Ci sono i “draghi” al Passo di Emet?

Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze estive in Valle Spluga, presso il confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile il cui superamento esponesse a chissà quali pericoli ovvero sembrasse in qualche modo “immorale”. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…

Hic sunt dracones, dicevano gli antichi Romani in queste circostanze. Come ci fossero stati pericolosissimi draghi anche lassù, oltre il crinale, così richiamando numerose simili superstizioni un tempo diffuse ovunque sulle Alpi.

In verità, il mio sguardo curioso e ingenuo di ragazzino affascinato dal paesaggio selvaggio dell’alta montagna di linee rosse sul terreno non ne vedeva. Né vedeva muri, reticolati o che altro; solo qualche piccolo cippo qui e là confuso tra le rocce, che peraltro erano del tutto uguali sia da una parte che dall’altra. Stesso paesaggio, stesse montagne, identica orografia, col sentiero sul fondovalle che da qui andava di là. Tuttavia il confine lo sentivo, nella mente, in forza di tutte quelle voci e delle relative raccomandazioni che lo rendevano presente, come se realmente una qualche barriera vi fosse. Ed essendo percepito nella mente, era pure lì sul terreno. Anche se non c’era nulla. Tanto meno c’erano i draghi, ça va sans dire.

Rimase a lungo viva, quella costruzione mentale indotta, almeno finché non presi ad andare per monti in età adulta portandomi nello zaino, oltre ai viveri, un bagaglio culturale maggiore e più consapevole, anche dal punto di vista geografico ovvero geopolitico. Quando cioè, con sguardo più consapevoli, vidi che non c’era nulla da vedere sul terreno, niente linee rosse o che altro, mentre tutt’intorno osservavo un unico paesaggio nel quale venivano in contatto “due” (giuridicamente) spazi abitati, peraltro conformati da una pressoché identica cultura che da secoli si muoveva lungo le vie che attraversavano quel territorio da una parte all’altra e viceversa, alimentandone le società per la cui determinazione l’unico vero con-fine (il punto in cui si congiungono due cose che “finiscono”, come rimarca il significato originario del termine, opposto al senso con il quale lo si intende oggi) era quello fisico, del passo alpino da superare alla testata di una valle e al principio dell’altra.

Hic absunt dracones, esattamente.

Come identificato nel titolo, il valico di confine in questione è il Passo di Emet / Pass da Niemet, posto tra i 2280 e i 2294  m di quota tra la Val Scalcoggia, laterale della Valle Spluga o Val San Giacomo, e la Val Niemet, laterale della Val Ferrera nel Canton Grigioni; ne vedete alcuni scorci nelle immagini lì sopra. È un luogo che ho trovato profondamente affascinante fin dalle prime volte che da ragazzino vi giunsi, come avete letto, e che, dal mio punto di vista, possiede una bellezza ancestrale che va oltre la mera avvenenza morfologica e ambientale, per molti aspetti quasi mistica. Come se a stare lassù, del nodo geografico che il valico rappresenta (presso il quale non si congiungono solo geografie, popoli e culture ma anche i bacini imbriferi del Reno e del Po, dunque lo stesso continente europeo con il Mare del Nord a settentrione e il Mediterraneo a meridione) potessi percepire la forza vividamente dentro di me sì da sentirmi legato al luogo, appunto, ma nel modo meno costrittivo e più vitale possibile. Nel modo in cui un elemento si lega all’ecosistema a cui appartiene, ecco.

P.S.: il testo che avete letto è tratto e riadattato da Hic Sunt Dracones, il libro d’artista realizzato da Francesco Bertelé e pubblicato da PostMediaBooks nel 2021, al quale ho contribuito con un saggio sul concetto di “confine” intitolato proprio Hic absunt dracones.

Il Mediterraneo, non un paesaggio ma innumerevoli paesaggi (anche di montagna!)

Il Mediterraneo è un insieme di vie marittime e terrestri collegate tra loro e quindi di città, dalle più modeste alle medie, che si tengono per mano. È mille cose al tempo stesso. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma una successione di mari. Non una civiltà, ma più civiltà ammassate l’una sull’altra. Il Mediterraneo è un crocevia. Da millenni tutto è complicato in questo mare, scompigliando e annullando la sua storia.

Sono parole di Fernand Braudel, storico francese tra i più importanti del Novecento, tratte da Mediterraneo. Storie / Incontri / Culture, bellissimo volume edito nel 2023 dal Touring Club Italiano che raccoglie articoli e saggi di vari studiosi, scienziati, scrittori, fotografi, illustratori, viaggiatori i quali, nella loro varietà di narrazioni e di contenuti, offrono un bellissimo affresco del Mare Nostrum e del rapporto che i paesi che lo racchiudono – l’Italia innanzi tutto – vi hanno sviluppato nei millenni fino a oggi e verso il futuro.

Un volume da leggere, se vi è possibile – essendo riservato ai soci del TCI, ma forse è recuperabile anche al di fuori del sodalizio.

Perché ne parlo su questo blog che fondamentalmente si occupa di paesaggi montani?

Be’, ci sono vari motivi: innanzi tutto perché di Mediterraneo ne ho scritto su un prestigioso volume, Hic Sunt Dracones, libro d’artista curato da Francesco Bertelé.

Inoltre perché il bacino del Mediterraneo in fondo è una vastissima regione montuosa, solo sottomarina dunque invisibile, che contiene montagne vaste e parecchio elevate come ad esempio il Marsili, il più esteso vulcano d’Europa, alto circa 3000 metri sul fondale marino e ancora attivo. Lo si vede bene anche da Google Maps quanto la morfologia del Mediterraneo sia variamente montuosa, in particolar modo nella zona corrispondente al Mar Tirreno (la freccia gialla indica proprio il massiccio del Marsili):

Infine perché, come già scrissi qui, il Mediterraneo è sì un mare ma piccolo rispetto ad altri ben più vasti, al punto che lo si potrebbe definire, in fondo senza eccessiva fantasia, un grandissimo “lago di montagna”: ciò perché buona parte delle sue sponde è costituita da rilievi montuosi le cui vette, spesso molto vicine alle coste, superano spesso i 2/3000 metri di altitudine, come si evince dall’immagine qui sotto sulla quale i rilievi sono indicati dalla linea rossa, mentre quella gialla evidenzia la posizione dei rilievi al di sotto dei 1000 metri di quota:

L’influenza della presenza del Mar Mediterraneo, d’altro canto, giunge forte e chiara anche sulle Alpi, non solo dal punto di vista climatico, per non parlare degli Appennini che a tutti gli effetti rappresentano una grande catena montuosa interna al bacino. È un mare in mezzo alle montagne tanto quanto una regione montuosa con un mare nel mezzo, insomma. Una relazione geografica e ambientale, nonché antropica e per ciò culturale, che non si può non considerare e apprezzare.

Di muri inesistenti, sui monti

Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze d’agosto in una località di montagna posta sul confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…

Hic sunt dracones, insomma. Come ci fossero stati pericolosissimi draghi, oltre il crinale.

In verità, il mio sguardo curioso e ingenuo di ragazzino affascinato dal paesaggio selvaggio dell’alta montagna di linee rosse sul terreno non ne vedeva. Né vedeva muri, reticolati o che altro; solo qualche piccolo cippo qui e là confuso tra le rocce, che peraltro erano del tutto uguali sia da una parte che dall’altra. Stesso paesaggio, stesse montagne, identica orografia, col sentiero sul fondovalle che da qui andava di là. Tuttavia il confine lo sentivo, nella mente, in forza di tutte quelle voci e delle relative raccomandazioni che lo rendevano presente, come se realmente una qualche barriera vi fosse. Ed essendo percepito nella mente, era pure lì sul terreno.

Anche se non c’era nulla. Tanto meno c’erano i draghi, ça va sans dire.

Rimase a lungo viva, quella costruzione mentale indotta, almeno finché non presi ad andare per monti in età adulta portandomi nello zaino, oltre ai viveri, un bagaglio culturale maggiore e più consapevole, anche dal punto di vista geografico ovvero geopolitico. Quando cioè vidi che non c’era nulla da vedere, sul terreno, niente linee o che altro, mentre tutt’intorno osservavo un unico paesaggio nel quale venivano in contatto “due” (giuridicamente) spazi abitati, peraltro conformati da una pressoché identica cultura che da secoli si muoveva lungo le vie che attraversavano quel territorio da una parte all’altra e viceversa, alimentandone le società per la cui determinazione l’unico con-fine era quello fisico, del passo alpino da superare.

Hic absunt dracones, già.

[È un brano tratto da un testo che ho scritto per questo prestigioso libro: clic. Nelle immagini potete vedere la zona della sella descritta nel testo in versione estiva e in veste invernale, in tal caso con un elemento spesso presente e non di rado infuriante, lassù. Le immagini sono tratte da qui e da qui.]

Ci sono i draghi, lassù?

Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze d’agosto in una località di montagna posta sul confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…
Hic sunt dracones, insomma. Come ci fossero stati pericolosissimi draghi, oltre il crinale.
In verità, il mio sguardo curioso e ingenuo di ragazzino affascinato dal paesaggio selvaggio dell’alta montagna di linee rosse sul terreno non ne vedeva. Né vedeva muri, reticolati o che altro; solo qualche piccolo cippo qui e là confuso tra le rocce, che peraltro erano del tutto uguali sia da una parte che dall’altra. Stesso paesaggio, stesse montagne, identica orografia, col sentiero sul fondovalle che da qui andava di là. Tuttavia il confine lo sentivo, nella mente, in forza di tutte quelle voci e delle relative raccomandazioni che lo rendevano presente, come se realmente una qualche barriera vi fosse. Ed essendo percepito nella mente, era pure lì sul terreno.
Anche se non c’era nulla. Tanto meno c’erano i draghi, ça va sans dire.
Rimase a lungo viva, quella costruzione mentale indotta, almeno finché non presi ad andare per monti in età adulta portandomi nello zaino, oltre ai viveri, un bagaglio culturale maggiore e più consapevole, anche dal punto di vista geografico ovvero geopolitico. Quando cioè vidi che non c’era nulla da vedere, sul terreno, niente linee o che altro, mentre tutt’intorno osservavo un unico paesaggio nel quale venivano in contatto “due” (giuridicamente) spazi abitati, peraltro conformati da una pressoché identica cultura che da secoli si muoveva lungo le vie che attraversavano quel territorio da una parte all’altra e viceversa, alimentandone le società per la cui determinazione l’unico con-fine era quello fisico, del passo alpino da superare.
Hic absunt dracones, già.

Questo è un brano tratto dal mio saggio Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (postmedia books 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, cliccate sull’immagine della copertina qui accanto.

Il Lago Mediterraneo

Il Mar Mediterraneo lo si potrebbe quasi considerare un “mare di montagna” senza nemmeno il bisogno di togliere la sua acqua: in effetti il suo bacino è per tre quarti abbondanti circondato da catene montuose. In pratica solo la sponda afferente ai territori libici ed egiziani non presenta rilievi importanti mentre, per la restante circonferenza, non serve allontanarsi di molto dalle sue acque per cominciare a salire di quota. Se i mari e gli oceani del pianeta sono montagne coperte dall’acqua, il Mediterraneo è un mare d’acqua nel mezzo d’un mare di alte montagne.
Di più: non ricordo più chi abbia scritto che, in fin dei conti, lo si potrebbe considerare un grande lago d’acqua salata il quale, come tutti i laghi, è geograficamente determinato anche dalla presenza di rive montuose, appunto. E basterebbe chiudere il collegamento con l’Oceano Atlantico, come avvenne per ragioni geologiche milioni di anni fa, per fare del nostro mare un bacino a tutti gli effetti chiuso. Un lago, enorme, vastissimo, salato, ma non dissimile rispetto ad altri bacini chiusi, come il Mar Caspio, “tecnicamente” considerato il più grande lago del pianeta. In fondo lo conferma anche il suo nome: è Medi-terranĕus, sta “in mezzo alle terre” e non sono le terre che vi stanno ai lati nel modo che concerne i grandi bacini oceanici. Come i laghi, appunto.

Questo è un brano tratto dal mio saggio intitolato Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (Postmedia books, 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, cliccate sull’immagine della copertina qui accanto.

Nella cartina qui sopra, ho evidenziato con il tratto rosso le sponde di natura montuosa del Mediterraneo (ovvero dei territori con rilievi montuosi prossimi ai litorali), e con il tratto giallo quelle sostanzialmente pianeggianti. Oltre alle prime vanno considerate anche le montagne interne al bacino, ovvero quelle della penisola italiana (gli Appennini, in pratica) e delle principali isole, che hanno rilievi che sovente superano i 2000 m di quota e i 3000 m in Sicilia, con l’Etna. In tal modo comprenderete meglio quanto ho affermato nel brano sopra riportato.

L’evidenza che il Mar Mediterraneo sia un bacino quasi chiuso, come fosse un enorme lago appunto, non rappresenta affatto una mera curiosità geografica ma è forse la peculiarità principale che ha influenzato la storia sulle sue sponde, dai tempi antichi fino ai giorni nostri. Gli stessi fenomeni migratori che da anni si registrano lungo le rotte e le sponde del Mediterraneo dipendono anche da questa geografia. Ne disquisisco – provo, almeno, a farlo – nel saggio suddetto, che peraltro è parte di un volume tanto bello quanto particolare e per molti versi preziosoConoscetelo meglio, ne vale la pena.