Deutschland über alles (in Kultur)! La Germania aumenta la spesa nella cultura, l’Italia…

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La Germania. La tanto (da tanti) odiata Germania, che in Europa fa il bello e il brutto tempo, la Germania della Frau Merkel che impone diktat e giudica tutti gli altri paesi europei.
Beh, giusto o sbagliato che tutto ciò sia, qui, ora, non mi interessano tali questioni. Me ne interessa un’altra, della quale quasi nessuno ne ha dato notizia e parlato in Italia. E io credo non casualmente, dacché, sapete bene, i media e gli organi di informazione (?) sanno bene che a volte non devono informare, perché qualcuno preferisce così.
Comunque, venendo al sodo, e proferendo lodi e glorie supreme ad Artribune, unico (prestigioso) media che, mi pare, abbia dato il giusto risalto alla notizia: la commissione Bilancio del Bundestag ha di recente comunicato che gli stanziamenti per la cultura cresceranno nel 2015 di 118 milioni di euro in più, per un totale di oltre 1 miliardo e 300 milioni. Un aumento percentuale del 4,26 %, impensabile con le logiche dei nostri governanti. “La commissione Bilancio ha scelto di dare un forte segnale sulla centralità della politica culturale” ha dichiarato Monika Grütters, ministro tedesco della cultura. “Vorremmo che l’esempio fosse seguito dai responsabili culturali dei diversi Länder, che in un momento finanziariamente difficile non subiranno tagli dal governo centrale”.

Monika Grütters, ministro  tedesco della cultura. Colpa (anche) sua se la Germania è un luogo più civile rispetto all'Italia.
Monika Grütters, ministro tedesco della cultura. Colpa (anche) sua se la Germania è un luogo più civile rispetto all’Italia.
Bene (si fa per dire). Posto ciò, facciamoci del male, ora (“grazie” a questo articolo, ma se ne trovano innumerevoli altri, in tema). L’Italia, che fino al 2009 spendeva in cultura lo 0,9 % del Pil, è calata allo 0,6% nel 2011, finendo così all’ultimo posto fra i 28 Paesi dell’Unione Europea. Questo è quello che emerge dall’analisi delle spese in cultura condotta dal Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica della Presidenza del Consiglio. Lo studio registra un lieve incremento nelle regioni del Nord, quelle del Centro stabili sugli stessi valori, ma al Sud un ulteriore, drammatico calo. Nel contesto europeo, l’Italia evidenzia il più alto disinvestimento nel decennio con un meno 33,3%, più del doppio rispetto alla Grecia che registra un meno 14,3%. Intanto altri Paesi, dall’Olanda all’Ungheria, dalla Danimarca alla Slovenia, investono nel settore oltre l’1,5% del Pil, e quasi tutti gli altri Paesi europei oscillano tra l’1 e l’1,5%.
Sono dati del 2011 (perché pure nell’aggiornare tali dati siamo bravi e lenti somari!) ma certamente ritenere che negli anni successivi la situazione sia migliorata è purissima, cristallina, irrefutabile utopia. Si veda pure questa significativa infografica, che ho tratto da qui:

spesa-italiana-culturaCome denota Massimo Mattioli nell’articolo di Artribune citato, “Quello che in Germania non è in discussione, per esempio, è che chiudere o comunque ridimensionare un museo, o un altro centro culturale, non provoca un danno solo nella misura in cui mette in difficoltà i lavoratori direttamente coinvolti: è un vulnus inaccettabile all’identità nazionale, è una minaccia grave alla formazione, all’educazione delle nuove generazioni. E infatti non accade: i fondi destinati alla cultura, giustissimamente, non stanno sullo stesso piano di altri investimenti pubblici, e quindi oggetto di oscillazioni, di contrazioni aprioristiche e incondizionate. Non vengono trattati come investimenti improduttivi e quindi primo bersaglio dei risparmi, come accade spesso anche dalle nostre parti.

Ok. A questo punto, sappiate che a me, in tutta sincerità, viene solo da dire questo: ma, almeno per quanto riguarda la cultura, dove vogliamo andare?
Dove – vogliamo – andare? Eh?

Deutschland über alles! – altro che! E l’Italia, potenzialmente il paese leader al mondo in fatto di cultura, per mera colpa e ottusità proprie (ovvero per precisa strategia decerebrante in atto da tempo!) deve solo starsene zitta. Purtroppo per tutti noi, che ne subiamo le peggiori conseguenze.
A meno che ci si trasferisca in Germania, certo.

Italia senza più memoria? Gli archivi e le biblioteche pubbliche senza più fondi e a rischio chiusura, ennesima vigorosa zappa sugli italici piedi

archiviocentraleDobbiamo ammettercelo. Noi italiani siamo veramente insuperabili nel tirarci gran zappate sui piedi, e ancor più nel non sdolorare più di tanto, facendo quasi finta di nulla e continuando a camminare pur sempre più zoppi e vacillanti.
In un mio precedente articolo qui nel blog, vi raccontavo della vicenda del MuFoCo, il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, alle porte di Milano, che per la questione della soppressione delle provincie nonché delle loro competenze, e per la relativa incertezza su quanto ci sarà dopo di esse e su quali incarichi avrà qualsiasi cosa verrà dopo (nuove figure istituzionali, città metropolitane, regioni subentranti o che altro), rischia la chiusura.
Ora, questa situazione di sostanziale caos – gestionale e, ancor più, finanziario, in aggiunta agli ormai endemici tagli alle risorse delle istituzioni pubbliche, in ambito culturale e non solo – rischia di fare vittime ben più numerose e “illustri”: le biblioteche e gli archivi di Stato. La cosid­detta «Legge Del­rio» (56/2014), approvata qualche settimana fa, mette in serio pericolo questi luoghi fondamentali della cultura nazionale in quanto, dopo la soppressione delle competenze in materia da parte delle provincie, non stati ancora identificati gli enti che dovrebbero subentrare nella gestione. Per mettere in luce tale pericolo, alla fine dello scorso Dicembre è stata lan­ciata l’iniziativa «A chi com­pete la cul­tura?» con la quale l’Associazione Ita­liana Biblio­te­che (AIB), l’Associazione Nazionale Archi­vi­stica ita­liana (ANAI), il coor­di­na­mento per­ma­nente di musei archivi e biblio­te­che (MAB) e l’Icom Ita­lia hanno cercato – e cercano, anche attraverso una raccolta firme ad hoc – di richia­mare l’attenzione pubblica sul tema e di sollecitare una soluzione, o quanto meno qualche iniziativa istituzionale in tal senso.
Già, perché alla fine il problema più grave è sempre il solito: le istituzioni parlano, ovvero impongono, ma non sentono, ovvero non ascoltano ragioni di chi subisce quelle imposizioni, ne prima e ne dopo averle ordinate. Non solo, tali imposizioni arrivano come lame taglienti a ferire un “corpo” già debole e malandato: i tagli delle risorse comminati negli ultimi anni (da tutti i governi in carica: unità d’intenti tanto sorprendente quanto sconcertante…) hanno più che dimez­zato un per­so­nale dipendente già dotato del “primato” di più anziano d’Europa (età media supe­riore ai 58 anni!); inoltre, il blocco del turn over e delle assun­zioni ha mol­ti­pli­cato a dismi­sura il pre­ca­riato e il lavoro quasi gra­tuito. La dra­stica dimi­nu­zione delle risorse ha spinto a dimez­zare l’orario di apertura e alla chiu­sura di set­tori fon­da­men­tali come le eme­ro­te­che della Biblio­teca nazio­nale di Firenze e in quella di Roma, provocando poi casi limite come quello dell’Archivio Nazionale di Roma, al quale non solo è stato triplicato l’affitto, ma ha dovuto pure subire il trasferimento di parte dei documenti conservati in un magazzino a Pomezia – ed è inutile dire che quando accadono certe cose, e parti del patrimonio culturale (qualsiasi cosa esso sia) vengono “ricollocate” altrove rispetto alle sedi di pertinenza, ciò significa quasi certamente abbandono, incuria, deperimento, rovina. A meno che qualche funzionario pubblico dall’animo particolarmente nobile non s’accorga di questo e non si faccia carico di risolvere una situazione del genere.
Sala_studioAncora una volta, si è costretti a denunciare la pressoché totale noncuranza delle istituzioni nei confronti della cultura nazionale, e soprattutto di quella cultura basilare – nel senso che veramente sta alla base – per la nostra società contemporanea. Dell’ipotesi che le biblioteche pubbliche siano costrette alla chiusura è superfluo denotare la tragicità assoluta, che chiunque è in grado di comprendere. Vorrei però anche mettere in luce quanto sarebbe tremendo se pure gli Archivi di Stato – da quello centrale di Roma, con sede all’EUR a quelli sparsi per i capoluoghi di provincia – fossero costretti a non poter più far fronte ai propri compiti fondamentali, che sono (cito da Wikipedia) “la conservazione e sorveglianza del patrimonio archivistico e documentario di proprietà dello stato e la sua accessibilità alla pubblica e gratuita consultazione”. Sono – in soldoni – la memoria dello Stato Italiano, l’hard disk della propria storia istituzionale e politica. Se non si potesse più gestire in modo ottimale questa memoria, e se non la si potesse più rendere fruibile ai cittadini, poco o tanto, si tirerebbe una gigantesca zappata sui piedi dell’Italia in quanto stato, nazione, comunità civica ed entità sociale. Una zappata unicamente dovuta a negligenza ovvero – mi sia consentito – a ignoranza tremenda e inesorabilmente contagiosa, per come verrebbe automaticamente riversata sulla memoria condivisa da tutti noi che cittadini italiani siamo. Diventeremmo un popolo istituzionalmente smemorato: e sapete bene che quando non si possiede memoria non si ha più identità, restando in balìa di qualsivoglia alterazione e falsificazione della realtà.
Al momento non è dato ancora di sapere come finirà questa storia, e se siano allo studio efficaci soluzioni ai problemi in questione. Resta tuttavia – e già indelebilmente – l’ennesima prova di come tutti, ovunque, conoscano e ammirino l’Italia come uno dei paesi col più ricco patrimonio culturale del pianeta eccetto l’Italia stessa, con le sue classi dirigenti in testa. E alé, avanti a vigorose zappate sui nostri poveri piedi!

P.S.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.

“Poca” spesa, tanta resa (culturale): l’esempio di Lissone e del suo MAC

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La cultura in Italia è messa male. Malissimo, anzi. E sovente è messa così per “imposizione” istituzionale – di quelle istituzioni in mano ai numerosi signor “con la cultura non si mangia” (sì, scusate ma insisto sempre molto su ‘sta cosa) che piuttosto che offrire alla società dell’ottimo cibo per la mente, si occupano solo al ben più bieco cibo per le loro “panze” e saccocce, terrorizzati dal fatto che, con la cultura, la gente probabilmente penserebbe di più e dunque diverrebbe quanto di più ostile al loro sistema di potere.
Ma tra i troppi che, per quanto appena affermato, sono stati da tempo trasformati in prede della più letale abulia intellettuale e culturale, ce ne sono alcuni che con mirabile orgoglio e senza troppi mezzi, ovvero senza il supporto di realtà adeguate ai loro fini, riescono a mettere in piedi e realizzare cose a dir poco fondamentali per preservare e diffondere la cultura nella nostra società, anche dove, per l’appunto, non ci si aspetterebbe di poterla trovare. Esempio che trovo mirabile di ciò è il MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, cittadina alle porte di Milano e dunque potenzialmente nell’ombra di tal gigante urbano e di tutte le sue prerogative – culturali e non – senza contare poi le solite dissertazioni sociologiche sulle problematiche delle periferie delle grandi città nell’era postmoderna e postindustriale che stiamo vivendo, eccetera eccetera. Invece, anche da questo punto di vista, il MAC di Lissone dimostra come la cultura, quando viene inserita in modo concreto, visibile e fruibile in contesti potenzialmente infecondi, non solo rende esteticamente più belle le realtà urbane che la ospitano, ma contribuisce ad evitare loro qualsiasi pericoloso degrado, aiuta a ridare vita a parti di essa altrimenti destinate all’oblio (non solo architettonico) e dunque al divenire elemento di abbruttimento civico e, inesorabilmente, diviene un prezioso volano per vitalizzare l’intera città, trainando dietro di sé innumerevoli altre piccole/grandi iniziative di simile genere e importanza.
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In breve, il MAC – Museo d’Arte Contemporanea, appunto – è un piccolo ma bellissimo e assai dinamico luogo d’arte con il quale, una quindicina d’anni fa, un’illuminata amministrazione comunale ha saputo prendere con una fava i classici due piccioni – anzi, tre: dare una sede ufficiale alla raccolta delle opere già di proprietà comunale e prima ospitate nel polivalente Palazzo Terragni (primo piccione) e riqualificare l’area della stazione ferroviaria locale, che come molte aree simili altrove diventa spesso zona non esattamente raccomandabile, in assenza di interventi urbanistici di interesse sociale (secondo piccione). E quando in altre realtà amministrazioni moooolto meno illuminate alla parola “riqualificazione” ci attaccano “centro commerciale” o altro di simile, a Lissone si è deciso di valorizzare la parte più significativa dell’insediamento ferroviario originario, risalente ai primi anni del Novecento, svuotandolo e ingrandendolo con una nuova costruzione in stile contemporaneo per formare un unico volume costituito da tre livelli fuori terra e un livello interrato, trasformandolo in luogo museale dedicato all’arte contemporanea (terzo piccione!), quella che più di ogni altra oggi, almeno tra le arti visive, è in grado di interpretare in sé il concetto di riflessione culturale di senso pubblico. Col tempo, poi, da semplice sede della collezione di quadri contemporanei premiati ed acquisiti durante gli anni del Premio Lissone – altra bella iniziativa che dalla sua piccola fonte è scaturita con tale forza da divenire oltre modo prestigiosa – è divenuto sede vitale e attiva di numerose iniziative artistiche e culturali, rivolte sia al pubblico più vicino e già attento al panorama artistico che a quello meno coinvolto e interessato, portando avanti una mission di diffusione culturale che, appunto, non è soltanto proficua alla realtà del museo e alla sua salvaguardia ma, soprattutto, a quella della realtà urbana d’intorno, in un circolo virtuoso che diventa fondamentale per il benessere civico di tutta la città.
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Il tutto, inutile dirlo, a pochi passi dall’aspiratutto-Milano e certamente senza poter godere di chissà quali risorse, ma mettendoci tanta iniziativa, volontà, passione culturale, spirito costruttivo in un proficuo connubio tra iniziativa privata e supporto pubblico – particolarmente illuminato a Lissone, ribadisco, per come la suddetta riqualificazione urbanistica e culturale abbia consentito, oltre alla nascita del MAC, la realizzazione della nuova Biblioteca Civica di Lissone, una delle più grandi del milanese, con annessa la Biblioteca del Mobile e dell’Arredamento, unica esistente in Europa.
Insomma: lode e gloria a Lissone, al MAC e chi ha saputo realizzare e sa tenere viva e reattiva una realtà del genere. Di cultura se ne può fare ancora, tanta, e di qualità, facendo rendere al massimo ciò che si ha a disposizione, anche quando sia “poca roba”. Lissone, lo ribadisco, non è Londra o New York, eppure di fronte al gigante Milano sa difendersi con grandissimo onore se non, sotto molti aspetti, con ancor più apprezzabile merito. Se altre realtà simili, a volte meno politicizzate e influenzate dal sistema di potere di quelle più grandi, e a prescindere da una eventuale minor preparazione nei confronti delle arti contemporanee – non solo di quelle visive – da parte delle realtà istituzionali presenti, sapessero realizzare cose simili, pur in scale e modi differenti (nonché con altre iniziative culturali di qualsiasi sorta in altre discipline), credo che la cultura in Italia avrebbe certamente di nuovo davanti un futuro roseo. D’altro canto lo si ripete spesso che, vista la situazione in cui stiamo, la rinascita culturale nostrana non potrà che scaturire dal basso: beh, vediamo tutti quanti di rendere i pochi torrentelli oggi defluenti un inarrestabile fiume in piena!
Cliccate sulle immagini per visitare il sito web del MAC – e poi visitatelo nella realtà, ovviamente!

P.S.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.

Nel ghetto di noi idioti acculturati

La ignoranzia non avendo né fine, né regola, né misura, procede furiosamente e dá mazzate da ciechi.

(Francesco Guicciardini)

Frequentando spesso – per un irrefrenabile e inguaribile bisogno fisiologico, oltre che per interesse diretto… – luoghi ed eventi culturali, e trovandovi spesso un sacco di gente – e, intendo dire, gente interessata e palesemente consapevole di quanto sta vivendo, non soltanto visitatori da mostra-blockbuster o museo-di-tendenza o evento-trendy che ci stanno solo per dire “io c’ero!” ma che alla fine del senso e/o del messaggio culturale relativo non resta poco o nulla nella loro zucca – sovente mi trovo ad essere felice di tali affollamenti, del vedere che meno male, c’è ancora gente, e ce n’è tanta, interessata alla cultura e intrigata da essa ovvero che non accetta pedissequamente di farsi rattrappire, mentalmente e intellettualmente, dal sistema che regge il nostro mondo quotidiano – e la nostrana terra in particolare. E dunque, inevitabilmente, mi ritrovo a formulare il più banale tanto quanto genuino e fiducioso dei pensieri: beh, dai, ma allora c’è ancora qualche speranza per questo nostro paese, c’è ancora la possibilità che il rincretinimento di massa non vinca su ogni cosa, che la cultura – in senso generale ovvero, per intenderci, le “cose intelligenti” – riesca a non essere sopraffatta dall’idiozia e dalla cialtronaggine generale!

Poi però, finito quel fiducioso entusiasmo, tornato alla vita di tutti i giorni e constandone la realtà dei fatti, ogni giorno sempre peggiore (visione di fondo assai pessimistica, lo ammetto, ma come ricordo spesso sono passato negli anni da essere il più pessimista degli ottimisti al più ottimista dei pessimisti, con tendenza negativa costante…), con identica inevitabilità mi chiedo: ma tutti noi (mi ci metto anch’io, nel bene e nel male e sperando di non risultare tronfio), noi gente che dimostriamo di avere ancora un cervello presumibilmente sveglio e attivo, noi che pare ci rendiamo conto di un bel po’ delle cose che qui attorno non vanno affatto bene e che frequentando ancora luoghi ed eventi di valore culturale – e dunque profondamente sociale – rilevante e importante per la nostra stessa realtà civica, con tutto ciò che poi ne consegue, dimostriamo di non assoggettarci a quel sistema che invece persegue palesemente l’apatia di massa al fine di meglio dominarci e imporci le sue decisioni – noi così fatti, insomma, ma dove diavolo andiamo a finire, se poi – appunto – allo stato dei fatti la decadenza morale, culturale, intellettuale, civica della nostra società continua imperterrita e, se possibile, accelera pure?
Siamo troppo snob, forse, abbiamo troppa puzza sotto il naso, diciamo a parole che abbiamo capito cosa c’è che non va e sappiamo cosa ci sarebbe da fare ma poi tutta la nostra azione cultural-sociale finisce lì, contenti – in modo fin troppo altezzoso, nel caso – di non essere parte della massa di pecoroni drogata e ipnotizzata dalla TV, dagli status symbol, dai vari e assortiti specchietti per le allodole sparsi in giro e dal pensiero unico ma, così facendo, lasciando ad essa campo libero in qualità di fanteria pesante calpesta tutto del suddetto sistema dominante. Ci riserviamo il controllo della teoria ma non la trasformiamo in pratica, e per ciò chi invece governa e impone la pratica riesce a sopraffarci pur senza avere alla base alcuna buona teoria – anzi! Ci stiamo auto-ghettizzando, ecco, convinti di essere sempre e comunque più fighi di quelli che stanno incollati alla TV, sbraitano per il calcio e pensano che senza un certo smartphone non si è nessuno, li evitiamo, li disdegniamo ma intanto quelli ci circondano – proprio come in mare la chiazza d’olio si espande sempre più e inquina inesorabilmente l’acqua pura, se non viene contrastata ed eliminata – e con l’appoggio del sistema ci richiudono in recinti sempre più piccoli.

Insomma: io di gente a cui il cervello funziona ancora ne vedo, e pure tanta. Ma perché invece sembra che l’avanzata degli idioti continui e in modo inesorabile? Perché non sappiamo trasformare la cultura in un’arma civica, non facendone solo una virtù ideale e un nobile vanto? Perché non sappiamo scaturire da essa, dalla sua fonte potente e infinita, un fiume di consapevolezza razionale che possa spazzare via il dominio sempre più assolutista della scempiaggine e dell’insensatezza?
Dove diavolo ci nascondiamo di continuo, noi, eh?
Che alla fine si sia pure più stupidi di quegli idioti dominanti, per come così passivamente ci stiamo facendo sbaragliare e sottomettere da essi?

E’ questo il pensiero, anzi, il dubbio finale che si genera ogni volta dalla mia frequente e costante disquisizione, che ora vi ho messo qui pure per iscritto. Ed è un dubbio che trovo veramente atroce, ve lo assicuro, e sempre più ogni giorno che passa guardandomi intorno, e vedendo come tutto continui ad andare allo scatafascio mentre tanti, troppi, se ne infischiano bellamente e se ne approfittano pure…

E se domani mattina sparissero di colpo editori, libri e librerie? Sicuri che ci sarebbe una rivolta popolare?

Prendo spunto da un articolo del sempre illuminante Christian Caliandro, intitolato Contemporaneo, patrimonio, stupidità e apparso sul numero 13 della rivista d’arte Artribune, nel quale l’autore propone una interessante provocazione:

Proviamo a immaginare uno scenario: cosa accadrebbe se una mattina, contemporaneamente, scomparissero dall’Italia tutti i musei, le biblioteche, le librerie, le gallerie? Poco o nulla, con ogni probabilità. A parte gli immancabili appelli di intellettuali infuriati, e le proteste di minoranze probe e coscienziose, la maggior parte degli italiani quasi non se ne accorgerebbe, o commenterebbe facendo spallucce.

Ora focalizziamo e approfondiamo tale provocazione sul comparto editoriale, supponendo che, appunto, da domani mattina spariscano editori e librerie, dunque svanisca la possibilità di leggere libri. Cosa potrebbe accadere, secondo voi? Sommosse, rivoluzioni, proteste tumultuose contro le classi dirigenti che avranno permesso ciò senza fare nulla di concreto? Forse di primo acchito verrebbe da Christian-Caliandro_imagerispondere: ma certo, accadrà senza dubbio qualcosa del genere! Personalmente, invece, temo che accadrebbe quanto Caliandro ipotizza nel brano sopra riportato del suo articolo: sì, ovviamente qualche protesta anche pubblica ci sarebbe, nelle piazze, fuori dalle serrande abbassate di qualche libreria o magari pure davanti a qualche ministero… Ma quanta gente ci sarebbe, secondo voi, a protestare? Una folla oceanica? Oppure una minoranza proba e coscienziosa la quale, naturalmente, essendo composta da lettori probabilmente forti e dunque di presumibile cultura e relativo alto senso civico, non arriverebbe mai a mettere in atto proteste particolarmente veementi e di matrice sovversiva, se non per via dei soliti “antagonisti” infiltrati. Di certo la loro protesta sarebbe ben più civile e ragionata di quella che verrebbe messa in atto da chissà quanti facinorosi nel caso (sempre ipotetico/fantascientifico, ovvio) che domani mattina venisse abolito il calcio con tutti i suoi annessi e connessi.
Posto ciò, viene da chiedermi una conseguente domanda, che vi propongo in considerazione di come il libro e la letteratura – dunque il comparto editoriale – sia il principale e più popolare segno di “cultura” diffuso nella nostra società: cosa siamo disposti veramente a fare, per difendere la cultura? Ovvero, per porre la stessa questione da un punto di vista complementare: la cultura va difesa a ogni costo, certamente, ma per chi e per quanti la si deve difendere?
La cultura – e, appunto, la lettura di libri, il primario esercizio culturale che noi tutti si possa mettere in atto, come dicevo poc’anzi – è fondamentale per ogni civiltà che si voglia definire realmente tale; di contro, nella nostra epoca contemporanea ricca di difetti e storture, è la domanda che regola l’offerta di un bene, e se non c’è la prima inevitabilmente la seconda diviene non sostenibile. Bene (anzi, male!), con la crisi profonda che attanaglia la nostra società, e che risulta particolarmente dura per il comparto editoriale, da anni in costante calo di vendite e di fatturati – o, se preferite, in costante aumento di debiti – è tanto spaventoso quanto realistico sostenere che, oggi, se il mercato dell’editoria svanisse domani mattina, il danno economico generale non sarebbe affatto grave – e forse è anche per questo che la politica ormai da anni non muove un dito per sostenere l’editoria e il settore culturale in genere, piuttosto configurandosi spesso come un elemento repressore degli stessi (basti cop_laciviltadellospettacolopensare ai costanti ed efferati tagli di fondi!) Non solo: come ha ben sostenuto Mario Vargas Llosa nel suo recente La civiltà dello spettacolo (Einaudi 2013; qui una bella recensione di Francesco Giubilei dal sito di ScrivendoVolo), buona parte dei libri editi che oggi vendono di più e che quindi contribuiscono maggiormente alla sopravvivenza dei principali editori sono quelli che in verità “letteratura” nel senso più alto e virtuoso del termine non lo sono affatto, ma che sono invece mero intrattenimento. Rappresentano “una letteratura che senza il minimo imbarazzo si propone prima di tutto e soprattutto (quasi esclusivamente) di divertire”, in buona sostanza riproponendo sulla carta stampata e rilegata gli stessi meccanismi di facile intrattenimento che soprattutto la TV ha imposto universalmente negli ultimi decenni. Continua Vargas Llosa: “La cultura in cui siamo immersi non favorisce, anzi scoraggia, gli sforzi strenui destinati a culminare in opere che pretendono dal lettore una concentrazione intellettuale. […] I lettori di oggi vogliono libri facili, che li intrattengano, e questo tipo di domanda esercita una pressione che diventa un potente incentivo per i creatori”. Cosa significa tutto ciò? Molto semplice: che nel caso domani mattina sparissero editori e librerie, la maggior parte del pubblico che legge libri (che è quella parte che ne legge ben pochi all’anno, a volte solo uno, come dimostrano bene le statistiche) in fondo potrebbe facilmente sostituirli con qualcos’ altro che possa garantire un simile intrattenimento, visto che alla fine di tutto è questo lo scopo al quale anche molta letteratura si è disgraziatamente piegata. Tuttavia, se il libro decide di mettersi sullo stesso piano dell’immagine – televisiva o cinematografica – in verità firma la propria condanna a morte, dacché mai un media che richiede inevitabilmente uno sforzo mentale (anche minimo) per la propria comprensione e assimilazione potrà competere con quei suddetti media che, grazie all’immagine e ancor più grazie alle strategie di comunicazione visiva messe in atto al giorno d’oggi (ormai del tutto al servizio di contenuti di infimo livello, come saprete bene) offrono tutto bell’e pronto al pubblico fruitore senza bisogno di alcun altro sforzo, anzi, con appagamento ludico ben più immediato e intenso.
Dunque, per tornare a quelle due domande che ho posto poco sopra: cosa faremmo se dovessero sparire i libri e la letteratura? E in quanti saremmo ad agire, a fare qualcosa? Inoltre – aggiungo – con la realtà dei fatti oggi constatabile, saremmo veramente in grado di fare qualcosa? Oppure noi operatori e appassionati dei libri e della lettura siamo sempre più una minoranza le cui eventuali grida di protesta si confonderebbero con lo sbraitare futile e cacofonico che intasa l’etere nostrano?
Forse, sarebbe il caso di lasciare confinata all’ambito fantascientifico/catastrofista un’ipotesi del genere tuttavia riflettendoci sopra per bene, ovvero dovremmo ricominciare e da subito a comprendere appieno quanto la cultura sia fondamentale per la società civile, e quanto anche il semplice gesto del leggere un libro rappresenti un mattone che, se sommato a infiniti altri, è in grado di costruire la più solida e resistente struttura civica sulla quale un paese può e deve sperare di poggiarsi e così di progredire continuamente. Non a caso – lo ribadisco ogni volta che posso – i libri sono sempre stati come fumo negli occhi di tutti i regimi antidemocratici e dittatoriali, per un semplice motivo: fanno pensare. E il pensiero è sinonimo di libertà, sempre, Quindi, o ci facciamo definitivamente assoggettare a un intrattenimento sempre meno intelligente ovvero sempre più imbambolante e rincretinente, oppure continuiamo a restare individui liberi. Per quanto mi riguarda, la domanda nemmeno si pone, ergo compio per l’ennesima volta un gesto rivoluzionario: me ne vado in libreria!