Come se la politica non fosse mai esistita

Ecco, a me, devo dire, piacerebbe moltissimo che qualche politico, di governo o di opposizione, facesse un discorso simile a quello che il poeta Iosif Brodskij ha fatto in occasione della cerimonia annuale per il conferimento delle lauree all’università del Michigan nel 1988, quando ha detto: «La sola cosa che di sicuro capiterà al mondo é di diventare più grande, vale a dire più popolato senza crescere di dimensioni. Non conta con quanta onesta l’uomo che avete eletto prometterà di suddividere la torta, questa non crescerà di dimensioni; in effetti, le porzioni sono destinate a diventare più piccole. Alla luce – o, piuttosto, all’oscurità – di ciò, dovreste far conto sulla cucina di casa vostra, vale a dire prendervi cura voi del mondo».
Sembra incredibile, ma è come se la profezia di Brodskij si fosse avverata: il mondo è diventato più popolato e, indipendentemente dall’onestà di quelli che abbiamo eletto, è ora che ce ne prendiamo cura noi, forse, come se la politica non fosse mai esistita.

(Paolo Nori, La grande Russia portatile, Salani Editore, 2018, pag.160.)

P.S.: ecco, questo indicato da Brodskij e citato da Nori sarebbe un ottimo proposito da realizzare nell’anno appena iniziato, prenderci finalmente cura noi del nostro mondo, mandando al diavolo tutti (e ribadisco, tutti) questi ignobili politicanti, come se la loro bieca politica non possa e non debba più esistere. Già.

 

Zingari e sigari

Viktor Šklovskij ricorda che nel taccuino di Cechov si trova la storia di un tale che aveva percorso per quindici o per vent’anni la stessa strada, aveva letto ogni giorno un’insegna con la scritta ‘grande scelta di zingari’, e si era chiesto «Ma chi può aver bisogno di una grande scelta di zingari?» Quando, un giorno, l’insegna era stata tolta e appoggiata al muro quel tale aveva letto finalmente: ‘grande scelta di sigari’. Il poeta, secondo Šklovskij, è quello che sposta le insegne, è quello che istiga la rivolta delle cose.

(Paolo Nori, La grande Russia portatile, Salani Editore, 2018, pagg.94-95.)

Andrei Kurkov, “Il vero controllore del popolo”

Cosa rende la lettura di un libro qualcosa di piacevole? Una bella e coinvolgente storia, ovviamente, una trama azzeccata e ben articolata, dei personaggi di facile immedesimazione, un contesto scenografico a sua volta azzeccato e fascinoso, uno stile tecnicamente e lessicalmente accattivante che può derivare da un autore particolarmente carismatico – insomma, cose piuttosto ovvie nel principio, che ogni lettore ricerca e spera di trovare nei libri letti.
Nel caso invece che non ci sia nulla o quasi di tutto ciò, un libro potrebbe risultare comunque piacevole da leggere?

Il vero controllore del popolo di Andrei Kurkov, scrittore ucraino ma nato a San Pietroburgo ai tempi in cui era ancora una città dell’URSS e si chiamava Leningrado, (Keller Editore, 2014, traduzione di Rosa Mauro; orig. Skazanie ob istinno narodnom kontrollere, 2000) è descritto in copertina come «straordinariamente divertente» (citazione di Emily Walton da “Falter”) e accostato nella quarta di copertina allo stile narrativo di Michail Bulgàkov. Racconta quattro storie contemporaneamente: quella che dà il titolo al romanzo ovvero la vicenda di Pavel Aleksandrovi Dobrynin, uomo semplice e onesto che dalla quotidianità del suo villaggio rurale viene chiamato al Cremlino per assumere il prestigioso incarico di “controllore del popolo” (una sorta di vedetta del potere centrale con il compito di stabilire cosa ci sia in un certo luogo o territorio che va bene e cosa che non va bene) e poi spedito nel profondo Nord del paese ad espletare tale mansione; quella di un angelo che dal Paradiso scende in Terra perché da essa mai nessun morto finisce lassù; poi quella del dirigente scolastico Banov, figura vagamente depressa votata alla fedeltà all’apparato didattico sovietico che s’innamora della giovane madre di uno scolaro del suo istituto; infine quella d’un addestratore di pappagalli e del suo intelligentissimo volatile, in grado di declamare decine e decine di componimenti poetici glorificanti l’URSS e la figura mitologica di Lenin.

Ecco, del testo e di queste storie di più non vi dico per non arrivare a rivelarvi troppo al riguardo (avevo scritto «per non fare spoiler», ma poi ho cancellato!). Vi dico invece di quanto, dal mio punto di vista, ho potuto rilevare dalla lettura delle storie, che si muovono parallele senza mai toccarsi se non soltanto sfiorandosi per vaghi riferimenti incrociati []

(Photo credit: Juerg Vollmer – originally posted to Flickr as Andrei Kurkow 01, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12017520)

(Leggete la recensione completa de Il vero controllore del popolo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Un capo feroce

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/macjasek-263856/)

«Ma cos’hanno inciso sulla spalla di Lenin?! Eh?» domandò a se stesso e si mise in punta di piedi.
«Cosa vedi?»
«Un pesce con le zanne. No, deve trattarsi di un tricheco».
«Un tricheco? Cosa sarebbe?»
«Un animale marino» spiegò in breve il komsomolec. Poi si girò verso di lui e prosegui: «Un animale molto feroce. Se si riunisce in branco può uccidere parecchie persone, in particolare i pescatori. Dev’essere per motivi religiosi che l’hanno inciso sulla spalla del capo. Evidentemente per una buona caccia».
Dobrynin era stupito da questa aberrazione: in effetti, non è che il popolo russo non prendesse degli abbagli, ma almeno non si arrivava agli idoli e a bruciare la gente. Evidentemente qui ce n’erano di cose da appurare e controllare.

(Andrei Kurkov, Il vero controllore del popolo, Keller Editore, 2014, traduzione di Rosa Mauro, pagg.216-217.)

I geni, e gli imbecilli

I geni e gli inventori, all’inizio della loro carriera (e molto spesso anche alla fine), sono stati sempre considerati dalla società nient’altro che degli imbecilli.

(Fëdor Dostoevskij, L’idiota, traduzione di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano, 1998, pag. 410; ed.orig.1869.)

(Dostoevskij nel 1876. Fonte: Wikimedia Commons.)

Per la serie: verità non scritte ma inesorabili valide sempre, nell’antichità come 150 anni fa e come oggi. E nel futuro, ahinoi.