Le affinità “elettive”

I fascisti in Italia si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti.

(Mino Maccari citato da Ennio Flaiano, 1972.)

Dopo i comunisti, quelli che sopporto meno sono gli anticomunisti.

(Sergej Dovlatov, 1979.)

Ovvero, le affinità elettive (termine quanto mai proprio, in questo periodo) delle “ideologie politiche”. O di ciò che ci viene fatto credere tale e che in verità è tutt’altro, e ben più vacuo – soprattutto dalle nostre parti.

8 Marzo. O forse no.

È l’8 marzo, è la festa della donna. Pare che tutti festeggino, che tutti celebrino l’altra metà del cielo, si proferiscono tante belle parole, in TV passano servizi encomiastici, si celebrano obiettivi raggiunti, si rinnovano promesse, si rivendicano nuovi o ulteriori diritti.

E poi leggi (sull’edizione locale di Repubblica) che dopo quasi 40 anni di attività chiude la Libreria delle donne di Firenze. La “Cooperativa delle Donne”, che gestiva la libreria aperta proprio il giorno 8 marzo del 1980, è stata messa in liquidazione volontaria. Tra i motivi alla base della chiusura la crisi del mercato dei libri. Ma non solo. “Purtroppo l’aumento dei costi di gestione non consente più di mantenere aperta la libreria, nonostante l’impegno, la passione e l’amore per i libri delle socie e le numerose iniziative culturali che continuano a svolgersi, e nonostante il costante sostegno di molte e di molti“, ha spiegato Emilia Mazzei, ex presidente della cooperativa e attuale liquidatrice della stessa. La libreria è stata inaugurata l’8 marzo di 38 anni fa da 40 giovani donne, che volevano aprire uno spazio di cultura e di incontro in città in grado di diventare un punto di riferimento per tutte. Tra gli scaffali solo libri scritti da donne: biografie e autobiografie, romanzi e tanta poesia. Molti volumi storici e difficili da trovare, che si accompagnano all’archivio del femminismo con le riviste sulle lotte e sulle battaglie per i diritti.

Sia chiaro: questa chiusura (ennesima, peraltro, di una libreria indipendente, ergo ancor più drammatica nella sostanza) non c’entra nulla con l’aspetto sociopolitico della giornata odierna. Tuttavia, che una libreria che si chiama delle donne chiuda, e che chiuda proprio in prossimità della festa della donna, diviene inevitabilmente un evento emblematico riguardo il valore politico della giornata e, in generale, del valore riconosciuto alla donna nella nostra società. Perché palesa – metaforicamente ma non troppo, appunto – che ancora le donne devono fare tanta strada, superare numerosi ostacoli, combattere e vincere molte battaglie nei confronti d’un mondo cronicamente maschilista e fallocentrico, primitivo e culturalmente arretrato, ancora sovente incapace di non considerare la donna come un essere inferiore o quanto meno brava sì, capace, efficiente, risoluta, audace, intelligente, creativa… ma mai come un uomo. E probabilmente se, come detto, la nostra società nell’anno di grazia (?) 2018 è ancora così culturalmente arretrata, è proprio anche per questo.

Tutto diverso, tutto come prima

A tutti i “reduci” delle ultime elezioni politiche, ai vittoriosi e agli sconfitti, agli esultanti sobri, a quelli gongolanti e a quelli sguaiati, ai delusi, ai depressi, agli irosi e agli affranti sull’orlo di un crisi di nervi, a quelli che “poteva andare peggio” e a quelli che “non poteva andare meglio”, agli orgogliosi e ai vergognosi, ai boriosi e ai meschini, a quelli che se potessero rivotare cambierebbero la loro scelta e a quelli che nemmeno si ricordano cos’hanno votato, a quelli che dicono che è finita un’era e a quelli che sostengono che ne è cominciata una nuova (ma non si tratta della stessa “era”), a chi commenta, analizza, giudica, critica, esamina, sviscera, profetizza, vaticina, a quelli che saltano sul carro dei vincitori, a quelli che si ritrovano buttati a terra e agli altri che stanno già pensando di diventare nuovi carrozzieri
A tutti costoro, insomma, consiglio di leggerci sopra qualcosa, giusto per svagarsi un attimo e magari capire un po’ meglio come stanno le cose. Ecco, leggere qualcosa tipo il brano seguente, peraltro celeberrimo – anzi, sempre più tale anche perché sempre più atemporale – e poi mettersi il cuore in pace. In qualsiasi caso.

Il ragazzo divenne serio: il suo volto triangolare assunse una inaspettata espressione virile. “Parto, zione, parto fra mezz’ora. Sono venuto a salutarti.” Il povero Salina si sentì stringere il cuore. “Un duello?” “Un grande duello, zio. Contro Franceschiello Dio Guardi. Vado nelle montagne, a Corleone; non lo dire a nessuno, sopratutto non a Paolo. Si preparano grandi cose, zione, ed io non voglio restarmene a casa, dove, del resto, mi acchiapperebbero subito, se vi restassi.” Il Principe ebbe una delle sue visioni improvvise: una crudele scena di guerriglia, schioppettate nei boschi, ed il suo Tancredi per terra, sbudellato come quel disgraziato soldato. “Sei pazzo, figlio mio! Andare a mettersi con quella gente! Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri dev’essere con noi, per il Re.” Gli occhi ripresero a sorridere. “Per il Re, certo, ma per quale Re?” Il ragazzo ebbe una delle sue crisi di serietà che lo rendevano impenetrabile e caro. “Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?” Abbracciò lo zio un po’ commosso. “Arrivederci a presto, Ritornerò col tricolore.” La retorica degli amici aveva stinto un po’ anche su suo nipote; eppure no. Nella voce nasale vi era un accento che smentiva l’enfasi. Che ragazzo! Le sciocchezze e nello stesso tempo il diniego delle sciocchezze.

(Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, 1969 – 1a ed.1958.)

Ennio Flaiano, “Diario Notturno”

C’è il forte rischio, sappiatelo fin da subito, che questo mio testo che avete appena cominciato a leggere risulti estremamente breve. Sì, come quando si abbia da disquisire su qualcosa di cui ci sia moltissimo da dire ovvero fin troppo, e dunque non si sappia bene da che parte cominciare o come condensare il tutto, nonché come quando abbia la forte impressione – o timore, dovrei dire – che nulla di ciò che si potrebbe dire/esprimere/scrivere possa risultare all’altezza dell’elemento disquisito.

Perché, insomma, senza perdermi in troppi giri di parole, credo che Ennio Flaiano sia stato un genio, e geniale ciò che ci ha lasciato di scritto e che io non esiterei a far leggere nelle scuole, come testi fondamentali per un’altrettanto fondamentale e formante educazione civica. Credo che Flaiano – se dovessi riassumere il suo valore culturale (e non solo) in una sola e chiara definizione – abbia rappresentato una delle più vivide coscienze critiche del Novecento italiano, un imprescindibile elemento morale, rigoroso tanto quanto mordace, comprensivo eppure feroce, in grado come pochi altri di riconnettere – forse come mai più è accaduto o almeno come oggi non mi pare che accada – la mente col cuore e con l’animo della nazione. Sempre che di nazione si possa parlare, nel caso italiano: ma senza dubbio, se fatta l’Italia temo non si sia riusciti a fare gli italiani, credo che l’acutissima e illuminante intelligenza di Flaiano sia quanto meno riuscita a mettere nero su bianco (dunque a darle almeno una “sostanza” riconoscibile) la cronaca d’una messinscena nazional-popolare la cui teatralità parodistica egli è stato tra i pochi a comprendere nel profondo, a divertirsene così come a inquietarsene: una situazione grave ma non seria, insomma – per citare uno dei suoi più celebri aforismi – la quale continua a essere assolutamente tale.

Dunque, potrei anche finire qui la mia disquisizione conseguente alla lettura del Diario Notturno, (Adelphi Edizioni, 1994-2010; 1a ediz. 1956.), dacché veramente non ci sarebbe molto altro da dire per mettere in evidenza il valore fondamentale dell’opera di Flaiano []

(Leggete la recensione completa di Diario Notturno cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

L’ammirazione elettorale

Alla fine, sul serio, io gli italiani che vanno a votare – che ancora ci credono, che ancora scelgono di dare fiducia a quei candidati, che ancora scorgono buone idee politiche e amministrative, o la parvenza di esse, che pervicacemente confidano che da tutto ciò possa scaturirne un reale e autentico sviluppo generale per il paese… beh, li ammiro. Sinceramente, non sono ironico (be’, l’immagine in testa all’articolo lo è ma senza alcuna malizia, sia chiaro).

Il diritto di voto nella forma di governo di una comunità sociale a rappresentanza politica è pratica intangibile, in una democrazia classica. Semmai, meno intangibile è che in una democrazia classica il diritto di voto comporti che una rappresentanza politica non garantisca una forma di governo efficace e proficua per il paese oltre che veramente rappresentativa, ovvio. Ovvero, come sostengono ormai in parecchi, che le trasformazioni politiche manifestatesi nel tempo non abbiano svuotato di senso l’atto della trasmissione del potere attraverso la pratica del voto – oppure ancora, per dirla in modo ancor più diretto, che la democrazia attuale sia propriamente ancora tale. Il che, appunto, non lede l’essenza e il valore del voto, ma senza dubbio, evidenzia la compromissione del suo criterio originario e degli effetti politici, in un circolo vizioso della cui realtà tutti diventano complici, dunque inevitabilmente tutti colpevoli. Sia ciò per scelta consapevole, sia per mera passività civica.