[Castel Hauenstein, posto a 1300 metri di quota sopra Siusi allo Sciliar, in Alto Adige. Foto di Syrio, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Se la sensibilizzazione nei confronti della crisi climatica e delle sue maggiori conseguenze è ormai diffusa – seppur ciò non significa che la nostra società civile ne sia ancora così consapevole, visti certi comportamenti mantenuti e un atteggiamento che resta piuttosto superficiale al riguardo, vi sono altre conseguenze altrettanto importanti e gravi che il cambiamento del clima comporta che tuttavia vengono ben poco considerate, nonostante il loro portato ci coinvolga tutti. Ad esempio quelle sul nostro patrimonio culturale, un aspetto particolarmente significativo per l’Italia anche nei territori montani. La crisi climatica, insomma, mette a rischio non solo l’ambiente naturale ma pure ciò che nei secoli l’uomo vi ha costruito e oggi rappresenta un patrimonio di cultura fondamentale, che come nessun altra cosa dà forma e sostanza all’identità delle nostre montagne e alle comunità che le abitano.
Ho recuperato un articolo molto interessante al riguardo che è stato pubblicato sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.153 a firma di Alessandra Bonazza, ricercatrice presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche d’Italia – Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (CNR-ISAC), dove è Responsabile dell’Unità “Impatti su Ambiente, Beni Culturali e Salute Umana”.
Così Bonazza introduce il tema, del quale è probabilmente la massima esperta in Italia:
In un momento in cui viene dato sempre più richiamo alle sfide che dobbiamo affrontare in seguito ai cambiamenti climatici, sorprende come solo di recente l’attenzione si sia soffermata in modo più sostanziale sulla constatazione degli impatti e rischi per il patrimonio culturale.
Fulcro della nostra identità culturale e ponte generazionale senza soluzione di continuità, il patrimonio costruito e paesaggistico è senza dubbio a forte rischio per effetto delle variazioni graduali ed estreme dei parametri climatici, quali ad esempio temperatura e precipitazioni.
Bonazza illustra poi cosa si sta facendo in concreto per gestire la questione:
È di recente sviluppo lo studio per la messa a punto di proiezioni dei rischi cui potrebbe essere sottoposto il patrimonio culturale per effetto di eventi estremi legati ai cambiamenti climatici nel vicino (2021-2050) e lontano futuro (2071-2100). Nonostante sia ampiamente riconosciuto il danno causato sui beni culturali da piogge intense, inondazioni, allagamenti e periodi prolungati siccitosi, questa tematica di ricerca è complessa e richiede una attenta analisi della pericolosità a livello locale, degli elementi determinanti la vulnerabilità di un bene a uno specifico rischio climatico e delle caratteristiche che governano la sua maggiore o minore esposizione agli eventi.
Questo strumento, chiamato Risk Mapping Tool for Cultural Heritage Protection, permette di analizzare la pericolosità territoriale a scala europea e del bacino del Mediterraneo a diverse serie temporali e di visualizzare e scaricare mappe con risoluzione spaziale di ~12 km, basate su dati forniti da modelli climatici regionali e da servizi satellitari del programma Copernicus. Prevede l’utilizzo di indici per valutare la pericolosità da eventi estremi legati a variazioni di temperatura e precipitazione.
L’utilizzo di questo strumento scientifico ha già dato alcune risposte estremamente significative:
Gli output mostrano ad esempio come i siti archeologici lungo la costa adriatica e il patrimonio diffuso dell’arco alpino siano previsti essere particolarmente a rischio nel lontano futuro per effetto dell’aumento della frequenza e intensità degli eventi estremi di precipitazione indicati da aumenti dei valori degli indici relativi.
[Il Castello di Rocca Calascio, sito a 1400 metri di quota nell’omonimo comune dell’Abruzzo. Foto di Justinawind, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Dunque stiamo correndo il rischio che anche il nostro patrimonio culturale alpino, quello che grazie alla propria inscindibile correlazione con l’ambiente naturale e il paesaggio dà forma e sostanza all’identità dei territori alpini, dunque delle comunità che li abitano, possa subire conseguenze serie dal peggioramento pressoché certo della crisi climatica e dei suoi effetti. Il fatto che tale rischio possa manifestarsi «nel lontano futuro», come scrive Alessandra Bonazza, non può e non deve esimerci – come società civile e come rappresentanze politiche – dal prevenire quei rischi ed evitarli il più possibile. Se il paesaggio, in quanto elemento culturale determinato dall’unione di elementi naturali e antropici per come lo percepiamo nella relazione che intessiamo con esso, dovesse degradarsi in entrambi gli ambiti, inevitabilmente comporterebbe il degrado della nostra relazione identitaria, dunque anche di noi stessi in quanto suoi abitanti.
È un rischio parecchio grave che, ribadisco, possiamo e dobbiamo chiedere di prevenire.
P.S.:qui potete trovare alcuni altri articoli di Alessandra Bonazza sul tema della protezione del patrimonio culturale dai rischi climatici.
Torna anche oggi la mini-rassegna stampa a cadenza domenicale di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella scorsa settimana parecchio interessanti da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Le Olimpiadi di Milano Cortina si avvicinano e le notizie relative, soprattutto quelle sui disastri che stanno caratterizzando l’organizzazione dei Giochi, si susseguono; ma le montagne non vivono di sole Olimpiadi (anzi!) e molto altro di interessante vi è accaduto nei giorni scorsi: questo è un tentativo di non perdere alcune delle notizie più significative. Durante la settimana le più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.
Buone letture!
CORTINA È LA “GROENLANDIA” DEL TRENTINO-ALTO ADIGE?
Mentre gli USA minacciano sempre più di annettere con le buone o con le cattive la Groenlandia strappandola alla Danimarca, in Trentino-Alto Adige la Südtiroler VolksPartei, il principale e più potente partito del Sudtirolo, punta ad ampliare i confini regionali “annettendo” comuni oggi in Lombardia e Veneto tra i quali anche Cortina d’Ampezzo. «È la popolazione stessa a chiederlo» sostiene la SVP, che giustifica la proposta con la riunione dei territori di cultura ladina ora divisi tra Veneto e Trentino-Alto Adige, ma ovviamente il Veneto non l’ha presa affatto bene: «No secco» e «Stiamo attenti a giocare col fuoco» rispondono da Venezia. Come finirà?
LE TEMPERATURE NEL 2025, ANCHE SULLE ALPI
Copernicus, il programma europeo di osservazione scientifica della Terra, ha comunicato che il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato da quando esistono queste rilevazioni, dopo il 2023 e il 2024. E sulle Alpi? Secondo i rilievi di MeteoSvizzera per il versante sud delle Alpi, validi quindi anche per il territorio alpino italiano, l’anno 2025 è risultato il quarto più caldo dall’inizio delle misure nel 1864, con un’anomalia di +1,2 °C rispetto al periodo di riferimento 1991-2020 e per giunta in un contesto nel quale le temperature stanno già aumentando più della media globale. Insomma, la bollitura a fuoco lento di noi “rane alpine” continua inesorabile…
LA SVIZZERA CI RIPROVA CON LE OLIMPIADI
La Svizzera ci vuole riprovare a ottenere le Olimpiadi invernali nonostante negli anni passati vari referendum popolari hanno bocciato le candidature proposte. Ora si è costituito il comitato “Switzerland 2038” per ottenere i Giochi di quell’anno, promettendo gare diffuse in tutto il paese (un po’ come Milano Cortina ma in maniera ancora più ampia), utilizzo delle strutture esistenti, impatto ambientale minimo e un budget di 2,2 miliardi di CHF (pari a 2,36 miliardi di Euro), per oltre l’80% composto da capitali privati. Impegni in certi casi simili a quelli di Milano Cortina, ma in Italia ampiamente disattesi. Come andrà in Svizzera?
ANCHE LE FUNIVIE SONO STRESSATE!
Su “Montagna.tv” Michele Comi commenta da par suo i numerosi guasti che nei giorni scorsi hanno bloccato alcuni impianti di risalita un po’ ovunque sulle Alpi, come fossero anch’essi vittime di una sorta di stress da iperturismo. «Questi intoppi quasi quotidiani sugli impianti hanno qualcosa di poetico, quasi ribelle, dove trefoli, volani, motori e piloni sembrano prendersela con i chili e chili di sciatori, ossa e tendini, inermi trasportati verso l’alto. Torna alla mente Caterino, il robot che voleva dormire di Gianni Rodari […] Sembra che anche le seggiovie e le funivie abbiano il loro momento di ribellione, un piccolo sonno, un sospiro meccanico, e il tempo di riscoprire che la montagna non si lascia mai domare del tutto.»
CENTO LITRI D’ACQUA AL SECONDO PER LE OLIMPIADI, A CORTINA
Come riferisce “Il Gazzettino”, dal torrente Boite, che scorre nella conca di Cortina d’Ampezzo, verranno prelevati 100 litri d’acqua al secondo per innevare le piste della Tofana, sedi delle gare di Milano Cortina 2026. Ciò avverrà attraverso una presa idrica di nuova realizzazione per soddisfare il fabbisogno dei Giochi, «uno dei lavori eseguiti da Simico che rimarranno come lascito dei Giochi trascorso il grande evento sportivo». Dunque sarebbe “un lascito” un’opera che toglie acqua dal principale torrente ampezzano danneggiandone l’ecosistema e privando la comunità della proprie risorse idriche?
LA SINGOLARE GENEROSITÀ DI COLERE VERSO GLI SPIAZZI DI GROMO
“L’Eco di Bergamo” ha dato notizia di una possibile partnership tra le società di gestione dei comprensori di Colere e Spiazzi di Gromo «per salvare la seggiovia del Vodala» (di Spiazzi, a fine vita tecnica) e «sbloccare i 6,5 milioni già stanziati dal ministero per rifare il collegamento con il rifugio». Ma la società che gestisce gli impianti di Colere è la stessa del famigerato e criticatissimo megaprogetto di collegamento sciistico con Lizzola: dunque è una collaborazione “disinteressata”, quella offerta da Colere, o c’è sotto l’idea di un’ulteriore ampliamento del comprensorio sciistico verso Spiazzi, ventilata da lustri ma a quote oggi ormai inadatte per lo sci?
Ci sono stati due grandi fenomeni naturali che, nello spazio e nel tempo, hanno modellato le nostre montagne, in particolar modo le Alpi, e “disegnato” la loro morfologia che poi nei secoli più recenti l’uomo ha cominciato ad abitare.
Il primo è legato alle grandi glaciazioni del Pleistocene, ultima delle quali è stata quella di Würm, avvenuta tra 110000 e 11700 anni fa, che hanno scavato la gran parte delle valli alpine. Il secondo, correlato al primo, è quello delle grandi grane, che in scala differente ma non meno modificante hanno cambiato i connotati di molte di quelle valli, con franamenti in certi casi talmente ciclopici da aver distrutto interi versanti montuosi, ricollocatisi altrove a valle (ne ho scritto al riguardo qui). Senza che oggi ce ne possiamo quasi rendere conto – salvo che per i fenomeni più recenti – molto probabilmente quando viaggiamo attraverso le Alpi o visitiamo le loro località, transitiamo e sostiamo sopra grandi accumuli di materiale franato, ormai rivegetati, e al contempo osserviamo un panorama d’intorno che facilmente secoli o millenni fa, prima che le frane lo modificassero, era differente.
L’intera catena alpina è ricca di questi fenomeni franosi; la zona tra il Passo del Maloja e quello del Gottardo, lungo le Alpi Lepontine e Retiche a cavallo tra Italia e Svizzera, lo è in modo particolare, presentando frane di ogni genere e taglia, tra le quali alcune delle più grandi in assoluto e altre divenute celebri per le conseguenze che hanno causato ai territori coinvolti. Non a caso, dunque, proprio a Chiavenna, località tra le principali della regione alpina appena descritta, ha sede il Centro Internazionale Grandi Frane Alpine, ente scientifico nato con l’obiettivo di studiare e documentare le grandi frane alpine, creando un polo scientifico-culturale transfrontaliero e promuovendo la cultura della prevenzione, con un ruolo formativo e museale legato ai disastri e ai paesaggi da essi creati. In tal senso, nel 2023 è stato inaugurato il percorso escursionistico Amalpi Trek (“Amalpi” è un nome nel quale si contrae la formula «Alpi in movimento, Movimento nelle Alpi»), la cui percorrenza – suddivisa in 10 tappe con alcune varianti possibili – illustra le vicende delle numerose grandi frane che hanno colpito i territori delle valli lepontine e retiche trasformandole in risorse culturali naturali. Il percorso è raccontato dal libro-guida Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo, (Milano University Press, 2023), curato dai geologi e docenti Tiziana Apuani e Cristian Scapozza, che elenca percorsi e peculiarità di tutte le tappe con un focus, ovviamente, sulle frane visibili e visitabili – alcune veramente eccezionali e dalla storia affascinante, seppur in certi casi tragica – ma anche sulle rilevanze storiche, artistiche, culturali e antropologiche dei territori attraversati. Un libro veramente bello ed estremamente interessante, in grado di offrire una sorta di storia “alternativa” delle Alpi […]
[Il paese di Piuro, nella Val Bregaglia italiana (provincia di Sondrio) prima e dopo la frana del 4 settembre 1618. Veduta tratta da “Itinerarium Italiae Nova Antiqua” di Martin Zeiller e Mattheus Merian, Francoforte, 1640.](Potete leggere la recensione completa di Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardocliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
[Immagine tratta da www.nimbus.it.]Abbiamo senza dubbio nella mente le immagini della frana di Blatten, in Svizzera (la vedete qui sopra), quando un’enorme massa di rocce e ghiaccio, lo scorso 28 maggio, ha seppellito l’omonimo villaggio sotto una coltre di 30 metri di detriti, fortunatamente senza vittime in forza della tempestiva allarme e del conseguente rapida evacuazione degli abitanti.
Di eventi colossali come quelli di Blatten ne avvengono da sempre parecchi, nelle Alpi: in effetti, dopo il modellamento morfologico generato dalle acque, ghiacciate o liquide, sono state proprio le grandi frane ad aver modificato i territori montani più di ogni altra cosa lungo i secoli, e spesso quelli che oggi ci appaiono come rilievi più o meno grandi e regolari nel mezzo delle valli alpine sono in realtà gli accumuli residui di grandi frane cadute nel passato, ormai stabilizzati e rivegetalizzati al punto da poter essere tranquillamente antropizzati dall’uomo.
La frana di Blatten – per la quale sarebbe più corretto parlare di valanga, essendo stata innescata dalla caduta di materiale ghiacciato – è sembrata a tutti qualcosa di colossale, appunto, coi suoi 9,3 milioni di m3 precipitati a valle e in forza dei danni causati. In realtà, senza ovviamente voler sminuire la portata dell’evento, quella di Blatten è stata una frana di taglia “piccola”. L’altrettanto ben ricordata frana della Val Pola del 1987, conseguente agli eventi meteorologici e alluvionali che sconvolsero la Valtellina, aveva un volume di circa 32 milioni di m3, più di tre volte quella di Blatten. Ancora oggi la sua veduta impressiona chi transita lungo la statale per Bormio e l’alta Valtellina ma, a sua volta, fu una frana relativamente “piccola”. D’altro canto uno degli eventi storici più celebri e nefasti al riguardo, quello che nel 1618 coinvolse l’abitato di Piuro nella Val Bregaglia italiana, facendo più di mille morti, fu determinato da una frana di “soli” 6 milioni di m3.
[La frana di Val Pola del 28 luglio 1987 e il lago formatosi dallo sbarramento della valle.]Insomma: avrete intuito che le frane veramente colossali le quali nel passato hanno sconvolto intere vallate alpine, hanno registrato dimensioni e volumi infinitamente maggiori di quelle note fin qui citate.
Ad esempio, in Canton Ticino l’autostrada del Gottardo, nel suo tragitto verso nord e l’ingresso del tunnel omonimo, ad un tratto prende a salire con decisione per superare il dislivello delle Gole della Biaschina grazie ad alcuni alti viadotti: tali ponti sono costruiti sull’accumulo della frana di Chironico (dal nome del villaggio che vi è stato costruito sopra nel XII secolo), che cadde dal versante opposto della Valle Leventina tra 12 e 14 mila anni fa scaricando a valle un volume stimato di 530 milioni di m3 di rocce, le quali “tapparono” il fondovalle generando un grande lago, poi interratosi nel giro di qualche secolo, fino a che le acque del Ticino (e del suo affluente di destra Ticinetto) non riuscirono ad aprirsi nuovamente un varco tra le rocce franate.
[I pilastri dei viadotti dell’Autostrada del Gottardo che poggiano sull’accumulo della frana di Chironico. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Più o meno nello stesso periodo, sempre in Svizzera ma nei Grigioni, si verificò la frana di Totalp, i cui sedimenti si sono accumulati per qualche km di ampiezza nella zona tra le note località sciistiche di Davos e Klosters: il volume del materiale franato è stato stimato in circa 600 milioni di m³.
Ancora più imponenti sono le Marocche di Dro, site nel territorio dell’omonimo comune del Trentino, che costituiscono per estensione e volume il più imponente fenomeno di frana per crollo e scorrimento di materiale lapideo a livello europeo: più di 5000 anni fa dal monte Brento, sovrastante la valle del fiume Sarca, caddero circa 1 miliardo di m3 di maroc, termine dialettale trentino che significa “grosso masso” o “grande blocco di roccia”.
[Uno scorcio delle “Marocche di Dro”. Foto di Robertk9410, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Tuttavia il primato assoluto della categoria “grandi frane alpine” appartiene alla frana di Köfels nella valle Ötztal (Tirolo, Austria): circa 9500 anni fa, in quello che si può considerare un vero e proprio cataclisma alpino, un intero versante montuoso sul lato sinistro della valle crollò, peraltro per cause tutt’oggi indeterminate, trascinando a valle una massa di roccia stimata in 3,1 miliardi di m³ che ha generato un deposito di complessivi 4 miliardi di m³. Tale accumulo di frana fu così ingente da aver creato una nuova montagna nel mezzo della valle, il Tauferer Berg, alto 1680 m e sotto la cui sommità lo spessore del materiale franato è superiore a 700 metri. Quella di Köfels è dunque la più colossale frana a scivolamento rapido conosciuta nelle Alpi, con un volume di 100 volte superiore alla massa della Frana della Val Pola e di più di 300 volte (!) rispetto a quella di Blatten.
[La valle Ötztal con a sinistra il paese di Köfels e, cerchiato dal tratto giallo, il colossale accumulo della frana, che cadde dal versante montuoso presso il quale è stata presa l’immagine. Fonte: www.mergili.at, CC BY-NC-SA 4.0 DEED license.]Per chi se lo stia chiedendo, visto che si trattò di un’altra frana di enormi dimensioni, quella del Monte Toc che piombò nel bacino artificiale creato dalla diga del Vajont innescando la spaventosa catastrofe del 9 ottobre 1963, aveva un volume di circa 270 milioni di m³.
Infine, è interessante tornare in Canton Ticino per citare un’altra gigantesca frana alpina, non delle più colossali ma dalla storia inopinatamente tragica: quella del Monte Crenone (o Pizzo Magn) sovrastante l’ingresso della Valle di Blenio. Nel settembre 1513 dal monte cadde un volume di roccia stimato tra i 90 e i 130 milioni di m3 che ostruì completamente il fondovalle e creò un grande lago, detto di Malvaglia (dal nome del principale villaggio che vi finì sommerso) lungo quasi 5 km, profondo almeno 40 metri e dal volume di acqua di circa 130 milioni di m3. Circa un anno e mezzo dopo, il 20 maggio 1515, la spinta delle acque del lago fece collassare il corpo della frana che faceva da diga generando la cosiddetta Buzza di Biasca (“buzza” è un termine dell’italiano regionale ticinese di origine dialettale con il quale si indica una colata detritica o una piena improvvisa), una sorta di Vajont naturale la cui ondata di piena, alta fino a 10 metri e con una portata di 15.000 m3/s (il Po alla foce ha una portata di 1.550 m3/s, per dire!), devastò l’intera valle del Ticino provocando diverse centinaia di morti e la distruzione di molti villaggi, sfogandosi poi nel Lago Maggiore il cui livello crebbe di circa 60 centimetri. L’enorme accumulo della frana – inerbato e in parte utilizzato come cava di inerti – è ancora ben visibile all’ingresso della Valle di Blenio, della quale ha completamente modificato la morfologia locale.
[La “Buzza di Biasca” che devasta Bellinzona, raffigurata in una xilografia di Johannes Stumpf del 1548. Fonte commons.wikimedia.org.]Per chi fosse incuriosito o interessato al tema delle grandi frane alpine, il luogo migliore dove ampliarne la conoscenza è il Centro Transfrontaliero Grandi Frane Alpine di Chiavenna, che nasce come sede di studio e raccolta documentazione, con ruolo formativo di sito e museo legato ai disastri e con l’obiettivo di promuovere la cultura della prevenzione. Dal progetto alla base del centro è nato anche l’itinerario Amalpi Trek, un cammino in 11 tappe che porta dal Passo del Maloja alla regione del San Gottardo e permette di riscoprire antichi e nuovi percorsi con le loro peculiarità naturali e antropiche, storico-archeologiche e gastronomiche, oltre che, ovviamente, di visitare i siti di alcune delle più grandi frane presenti nel territorio attraversato dall’itinerario. Ve ne parlerò meglio a breve, quando scriverò della guida dedicata proprio all’Amalpi Trek pubblicata dal Centro di Chiavenna.
[Foto di Daniel R. su Unsplash.]Il Bietschhorn, che vedete nelle immagini, è senza dubbio una delle montagne più belle e scenografiche delle Alpi. La sua piramide isolata e così acuminata, che appare pressoché perfetta da quasi tutti i suoi versanti, si eleva per almeno 2500 metri dai fondovalle sottostanti e sembra un missile puntato verso il cielo.
Eppure, nonostante in loco venga soprannominato “Il Re del Vallese” – il cantone svizzero nel quale si trova – il Bietschhorn è una montagna pressoché sconosciuta al grande pubblico e a buona parte degli stessi frequentatori dei monti*. Come mai?
[Immagine tratta da mountainfieldguide.com.]Be’, probabilmente perché per soli 66 metri non raggiunge la fatidica quota dei 4000 e dunque non viene annoverato tra le vette che, in forza di tale convenzione altitudinale e culturale, sono considerate le più importanti e prestigiose delle Alpi, quelle che ogni alpinista più o meno capace ambisce a salire per potersene vantare. Anche se il Bietschhorn, rispetto a molti dei “quattromila” alpini, in quanto a bellezza e imponenza vince a mani basse.
[Immagine di Björn Sothmann, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Di contro, proprio perché “Il Re del Vallese” è solo un tremilanovecento, appare tra i protagonisti principali del bellissimo libro I 3900 delle Alpi, scritto dalla celebre guida alpina – nonché raffinato autore letterario – Alberto Paleari, insieme alle altre 48 cime delle Alpi che, come il Bietschhorn, per solo una manciata di metri non vengono annoverate tra i “quattromila” ma non per questo risultano vette meno belle, maestose, imponenti oltre che capaci di narrare storie di montagna notevoli e affascinanti. Storie che Paleari, insieme agli altri autori Erminio Ferrari e Marco Volken, hanno raccontato nel libro facendone un testo intrigante e divertente da leggere – anche per chi non si cimenti con l’alpinismo e di conquistare quelle montagne non abbia alcuna intenzione – per di più dotato di un corredo di fotografie sovente fenomenali.
Avrò il grande privilegio di presentare I 3900 delle Alpi chiacchierando con Alberto Paleari domenica 3 agosto prossimo presso il Rifugio Del Grande Camerini, in Valmalenco, non distante da alcuni altri “tremilanovecento” del Gruppo del Bernina e di fronte ad un’altra grande montagna, il Disgrazia. Sarà uno degli appuntamenti dell’edizione 2025 di “VALMALEGGO”, la rassegna letteraria che porta libri e autori nei rifugi della Valmalenco curata da Marina Morpurgo, della quale vedete il programma completo nella locandina.
Dunque, se potete e vorrete salire fino al Rifugio, vi aspettiamo per passare un intrigante pomeriggio a raccontare di grandi montagne, grandi storie, grandi alpinisti (e non solo), grandi bellezze alpine, grazie a un gran bel libro e ospitati in un luogo di grandissimo fascino. Non mancate!
*: anche se forse qualcuno si sarà ricordato, a leggerne il toponimo, che il Bietschhorn è la montagna il cui versante settentrionale a fine maggio scorso è crollato e ha innescato la catastrofica frana che ha distrutto il villaggio di Blatten, un evento parossistico le cui immagini hanno fatto il giro del mondo diffondendo così anche il nome del monte come mai prima era accaduto.