Perché è fondamentale salvaguardare il Vallone delle Cime Bianche

Ogni qualvolta mi trovo davanti – in immagini fotografiche come quella di Annamaria Gremmo qui sopra, scattata di recente, e ancor più da vivo – un luogo come il Vallone delle Cime Bianche, nel quale qualcuno vorrebbe installare le ennesime infrastrutture turistiche, e sciistiche in particolare, come si trattasse di uno spazio qualsiasi, sfruttabile liberamente, monetizzabile e vendibile senza alcun limite, senza la minima considerazione del valore generale del luogo, resto tanto sgomento quanto indignato. Mi sembra qualcosa come la pretesa di piazzare un fast food nel bel mezzo d’un museo d’arte, fregandosene bellamente dei capolavori in esso conservati, patrimonio di tutti, che verrebbero inesorabilmente deturpati.

Mi chiedo da tempo come si possa sostenere il folle progetto di installazione di impianti funiviari attraverso il Vallone delle Cime Bianche, uno dei territori d’alta quota rimasti incontaminati dall’infrastrutturazione turistica altrimenti dilagante, in questa sezione valdostana delle Alpi, soltanto per mere ragioni di vanto sciistico relative a un comprensorio dalla fruibilità complessiva scarsa o nulla, senza considerare minimamente, come detto, le innumerevoli valenze del territorio in questione, la sua bellezza ambientale, le peculiarità naturalistiche e paesaggistiche, la cultura che ne deriva, per giunta pretendendo di spendere decine di milioni di Euro di soldi pubblici (se ne prevedevano 66 milioni nel 2020, ora chissà quanto aumentati in forza dei costi attuali delle materie prime – aggiornamento del 13/12: «La società Monterosa sarebbe in possesso dello studio di fattibilità per il collegamento funiviario di Cime Bianche, il cui costo lieviterebbe a 75 milioni di Euro» (fonte Ansa) – inesorabilmente tolti al sostegno dei bisogni e delle necessità autentiche delle genti che abitano queste valli alpine. Me lo chiedo da tempo e, invariabilmente, l’unica risposta che mi do è che i sostenitori di un tale scellerato progetto sono veri e propri nemici delle loro stesse montagne, nemici della loro storia, dell’identità, delle comunità che le vivono, del loro buon futuro. Perché a fronte di un tale assurdo progetto sul serio non si possono trovare benefici proporzionati, in nessun modo lo si guardi: dal punto di vista economico, turistico, sociale, ovviamente ambientale… in nessuna forma. Di contro, ribadisco, si vogliono spendere decine di milionate di Euro per ottenere immediatamente un effetto lampante: la distruzione del Vallone, della sua bellezza e del suo valore identitariamente alpino. Una follia, non c’è altro da poter dire.

Difendere il Vallone delle Cime Bianche da un tale esecrabile assalto degli impiantisti e dei loro sodali è un atto fondamentale. Lo sta facendo da tempo e con mirabile impegno il gruppo di “Varasc.it. Escursionismo, alpinismo, storia e cultura in Val d’Ayas”, con una petizione aperta su Change.org che ha superato i 16.000 firmatari (vi invito caldamente ad aggiungervi ad essi, se non l’avete ancora fatto) e con numerosi eventi di sensibilizzazione riguardo il tema sul campo e sugli organi di informazione. In particolar modo, il gruppo di lavoro sta tenendo sott’occhio lo studio di fattibilità dei promotori degli impianti, contenente il piano di spesa aggiornato, che doveva essere pubblicato entro fine ottobre scorso, poi rimandato a fine novembre ma non ancora pubblicato: se per palesi difficoltà di gestirne il peso complessivo o se per il tentativo (maldestro) di nasconderlo all’opinione pubblica non è dato sapersi, e ciò non fa che imporre occhi ancora più aperti e vigili sulla questione.

In ogni caso, è importante considerare che la difesa e la salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche rappresenta e rappresenterà comunque un precedente: se la mobilitazione a sua difesa verrà sconfitta e il devastante collegamento funiviario si realizzerà, anche in altre zone ancora libere da infrastrutturazioni turistiche amministratori locali di pari insensibilità e cinismo di sentiranno liberi di agire nello stesso modo, piazzando tralicci, cavi, tubi e quant’altro in luoghi d’alta quota al momento incontaminati e accessibili a chiunque voglia goderne la grande bellezza. Se invece la mobilitazione avrà successo e il Vallone delle Cime Bianche verrà salvato, anche altrove sulle montagne italiane iniziative similari di salvaguardia ambientale potranno godere della forza necessaria per salvare ulteriori spazi di incontaminata bellezza alpestre, consegnando ai residenti e alle future generazioni una montagna ancora vera, genuina, meravigliosa, ricca di potenzialità realmente sostenibili, in grado di conciliare economia con ecologia (parole “sorelle”, d’altro canto, anche se oggi appaiono nemiche) e di preservare un patrimonio culturale che è di tutti, dunque che tutti abbiamo il diritto e il dovere di pretendere ben conservato e giammai deturpato. Secondo voi, quale dei due precedenti è bene che si realizzi e diventi la fonte di relative buone o cattive conseguenze?

Ecco.

Lunga vita al Vallone delle Cime Bianche, dunque, e lunga vita a ogni territorio montano incontaminato ovvero antropizzato armonicamente: la loro salvaguardia nel presente è la garanzia del nostro miglior futuro, non dimentichiamocelo mai!

P.S.: nella pagina Facebook di Varasc.it potrete trovare innumerevoli immagini fotografiche del Vallone delle Cime Bianche. Fateci un “tour” e già così capirete quanta meraviglia alpestre è messa in pericolo, lassù, e quanto sia importante salvaguardarla. Qui sotto invece potete vedere (cliccateci sopra) il video di Beppe Busso Cime Bianche. Unicum, altrettanto significativo delle peculiarità del luogo e della sua bellezza.

Due libri importanti

Sono in uscita due libri che reputo assolutamente interessanti se non, per molti versi e non solo per chi si occupa di montagne, fondamentali. Va da sé che da subito ve ne consiglio la lettura.

Ombre sulla neve. Milano-Cortina 2026. Il “libro bianco” delle Olimpiadi invernali è edito da Altræconomia e firmato da Luigi Casanova, bellunese, già Custode forestale nelle Valli di Fiemme e Fassa, voce storica dell’ambientalismo, past presidente di Mountain Wilderness Italia (oggi è presidente onorario) e per due decenni vice presidente della Cipra – Commissione internazionale per la protezione delle Alpi). Uno che di ambiente montano ne sa come pochi altri, insomma.

Ombre sulla neve è un libro che non fa sconti a chi – come sempre – sfrutta i “grandi eventi” per i propri affari e interessi, senza curarsi dei bisogni reali del territorio e di chi lo abita. Un invito a informarsi e ribellarsi, nel nome della montagna. Presenta un’inchiesta tra le più approfondite mai elaborate sui Giochi olimpici di Milano-Cortina 2026: perché si può amare lo sport ma raccontare come questo “grande evento” – al pari di altri in passato – abbia un impatto devastante sul territorio alpino e i suoi abitanti. Questo libro, infatti, con la forza dei fatti e dei numeri, smentisce la favola dell’Olimpiade “a costo zero e sostenibile” e denuncia l’assenza di una valutazione ambientale complessiva a livello nazionale e di un confronto aperto con cittadini e associazioni ambientaliste, nonché l’invadenza di infrastrutture insostenibili come le opere stradali inquinanti, i palazzetti-cattedrali nel deserto e gli ampliamenti dei domini sciistici che coinvolgono tre Regioni, Trentino-Alto Adige, Veneto e Lombardia, oltre alla città di Milano.

L’alternativa? Un’etica che dia una nuova dignità alla montagna e combatta davvero lo spopolamento, con piccole opere che hanno una ricaduta sociale positiva sul territorio, rispettando i valori identitari delle alte quote – come la sobrietà – e i reali bisogni: servizi, sanità, lavoro, un turismo diverso.

Il volume è impreziosito dalla prefazione di Vanda Bonardo, naturalista, insegnante, attivista, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e membro del direttivo Cipra Italia.

⇒ Ombre sulla neve sarà presentato in prima assoluta giovedì 15 dicembre, alle ore 21.00, presso la Casa della Cultura di Milano, Via Borgogna, 3 (Metro San Babila).

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Inverno liquido. La crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa è invece pubblicato da DeriveApprodi (sarà in libreria da gennaio 2023) ed è firmato da Maurizio Dematteis – giornalista, scrittore e videomaker, si occupa di temi sociali e ambientali e di tematiche legate ai territori alpini, dal 2009 direttore responsabile del webmagazine “Dislivelli.eu” – e da Michele Nardelli – formatore e saggista, past presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, co-fondatore di Osservatorio Balcani Caucaso e ex consigliere regionale del Trentino Alto Adige/Südtirol.

C’è un momento preciso in cui capisci che qualcosa sta cambiando. Sei nato e cresciuto pensando che sarebbe sempre stato così, anno dopo anno, stagione dopo stagione, generazione dopo generazione. Poi un giorno ti svegli e d’improvviso gli impianti di risalita sono fermi. E capisci che quel mondo è finito.

L’emergenza sanitaria legata al Covid 19 ha messo in luce l’estrema debolezza del modello economico legato al turismo dello sci da discesa sulle montagne. In un’epoca nella quale il Climate Change ne accorcia le stagioni e ne aumenta i costi di gestione, in cui la crisi economica lo rende uno sport elitario e il cambiamento culturale vede prospettarsi una diversa domanda di svago anche nei centri vocati alla monocultura del turismo invernale, quali prospettive di riconversione possono essere messe in campo? Quali possono essere le risorse attivabili? E quali gli attori e le reti che possono entrare in gioco?

In un lungo reportage dalle montagne italiane (Alpi e Appennini) imprenditori, operatori e testimoni del mondo dello sci si raccontano, analizzano i fallimenti, spiegano i percorsi di riconversione, fotografano i sogni di rinascita. Un libro che racconta cosa ne è oggi della passata stagione dello sci di massa nelle piccole e medie realtà di Alpi e Appennini.

Inverno liquido è già stato presentato in diverse località, le prossime date saranno quelle di martedì 13 dicembre a Trento, mercoledì 14 dicembre a Bergamo e di giovedì 15 dicembre a Sondrio.

Insomma, non mi reta che ribadire: due libri veramente importanti che escono oggi ma raccontano il futuro, la cui lettura è a mio parere da non mancare.

Camanni, Gogna e Mingozzi per “La Montagna Sacra”

 

MountainBlog Italia” ha dedicato un ottimo reportage, firmato da Mirko Sotgiu, alla presentazione del progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” svoltasi sabato 26 novembre al Museo Nazionale della Montagna di Torino, raccogliendo anche in video le testimonianze di tre dei più illustri componenti del comitato promotore del progetto (del quale mi onoro di far parte): Antonio Mingozzi, professore associato di Zoologia all’Università della Calabria, di Ecologia presso il Dipartimento di scienze veterinarie all’Università di Torino e past direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, Enrico Camanni, scrittore, saggista, giornalista, alpinista, uno dei maggiori esperti di cultura di montagna italiani, e Alessandro Gogna, alpinista di fama internazionale, guida alpina, consulente ambientale e storico dell’alpinismo.

Vi propongo le tre videotestimonianze di seguito sottolineandone il valore rilevante, per il progetto specifico ma pure al di là di questo, per i temi della salvaguardia ambientale dei territori montani e non solo, mentre per saperne di più sul progetto de “La Montagna Sacra” e sottoscriverlo potete cliccare qui. I miei interventi al riguardo invece li trovate qui.

Buona visione!

P.S.: e ribadisco i più sentiti ringraziamenti a Mirko Sotgiu per il prezioso lavoro svolto!

Contro il vergognoso emendamento lombardo pro-moto sui sentieri

Il Consigliere regionale Alex Galizzi è stato il firmatario con Floriano Massardi dell’emendamento che delega ai sindaci la regolamentazione e i permessi di transito dei mezzi motorizzati sia sulle strade agro-silvo-pastorali che su tutti i sentieri montani e non. […] Il Gruppo Regionale CAI Lombardia in sintonia con le commissioni operative regionali esprime forte preoccupazione in merito all’emendamento appena votato riscontrando molte negatività. […] Ci chiediamo perché mai il concetto di montagna libera debba essere associato al concetto di montagna sfruttata. Ci chiediamo perché la politica sia sorda alle vere esigenze della montagna: manutenzione dei sentieri, pulizia degli alvei dei torrenti, rispetto per l’ambiente vegetale ed animale. Crediamo che il termine turismo non sia da associare a pratiche invasive di un ambiente naturale ma alla voglia di apprezzare luoghi come le montagne capaci di ridarci il gusto di vivere in sintonia con quanto di bello la natura ci offre. Crediamo che la politica debba con forza e non con emendamenti come quello recentemente approvato da Regione Lombardia sostenere il concetto di sostenibilità che comprende anche il trattare in modo nuovo le risorse ambientali, con proposte lungimiranti Riteniamo che il recente emendamento sia una assurda forzatura della legge rispetto alla fruizione dolce sui tracciati montani.
Il recente emendamento al progetto di legge N° 241 approvato in data 29 novembre in Consiglio della Regione Lombardia che delega ai sindaci la regolamentazione e i permessi di transito dei mezzi motorizzati sia sulle strade agro-silvo-pastorali che su tutti i sentieri montani e non, sostanzialmente lasciando carta bianca alla distruzione delle vie rurali da parte dei motociclisti, è semplicemente VERGOGNOSO. Non ci sono altri termini possibili per definirlo. Anzi, no, un altro c’è: criminale. Il CAI Lombardia ha rilasciato un comunicato al riguardo, dal quale ho stralciato e pubblicato lì sopra alcuni brani (lo potete leggere interamente qui), il quale pone ottime osservazioni e propone interrogativi ai quali tutti quanti dobbiamo rispondere in base alle realtà dei fatti nonché a ciò che può e deve essere il miglior futuro possibile per quel patrimonio ambientale, culturale, sociale, economico e ecologico di tutti noi che sono le montagne. Il consenso a una decisione politica così scellerata è manifestazione d’una pari barbarie morale, il silenzio, per menefreghismo o per apatia, è complicità. Purtroppo lascia sconcertati la constatazione che a governare il destino dei territori montani vi possano essere soggetti istituzionali così palesemente nemici di essi e tanto dannosi nelle loro iniziative. D’altro canto mai come in tali casi vale la regola che ognuno deve essere responsabile delle azioni compiute, nel bene e ancor nel male ovvero quando tali azioni generino danni gravi quando non irreversibili al suddetto patrimonio comune. Ed è questo il caso, a mio modo di vedere.

La distruzione criminale dei sentieri per legge, in Lombardia

Intanto, in Lombardia, ci sono amministratori pubblici che in base a motivazioni che mi viene da definire semplicemente deliranti vorrebbe liberalizzare il transito di tutti i mezzi motorizzati non solo sulle strade agro-silvo-pastorali ma anche su mulattiere e sentieri di montagna, demandando le decisioni al riguardo ai comuni ma, appunto, sostanzialmente dando loro carta bianca.

Giusto nel post di ieri, qui sul blog, ho definito “delitti” gli interventi di tale portata (sia essa materiale o immateriale) nei territori naturali, affermando di non voler usare la parola “crimini” per conservare una pur flebile speranza che i promotori di quegli interventi vogliano arretrare rispetto ai passi finora compiuti e non andare invece ancora oltre. In Lombardia sembra che quella speranza debba risultare vana: i sostenitori dell’emendamento in questione stanno commettendo un vero e proprio crimine contro la montagna, contro la sua cultura, contro le comunità che la abitano e chi le frequenta con rispetto e consapevolezza, contro il suo futuro. Il sostantivo relativo con il quale definire i suddetti sostenitori di un tale emendamento va da sé.

Scrive bene Pietro Lacasella al riguardo (qui trovate il post completo su “Alto-Rilievo / Voci di montagna”:

[…] Io non so, esattamente, cosa il consigliere Galizzi intenda con “sentieri della morte” e con “sentieri dello spaccio”. Per carità, magari ho avuto io la fortuna di non imbattermi mai in uno di questi pericolosissimi itinerari. Ma poniamo che esistano: la soluzione per arrestare il degrado sarebbero il motorino, l’enduro, il monopattino elettrico e così via? Se così fosse, le trafficatissime strade di periferia dovrebbero essere il regno della legalità. Per combattere seriamente il “degrado” bisognerebbe scavare in profondità, lavorando sulla cultura, realizzando percorsi educativi e incentivando puntuali e pervasive strategie sociali. Per combattere l’abbandono della montagna e il conseguente deterioramento paesaggistico è necessario garantire alle popolazioni locali i servizi per un vivere dignitoso, non la possibilità di scorrazzare per i sentieri in monopattino. Ora non rimane che sperare nel buon senso dei Comuni affinché questo ingegnoso antidoto ai “sentieri della morte” non si riveli piuttosto la morte dei sentieri.

Ecco. Una vergogna senza limite, che va fermata in ogni modo possibile. Oppure ad essa si è conniventi, con tutte le conseguenze del caso.