Più libri più liberi più Lucerna!

Da oggi a domenica Lucerna, il cuore della Svizzera lo trovate (anche ma non solo, ovviamente) a Più libri più liberi, la fiera nazionale della piccola e media editoria di Roma, presso lo stand di Historica Edizioni!

lucerna_piulibri2016Cliccate sull’immagine per visitare la pagina di Historica nel sito di Più libri più liberi, oppure cliccate qui per la home page del sito stesso, con tutte le informazioni utili per la visita della fiera.
Per ogni dettaglio sul libro, invece, cliccate QUI.

Dunque, questa volta – senza pensare di sbagliare strada: andate a Lucerna passando per Roma – con il libro tra le mani, ovviamente!

Tra i due litiganti il terzo gode. Anzi, i terzi!

Milano-Torino-bohSarà che invecchiando divento acido, ma a me ‘sta questione del Salone del Libro tirato qui e là tra Torino e Milano, col contorno di inchieste giudiziarie, scontri tra protagonisti del panorama editoriale, interessi vari più o meno nobili, campanilismi da solito rozzo provincialismo italico e quant’altro, sta già assumendo contorni piuttosto buffi, se non già ridicoli.
Da un lato c’è un evento che potenzialmente sarebbe (ovvero lo era, forse, fino a qualche tempo fa) fondamentale per il mondo del libro e della lettura nostrani ma che, ormai, è più simile a un morto che cammina che ad altro. Dal lato opposto c’è una città – Milano – che da sempre si ritiene il fulcro del panorama editoriale nazionale e che sempre ha mal digerito (soprattutto per ragioni meramente politiche) un Salone del Libro fatto altrove, la qual città di contro non ha mai saputo creare una valida alternativa – BookCity non ha lo spessore, nonostante tutto, del Salone torinese ma neanche di altri eventi similari fatti altrove nel paese, e Bellissima è stata un flop parecchio clamoroso (o forse tutto sommato prevedibile?). E infatti, a tal proposito, verrebbe da chiedersi se vi possa essere un pubblico locale interessato ad un evento come il Salone, che a detta di molti vorrebbe imitare – se fatto a Milano, intendo appunto dire – il successo di altri eventi cittadini (Salone del Mobile in primis, col suo Fuori Salone) i quali a loro volta però hanno impiegato decenni per consolidarsi e conseguire quel loro successo – ferma restando un’altra evidenza, ovvero che per nostra mancanza culturale un evento pur grande dedicato ai libri e alla lettura mai potrà raggiungere l’importanza e il valore culturale e industriale in genere come la Buchmesse di Francoforte, la quale è da sempre “la” manifestazione europea per eccellenza dell’editoria, esempio per tutti da nessuno eguagliato.
Dunque, come potrebbe finire ‘sta buffa querelle? Al momento è difficile da dire, anche perché la situazione è ancora in evoluzione – nel bene e nel male. Tuttavia, riflettendoci sopra, in questi giorni, m’è venuto da pensare che questo pare il tipico caso nel quale, tra i due litiganti, alla fine a godere potrebbero essere altri. Altri, sì, al plurale. E vi spiego perché al plurale – con due ipotesi sostanziali.
La prima: tra Torino e Milano potrebbe finire che a godere sia Roma con la sua Più libri più liberi. Fiera dal grandissimo potenziale – fin dal fatto di essere organizzata nella città più grande d’Italia, la quale ne è pure capitale, eh! – ma che, per così dire, si è sempre un po’ autolimitata, e non solo perché la propria “mission” ufficiale è mirata verso la piccola e media editoria ma, ad esempio, per essere ospitata da una location inadatta che ne riduce, appunto, le possibilità di espansione – di spazi, di target, di coinvolgimento settoriale.
La seconda: come ha ben denotato Andrea Coccia su Linkiesta in questo articolo – punto di vista dal quale dunque derivo la mia riflessione –  e se la questione non fosse che un Salone del Libro si faccia a Torino, a Milano o chissà dove ma che semplicemente ci sia? Ovvero: e se un evento del genere che, come ribadisco, forse dei suoi scopi originari e potenziali non ha più quasi nulla, rappresentasse (paradossalmente, ma solo all’apparenza, vista la situazione generale) un’autentica zavorra per il bene del mercato dei libri nostrano e di rimando della lettura? Se piuttosto – posto il nostro essere l’inguaribile paese dei piccoli campanili, di nuovo ribadisco – di un unico grande (e tronfio e sostanzialmente banale e obiettivamente fallimentare nel senso e nella sostanza) evento, l’ideale fosse una rete sinergica di tante piccole e/o più mirate manifestazioni come le tante già organizzate in giro per il paese, sul modello assolutamente vincente di una delle migliori iniziative attuate in Italia a favore dei libri, cioè la rete sarda di Liberos? Una rete, insomma, che unisca Torino, Milano, Roma, Pisa con la sua Fiera, Chiari e Modena con i loro eventi dedicati alla piccola editoria e poi Mantova, Pordenone e così via – potrei continuare a lungo, appunto! – e che in tal modo amplifichi i singoli successi distribuendone i benefici sull’intero territorio nazionale anche grazie all’inclusione effettiva, e non solo d’immagine e/o di mera convenienza – di tutti gli attori della filiera editoriale, dall’alto in basso e viceversa compresi dunque librai, biblioteche, circoli di lettori, eccetera. Una rete capillare, assolutamente democratica – nel senso che il grande editore così come il piccolo dovrebbero vedersi garantiti gli stessi diritti e le stesse possibilità, senza ghettizzazioni, marginalizzazioni commerciali o quant’altro di traviante il non a caso detto libero mercato: tanto il grande editore sarà sempre più visibile, ma almeno che non oscuri e soffochi il piccolo! – coinvolgente in modo ecumenico dacché capace di giungere ovunque, dal centro della grande metropoli fino al paesino sperduto nella più remota vallata alpina o appenninica.
Utopia? Forse, viste appunto le tante ombre che gli altrettanti campanili proiettano un po’ ovunque. D’altro canto, cosa facciamo? Il mercato editoriale, nonostante qualche zero-virgola di ripresa, permane in stato comatoso; il Salone del Libro, così com’è – e che resti torinese o vada a Milano o chissà dove – è ormai cadaverico; di cultura diffusa, di contro, c’è un bisogno pressoché disperato, qui, anche per contrastare il sempre più dilagante analfabetismo funzionale… Anche per questo la disfida tra Torino e Milano sul Salone mi pare quanto meno stucchevole. La questione piuttosto è: cosa serve al mondo dei libri e della lettura italiani per riprendersi e per tornare ad essere fonte di preziosa cultura diffusa? Un Salone del Libro come quello finora realizzato? Oppure serve altro? E quest’altro che può servire, c’è già, va realizzato, va adattato, riconfigurato?
Serve lavorare nel presente per costruire il futuro, insomma, e non viceversa. Altrimenti, tra due, tre o mille litiganti, alla fine nessuno mai potrà godere qualcosa.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

“Cautamente ottimisti”. O “avventatamente disperati”? L’editoria indipendente e gli ultimi dati sulla vendita di libri in Italia

optimismLo scorso venerdì 4 dicembre, in occasione dell’apertura di Più libri più liberi, l’Associazione Italia Editori (AIE) ha presentato l’ultima indagine Nielsen sulla vendita di libri in Italia, relativa ai primi 10 mesi del 2015 e stilata in forma di raffronto tra i dati della grande editoria con la piccola e media (intesa dall’indagine come quella che abbia conseguito un valore del venduto, a prezzi di copertina, di meno di 13 milioni – in pratica tutta l’editoria nazionale eccetto i gruppi principali).
In breve se ne deduce che il mercato del libro nazionale è, a livello di fatturati, ancora in segno negativo, -1,6% per il settore cartaceo, ma in maniera minore rispetto al passato – c’è una positività della negatività, in pratica! – e, rileva l’indagine, “che tende allo zero (se non già in area positiva) se si stimano i canali non censiti e l’ebook” (vabbè!). Di contro, il dato relativo alla vendita di copie segna un assai meno “gaudioso” -4,4%, dal quale si dovrebbe dedurre che si acquistano meno libri ma i venduti si pagano di più. Se però si considera il solo settore editoriale piccolo/medio/indipendente, i dati diventano positivi: +1,7% di copie vendute e +2% di fatturato, contro rispettivamente il -2,8% e -1,1% della grande editoria.
Sono soprattutto questi ultimi dati a far dichiarare a Federico Motta, presidente di AIE, che si può essere “cautamente ottimisti”. Cioè, mi viene da dire e per utilizzare il principio del bicchiere o mezzo pieno o mezzo vuoto, “avventatamente disperati”: la nave editoriale nazionale sta comunque affondando ma un po’ meno rapidamente, ed anzi la poppa (o la prua, fate voi) sta risollevandosi dai marosi, chissà poi se per proprie effettive (e ritrovate) capacità di galleggiamento, o se per un inopinato “effetto bilancia”, posta il costante affondamento della grande editoria e quel dato, -4,4% di copie vendute, certamente angosciante.
Più pragmaticamente Antonio Monaco, presidente del gruppo Piccoli Editori di AIE, sostiene (dunque anche per congruità alla propria “figura istituzionale”) che al di là di certi dati meno preoccupanti del solito, “Tutti sappiamo però che nulla sarà come prima. Di fronte a questo scenario la via “difensiva” o “rivendicativa” non è più sufficiente. Ora dobbiamo riattivare un forte attivismo civile, una maggiore consapevolezza della situazione e nuove formule da parte dei singoli attori della filiera editoriale, ma anche da parte dei lettori e di tutto il sistema politico e istituzionale.
In questa direzione dovrebbe andare il “Patto civile per i lettori”, ovvero l’appello presentato proprio dal Gruppo dei Piccoli Editori di AIE a Più libri più liberi, con 5 punti programmatici e propositivi sulle azioni da intraprendere per “salvaguardare la ricchezza e la diversità del panorama editoriale” cioè, in parole povere, per rivendicare la sopravvivenza – possibilmente attiva – della piccola e media editoria.
L’iniziativa è interessante e ovviamente da sostenere, senza dubbio: tuttavia è l’ultima di una lunga e, purtroppo, infruttuosa serie, nonché stilata in modo fin troppo politico – anche perché viene da uno degli attori in scena, l’AIE, che rappresenta solo una parte del settore, pur importante. Nell’appello, al punto 1, si dice che “E’ il momento in cui rivedere il modo con cui si è strutturato il mercato italiano e cercare di correggerne eventuali anomalie.Eventuali? Alla faccia! E continua affermando che “Non è una questione che potrà affrontare un’istituzione regolatrice come l’Antitrust (che pure deve fare il suo mestiere controllando se sono rispettate formalmente le regole) ma dobbiamo affrontarlo tra tutti gli operatori del sistema.” Eh, l’Antitrust, già, che deve fare il suo “mestiere”! A capire quale sia veramente, tale mestiere, che sovente non è parso essere quanto concretamente svolto da tale istituzione – vedremo come finirà con la questione Mondazzoli, ma una mezza idea personalmente l’ho già.
Pregevole inoltre il richiamo a che tutti gli operatori del sistema debbano partecipare alla determinazione delle regole su cui si basa e si baserà il mercato editoriale. Cosa che dal sottoscritto, e non solo, è da tempo rimarcata qui su Cultora. Tuttavia, per fare questo, cosa occorre, di assolutamente fondamentale? Risposta facile: l’unione! Quell’unione che fa la forza, quella coesione di forma, sostanza, intenti e azioni che nel comparto editoriale indipendente nazionale continua a mancare – lo dice pure l’AIE, che pare richiamare un altro articolo apparso su Cultora parecchi mesi fa. E’ per questa mancanza di coesione che altri precedenti appelli come quest’ultimo sono finiti per svaporare nel nulla, o alla meglio sono rimasti in uno stato di costante e sterile stand by, e finché non sarà raggiunta una autentica unione attiva che formi una voce importante e ben udibile da contrapporre a quella soverchiante della grande editoria, beh, temo che la discussione sulle regole del mercato editoriale nazionale continuerà ad essere una specie di impari confronto tra un borioso tenore e una flebile voce bianca.
Nel punto 5 dell’appello – gli altri li lascio alla vostra considerazione – si dichiara che i piccoli/medi editori, e io aggiungerei tutti gli altri elementi della filiera editoriale indipendente – devono “diventare più esigenti” (indicando varie cose verso le quali esigere maggiore attenzione). Ecco, appunto: più esigenti in primis verso sé stessi, però, il che deve significare, a mio parere, il raggiungimento di una presa di coscienza complessiva e profonda sul valore dell’editoria indipendente e sulla forza che può è deve avere nel mercato nazionale, oltre che nella regolazione di esso, nell’inevitabile considerazione che mai la grande editoria – e ribadisco mai – potrà avere intenti comuni e nemmeno simili con gli editori indipendenti. Non solo, pure che mai – come in passato – la grande editoria pare coniugare industria editoriale e diffusione culturale, come invece possono fare, e assai bene, i piccoli/medi editori. Perché anche questo deve contare, nelle considerazioni di qualsivoglia sorta sui libri e sulla lettura: che si sta parlando di cultura, di uno degli elementi fondanti e fondamentali di una autentica società civile ed avanzata.
Vi parrà retorica, questa mia, ma non riesco proprio a non rimarcarlo, ogni volta.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Il “club” della letteratura italiana: sempre più privato, elitario, esclusivo! (praticamente un ghetto, ormai…)

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Dunque…
La realtà delle cose, e le verità che ne conseguono, devono basarsi su dati concreti per poter essere indicative, rivelatrici, eloquenti, giusto? Perché, come si usa dire, la matematica non è un’opinione, vero? Quindi, una somma è una somma e una sottrazione una sottrazione, non può certamente essere che sia viceversa, o no?
Bene. Due dati – o due gruppi di dati, per essere più precisi. Il primo: durante l’ultima edizione di Più libri più liberi, la fiera dell’editoria indipendente di Roma da poco conclusa, è stata presentata la più aggiornata indagine Nielsen sulla vendita dei libri in Italia, dalla quale si evince che Migliora nella seconda parte dell’anno l’andamento del mercato. A fine ottobre si rileva infatti una piccolissima ripresa, dopo il consistente calo dei consumi del libro, che arriva a segnare un -7,5% a valore (pari a 82 milioni di euro di spesa in meno nei canali trade): un segno meno ancora importante, certo, che però indica un progressivo recupero se si considera che il mercato registrava un -11,7% a fine marzo e un -8,6% a inizio settembre. Si noti bene: migliora nella seconda parte dell’anno l’andamento del mercato perché lo stesso ha perso meno (!) dei trimestri precedenti, il che la dice lunga su come stiamo messi a libri e lettura, in Italia…
Il secondo: è appena uscito l’Annuario Statistico Italiano, redatto come sempre dall’ISTAT, il quale “fotografa”, per così dire, lo stato della società nelle sue evidenze più quotidiane. In esso, nel capitolo su spettacoli e cultura, si può ricavare che aumenta invece la produzione di libri. Nel 2010 ne sono stati pubblicati 63.800, rispetto ai 57.558 dell’anno precedente, per una tiratura complessiva di oltre 213 milioni di copie. Quasi quattro volumi per ogni abitante. La produzione editoriale registra una ripresa sia per i titoli (+10,8% in un anno) che per la tiratura (+2,5%).
Ok, questi i dati concreti. Quindi, in buona sostanza e per dirla in breve: in Italia si legge sempre meno e si comprano sempre meno libri ma se ne pubblicano sempre di più. Addirittura quattro per ogni abitante di una popolazione i cui due terzi in un anno non ne legge nemmeno uno, di libro.
Uh?!?
Ma… Sbaglio, o qui c’è qualcosa che non quadra?
Ri-sbaglio, o è come stare su una barca che ha una grossa falla nello scafo, e chi la governa di falle ne fa altre nella convinzione che così dalla prima entrerà meno acqua?
Dite che sono un pessimista, un malfidente, un disfattista o altro del genere se penso ciò?
O forse, si sta solo avverando quello che ritengo/temo (scherzandoci su, ma anche no) da parecchio tempo: essendo la categoria dei lettori prossima all’estinzione, i libri ce li venderemo tra di noi autori. Ce li scriveremo e ce li leggeremo internos, insomma! Certamente ce li stroncheremo pure (d’altronde si sa, siamo invidiosi e rivali l’un verso l’altro dacché ognuno pensa di essere migliore di chicchessia, ed è pure giusto che sia così – anzi! – se non fosse che, a volte, la vanagloria e la superbia fanno del più apprezzabile talento pur da alcuni palesato un ottimo motivo per sculaccioni alla vecchia maniera, come a bimbi prepotenti, villani e capricciosi), ovviamente nemmeno li compreremo più perché la cosa non avrà più senso (come se in un ristorante i piatti preparati se li mangiassero cuochi e camerieri, non essendoci più clienti da servire) e quindi, a nostra volta, andremo allegramente verso la dissoluzione del meraviglioso (un tempo) mondo dei libri e della letteratura…
Sto esagerando, certo! Ma, scherzi a parte, il pericolo c’è ed è pure molto serio, anche per come i dati suddetti palesano, una volta ancora, l’estrema insensatezza del comparto editoriale italiano (e di quei grandi gruppi che lo compongono per buona parte, controllando di rimando il mercato), ormai biecamente votato alla più gretta quantità a totale discapito di qualsivoglia considerabile qualità letteraria, a meri fini di cassa, guadagno nudo e crudo, denaro demonicamente stercoso, valori bassamente finanziari – altro che letterari, culturali e sociali! Hanno – sì, anche loro, gli editori e chi li padroneggia, non solo loro ma anche… – disabituato la gente alla lettura, l’hanno incollata davanti alla TV, l’hanno rincretinita con essa, e questi sono i risultati: una stortura assoluta e inopinata, così come è palesemente distorta quell’equazione tra lettori e libri sopra esposta. E, a ben vedere, se si hanno più libri a disposizione e si legge di meno, si potrebbe supporre che sia anche per la sempre più scarsa qualità di quanto viene pubblicato…
Insomma: non solo noi autori (dacché ci stiamo tutti quanti, in tale situazione) ci ritroveremo nel nostro privatissimo “club” a guardarci negli occhi, non avendo più lettori e quindi non sapendo che altro fare, ma vi resteremo chiusi dentro con le chiavi gettate chissà dove, e rischieremo pure che gli scaffali sovraccarichi di libri cedano, e ci seppelliscano… Solo che, nel caso, essere sepolto dal Dorian Gray mi potrebbe anche stare bene, ma dalle Cinquanta sfumature… Proprio no!