Stalle a drappelli, o distratte

[Stalle di Ferubar a Bosco Gurin, Canton Ticino, Svizzera. Foto di Cassinam, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Stalle di sola pietra, o di legno con zoccolo, o tutto legno, scurito, quasi nero talvolta; a drappelli con respiro come avvii di villaggi, o isolate, quasi distratte, che l’occhio errando è contento di ritrovare. Le più famigliari hanno accanto una fontana senz’acqua, guardandola sembra di vedere il getto limpido uscire come una volta, scosso d’improvviso dal vento.

[Giorgio Orelli, Primavera a Rosagarda in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pag.12.]

Le case fanno fatica a darsi la mano

Alla fontana in mezzo al villaggio mi sono accorto che dopo la rapida pulizia di questi anni le case fanno fatica a darsi la mano e sono meno allegre. Cede all’asfalto l’erba; amica dei nostri piedi nudi, dei nostri giuochi non solo infantili. Non si vede anima viva e anche a me sembra d’essere vivo per miracolo, uno che c’è e non c’è. Si muove una tendina nella vecchia casa dove zio Gaetano aveva il suo laboratorio di scultore in legno. Ombra, sgomento d’un attimo, presto l’occhio mi avverte che un vetro è rotto, così che il vento scosta la tendina come una mano invisibile. Nessuno è veramente assente in questo silenzio, e mio zio è là, nella stanza troppo stretta che si scrolla da tutti gli oggetti appesi polvere e polvere, ora che il tornio primitivo canta e traballa sotto le mani magre, abilissime.

(Giorgio OrelliLa morte del gatto in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pagg.70-71. La foto in testa al post ritrae Savogno, borgo semiabbandonato nella Val Bregaglia italiana, in provincia di Sondrio. Crediti: clickfor_lombardia; fonte: in-lombardia.it.)

Giorgio Orelli, “Rosagarda”

Nel novero dei grandi scrittori svizzeri di letteratura di montagna – e quello elvetico, lo ribadisco, è l’unico ambito letterario che possa veramente e compiutamente definirsi in questo modo, “di montagna”: altrove vi sono bravi scrittori di montagna, in certi casi notevoli tanto quanto isolati – Giorgio Orelli ci entra non solo con pieno merito ma pure con particolare distinzione (e in compagnia del cugino Giovanni, l’autore del sublime L’anno della valanga). Si distingue in primis perché Giorgio Orelli è narratore di cronache montane dal versante Sud del Gottardo mentre quasi tutti gli altri grandi scrittori di montagna elvetici stanno al di là del crinale principale delle Alpi (Leo TourOscar PeerCla BiertArno Camenisch…); come i primi è molto legato, anche letterariamente, alle sue terre natie, nel suo caso la Valle Leventina da Bellinzona fino alle creste del Gottardo, ma sono terre, queste, che come detto guardano a meridione, all’Italia, al Sole del Mediterraneo la cui aria, che già pare manifestarsi sulle rive ricche di palme e oleandri dei laghi prealpini tra Lombardia e Ticino, risale poi quelle vallate montane fino alle loro testate, portandovi uno spirito che sull’altro versante delle Alpi non è riscontrabile. Non che ciò determini alcuna sorta di graduatoria tra i vari stili letterari, anzi, ne accresce il rispettivo fascino: così, se leggendo il sursilvano Camenisch si percepiscono certe particolari sensazioni e leggendo l’engadinese Peer certe altre, molto simili ma non del tutto (trovate mie “recensioni” di loro opere nella relativa pagina del blog), nella lettura delle opere di Giorgio Orelli, pur profondissimamente alpine e specificatamente leventinesi – geograficamente, culturalmente, spiritualmente – è come se già si sentisse un che di mediterraneo, se così posso dire… di più sensuale, più emozionale, più poetico […]

[Immagine tratta da questo articolo.]
(Potete leggere la recensione completa di Rosagarda cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Fieno, ragnatele, temporali e lamponi

Non so di chi sia la grande stalla di pietra su cui si può ancora leggere la data della rivolta leventinese contro Uri: 1755. Di fieno non odora più da tanto tempo. Il soffitto a travi ingrigite e ragnatelose è cosi basso e irregolare che devo far attenzione a non batterci la testa come nel fortino di Santa Pietà durante la guerra, dove più d’uno metteva il casco. Più d’una volta, sorpreso dal temporale in cima al Motto, sono corso a rifugiarmi lì, sotto la veste azzurra d’una madonna che pareva nera, forse d’Einsiedeln, col bambino appeso al petto come il distintivo del Primo Agosto. C’era tutt’intorno alla stalla un arruffio profumatissimo di lamponi, quando si schiariva mi fermavo a mangiarne senza fretta con incredibile piacere.

(Giorgio Orelli, Primavera a Rosagarda in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pag.9.)

L’incipit della raccolta di racconti di Orelli è di quelle che forse solo gli scrittori svizzeri di montagna sanno creare: semplicemente sublime per come in poche righe (13 e mezza, nel testo originale edito da Casagrande) riesca a condensare l’intero paesaggio, nel senso materiale e immateriale del termine, di un territorio di montagna. C’è la storia locale – svizzera, ovviamente -, c’è la geografia con alcuni riferimenti referenziali importanti, c’è la Natura (l’«arruffio profumatissimo di lamponi» è un’immagine meravigliosa, da grande e intrigante poeta quale fu Orelli), c’è la civiltà umana che abita il luogo con le sue usanze, le tradizioni, i mestieri, le credenze popolari (per la cronaca, Einsiedeln è sede dell’abbazia più importante della Svizzera) ma pure un accenno al credo patriottico (il Primo Agosto è la festa nazionale elvetica, data di nascita della Confederazione), c’è il tempo che passa inesorabile sulle travi ingrigite e ragnatelose. Una manciata di righe, ma intense e immaginifiche, per tratteggiare un affresco letterario che con poche parole  offre tantissime vivide narrazioni. Un “minimo” – ma solo in quantità – capolavoro letterario che, ribadisco, pochi autori (anche tra i più grandi, ma con stili differenti) hanno il dono di intessere così fascinosamente.

Cliccate sull’immagine per leggere la mia personale “recensione” a Rosagarda, mentre qui ne trovate un’altra su Giorgio Orelli.

La mafia dei pascoli di carta

[Immagine tratta da qui.]
Quando andate per montagne e, facilmente, vi imbattete in pascoli abbandonati, stalle e fienili cadenti, prati non più falciati e prossimi al rimboschimento, e dunque vi viene da pensare e da rammaricarvi riguardo quanto sia triste l’abbandono e lo spopolamento dei territori di montagna, in molti casi siete nel giusto ma in altrettanti no. Perché a volte i montanari ovvero altre figure che ben volentieri lavorerebbero sulle montagne e ne manterrebbero la vitalità economica, dunque pure la qualità del territorio e la cura del paesaggio, ci sarebbero ma vengono posti nella condizione di non poter lavorare, lassù, se non a condizioni quasi impossibili. E tutto questo attraverso modalità speculative di stampo mafioso indotte da una legislazione in origine virtuosa ma poi, sul campo (e, tocca segnalarlo, sulle montagne italiane in maniera più frequente che altrove), troppo burocraticizzata e anche per questo facilmente sfruttata in modi loschi.

Racconta questa triste e inquietante realtà l’ultimo libro di Giannandrea Mencini, Pascoli di carta. Le mani sulla montagna, appena edito da Kellermann Editore, nel quale l’autore esplora a fondo un fenomeno ormai diffuso dalle Alpi agli Appennini, variamente definito “Mafia dei pascoli”, “Montagne d’oro” o “Pascoli di carta” e basato sull’ingente quantità di risorse messa in campo dalla Comunità europea nel settore agricolo, la quale ha generato una speculazione che inquina il settore montano dove spesso si intrecciano azioni scorrette, false dichiarazioni, animali “figuranti”, pratiche di compravendita di alpeggi al limite della legalità. Un meccanismo contributivo che fa salire il prezzo degli affitti dei pascoli e che fra mancanza di controlli, creazione di società fittizie e truffe reiterate, danneggia la montagna.

Per spiegare meglio il fenomeno – per come lo illustra l’autore stesso in questo articolo – accade che

Esistono grandi aziende di pianura che vengono a prendersi le malghe in montagna e offrono affitti che nessun allevatore locale può permettersi, poi si prendono i contributi comunitari sui pascoli appoggiando i titoli e son migliaia di euro. Nelle aste pubbliche i pascoli venivano aggiudicati al miglior offerente con delle condizioni che attiravano allevatori soprattutto di pianura che facevano figurare sulla carta la monticazione per poter accedere ai premi della Politica agricola comune dell’Unione Europea (Pac). In realtà, in alpeggio non ci andavano o ci portavano pochi animali “figuranti” rispetto a quello per il quale riuscivano a percepire i premi comunitari. Così gli allevatori locali, più legati al territorio montano e che sul serio “vivono in pendenza” con tutte le conseguenti difficoltà logistiche e sociali, non partecipano per le condizioni economiche troppo onerose e chi si aggiudica gli appalti non porta gli animali in montagna col conseguente deterioramento anche ambientale della qualità dei pascoli.

Nuovamente, la montagna è un territorio che forse come nessun altro presenta un’emblematica contraddizione tra la bellezza del suo paesaggio o, per meglio dire, la percezione al riguardo derivante dall’immaginario diffuso – quello che vede su ogni montagna l’idillica baita di Heidi, per intenderci e per citare (o “contro-citare”) quel noto testo di Sergio Reolon – e la realtà effettiva delle montagne, sovente assoggettate a pratiche del tutto bieche e perniciose tanto quanto incomprese nella loro sostanza oppure ignorate che sul serio mettono a rischio quella bellezza tanto celebrata ma poi, in concreto, molto poco compresa e realmente salvaguardata.

Un libro sicuramente da leggere, Pascoli di carta, anche se già temo che in chi ama le montagne provocherà non pochi mal di pancia – ma quanto mai necessari, per il bene futuro delle montagne stesse.