[Il comprensorio del Monte Pora dall’alto, in un’immagine tratta dalla pagina facebook.com/montepora.]Al Monte Pora, località sciistica della Valle Seriana (paesaggisticamente forse la più bella della bergamasca) con quota massima a 1880 m, si spenderanno 5 milioni di Euro – di cui tre milioni pubblici, dal Ministero del Turismo – per rinnovare gli impianti e potenziare l’innevamento artificiale. Un intervento giusto oppure sbagliato? Be’, dal punto di vista della gestione turistica della località, quasi del tutto centrata sullo sci, è ovviamente giusto: si rinnovano gli impianti, si migliora l’attrattiva del comprensorio e si rende la località più al passo con i tempi. Dal punto di vista climatico è chiaramente sbagliato, visto che il Pora è una di quelle località che, data la quota, le peculiarità ambientali e l’andamento del clima, avrà sempre più difficoltà a innevare le proprie piste andando incontro a una prossima fine certa della propria storia sciistica. Fosse in Svizzera, il Monte Pora non riceverebbe alcun aiuto pubblico per i suoi impianti a quote troppo basse e verrebbe indirizzato verso un’offerta turistica post-sciistica; d’altro canto qui non si può certo pensare di chiudere da subito il comprensorio, essendo il Pora – come tante altre stazioni simili – in regime di sostanziale monocultura turistica.
È una contraddizione dalla quale è ben difficile uscire, se si ragiona solo in termini di “giusto” o “sbagliato”. La realtà in divenire e in particolar modo quella dei nostri territori montani, complessa per molti aspetti e già critica per alcuni di essi, impone piuttosto che si debba ragionare per logica e buon senso – una dote, questa, per la quale un tempo i montanari venivano ampiamente ammirati.
Posta la realtà dei fatti, dunque, e non potendo evitare gli effetti del cambiamento climatico che al Pora renderanno impraticabile lo sci entro qualche anno – facciamo una ventina? O forse anche meno? – di logica si dovrebbero giudicare soldi buttati quelli destinati al rinnovo degli impianti. Parimenti, ragionando in base al più ordinario buon senso, si può rilevare che se anche è comprensibile spendere oggi i soldi citati per il rinnovo degli impianti, si tratta inevitabilmente di un investimento pensato sul presente o poco oltre, non sul domani e tanto meno sul dopodomani, quando invece i territori montani abbisognano da sempre di visioni a lungo termine oltre che ecosistemiche e olistiche, in grado di progettare il futuro delle località su più fronti e sotto diversi aspetti, proprio in forza della complessità della realtà montana.
[Il monte Pora con pochissima neve a marzo 2023, qui sopra, e sotto lo scorso dicembre, in immagini tratte dalle webcam locali.]
Quindi, il buon senso esige un’attenta visione della realtà e un’approfondita riflessione, ponendo domande alle quali è necessario trovare altrettanto buone risposte: se oggi si può ritenere che abbia senso spendere milioni di Euro per rinnovare gli impianti sciistici del Pora, domani quel senso c’è ancora? Posta l’inesorabile realtà climatica in divenire, la località – ovvero chi ne governa la gestione – sta pensando a cosa fare se e quando lo sci non sarà più sostenibile? Ce l’ha un “piano B”, il Pora, per immaginare il proprio turismo post-sciistico? Ha elaborato, o sta elaborando, una visione progettuale territoriale complessiva che tenga conto di tutti gli altri aspetti economici e sociali che fanno vivere la località oggi e ancor più domani? La “destagionalizzazione”, termine che sempre si nomina in situazioni come quella del Pora, è solo una parola bella da pronunciare oppure a ciò stanno seguendo fatti concreti? Infine: la comunità locale è ben coinvolta nei processi decisionali relativi al suo presente e al suo futuro, o viene chiamata solo ad annuire o negare decisioni calate dall’alto, giuste o sbagliate che siano?
Ecco. Uno degli errori più grandi che si possono commettere, nell’avere a che fare con la realtà contemporanea dei territori montani, è rispondere alle problematiche complesse che presenta con risposte troppo semplici (ovvero semplicistiche) e facili, proprio perché non si vuole o non si è in grado di spingere la visione del territorio in questione oltre il presente, come spesso palesano – in senso generale – certi interventi sciistici che ragionano solo sull’oggi e rifiutano l’analisi del domani. Se sia giusto o sbagliato spendere soldi per rinnovare gli impianti del Monte Pora, ancor prima che una questione economica, politica, turistica, ambientale o climatica, è una questione di buon senso. Altrimenti, in un modo o nell’altro, in fin dei conti si sta solo disquisendo del vuoto, svuotando di conseguenza di valore e di futuro le montagne e chi le vive.
Nel prossimo weekend partirà la Coppa del Mondo di sci alpino 2024/2025 con le prime gare a Sölden, in Austria, sul ghiacciaio del Rettenbach, tra i 2700 e i 3000 m dei quota. O, per meglio dire, su quel poco (o nulla) che resta del ghiacciaio Rettenbach. Ecco infatti la situazione in loco ieri, 21 ottobre…
…e questa mattina, 22 ottobre:
Trovate le webcam da cui sono tratte queste immagini qui. Peraltro nei prossimi giorni in zona danno lo zero termico oltre i 3000 m con possibilità di pioggia anche a tale quota, soprattutto domenica.
Ora, al netto della componente agonistica dell’evento, d’altro canto indissolubilmente legata a quella commerciale, le domande che sorgono sono sempre quelle: hanno senso cose del genere, nelle condizioni in cui si pretende di svolgerle? La possiamo ancora chiamare “montagna” e “natura”, questa? La Coppa del Mondo di sci, che da sempre si dichiara strumento di promozione delle località e dei territori che la ospitano, che immagine dà di questi territori ora, in tali condizioni? La Fis – Federazione Internazionale di Sci, che negli ultimi tempi sta cercando di darsi parvenze di sensibilità e sostenibilità ambientale, ritiene che in queste circostanze il gioco valga ancora la candela? Oppure le belle parole spese a difesa dell’ambiente montano celano il solito greenwashing e il tentativo disperato di difesa del proprio business, per il quale gli atleti hanno il ruolo di mere comparse, di “utili idioti” costretti a recitare la propria parte sul palcoscenico del cosiddetto (in modo sempre più consono) “circo bianco”?
Ormai «bianco» dove, poi?
Parliamone, insomma – e non dal mero punto di vista ambientale ma innanzi tutto culturale. Per il bene delle montagne, dello sci agonistico e di quello turistico, per il futuro delle località coinvolte e delle loro comunità.
P.S.: nelle immagini sottostanti (cliccateci sopra per ingrandirle), il ghiacciaio Rettenbach di Sölden com’era a metà degli anni Ottanta e com’è oggi, senza la neve artificiale riportata.
(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 04 luglio 2024.)
È ormai una realtà palese a chiunque che la carenza di neve sempre più marcata, nei mesi invernali (quest’anno ha nevicato parecchio ma ormai in primavera, quando la stagione turistica era quasi del tutto “andata”) e l’aumento incessante delle temperature medie, che limita molto anche la possibilità di produzione di neve artificiale, sta letteralmente togliendo la terra da sotto i piedi dell’industria dello sci, rendendo il suo equilibrio di stagione in stagione sempre più precario.
Ma c’è un altro fattore che rischia di influire non poco sul futuro dello sci, almeno per come lo si è inteso fino a oggi cioè la principale attività ludico-ricreativa di massa praticata sulle montagne, e addirittura potrebbe determinare effetti deleteri ancora più rapidi di quelli causati dalla crisi climatica: è il fattore economico-sociale. La possibilità del cittadino medio di spendere soldi per praticare lo sci e alimentarne il comparto turistico, in parole povere.
Da tempo ormai si osserva che nel nostro paese il potere d’acquisto delle persone va sempre più scemando: al proposito, nei giorni scorsi, in relazione alla stagione turistica estiva ormai avviata, sulla stampa si leggevache 6,5 milioni gli italiani quest’anno non andranno in vacanza e, fra loro, ben 3,7 milioni hanno dichiarato che il motivo della rinuncia è di natura economica; altrove si quantifica in 1000 Euro in cinque anni la diminuzione media del potere di acquisto degli stipendi italiani. Di contro, lo sappiamo tutti bene (purtroppo!), i prezzi di qualsiasi cosa continuano a salire: per certi versi inevitabilmente, visti i costi di produzione in pari aumento, per altri versi deprecabilmente, in forza di una diffusa spinta speculativa che da dopo il Covid ha spostato parecchio i prezzi verso l’alto.
Dunque, nel caso specifico del turismo invernale – da analizzare più di altri in quanto assolutamente significativo nell’ambito della montagna, sia per il peso economico generale e sia per quanto il suo andamento rifletta emblematicamente quello del mercato, non solo turistico – sciare costa sempre di più ma le stazioni sciistiche non possono fare altrimenti per sostenere le proprie spese crescenti necessarie alla gestione dei comprensori.
Per fare un esempio concreto, già lo scorso marzo, a stagione sciistica ancora in corso, il Dolomiti SuperSki, tra i principali comprensori sciistici italiani, ha annunciato per il prossimo inverno 2024/2025 un “adeguamento” dei prezzi degli skipass tra il 3,7 e il 5,2%. Questo dopo alcuni anni di aumento costante, che nella scorsa stagione hanno raggiunto punte del 25% rispetto a quella precedente. Sommando tali aumenti, si va oltre il 30% nei soli quattro anni post-Covid, ai quali vanno aggiunti quelli delle strutture ricettive, delle scuole di sci, dell’attrezzatura, dell’abbigliamento… Insomma, se all’inizio della stagione scorsa la spesa media per una settimana bianca era quantificata tra i 1.500 e i 1.750 Euro a testa – e quella di una sola giornata sugli sci per una famiglia ben oltre i 300 Euro, anche fino a 500 Euro – e se consideriamo il dato media prima citato dei 1000 Euro in meno di potere d’acquisto degli stipendi italiani, è facilmente intuibile che lo sci sia in preda pure a una grave questione economica e sociale, appunto, almeno se osservato nella dimensione che l’ha caratterizzato fino a oggi, un’attività di massa, che è poi quella che ha fatto la sua fortuna (almeno fino a che la variabile climatica non ha cominciato a sortire i propri effetti).
Posta tale situazione, è ormai cosa risaputa, anche perché pacificamente sostenuta dai gestori delle grandi aree sciistiche, le quali si stanno rapidamente adeguando al riguardo, che lo sci diventerà sempre più un’attività da benestanti se non, riguardo certe località particolarmente lussuose, da ricchi – o tornerà a esserlo come alle sue origini, quando le villeggiature invernali sui monti se le poteva permettere una minima fetta della popolazione. Di contro il mondo di oggi, e la società che lo vive, non è certamente paragonabile a quella di decenni fa e tanto meno del periodo del boom economico; i gestori dei grandi comprensori sciistici non fanno mistero di voler mirare le proprie offerte e i relativi servizi soprattutto a chi possa permettersi di sostenerne i costi sempre maggiori, come per voler bilanciare il calo di sciatori e relativi introiti con l’aumento dei prezzi e la modifica del target commerciale. Percorrendo questa strada, con tutta evidenza si metterà definitivamente la parola fine al periodo dello sci come attività “di massa”: cosa che in Italia lo sci è stato in senso relativo rispetto alla propria storia novecentesca (ringraziando un certo Alberto Tomba e le sue vittorie trasmesse in diretta TV), non certo in modi paragonabili agli sport realmente nazional-popolari come il calcio. D’altro canto molto del business turistico attuale dell’industria dello sci si è sviluppato in quegli anni di boom e ancora oggi per certi aspetti si poggia su quei modelli e sui volumi economici, di presenze e di incassi che garantivano, soprattutto rispetto al tanto celebrato (o famigerato) indotto. Un turismo sciistico mirato a un pubblico con potere di spesa superiore rispetto al passato ma quantitativamente meno cospicuo inevitabilmente costringerà buona parte dell’indotto a adattarsi alle nuove condizioni ovvero, gioco forza, a togliersi dai giochi. È un processo di adattamento verso il quale alcune grandi stazioni sono già portate mentre numerose altre più piccole no, peraltro non essendo in grado di attrarre il citato nuovo pubblico benestante. Certamente potranno diventare le mete predilette – o per meglio dire obbligate – di chi voglia sciare ma non si possa permettere una Cortina o una Zermatt: tuttavia fino a che punto – e fino a quando – sapranno reggersi e risultare economicamente sostenibili, non potendo comunque evitare certi costi di gestione dei comprensori proporzionalmente simili a quelli dei grandi ski resort (come ad esempio i costi dell’innevamento artificiale) e di contro non potendo di certo aumentare eccessivamente, dunque ingiustificatamente, i prezzi dei propri skipass?
[Foto di Hans da Pixabay.]D’altro canto: se pure i grandi comprensori sciistici, che come detto stanno decisamente puntando sul turismo del lusso il quale tuttavia non garantisce un pubblico infinito, peraltro conteso da diverse località al vertice del mercato turistico iper-concorrenziale odierno, si illudessero d’aver trovato la via per resistere anche in futuro nonostante la crisi climatica e le variabili economiche o geopolitiche mentre in realtà stessero per infilarsi (forzatamente, appunto) in un letale cul-de-sac?
Consci di tale realtà, gli impiantisti hanno già rilevato che dal loro punto di vista «non c’è una possibile criticità legata ai costi e non c’è il rischio che la pratica ritorni gradualmente a essere elitaria» ma senza dubbio gli effetti degli aumenti dei prezzi imposti negli ultimi tre/quattro anni potranno essere materialmente accertati solo tra qualche stagione, anche in relazione al divenire della situazione economica generale diffusa. Insomma: che non sia la neve quella che le stazioni sciistiche da qui ai prossimi anni dovranno accertarsi che cada ma i dati e gli utili di bilancio, e non controllare tanto l’ascesa delle temperature quanto quella dei debiti è una possibilità che non sembra affatto campata per aria.
[Le piste dell’Aprica, in Valtellina, a fine dicembre 2023.]Premessa: la stagione sciistica 2023/2024 è orami finita o volge al termine in tutti i comprensori alpini e appenninici, dunque sui vari media si leggono spesso gli articoli nei quali i loro gestori tracciano i bilanci stagionali, ovviamente e invariabilmente positivi quando non entusiastici. Anche perché i suddetti gestori, tanto comprensibilmente quanto poco obiettivamente, al riguardo omettono certe evidenze pur palesi: ad esempio che anche nell’ultima stagione invernale la neve è arrivata a febbraio inoltrato e fino a quel momento solo l’innevamento artificiale ha consentito l’apertura parziale dei comprensori, con chissà quali costi finanziari per le società di gestione degli impianti. Silenzio anche sui report climatici i quali hanno attestato che sulle montagne italiane tutti i passati mesi invernali hanno battuto i rispettivi record di temperatura, certificando lo scorso inverno come il più caldo dal 1800, cioè da quanto si rilevano i dati climatici. Insomma: un entusiasmo legittimo ma poco credibile, quello degli impiantisti.
Fine premessa, e andiamo al punto di questo mio post.
Posta la notizia di qualche settimana fa che vedete qui sopra (cliccate sull’immagine per leggere l’articolo), e al netto dei numerosi e ineludibili aspetti ambientali, economici, ecologici, culturali, etici di tali iniziative atte a mantenere in vita l’industria dello sci nonostante la realtà climatica in divenire, molto semplicemente chiedo: ok, si può/potrà produrre neve artificiale (in realtà neve tecnica, ma ormai tutti la conosciamo con la prima definizione) anche se farà più caldo. Tuttavia, una volta sul terreno quella neve sparata, se le temperature dell’aria saranno troppo alte e magari fino a certe quote ci pioverà sopra, come si potrà sciare in un’accezione ancora decente del termine? E come si potrà basare su tali circostanze oggettive – già oggi manifeste e nel prossimo futuro sempre più presenti – la qualità dell’offerta e i prezzi al pubblico del conseguente turismo sciistico? Si tenga presente che la neve artificiale è più “dura” rispetto a quella naturale e presenta cristalli di forma diversa: tende a sciogliersi meno rapidamente rispetto a quella naturale ma offre un fondo sciabile più ostico e pesante, in caso di temperature alte, essendoci più acqua nei suoi cristalli e presentando una maggiore permeabilità all’aria. Già da tempo in effetti se ne denuncia la maggior pericolosità per gli sciatori meno esperti; parlare di «piste perfette» in presenza di neve sparata, come riporta l’articolo linkato, è dunque una contraddizione in termini.
Inoltre: le stazioni sciistiche spareranno neve a spron battuto spendendo cifre esorbitanti che peseranno sempre di più sui loro bilanci per poi offrire piste innevate in condizioni decenti solo per qualche giorno? Forse infileranno delle serpentine sotto le piste da sci per raffreddarne la superficie e conservare il manto nevoso artificiale? Doteranno gli sciatori di visori 3D, incluso nel costo degli skipass giornalieri (tanto già in forte e costante aumento, qualche altra decina di Euro in più che sarà mai) per far vedere loro la neve anche sulle piste tornate a essere distese erbose?
Lo posso anche capire, nell’ottica dei gestori degli impianti messi spalle al muro dalla realtà corrente, il ricorso alla tecnologia più avanzata per cercare di limitare le conseguenze del cambiamento climatico e proseguire l’attività: ma, tanto a livello ambientale quanto – ribadisco – della qualità dell’offerta turistica, il gioco vale la candela?
[Foto di Hans da Pixabay.]Forse sì, per alcuni comprensori grandi e dotati di caratteristiche geomorfologiche particolari lo vale – a quali costi futuri per chi vuole “giocare” non oso immaginarlo, e lo scrivo pensando anche alla sopravvivenza di quegli ski resort più grandi e strutturati. O forse, viceversa, quella candela presto diventerà un cerino il quale, ormai spento, resterà in mano ai gestori di innumerevoli comprensori sciistici e, cosa ben più drammatica, alle comunità dei territori che li ospitano. D’altro canto, se non c’è alcuna volontà di elaborare una transizione verso altre forme di frequentazione turistica post-sciistica che possano salvaguardare quanto possibile le attività e chi ci lavora mantenendo al contempo un’offerta turistica apprezzabile e completamente sostenibile a vantaggio dei luoghi e della loro economia (e d’altro canto questa transizione appare viepiù obbligatoria per tutte le località tanto, poco o non più sciistiche), quel cerino è come se fosse già spento anche se si crede di vederlo ancora acceso.
«Sci, ultime discese di una stagione d’oro.»
«La stagione è andata molto bene.»
«In questi giorni le temperature sono alte, quindi verificheremo se riusciremo a garantire tutte le piste.»
«Martedì le condizioni della neve non erano ottimali, quindi, avendo ricevuto qualche lamentela, abbiamo deciso di tenere chiuso per qualche giorno.»
«Negli ultimi giorni non è stata facile da gestire viste le alte temperature.»
«Valuteremo nei prossimi giorni se sarà fattibile continuare.»
Certo che oggi è veramente dura la vita dei gestori dei comprensori sciistici!
Le dichiarazioni che avete letto qui sopra (le ho trovate qui) sono di alcuni di essi, referenti di altrettante stazioni sciistiche bergamasche: comprensori con piste per buona parte sotto i 2000 m di quota dunque in totale balìa del cambiamento climatico – ma è inutile rimarcare che dichiarazioni simili le si possano riscontrare ovunque sulle montagne italiane. Costretti, quegli impiantisti, da un lato a far credere che tutto vada per il meglio, dall’altro a dover ammettere, seppur a denti stretti, le crescenti difficoltà che rendono sempre più aleatoria la loro attività. Un atteggiamento forzatamente bipolare, insomma, che palesa chiaramente ciò che essi non possono ammettere, ovvero la consapevolezza che i loro comprensori sciistici hanno gli anni contati e di contro l’incapacità di capire cosa fare. O la non volontà di fare qualcosa, per motivi diversi ai quali non sanno sottrarsi.
D’altro canto capirete bene che legare un’attività imprenditoriale in un territorio già di suo difficile come quello montano, alla quale in modi più o meno leciti e giustificati si rimanda l’economia dell’intero contesto locale, al «verificheremo», al «valuteremo», al «non è stato facile» e al «se sarà fattibile», cioè a una incertezza pressoché totale nel presente e ancor più nel futuro, è cosa che lascia piuttosto interdetti. Non è per niente normale, insomma.
Ma non ero ironico, poco sopra, nel rimarcare quanto sia dura oggi la vita degli impiantisti. Lo è sul serio e non invidio affatto il loro stato. Hanno diritto a tentare di difendere il proprio business sciistico? Sì, ce l’hanno, e in tal senso si può capire che se ne escano con espressioni di esultanza forzate. Hanno diritto di continuare la loro attività? Sì, fino a che essa si dimostri pienamente sostenibile e in grado di reggersi da sola, come deve accadere per ogni impresa commerciale. Hanno diritto di rivendicare la predominanza della loro attività commerciale su ogni altra e per questo pretendere risorse pubbliche a non finire per andare avanti? No, non ce l’hanno: e, appunto, sono loro stessi a dimostrare ciò con quelle loro parole piene di incertezza e inquietudine. Hanno facoltà di ignorare la realtà ambientale – in senso generale – nella quale operano per procrastinare un modello economico-imprenditoriale che non vogliono cambiare? No, per nulla. È bene ricordare loro che non detengono il possesso della montagna e nemmeno l’usufrutto universale o il diritto di fare ciò che ad essi più conviene ma, come tutti, hanno il dovere di fare ciò che più conviene alla montagna e a tutti quelli che la abitano, non solo a chi va dietro ai loro affari – poco o tanto legittimi che siano.
Nella situazione che stiamo vivendo – dal punto di vista ambientale, economico, sociale, culturale – non si può più vincolare la montagna a questa situazione di precarietà e mantenere le comunità residenti ostaggio di un’economia che chiaramente – purtroppo! – è destinata per gran parte a svanire presto, nonostante ciò riservandole fiumi di denaro pubblico su iniziativa di politici miopi e incompetenti che inseguono i propri tornaconti propagandistici e elettorali. Di contro, non si può non fare nulla o quasi per progettare un futuro che rimetta al centro i bisogni, le necessità e il benessere dei montanari, nel quale sia certamente presente anche il turismo (quello sciistico ma non solo) ma in modi ben più razionali, sostenibili e contestuali ai territori e al tempo che stiamo vivendo. In tal senso anche la montagna viene resa forzatamente “bipolare”: da un lato soldi a gogò in attività economiche commerciali prossime alla fine, dall’altro lato nessuna alternativa e per giunta la continua perdita di servizi alla popolazione – sanità, trasporti pubblici, scuole, cura del territorio… insomma, le solite cose ben risapute da tutti meno che dai politici. In altre parole: da un lato la costrizione a un’esultanza svarionata e un po’ delirante, dall’altra la depressione sempre più profonda e tetra. In mezzo, la montagna che cambia – in primis per il clima – e la sostanziale negligenza al riguardo. Va tutto bene?Andiamo avanti così?
Che le risposte a queste domande possano essere le più obiettive, sincere e costruttive possibili.