LOL – Chi denuncia è fuori

[Immagine tratta da deejay.it, l’articolo dal quale è tratta è qui.]
È veramente una “meraviglia”, la RAI contemporanea (ma invero assolutamente nel solco della sua tradizione): riesce a trasformare in un leader politico rivoluzionario persino il rapper più mainstream in circolazione, al punto che nemmeno quegli squinternati di americani con Kayne West hanno saputo fare altrettanto. Non solo: riesce persino, nel confronto tra le parti, a risultare la meno credibile e meritevole di considerazione.

Anche se, be’, riguardo ciò, bisogna osservare che non serviva alcun rapper-agitatore popolare: bastava, e basterebbe, guardare qualsiasi suo programma TV, già.

P.S.: ora però non rimarcate di nuovo che «ah, ma le TV commerciali non sono certo meglio!». Verissimo, ma il problema sta proprio qui: l’aver abdicato a qualsivoglia obiettivo di qualità (artistica, culturale, informativa, eccetera – salvo rari casi) per inseguire quel modello televisivo geneticamente degradato e in costante deterioramento, che un editore privato dissennato o furbesco si può anche permettere (colpevoli sono quelli che guardano i suoi programmi, semmai) mentre un gestore pubblico assolutamente no (“colpevoli” sono quelli le cui tasse lo finanziano, ma qui spesso loro malgrado).

Il paradosso del “mainstream”

[Foto di Austin Chan su Unsplash.]

La cultura mainstream – nazionale e internazionale – è una bolla. Come i più minuscoli gruppetti, accetta cose dette solo in una certa maniera e non capisce nient’altro. Capisce il suo slang. Il suo slang è emozionale-morale. Quale morale non importa, visto che per ogni proverbio esiste un proverbio che dice l’opposto e presi insieme fanno la saggezza popolare. Chi vuole stare nel mainstream – lo so per certo di prima seconda e terza mano – si adegua sottilmente e spontaneamente come ci adeguiamo per entrare in un gruppetto affiatato. Ci viene di scrivere romanzi come fossero serie tv, ci viene di stare sul pezzo come fossimo giornalisti, ci viene di dare consigli per gli acquisti come fossimo pubblicitari. Vogliamo starci, ma non vogliamo stare in un mondo grande. Vogliamo che la cultura nazionale o internazionale ci faccia credere che ritrovarsi in quella grande piazza equivalga a dialogo, complessità e maturità, e quella cultura ce lo assicura volentieri scegliendo portavoce dall’aria molto seria. La società dello spettacolo usa i metodi della bolla perché deve saper prevedere la reazione di molti consumatori a un prodotto. Non è un mondo adulto. Quando spingiamo prodotti culturali possiamo parlare solo di urgenza e necessità. Il prodotto culturale non ha caratteristiche specifiche, non parla alla storia del proprio linguaggio ma solo al momento presente della comunicazione, anche se è altro sogna di essere solo content. Questo costringe i poveri uffici stampa a spingerci libri come fossero fatti puri e semplici della cultura e non libri. Costringe noi a non esprimerci troppo in dettaglio per evitare di inceppare il meccanismo con cui campiamo. L’era dei critici non è finita perché i critici si erano troppo staccati dal mondo: è finita perché per consumare cultura non c’è bisogno di sapere troppo, basta sapere cosa gira e cosa tira, per assumerlo.
Ma ancora oggi se devi comprare una chitarra nuova – cioè per qualunque acquisto di cultura che realmente richieda un’alta definizione dei tuoi desideri – devi passare per i critici, per chi ti dice bene cosa hai davanti e ti aiuta a evolvere.
Penso sempre che gli italiani sono così culturali e critici solo sulle case, sul caffè e sulla cucina. […]

Da Francesco Pacifico, Come la cultura mainstream è diventata una bolla insignificante, pubblicato su che-fare.com il 12 febbraio 2021. Un’ottima e approfondita riflessione su come la dittatura del mainstream, che governa certa parte della cultura contemporanea (ahinoi!) e in generale l’immaginario comune sul mondo che viviamo, sia non solo artificiosa, deviata e deviante ma sostanzialmente ingiustificata, il che la rende ancor più paradossale di quanto già non appaia a quei pochi che ne sanno cogliere la realtà di fatto.

Potete leggere l’articolo nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post oppure qui.

Un ringraziamento

[Foto di Tommaso Urli su Unsplash.]
Ringrazio molto Vittorio Sgarbi per avermi citato e per aver riprodotto un brano del mio articolo La manifestazione del “sacro” autentico, nel paesaggio, pubblicato qui sul blog, nel suo editoriale “Transizione ecologica” nuovo scempio italiano su “Il Giornale” del 23 maggio scorso.

Sgarbi ricontestualizza, a suo distintivo modo, le mie riflessioni nelle proprie, rigidamente critiche nei confronti della costruzione di grandi impianti di produzione di energie “alternative” – eolico e solare in primis – in territori paesaggisticamente pregiati e delicati: un tema certamente importante tanto quanto spinoso per il quale ogni contributo costruttivo credo sia ad oggi ancora fondamentale al fine di costruire una teoria sostenibile, equilibrata rispetto ai fattori in gioco (alcuni dei quali formalmente antitetici) e condivisa, visto come, sostanzialmente, al riguardo si sia tuttora in una situazione troppo poco definita e non adeguatamente meditata – e posto il particolare pregio del paesaggio italiano, appunto.

Poi, per quanto mi riguarda, sono molto d’accordo con alcune cose scritte da Vittorio Sgarbi nel suo articolo e poco o nulla con altre, ma conta poco rispetto a quello che – l’essere stato citato, intendo dire – considero a prescindere un grande onore così come il tentare, nel mio nulla, a dare un piccolo buon contributo alla considerazione e alla comprensione dell’imprescindibile valore del (e di qualsiasi) paesaggio, senza le quali, ribadisco, non esisterebbe nemmeno la civiltà umana.

P.S.: comunque, il Capra Store è una gran genialata. Chapeau!

L’unica certezza, tra Israele e Palestina

Finita l’ennesima messinscena bellica – il termine è duro e forse irrispettoso per i poveri morti, ma io la penso così, come ribadisco, – tra Israele e Hamas, il cui solito copione è stato anche questa volta rispettato senza alcuna modifica (proteste, prime scaramucce, scambio di accuse, razzi da Gaza su Israele, bombardamenti di Israele su Gaza, diplomazia che lentamente si muove, cessate il fuoco, tregua, pace armata e amen), noto sui media internazionali una foto tra le tante (in Italia è sulla prima pagina de “la Repubblica” del 22 maggio, come vedete – cliccateci sopra per ingrandire l’immagine) che, a mio parere, rappresenta bene l’unica e concreta certezza della realtà storica del Medio Oriente israelo-palestinese. Quei bambini che con il padre (suppongo) fanno il segno della vittoria tra le macerie dei bombardamenti, palestinesi o israeliani che siano, non stanno facendo altro – loro malgrado – che introiettare nella propria interiorità la guerra, ovvero la possibilità e la “normalità” di una condizione di violenza e di morte che, facilmente, riporteranno fuori da adulti perpetuandola come qualcosa di naturale e, dal loro punto di vista, di “giusto”. Sono bambini ai quali lo stato di scontro generale e costante tra i due stati insegna la guerra, praticamente: vengono “educati” ai suoni, ai rumori, alle visioni di morte e distruzione in un modo che, ripeto, inevitabilmente diverrà per loro “cultura” – distorta, barbarica, devastante ma tale, antropologicamente parlando. Nessuno lì, e nessuno altrove, insegna loro la pace, la possibilità del dialogo, del confronto moderato e pacifico: ciò significa che anche nei prossimi anni, cioè nel futuro di quei bambini che diventeranno adulti e di quella parte del mondo che essi abiteranno, la presenza della guerra sarà garantita.

Tutto questo a meno che non vi sia un ribaltamento totale della situazione tra Israele e Palestina, della percezione di essa, delle idee e delle ideologie, dei comportamenti e degli atteggiamenti, della cultura, nonché una reale, autentica volontà politica locale, regionale e internazionale di conseguire una altrettanto reale pace tra i due popoli e, finalmente, un equilibrio geopolitico accettabile e condiviso. Ovvero, cose che a me pare non siano per nulla in vista, nemmeno verso il più lontano orizzonte, e che palesemente nessuno tra i “potenti” in gioco desidera. È una guerra funzionale, come ho affermato nel mio precedente post sul tema, verso la quale nessuno mostra la volontà di non renderla perenne. Con “buona pace” dei bambini della Striscia di Gaza, del Sud di Israele e del mondo che vivranno – e vivremo noi tutti.

 

Quando “ideologia” fa rima con “ipocrisia”

[Foto di Siamdragonshow, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Nel frattempo, in relazione al post di questa mattina e alla cronaca sulla quale disquisisce, trovo sempre alquanto spassoso (seppur ingenuamente, forse, lo ammetto) assistere, sul consueto palcoscenico teatrale italico, al cabaret melodrammatico inscenato dai saltimbanchi politici locali, gran zuzzurulloni al loro solito.

Così assisto alle peripezie della “destra” che sostiene – in parte per retaggio almirantiano – a spada tratta Israele perché gli altri sono “biechi terroristi arabi islamisti” (riassumo così il concetto) nel mentre che numerosi suoi votanti non esitano a usare il termine “ebrei” nel modo più sprezzante possibile riallacciandosi a un modello ideologico e a figure di riferimento (LVI in primis, certamente) che i genitori di molti israeliani di oggi li ha mandati a morire nelle camere a gas, d’altro canto smarrendo di colpo (chissà come mai?!) tutto il proprio “forte sostegno” per Israele quando da esso e da suoi esponenti politici e civili si ponga l’accento sulle responsabilità storiche della Shoah.

Dall’altra parte (?) c’è una “sinistra” che, salvo qualche frangia pervicacemente radicale, da sua tradizione ormai consolidata dice “cose” vaghe a favore di “qualcuno” (oggi di Israele, pare) con la stessa convinzione e forza ideologica di un cacciatore chiamato a sostenere le tesi di un convegno di animalisti – i quali per giunta rischierebbero persino di addormentarsi, a sentirlo parlare – ma poi non esita a intestarsi la difesa della memoria della Shoah, sapendolo tema assai inviso alla destra. È comunque divertente, a proposito di quei duri e puri con la kefiah sempre al collo – anche in spiaggia ad agosto in Costa Smeralda – constatare come il loro sostegno altrettanto incondizionato alla causa palestinese e, in generale, alla “libertà dei popoli oppressi”, li rende sodali a uno come il leader turco Erdogan, paladino della causa palestinese nel mentre che elimina una a una le libertà civili nel suo paese e, appena possibile, guerreggia contro i curdi che invece la “sinistra” più radicale supporta convintamente.

Nel mezzo delle due parti restano quei guitti che, temo, se gli si chiede di indicare su un mappamondo la posizione di Israele e della Palestina faticano non poco a identificarla (sempre che la trovino), ergo la loro parte di copione è importante come quella di certi figuranti le cui battute sono coperte dalla musica e nemmeno si notano.

Il solito “bel” teatrino italico, insomma, anche in questa circostanza, già. E il titolo dello spettacolo è lo stesso di questo post, ecco.

(Nella foto in testa al post: a destra gli esponenti della “destra”, a sinistra quelli della “sinistra”, in centro gli altri. Come dite? Vi sembrano tutti uguali? Eh, ma pensate che caso, vero?)