Ma lui cammina così sull’harnust per controllare nei boschi gli effetti dell’inverno: i danni delle nevicate pensati di novembre, quelli delle bufere di gennaio e ancora delle nevicate pesanti di fine febbraio che qualche volta hanno trasparenze rossicce per la sabbia del Sahara che il vento dei tropici porta fin qui.
Nessuno gli dice di andare per i boschi a constatare i danni, per controllare questi ci sono i guardaboschi comunali e le guardie forestali della Regione; ma lui ci va ugualmente perché questi boschi li sente suoi più che ogni altro, non per proprietà ma perché parte della sua vita, e necessari a lui come l’aria, l’acqua, il cibo.
N.B.:harnust (“corazza”) è termine di origine longobarda con il quale sull’Altopiano di Asiago, i cui abitanti in origine sono Cimbri dunque di stirpe germanica, ci si riferisce al tipico manto nevoso primaverile, caratterizzato in superficie da una dura crosta ghiacciata generata dalla fusione diurna e dal seguente rigelo notturno.
Magari vi farò ridere, ma vi voglio dire di uno tornato dall’America, l’America che incensava ogni giorno, e tornato a risalire sui nostri alpi, a rifare la vita peggiore che uno di noi possa fare, a mangiar male, a dormir male: a star male. Una mattina d’agosto che si trovarono sopra le coperte mezza spanna di neve, e trovarono le vacche serrate in un groppo in mezzo alla neve, e lui cominciò di bel nuovo a parlare dell’America qua e dell’America là gli domandò di traverso il secondo pastore, stufo di quelle litanie “E perché sei tornato?” “Sono tornato perché là nevicava.”
Qualche tempo fa Roberto Mantovani – uno dei massimi esperti italiani di cose di montagna – pubblicava sul magazine “In Movimento” un articolo intitolato Ridateci Rigoni Stern con quale rimarcava come, a fronte della notevole produzione editoriale contemporanea dedicata alla montagna e alla Natura in generale, nella quale non mancano buoni scrittori e libri, sostanzialmente non c’è nessuno che sappia scrivere di tali temi come sapeva farlo Mario Rigoni Stern, ribadendone non solo l’unicità di stile nel panorama letterario italiano del Novecento ma pure l’insuperata dote di narrazione pura del mondo naturale e del rapporto dell’uomo con esso. “Pura” perché cristallina, genuina, obiettiva, priva di fronzoli letterari eppure profondamente poetica, sovente intima e intimistica, sublime compendio di pensieri ed emozioni messi nero su bianco dalle giuste parole – ne una di più ne una di meno, nessuna al di sopra delle righe e nemmeno al di sotto – nell’insieme di testi che si potrebbero pensare quasi minimali, asciutti o laconici ma che sanno raccontare molto di più di quanto si recepisca dalla loro lettura, proprio perché in grado attivare tanto la mente quanto il cuore e l’animo. E sempre, lo ripeto, raccontando la nuda verità, ovvero facendo scaturire da essa la poesia e la narrazione letteraria ma senza mai distaccarsi dalla visione dello sguardo e dai conseguenti moti dello spirito. Uomini, boschi e api (Einaudi, 1a ed.1980) è uno dei titoli di Rigoni Stern specificatamente dedicati alla Natura e ciò, con il grande scrittore dell’Altopiano di Asiago, significa sempre “Natura” nell’accezione più ampia possibile del termine: quella in cui ogni elemento variamente vivente – piante, fiori, animali, insetti, rocce, acque eccetera nonché, ultimi ma non ultimi, uomini – è parte egualitaria dell’insieme naturale, in relazione reciproca dal punto di vista tanto biologico quanto spirituale […]
(Leggete la recensione completa diUomini, boschi e apicliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Natura, ecologia, parchi naturali, paiono parole riscoperte e di moda: ovunque se ne fa un gran parlare; e certe volte, appunto perché di moda, con poca cognizione e a sproposito.
Ma questo argomento è tanto importante e serio che meriterebbe da parte di tutti la massima attenzione, al pari dei grandi problemi che investono il nostro tempo. Mai come oggi l’uomo che vive in paesi industrializzati sente la mancanza di «natura» e la necessità di luoghi: montagne, pianure, fiumi, laghi, mari dove ritrovare serenità ed equilibrio; al punto che viene da pensare che la violenza, l’angoscia, il malvivere, l’apatia e la solitudine, siano da imputare in buona parte all’ambiente generato dalla nostra civiltà.
In questo periodo, in mezzo a un tot indefinito (!) di altri lavori, sto compiendo una ricerca sui miti alpini, la cui personale elaborazione confluirà (se tutto va per il verso giusto) in un’innovativa opera editoriale dedicata alle Alpi. Tra la documentazione vagliata vi è un vecchio testo di Aurelio Garobbio, Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni (Editore Cappelli, 1969), nel quale ho trovato una leggenda relativa agli Uomini Selvatici (forse il più diffuso archetipo mitologico delle Alpi) dei monti del cantone Grigioni. Una storia che, in tutta la sua semplice e genuina suggestione, mi viene da interpretare come una metafora invero assai potente (oggi ancor di più, nel bel mezzo di inquietanti cambiamenti climatici) del rapporto tra l’uomo e la Natura, ovvero dell’armonia necessaria alla costruzione di una connessione tra la presenza umana e i territori naturali (da sempre il mito dell’Uomo Selvatico è rappresentazione delle forze della Natura e simbologia dei luoghi che l’uomo non ha antropizzato ma coi quali deve in qualche modo rapportarsi per la propria sussistenza: esempio classico i boschi) che sia la più virtuosa possibile o, dall’altra parte, la meno aberrante. Nella storia sembra essere inizialmente rappresentata l’armonia primigenia tra gli uomini e la Natura (nonostante certa “durezza” di essa), poi la rottura di questo legame a causa della prepotenza dell’uomo e della perdita della facoltà di comprendere l’importanza della cura di quel legame, quindi i danni e le calamità scaturenti da tutto ciò; infine, quasi a far da “morale” alla storia, l’evidenza della necessità di un approccio ben più sensibile e cosciente nei confronti della Natura e delle sue forze, al fine di ripristinare e riequilibrare l’iniziale e comunque imprescindibile armonia.
In fondo gli uomini, pure “ipertecnologici” che possano essere – come quelli contemporanei – nulla ancora possono (e potranno, nemmeno in futuro) contro le forze naturali: un’evidenza che, appunto, sta diventando via via sempre più palese, con il cambiamento del clima in corso e l’estremizzazione di certi fenomeni meteorologici e climatici.
Per la cronaca, la località di Stossavia citata nella storia è molto probabilmente Safien, villaggio della Surselva grigionese.
Buona lettura e, mi auguro, pure buone riflessioni!
Raffigurazione di un Uomo Selvatico nella chiesa di Ambierle, in Francia.
Un Uomo Selvatico sostava davanti ad una capanna di Camana, il vasto alpeggio di Stossavia, sopra i gorghi della Rabiusa. In cucina una donna faceva il formaggio. Vedendolo lo invitò: – Entra a ristorarti: ti darò da bere e da mangiare.
L’ometto rispose: – Non lo posso fare, perché se mi pongo sotto il tetto, comincia a piovere.
– Anche questa debbo sentire – sbottò la donna. – Non si è mai visto sereno più limpido. Dove la trovi una nube?
L’intera famiglia sui prati segava l’erba, la stendeva al sole ad essiccare, la rivoltava con le forche.
– Ti dico che se entro si mette a piovere.
Non essere scortese, entra!
La donna insisteva, l’Uomo Selvatico si rifiutava, fin che quella, spazientita, lo insolentì, lamentandosi perché offendeva l’ospitalità offerta.
– Se proprio lo vuoi – disse l’Uomo Selvatico, ma appena entrato sotto il tetto, grosse nubi salirono da ogni parte dietro i monti, sommersero l’azzurro fin che non ne rimase una sola chiazza, e piovve a secchi.
– Tu ci guasti il fieno! – cominciò ad inveire la donna. – Ci ricambi il bene col male.
Siccome l’Uomo Selvatico non parlava, quella si eccitava sempre più, e passando alle vie di fatto prese il manico di una falce e lo cacciò di casa.
L’ometto peloso corse un po’, si sedette su di un masso non lungi dalla capanna, lanciò una minaccia: – Aspetta: ora te ne pentirai. – E scomparve.
Immediatamente la pioggia cessò, il vento spazzò le nubi, il sole tornò a splendere cocente, tanto cocente, che una soffocante calura avvolse l’Alpe Camana. Pareva salisse dalla terra, il caldo, e piovesse dal cielo. In breve l’erba fu asciutta, e cominciò a rinsecchire.
Gli uomini rincasati commentavano la stranezza del tempo, e la donna raccontò la storia dell’Uomo Selvatico, invitato in casa e mandato via malamente.
I giorni passavano, la siccità perdurò. Ogni erba seccò, la terra sollevò polvere. Le mandrie non trovando da sfamarsi, strappavano le radici, muggendo da far pietà. Ogni fonte inaridì.
Scongiuri e minacce degli alpigiani arrabbiati e preoccupati caddero sulla povera donna: la si cacciò di casa, dovette cercare albergo nelle tane fra le gole e sarebbe morta di fame, se una figlia non le avesse pietosamente portato qualche cosa.
Perdurando il sereno, si nutrirono le mucche con il fieno, ma presto anche i fienili furono vuoti, e le povere bestie stecchite cominciarono a morire. Di pioggia, neanche a parlarne.
I pastori proibirono di portare il cibo alla donna nel rifugio di sasso: era causa del male e doveva perire, come le mandrie un tempo fiorenti.
La figlia rattristata uscì di casa, sedette sullo stesso masso dal quale l’Uomo Selvatico aveva scagliato la maledizione, sentì un groppo stringerle sempre più la gola, scoppiò in un pianto dirotto.
Tre lacrime caddero sul secco terreno, e l’Uomo Selvatico apparve.
– Guarda – le disse – piove.
Il cielo si era improvvisamente coperto, ed una pioggia calma, fresca, ristoratrice scendeva blanda sulle zolle inaridite. Pioveva a fili diritti, come nelle notti d’autunno, ed in breve l’erba tornò a spuntare, un verde intenso ricoperse i pascoli ed il bestiame fu salvo. Si andò allora a trarre dalla tana di roccia la donna causa di tanto male, e la si lasciò in pace.