Andrei Kurkov, “Il vero controllore del popolo” (Keller Editore)

Cosa rende la lettura di un libro qualcosa di piacevole? Una bella e coinvolgente storia, ovviamente, una trama azzeccata e ben articolata, dei personaggi di facile immedesimazione, un contesto scenografico a sua volta azzeccato e fascinoso, uno stile tecnicamente e lessicalmente accattivante che può derivare da un autore particolarmente carismatico – insomma, cose piuttosto ovvie nel principio, che ogni lettore ricerca e spera di trovare nei libri letti.
Nel caso invece che non ci sia nulla o quasi di tutto ciò, un libro potrebbe risultare comunque piacevole da leggere?

Il vero controllore del popolo di Andrei Kurkov, scrittore ucraino ma nato a San Pietroburgo ai tempi in cui era ancora una città dell’URSS e si chiamava Leningrado, (Keller Editore, 2014, traduzione di Rosa Mauro; orig. Skazanie ob istinno narodnom kontrollere, 2000) è descritto in copertina come «straordinariamente divertente» (citazione di Emily Walton da “Falter”) e accostato nella quarta di copertina allo stile narrativo di Michail Bulgàkov. Racconta quattro storie contemporaneamente: quella che dà il titolo al romanzo ovvero la vicenda di Pavel Aleksandrovi Dobrynin, uomo semplice e onesto che dalla quotidianità del suo villaggio rurale viene chiamato al Cremlino per assumere il prestigioso incarico di “controllore del popolo” (una sorta di vedetta del potere centrale con il compito di stabilire cosa ci sia in un certo luogo o territorio che va bene e cosa che non va bene) e poi spedito nel profondo Nord del paese ad espletare tale mansione; quella di un angelo che dal Paradiso scende in Terra perché da essa mai nessun morto finisce lassù; poi quella del dirigente scolastico Banov, figura vagamente depressa votata alla fedeltà all’apparato didattico sovietico che s’innamora della giovane madre di uno scolaro del suo istituto; infine quella d’un addestratore di pappagalli e del suo intelligentissimo volatile, in grado di declamare decine e decine di componimenti poetici glorificanti l’URSS e la figura mitologica di Lenin.

Ecco, del testo e di queste storie di più non vi dico per non arrivare a rivelarvi troppo al riguardo (avevo scritto «per non fare spoiler», ma poi ho cancellato!). Vi dico invece di quanto, dal mio punto di vista, ho potuto rilevare dalla lettura delle storie, che si muovono parallele senza mai toccarsi se non soltanto sfiorandosi per vaghi riferimenti incrociati, e che si muovono tra realtà storica leggermente distopizzata, un pizzico di surrealismo e una certa irrazionalità fantastica. Be’, Il vero controllore del popolo osserva verso Bulgàkov e le sue (meravigliose) opere da molto lontano, rimandandovi solo con la buona volontà del lettore; lo humor che renderebbe il libro «straordinariamente divertente» io non l’ho trovato quasi mai – se di “humor” nel senso vero e veramente letterario del termine vogliamo parlare, e un pochino di esperienza nell’ambito della narrativa umoristica ce l’ho, nel mio piccolo; ugualmente la struttura possente a sua volta indicata in quarta di copertina io non l’ho proprio riscontrata, anzi, il legame indeterminato tra le varie storie in fondo ne indebolisce pure il singolare valore narrativo. Non solo: a mio modo di vedere le 400 pagine che compongono il libro sono troppe, e certi brani girano fin troppo a lungo attorno a episodi ben poco incisivi. Di nuovo, «i grandi temi del bene e del male» citati in quarta di copertina, tipici della più celeberrima letteratura russa, nel romanzo di Kurkov sono toccati sì ma in modo piuttosto elementare oppure troppo vago e senza una chiara derivazione morale che invece ci si aspetterebbe.

Un disastro, dunque?
No. Perché, inopinatamente, Il vero controllore del popolo risulta comunque gradevole da leggere, nonostante durante la lettura ci si chieda di continuo dove il testo voglia andare a parare, o perché le sue storie si svolgano proprio in quel modo narrato, o ancora come mai siano così disgiunte l’una dall’altra. Quello che compie Kurkov (e per lui la traduttrice italiana) è un piccolo miracolo perché, posti cotanti punti potenzialmente sfavorevoli ai fini del suo giudizio critico, il libro si fa leggere fino alla fine, forse proprio in forza delle aspettative che il lettore si formula prima dell’inizio della lettura e che si rafforzano durante la stessa.
Una cosa piuttosto bizzarra che raramente mi è accaduta in passato, quando a fronte d’una simile situazione la lettura del relativo libro mi ha generato non poca irritazione e fatica nel portarla a termine (per la cronaca: non interrompo mai la lettura di un libro, anche di quello che mi fornisce le peggiori sensazioni); d’altro canto a Kurkov va parecchio bene, con me, in quanto ho già a casa un altro suo libro da leggere, ergo mi tocca forzatamente di concedergli un’altra possibilità. Che non sarà affatto pesante da affrontare, ribadisco, ma che per me lettore rappresenterà nei confronti dei suoi libri un àut àut: o dentro (le mie future scelte di lettura) o fuori. Vedremo, insomma, come andrà a finire.