La convinzione di essere al vertice della piramide evoluzionistica, di essere invulnerabili e padroni della Terra per diritto divino, ci ha portati ad alterare l’ecosistema spingendoci sul ciglio del baratro. Di certo la nostra tracotanza sarà capace di rendere la Terra inospitale – lo ha già fatto con molte specie animali e vegetali – a tal punto da esserlo in modo definitivo per noi. Toccherà estinguerci, come in una sorta di lento suicidio collettivo. Ma la Terra troverà nuovi percorsi evoluzionistici, che senz’altro non ci contemplano.
Dice bene Biondillo: se l’autoproclamato “Sapiens” dimostra di non esserlo affatto al punto da arrivare a distruggere il proprio mondo e la sua razza – l’estinzione umana che rappresenterà l’atto finale dell’Antropocene -, in realtà la Terra sopravvivrà alle nostre follie e ai danni perpetrati, cambierà, si adatterà ma certamente ritroverà un proprio equilibrio.
In fondo noi che crediamo di essere i dominatori assoluti e invincibili del mondo non contiamo granché, e ciò proprio perché dimostriamo di non essere affatto in armonia con il pianeta sul quale viviamo. Di questo passo, se non prenderemo coscienza di ciò che comporta la nostra presenza nel mondo e su come poterlo vivere veramente in armonia, spariremo dalla Terra la quale farà spallucce e andrà avanti, pure sollevata per essersi tolta dai piedi un bel problema.
Non siamo più in grado di concepire e comprendere l’idea di «natura», noi animali umani autoproclamatisi “Sapiens”, razza più intelligente del pianeta (certe volte dimostriamo di esserlo, molte altre per nulla), al punto da crederci al di fuori di essa, figuriamoci quello di «biodiversità». Che infatti non capiamo, ignoriamo, trascuriamo, credendo sia una di quelle cose “scientifiche” un po’ astruse che sì, qualche importanza ce l’hanno, sicuramente, ma nulla di così fondamentale.
Peccato che la biodiversità è la vita sulla Terra nel suo senso più compiuto, la peculiarità fondamentale che dà valore alla biosfera terrestre e ai suoi ecosistemi, dei quali anche noi siamo parte integrante e interconnessa. Ciò significa che, per essere chiarissimi, la biodiversità deve essere sempre al 100% per garantire e garantirci la vita al suo massimo: se è al 99% rappresenta già un grosso problema. Non serve essere biologi per capirlo. È come avere un’automobile composta in totale da mille componenti che ne garantiscono massime efficienza, sicurezza e prestazioni: li contassimo e ne trovassimo novecentonovanta, l’auto magari viaggerebbe comunque ma saremmo ancora così certi della sua efficienza? Probabilmente no, tuttavia siamo comunque costretti a utilizzarla: abbiamo solo quella e nonostante ciò, nel frattempo, i suoi componenti diminuiscono ancora.
Ecco: uno studio della Stanford University del 2023 ha accertato che le attività umane portano alla scomparsa delle specie animali vertebrati a velocità molto più rapide del loro ritmo naturale di estinzione: esistono gruppi che stanno scomparendo 35 volte più velocemente della media. Almeno 73 gruppi di specie di mammiferi, uccelli, rettili e anfibi si siano estinti dal 1500 ad oggi per colpa di noi “Sapiens”. Se le tendenze avessero invece seguito i tassi di estinzione medi pre-umani, soltanto due gruppi sarebbero effettivamente scomparsi. Per raggiungere i risultati riscontrati in mezzo secolo, in assenza dell’uomo, ci sarebbero dovuti volere in realtà 18mila anni.
Come indica lo stesso studio, la stabilità della nostra civiltà, insieme a quelle di ogni altra razza vivente, dipende fortemente dall’equilibrio della biodiversità della Terra. Ergo, non siamo affatto messi bene e la crisi climatica – peraltro legata a doppio filo alla perdita di biodiversità – non è la sola minaccia che ci pende sulla testa. Potremo anche disinteressarcene ma sarebbe almeno il caso di esserne consapevoli – anche solo perché siamo (diciamo di essere) “Sapiens”, appunto.
Per tutto ciò ho trovato così affascinante la “biodiversità” spontanea che si è sviluppata nei vasi per fiori lasciati vuoti per l’inverno sul terrazzo di casa – ne vedete uno lì sopra. Non è bella e scenografica da vedere come delle piante dai coloratissimi fiori ma è molto più naturale di essi, più ecosistemica, più vitale. Un «terzo paesaggio» domestico che per molti aspetti è il primo da dover considerare, difendere e, se possibile, amare.
Alla civiltà umana, e al progresso che ne ha contraddistinto fino a oggi la presenza al mondo, si possono ascrivere – come sorta di macro-comportamenti – un grande merito e una grande colpa. Il merito è quello di aver contribuito in molti casi a rendere più bello il mondo, grazie all’intelligenza che l’evoluzione naturale ha donato al genere umano; la colpa è quella di aver contribuito in altrettanti casi (non faccio qui graduatorie su quali siano preponderanti rispetto agli altri) a danneggiarlo, in forza di un comportamento che si è posto al di fuori di quella stessa evoluzione naturale e non solo nella sua manifestazione intellettuale.
Per entrambi i comportamenti, come è evidente, la natura rappresenta l’ambito fondamentale e non solo per ovvie ragioni biologiche e evolutive. C’è una questione culturale parimenti importante da considerare – tanto più in quanto siamo esseri dotati di intelligenza, appunto: ogni volta che l’uomo ha agito consapevolmente o meno in armonia con la natura, ha realizzato cose belle; ogni altra volta in cui invece ha voluto ignorare, trascurare o rompere tale armonia primigenia, ha finito per provocare dei gran danni e non solo al pianeta ma pure a se stesso. In pratica, ciò è accaduto e accade quando l’uomo dimentica di essere natura e la considera come “altro da sé” e rispetto al proprio mondo, il che è a tutti gli effetti un’enorme insensatezza ovvero una inopinata mancanza d’intelligenza. Forse ci disturba ricordare di essere animali, considerandoci così intelligenti e progrediti rispetto a qualsiasi altra razza vivente che abita con noi il pianeta al punto da chiamarsi fuori dalla sua realtà naturale (addirittura, inventando i culti religiosi, autoproclamandoci “figli di dio” proprio per giustificare e rafforzare la nostra arroganza): invece animali lo restiamo in tutto e per tutto, e pensarci fuori dalla natura pretendendo di contro di dominarla rappresenta una sorta di disagio psicologico e antropologico, un’alienazione bella e buona. Una bestialità, ma nel senso più negativo del termine.
Da questo assunto fondamentale e di valore culturale multiplo si articola la riflessione dell’antropologo Andrea Staid in Essere Natura (Utet, 2022), volume dal sottotitolo già assolutamente programmatico: «Uno sguardo antropologico per cambiare il nostro rapporto con l’ambiente». Cambiare, già: qualcosa di assolutamente, palesemente necessario da fare e al più presto, vista la realtà planetaria in divenire, ma che invece riusciamo solo a concepire parzialmente come idea, ancora meno a elaborare come strategia e quasi nulla a mettere in atto come azione concreta, se non in piccole cose certamente importanti ma dagli effetti concreti troppo trascurabili […]
(Potete leggere la recensione completa di Essere Natura cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Forse, tutto ciò che di sbagliato e dannoso arrechiamo ai territori naturali – progetti fuori contesto e logica, cementificazioni, turistificazioni, sfruttamenti eccessivi, ma anche il solo disinteresse alla loro salvaguardia, che non significa non fare nulla ma fare con buon senso – deriva da una sola, “semplice” colpa: la perdita della capacità di vedere e comprendere la bellezza di quei territori. Anche dove essa sia del tutto evidente, come sulle montagne: certi interventi che a volte vengono proposti sui monti sono talmente scriteriati da poter essere spiegati solo in forza di una devianza mentale e d’animo ancor più che dalla pretesa di ottenere interessi e tornaconti personali. Definire quegli interventi una follia, insomma, non è solo un modo di dire.
Quando invece la bellezza del mondo che abitiamo si è in grado di coglierla e comprenderla, si possono fare cose grandi, che giustificano come poche altre la nostra presenza al mondo e quel titolo di “Sapiens” che ci siamo dati in qualità di razza dominante sul pianeta. Anche perché è una bellezza che non scaturisce solo dalla valenza e dall’interpretazione estetiche del territorio ma pure, anzi soprattutto, dalla nostra capacità di viverlo in armonia. Il “paesaggio” è proprio questo, un ambito del quale anche noi siamo parte insieme a ogni altra cosa che lo compone e partecipa a definire la sua bellezza, appunto. Non è qualcosa di “altro” da noi stessi: il paesaggio è noi, riflette ciò che siamo e facciamo e di contro si riflette in noi alimentando di contenuti la nostra identità.
Per ciò, ovvero per il buon senso che ci dovrebbe caratterizzare in quanto Sapiens, dovremmo capire che “fare cose” al paesaggio è farle su noi stessi: metterci cose fuori contesto, brutte, impattanti, soffocarlo con cementificazioni e infrastrutture mal pensate e mal fatte, modificarlo oltre il lecito per renderlo funzionale al mero sfruttamento e a interessi del tutto materiali o, di contro, disinteressarsi alla sua gestione virtuosa e alla più equilibrata tutela, significa fare del male a noi stessi. Viceversa, realizzare cose fatte bene è fare del bene a noi stessi – a tutti noi membri della «comunità terrestre», come diceva Aldo Leopold, non solo al singolo o ai pochi che le fanno.
Non è dunque – lo metto in chiaro a chi ancora non capisse il nocciolo della questione – un problema di fare o di cosa si fa, ma di come si fa. Il territorio è un libro sul quale nel corso del tempo scriviamo la nostra storia con un alfabeto che è fatto di tutto ciò che vi lasciamo: questa scrittura può essere ben fatta, armoniosa, leggibile e comprensibile oppure confusa, ingarbugliata piena di errori, illeggibile. Quale pensate che sia delle due la storia più gradevole da leggere e dalla quale apprendere di ciò che narra? E di conseguenza quale dei due autori sarà quello da considerare più abile, intelligente, capace, che sarà ricordato per la bellezza di ciò che ha scritto?
Ecco.
Poi, ovvio, bisogna anche essere in grado di saper leggere bene ciò che è scritto. L’incapacità di cogliere la bellezza che si ha intorno è in fondo una forma di analfabetismo, ancor più grave di quella propriamente detta: perché non si limita all’incomprensione di ciò che viene scritto ma di tutto il mondo nel quale si vive e sul quale si trova scritta la storia umana. Tanto vale togliersi di dosso l’etichetta di «Sapiens» e buttarla alle ortiche, a questo punto.
N.B.: le immagini fotografiche a corredo di questo articolo ritraggono il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta, minacciato da un devastante progetto sciistico-funiviario che ne comprometterebbe totalmente la bellezza più unica che rara, visto che è la sola zona ancora non turistificata tra i comprensori sciistici di Cervina-Zermatt e del Monterosa Ski. Sono tratte dalla pagina facebook.com/varasc.
[Foto di winluk da Pixabay.]Siamo esseri umani, siamo Sapiens. La razza dominatrice assoluta del pianeta.
Tutto ciò che facciamo, nel nostro abitare la Terra, è in funzione dei nostri bisogni, obiettivi, scopi, ideali – a volte inevitabilmente, altre volte no. Si chiama antropocentrismo: la nostra sovranità planetaria ci dà il diritto di praticarlo, sì, ma di contro non ci riserva il dovere di imporlo a qualsiasi altra cosa, vivente o no. Più che antropocentrismo si dovrebbe parlare di antropoarchia e non semplicemente “assoluta” ma assolutista.
Sia chiaro: ogni creatura terrestre, a modo suo, concepisce il proprio mondo in maniera “egocentrica” vivendolo in base alle proprie finalità. Ma quella umana è l’unica razza che, facendo ciò, non solo si è posta al di fuori degli equilibri ecosistemici che governano il pianeta ma di frequente ha deciso di stravolgerli. L’antropocentrismo ha generato l’Antropocene, l’Olocene dell’uomo; nessun’altra razza pur forte e individualista ha osato tanto. Che sia avvenuto per mancanza d’intelligenza o ricchezza d’istinto non cambia lo stato delle cose.
[Illustrazione di Kaskar 537 da Pixabay.]Se l’evoluzione culturale della razza umana l’ha portata a mettersi al centro del mondo, l’aver reso tale centralità dogmatica ovvero la formale incapacità di concepirsi virtualmente sullo stesso piano del “resto del mondo” quando sia logico farlo rappresenta una sostanziale involuzione culturale.
Non sappiamo far altro che pensarci il “centro” del mondo. Perché non proviamo a pensare/pensarci come qualcos’altro? Non ne siamo capaci, oppure non vogliamo farlo?
«Thinking like a mountain», pensare come una montagna, così decenni fa ha proposto Aldo Leopold, precisando: «Noi abusiamo della terra perché la consideriamo come una merce che ci appartiene. E’ solo quando vediamo la terra come una comunità a cui appartenere che iniziamo a trattarla con amore e rispetto. Non c’è altro modo in cui la terra possa sopravvivere all’impatto dell’uomo meccanizzato.» (A Sand County Almanac and Sketches Here and There, 1949, it. Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, Piano B Edizioni, 2019-2023.)
Pensare come una montagna, dunque.
E pensare come un bosco che vive e resiste sui fianchi di un monte.
Pensarci come un albero che popola quel bosco.
Pensare come un’aquila che osserva il mondo dal cielo, dalla parte opposta rispetto a noi.
Pensarci un lupo che vuole cibarsi d’una pecora.
Pensare come una pecora che vuole salvarsi dal lupo.
Pensarci come un orso nel mentre che s’imbatte in un umano e lo osserva.
Pensare come un leone, che a sua volta forse si credeva “re” del proprio mondo e invece no.
Pensarci come un pesce, che sullo stesso nostro pianeta vive un mondo parecchio differente.
Pensarci un prato che vuole crescere la propria erba e non essere ricoperto da cemento.
Pensare come un melo che s’impegna a produrre più frutti possibile.
Pensarci come una vetta montana, ciclopica ma fragile.
Pensare come un ghiacciaio, così possente eppure tanto sofferente.
Pensarci come un’ape che vola verso un prato fiorito.
Pensarci come un minuscolo moscerino, in balìa di quasi tutto al mondo…
…eccetera.
Oppure, forse, ancor prima dovremmo fare soprattutto una cosa, quanto mai basilare per ogni altra: pensare.
Siamo Sapiens, dovrebbe riuscirsi facile farlo e nel modo più giusto. Per il nostro bene e per il bene di qualsiasi altra cosa, vivente o no, insieme alla quale abitiamo questo nostro pianeta che pensiamo, crediamo, pretendiamo, ci illudiamo di dominare.