco 66” di Buchenwald (un edificio destinato ad ospitare i bambini) fotografati poco dopo la liberazione. Germania, dopo l’11 aprile 1945. Fonte dell’immagine: https://encyclopedia.ushmm.org.]
I bambini erano a Birkenau come uccelli di passo: dopo pochi giorni, erano trasferiti al Block delle esperienze, o direttamente alle camere a gas.
Il sito dello United States Holocaust Memorial Museum, ricchissimo di contenuti e di testimonianze sull’Olocausto, presenta anche numerosi contenuti in lingua italiana alcuni dei quali raccolti in una sezione – facente parte della “Enciclopedia dell’Olocausto” – intitolata I bambini durante l’Olocausto. Voglio dedicare il mio solito contributo al Giorno della Memoria 2022 proprio a loro, vittime ancor più innocenti dei crimini spaventosi della follia nazista, invitandovi a visitare le pagine del sito suddetto e in particolar modo quelle dedicate alla tragedia dei bambini durante quegli anni spaventosi, appunto, monito tra i più potenti e inevitabili per alimentare la speranza che mai più degli esseri umani, membri di una civiltà che ama definirsi la più avanzata del pianeta, possano commettere atrocità talmente terrificanti.
Così si può leggere nell’introduzione della sezione I bambini durante l’Olocausto:
I Nazisti sostenevano che l’uccisione dei figli di persone ritenute “indesiderabili” o “pericolose” fosse giustificata dalla loro ideologia, sia quella basata sulla “lotta di razza”, sia quella che considerava l’eliminazione dei nemici una misura preventiva necessaria alla sicurezza. Da un lato, quindi, i Tedeschi e i loro collaboratori uccisero i più giovani con queste motivazioni ideologiche; dall’altro ne eliminarono molti come forma di rappresaglia agli attacchi partigiani veri o presunti.
In tutto, si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai Nazisti e dai loro fiancheggiatori; di queste giovani vittime, più di un milione erano Ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom (Zingari), Polacchi e Sovietici che vivevano nelle zone occupate dalla Germania, nonché bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali provenienti dagli Istituti di cura. Le possibilità di sopravvivenza degli adolescenti compresi tra i 13 e i 18 anni, sia Ebrei che non-Ebrei, erano invece maggiori, in quanto potevano essere utilizzati nel lavoro forzato.
Il destino dei bambini, Ebrei e non-Ebrei, poteva seguire diverse vie: 1) i bambini venivano uccisi immediatamente, al loro arrivo nei campi di sterminio; 2) potevano venir uccisi subito dopo la nascita, o mentre si trovavano ancora negli Istituti che li ospitavano; 3) i bambini nati nei ghetti e nei campi potevano sopravvivere quando gli altri prigionieri li nascondevano; 4) i bambini maggiori di 12 anni venivano destinati al lavoro forzato o erano usati per esperimenti medici; 5) infine, vi furono i bambini uccisi durante le operazioni di rappresaglia o quelle contro i gruppi partigiani.
Nei ghetti, i bambini ebrei morivano a causa della denutrizione e dell’esposizione alle intemperie, in quanto mancavano sia il vestiario che abitazioni adeguate. Le autorità tedesche rimanevano indifferenti di fronte a queste morti in massa perché consideravano la maggior parte dei ragazzini che viveva nei ghetti come elementi improduttivi e quindi come “inutili bocche da sfamare”. Siccome i bambini erano troppo piccoli per potere essere utilizzati nel lavoro forzato, le autorità tedesche in genere li selezionavano per primi – insieme agli anziani, ai malati e ai disabili – per essere deportati nei centri di sterminio, o per le fucilazioni di massa che riempivano poi le fosse comuni.
P.S.: altrettanto significativo sulla storia e la sorte dei bambini durante l’Olocausto è il Memoriale dei Bambini presso lo Yad Vashem di Gerusalemme, uno spazio commemorativo costruito in una caverna sotterranea per ricordare il milione e mezzo di ragazzini vittime dell’Olocausto. Durante la visita all’interno del Memoriale dei Bambini non si deve fare nulla, si può solo ascoltare: Moshe Safdie, l’architetto che ha progettato questo luogo, ha fatto realizzare un lungo percorso immerso nel buio, rischiarato solo da flebili candeline poste a diverse altezze che creano l’impressione di un piccolo firmamento, nel quale si procede nella penombra seguendo un corrimano. In sottofondo, voci registrate elencano nelle varie lingue i nomi delle piccole vittime: «...Eugene Sandor, 12 anni, Jugoslavia… Maritza Mermelstein, 8 anni, Cecoslovacchia…». Niente come un elenco riesce a dare al tempo stesso il senso dell’individualità e quello della totalità. Qui trovate alcune testimonianze audiovideo dell’interno del Memoriale (una la vedete lì sopra).
Tempo fa qui sul blog, e più d’una volta, mi sono occupato di Ettore Castiglioni, bellissimo personaggio, non solo uno dei più grandi alpinisti italiani di sempre, decorato della medaglia d’oro al merito alpinistico, ma pure un uomo di grandissimi e nobilissimi valori al punto da essere riconosciuto Giusto tra le nazioni per la sua attività di salvataggio di centinaia di antifascisti, tra i quali Luigi Einaudi, ed ebrei perseguitati dalle leggi razziali fasciste, che egli accompagnava oltre confine, in primis verso la Svizzera, proprio grazie alla sua esperienza di montagna.
Mi occupai inizialmente di Castiglioni proprio per una (triste) vicenda legata ciò che colsi come buona occasione per rimarcare la grandezza del personaggio: a tal riguardo, lo scorso 6 marzo si è celebrata la “Giornata Europea dei Giusti”, ennesima ricorrenza tanto trascurata e per questo infruttuosa quanto di innegabile valore (almeno) simbolico, e in tale occasione i conterranei nativi di Castiglioni (di famiglia milanese ma nato a Ruffré, in Val di Non) Michele, Roberto e Paolo Vita, che si dedicano da tempo alla conoscenza della figura di Castiglioni con diverse iniziative al riguardo, hanno voluto ricordare l’appartenenza di Castiglioni al novero dei Giusti tra le nazioni con un breve e suggestivo video, che mi hanno inviato e ora io vi propongo, seppur con qualche giorni di ritardo rispetto alla giornata suddetta – ma, inutile dirlo, il valore di certe figure è assoluto e perenne in ogni giorno dell’anno.
Ringrazio molto Paolo Vita, in particolare, per avermi inviato il video; per qualsiasi approfondimento sulla vita e le opere di Ettore Castiglioni potete rivolgervi a lui, all’indirizzo email che trovate alla fine del video.
Sul tema del Giorno della Memoria, poco fa alla radio, ho sentito un interessante intervento nel quale veniva posta una domanda cruciale: quando non ci saranno più testimoni diretti atti a mantenere viva – perché direttamente vissuta – quella fondamentale storia della quale si chiede di salvaguardare la memoria, questa che fine farà? C’è il rischio che, nonostante il suo valore necessario e imperituro, svanisca come è già accaduto per altre pur importanti memorie?
Be’, risposta ovvia dacché immediata, ma forse non così banale: bisogna generare nuovi custodi della memoria, capaci anche di tenere pienamente vivo lo spirito delle testimonianze dirette, quando di esse non ve ne saranno più. Seguito altrettanto ovvio, ma affatto banale stavolta: sono le nuove generazioni a poter diventare quei custodi, e non solo perché “nuove” ma pure perché potenzialmente più sensibili di noi “grandi” (nonostante tutto ciò che si dice all’opposto: si veda la sensibilità verso la questione climatica) verso una tale basilare missione.
Posto ciò, ho la fortuna di conoscere (anche se non quanto vorrei) Marina Morpurgo, storica, giornalista, traduttrice e raffinata scrittrice che ha lavorato per quattro anni al Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, e che per la casa editrice Pearson (con la quale ha pubblicato un nuovo corso di storia per la Scuola secondaria di primo grado Luci sulla storia) ha scritto uno “speciale” per studenti intitolato Gli ebrei sotto il nazismo: “pecore al macello” o combattenti? Col quale mette in luce i tanti atti di resistenza morale e culturale che, oltre gli episodi di resistenza militare, gli ebrei seppero organizzare contro la barbarie nazista. Una resistenza disperata e proprio per questo straordinaria nei risultati che riuscì a conseguire.
Cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo – merita molto, inutile rimarcarlo.
27 gennaio, Giorno della Memoria: quest’anno vi propongo la testimonianza di una donna delle mie parti, Fausta Finzi, tratta dalla video-intervista La storia di Fausta Finzi. Sopravvissuta del campo di concentramento di Ravensbrück, prodotta nel 2001 dal Comune di Verderio Superiore (Lecco). L’estratto qui proposto, del 2013, è a cura del MUST, il Museo del Territorio di Vimercate (qui invece ne trovate una versione più lunga.
Fausta Finzi Tortera nacque a Milano l’11 giugno 1920 da Edgardo Finzi e Giulia Robiati. Visse a Milano dove il padre lavorava come impiegato di banca. Quando quest’ultimo venne arrestato dalle SS nell’aprile del 1944 decise di seguirne la sorte. Venne portata nel carcere di San Vittore e separata dal genitore. Il 27 aprile 1944 venne trasferita nel campo di Fossoli dove poté riunirsi al padre. Rimase con lui sino alla divisione del campo in due aree distinte per uomini e donne. Durante questo periodo lavorò come infermiera. Nel luglio 1944 venne caricata con il padre su un convoglio ferroviario che fece sosta a Verona. Qui i due vennero separati: Fausta non rivide mai più il padre. Fu deportata nel campo di Ravensbrück con numero di matricola 49538. Qui fu costretta a lavori forzati di nessuna utilità pratica sino a che si offrì volontaria come operaia nella sartoria del campo. Nel gennaio 1945 arrivarono detenute provenienti da Auschwitz. L’organizzazione del lavoro iniziò ad essere meno costante a causa dei bombardamenti, nonostante la disciplina richiesta dai sorveglianti rimanesse ferrea. In questo periodo Fausta fu colpita da un’infezione ad un dito ma continuò a lavorare temendo le selezioni. Nel frattempo le razioni di cibo, già scarsissime, cominciarono a diminuire progressivamente. Il 27 aprile 1945, dopo ben 265 giorni di detenzione, venne evacuata dal campo insieme ad altre prigioniere e costretta a marciare verso una destinazione sconosciuta sino all’8 maggio 1945, quando un contingente americano mise in fuga i soldati SS. Una volta libera fu costretta a rimanere nella zona controllata dall’esercito russo. Dopo avere assistito a violenze sessuali perpetrate dai soldati sovietici ai danni di alcune prigioniere, decise di fuggire insieme ad alcuni prigionieri italiani e raggiungere l’area di influenza americana. Venne alloggiata in un campo di smistamento ed in seguito trasferita a Lubecca in un campo inglese dove fu curata e nutrita. A metà agosto 1945 partì con una tradotta ufficiale per l’Italia. Rientrò a Milano il 31 ottobre 1945.
Dal ritorno a casa, Fausta Finzi rimase chiusa per sessant’anni in un silenzio ostinato, rotto soltanto dalle due video-interviste concesse nel 1996 al Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano e nel 1998 alla Shoah Foundation di Los Angeles. Due anni dopo, nel 2000 acconsentì ad una intervista per la Commissione Cultura del Comune di Verderio Superiore e, in occasione della Giornata della Memoria del 2002, affrontò per la prima volta il pubblico, a Vimercate e, poco dopo, a Lecco nell’ambito della mostra “La Memoria”. Proprio da quest’ultima esperienza nacque e prese corpo l’idea di pubblicare il diario della marcia.
Fausta Finzi aveva già pubblicato nel 2003 un libro di memorie dal titolo Varcare la soglia (ediz. ISMLEC, 2003), in seguito al quale fu chiamata a partecipare a numerosi incontri pubblici, inclusi quelli con gli studenti. Il diario della marcia è uscito invece nel 2006 con il titolo A riveder le stelle(Gaspari Editore, 2013).Con esso la Finzi ha consegnato alla nostra memoria una singolare testimonianza nella quale l’oggi – ovvero il resoconto tardivo della propria prigionia e le riflessioni sul significato più intimo di tale esperienza – si mescola con il passato con il “tempo di allora” fermato nel diario del 1945. Il diario è accompagnato da due saggi, uno di Federico Bario che si sofferma sulla difficoltà di essere “testimone”, l’altro di Marilinda Rocca dedicato alla scrittura, o meglio alle “scritture” di Fausta Finzi. A riveder le stelle in qualche modo ridona voce – e oggi ancora di più – a chi come Fausta Finzi ha saputo affrontare ogni momento della propria vita, anche il più tragico, con una straordinaria forza d’animo; è riuscita con tranquillità, lucidità, talvolta autoironia, a raccontare il senso di una vita che alla fine è riuscita a fare i conti anche con la propria memoria. Memoria che ora appartiene anche a tutti noi.
Fausta Finzi è scomparsa a Vimercate il 26 giugno 2013.