Quando le “persone per bene” difendono i criminali

I femminicidi e le violenze di genere, il razzismo, la xenofobia, l’antisemitismo (ri)crescente ma pure la corruzione così diffusa, il malaffare, l’impunità di così tanti comportamenti illegali, la mafia ma pure, più nel “piccolo” quotidiano (ma solo nella sostanza, non nel principio) la maleducazione, l’inciviltà… Quasi sempre, quando sui media escono notizie riguardanti le questioni appena elencate e la molteplici altre simili, si punta – ovviamente – il dito contro i colpevoli, a volte contro i mandanti (se non siano degli “intoccabili”, ahinoi) e così si pensa di “risolvere” la cosa, a prescindere che dai suoi sviluppi ne possano uscire conseguenze giuridico-penali. Quasi mai, invece, ci si sofferma sul fatto che, se certe situazioni di illegalità più o meno gravi si generano e continuano a manifestarsi, è anche – se non soprattutto – grazie ad un clima sociale e “culturale” (virgolette obbligatorie) favorevole alla loro manifestazione e perseveranza. Un clima di disinteresse, menefreghismo o di assenza di senso civico e di dignità morale, di ignoranza, di dissonanza cognitiva, di chiusura mentale – oppure, forse, di consonanza mentale.

Un caso palese al riguardo accade a Serina, piccolo paese in provincia di Bergamo, nel quale si manifesta vicinanza e appoggio e si avvia una petizione a favore di un prete pedofilo che violentò più volte e per lungo tempo una bambina di sei anni, crimine ignobile per il quale è stato condannato in via definitiva a 6 anni. Colpevole, insomma, senza più alcun dubbio. Ma parte degli abitanti del suo paese si schierano al suo fianco. Sono suoi complici, parlano di “ingiustizia”, evidentemente approvano la pedofilia di siffatto omuncolo al punto da far sentire colpevole la vittima. Peggio che “semplici” bigotti della più profonda e buia provincia italica: sono virtualmente pedofili pure loro.

Ecco: sono tali situazioni, così diffuse in una società culturalmente degradata come quella italiana, a fare in modo che certe illegalità, certi abusi, certi crimini spesso ignobili ed efferati continuino ad accadere senza che nessuno o quasi sappia porvi un freno.

Ah, ovviamente a quella lista in testa all’articolo metteteci pure la pedofilia clericale, appunto. Che per molti “fedeli” (oltre che per la chiesa stessa, nonostante l’ipocrita blablabla mediatico) non esiste o è una “diceria maligna ispirata dal demonio”.

P.S.: cari serinesi promotori di quella petizione a favore del vostro ex curato, ve lo dico da conterraneo: mi fate pena e ribrezzo.

(Forse) l’unico vero “buon senso” del Natale

Se “Natale” dev’essere, almeno che lo sia nel senso più alto (e forse unico) possibile: fate pure regali a destra e a manca, spendete ciò che volete ma, per quanto vi è possibile, donate qualcosa a chi è meno fortunato, a chi soffre, a chi una sorte avversa sta imponendo disagi e sofferenze. Un dono materiale o immateriale, un po’ del vostro tempo e della vostra considerazione, la solidarietà tra esseri umani – alla fine, ricchi o poveri, fortunati o meno, quello siamo e quello restiamo, tutti quanti indistintamente – quella semplice tanto quanto fondamentale vicinanza che può far sentire ogni individuo, anche il più solitario, parte di una vera, solidale, rispettosa, evoluta civiltà. Peraltro, inutile dirlo, di occasioni per donare ovvero di situazioni di difficoltà ce ne sono fin troppe in questo nostro mondo: un mondo che spesso crediamo tanto bello, avanzato e ricco di tante cose ma non dell’elemento più importante di tutti, di umanità.

Sarà forse retorico e banale dire che la fortuna che oggi arride a qualcuno domani può improvvisamente svanire tramutandosi in sventura oppure, in modo ancor più vernacolare, che la fortuna è cieca ma la sfortuna ci vede benissimo. Ma, posto ciò, e se è vero come è vero che la base etica di ogni società, a prescindere dal grado di coesione tra i suoi membri, è data anche dalla reciprocità solidale e dal mutuo sostegno, il migliore e più fruttuoso modus vivendi di cui ci si può rendere protagonisti, soprattutto quando fortunati nella propria quotidianità, è quello che non dimentica mai di donare a chi così fortunato non è. In primis, perché un dono del genere rappresenta un regalo a se stessi; secondo, perché donare in questo modo migliora la società e una società migliore per quei doni assicura la mutualità. Oggi a te e domani a me, insomma; e se domani a me non serve tanto meglio, in fondo lo scopo primario e morale del donare è nel donare stesso, più che nel dono. È così, ben più che in qualsiasi altro modo, che il “Natale” può tener fede alla sua etimo: una nascita, o ri-nascita, di autentica e civile umanità.

Ecco, ci tenevo a dirlo, per quel che possa contare che io lo dica.

La resa (coatta)?

Tranquilli, a breve cambierà tutto. Una nuova classe politica e dirigente salirà al potere, fatta di esponenti che parlano quotidianamente di salvaguardia e promozione autentica della cultura, che si vantano di quanti libri di pregio leggano ogni mese e che finalmente promettono di mettere davanti a tutto quanto il paese ha più di tutti gli altri, ovvero il proprio patrimonio artistico e culturale, consci che quel paese che abbia a cuore la cultura è un paese che si garantirà un buon futuro… – insomma, vedrete: le cose verranno sistemate.
Sì, “sistemate”.

Ecco perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Castriamo la mente dell’uomo.

(Ray Bradbury, Fahrenheit 451, 1953.)

P.S.: grazie a Mara della Libreria Maramay per la segnalazione.

La (inderogabile) battaglia “politica” per la lettura, secondo Nicola Lagioia

Qualche giorno fa è uscito su La Repubblica un articolo di Nicola Lagioia dal programmatico titolo La battaglia (politica) per la lettura e le prossime elezioni, col quale lo scrittore barese, attuale Direttore del Salone del Libro di Torino, mette qualche interessante punto fermo in tema di sostegno alla fondamentale pratica socioculturale della lettura da parte delle istituzioni politiche – sempre deprecabilmente distratte verso la cultura in genere – ma pure riguardo il correlato e necessario (dacché al momento pressoché assente) dinamismo da parte delle case editrici, sovente più impegnate a difendere i propri (assai magri, oggi) orticelli piuttosto di fare finalmente fronte comune a difesa della causa dei libri e della lettura, appunto, nonché del relativo comparto economico – ne disquisii qui già tempo fa, di questa cosa.

Vi ripropongo di seguito qualche passo dell’articolo, invitandovi a leggerlo in versione completa qui, dal blog Minima&Moralia (mentre qui trovate tutti gli altri articoli pubblicati nel blog da Lagioia). E’ una riflessione interessante, appunto, anche al di là dell’eventuale accordo o meno con quanto Lagioia sostenga, che sollecita ulteriori proprie ponderazioni sui temi toccati e, più in generale, sulla necessità ineluttabile di costringere la politica, di qualsiasi segno essa sia, a occuparsi veramente e costruttivamente di cultura. Anche perché, inutile ribadirlo di nuovo, non esiste alcuna autentica società priva di cultura. Oppure, non può esistere alcuna autentica politica che non voglia o non sappia curarsi di cultura.

La battaglia (politica) per la lettura e le prossime elezioni

Giuseppe Di Vittorio da adolescente era ancora un semianalfabeta. Quando capì che far valere i suoi diritti in quelle condizioni era impossibile, si procurò un vocabolario. Sono passati anni, ma nell’Italia del XXI secolo l’analfabetismo funzionale che Tullio De Mauro ha combattuto per una vita affligge larghi strati della popolazione, e l’ultimo rapporto Istat racconta un paese di pochi lettori forti contrapposti a una marea di non-lettori in aumento. Nei paesi più evoluti si legge di più. Ma al tempo stesso proprio i paesi in cui si legge molto – e quelli in cui si investe in cultura e istruzione – sono destinati a progredire più degli altri. Tra meno di due mesi si va a votare. Poiché nessuno degli schieramenti politici ha ancora indicato le proprie idee (sempre che ce ne siano) per favorire quella che potremmo chiamare “la battaglia per la lettura” (sempre che chi aspira a governare la ritenga importante), proviamo a dare qualche suggerimento. Anche da questi aspetti sarà possibile capire chi guarda al 4 marzo pensando solo alle prossime elezioni, e chi anche alle prossime generazioni.

[…]

Cominciamo dalle scuole. Le biblioteche scolastiche sarebbero i luoghi perfetti per la promozione della lettura, se solo fossero sufficientemente attrezzate, se fossero attive (in molte scuole ci sono biblioteche dove in un anno non entra un libro), e soprattutto se ci fosse un bibliotecario, cioè una persona il cui compito è promuovere la lettura tra gli studenti, con strategie che variano a seconda del contesto in cui si trova. Attualmente nelle scuole le biblioteche sono affidate al buon cuore dei docenti che se ne occupano tra mille altre cose. La figura del bibliotecario scolastico – presente in quasi tutti i paesi europei – in Italia esiste solo nella provincia autonoma di Bolzano, non a caso una delle zone in cui in Italia si legge di più. Anche prevedere più tempo per la lettura ad alta voce potrebbe essere un’idea. È importante leggere un testo critico sui Fratelli Karamazov, ma se questo impedisce agli studenti anche solo di iniziare a leggere il capolavoro di Dostoevskij, c’è un problema.

Nei luoghi dove ci sono più librerie e più biblioteche pubbliche si legge di più. Non è solo la domanda che genera l’offerta: spesso accade il contrario. In paesi come la Francia o la Germania ci sono misure a sostegno delle librerie meritevoli (la manovra di dicembre introduce il credito d’imposta, ma è solo un inizio, bisogna fare decisamente di più) che ne fanno dei modelli esemplari. Per ciò che riguarda le biblioteche: esclusi i casi virtuosi (uno su tutti: la Sala Borsa di Bologna) le biblioteche oggi occupano uno spazio marginale nelle pratiche culturali degli italiani – prive di mezzi, drasticamente sotto organico, specie al sud, sono il settore per la promozione della lettura dove il margine di miglioramento è maggiore.

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