Milano-Cortina 2026: Olimpiadi non bellissime da vedere, per ora

[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Milano Scalo Romana“.]
A Milano sono stati tolti i ponteggi agli edifici del Villaggio Olimpico in costruzione per i giochi di Milano-Cortina 2026 sull’area dell’ex scalo ferroviario di Porta Romana (qui sopra una veduta), svelandone l’aspetto pressoché definitivo. E scatenando numerose critiche: il sito “urbanfile.org” parla di un «aspetto esterno veramente minimal che lo fa sembrare un blocco ex sovietico» (osservazione molto condivisa, questa), altri li definiscono «alveari di cemento», «un incrocio tra un carcere e un ospedale», «ecomostri in pieno centro» e così via. Veramente pochi, di contro, gli apprezzamenti. Naturalmente sul web potete trovare numerose immagini che possono aiutare a farvi un’idea della questione.

Posto che il cantiere non è concluso e che intorno agli edifici deve ancora essere realizzata l’area verde che correderà il villaggio (il quale dopo dovrebbe diventare uno studentato a prezzi calmierati), l’aspetto certamente poco gradevole degli edifici milanesi mi sembra faccia il paio con altre opere olimpiche in costruzione ugualmente spiacevoli alla vista e a volte pure decontestuali ai luoghi. Ad esempio il nuovo “Ski Stadium” di Bormio, del quale scrissi già qui (lo vedete nell’immagine sottostante): una specie di dozzinale capannone industriale piazzato in fondo alla pista “Stelvio” che non c’entra nulla con niente, lì.

In considerazione delle moltissime condivisibili rimostranze che le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 stanno generando fin dal loro annuncio, ovviamente non rivolte all’evento in sé ma a come lo si sta realizzando, in particolar modo riguardo le opere previste e il relativo esborso di denaro pubblico (la nuova pista di bob di Cortina ne è un esempio lampante), mi viene da pensare che la scarsa gradevolezza estetico-architettonica di quelle opere sia un’altra conseguenza, o effetto collaterale, del discutibile modus operandi olimpico in divenire. Ovvero: se un evento ben fatto e ben organizzato stimola opere altrettanto ben fatte e di bell’aspetto (così che da tale cura estetica l’evento acquisisca pure valore, prestigio e consenso generali, peraltro), realizzazioni così poco gradevoli non possono che far temere la condizione opposta.

Vedremo se finirà veramente così oppure se le cose miglioreranno, da qui al 6 febbraio 2026, data d’inizio delle Olimpiadi. La speranza è l’ultima a morire, come si dice.

I bandi per la montagna di Regione Lombardia: ottima cosa. No, anzi: non così tanto.

Leggo che Regione Lombardia ha stanziato 17 milioni di Euro per i progetti del bando “Valli Prealpine” al fine di «contrastare lo spopolamento e rigenerare i territori di montagna, con il potenziamento e la valorizzazione di beni e di servizi pubblici a favore delle comunità locali» e mi dico: ottima cosa! E lo è, in effetti, come lo sono i recenti bandi lombardi per l’agricoltura di montagna (17 milioni) o per i rifugi (5 milioni). Ma appena dopo penso che, pur mettendo insieme gli investimenti di tutti questi bandi “virtuosi”, la somma rappresenta solo una piccola parte di quella che la stessa Regione Lombardia ha stanziato, o intende stanziare, per infrastrutture sciistiche in zone poste a quote inferiori di 1800-2000 m, al di sotto delle quali lo sci non è più scientificamente garantito in forza dei cambiamenti climatici in corso. Soldi sostanzialmente buttati, insomma, ovvero tolti a molti altri progetti ben più necessari e utili alle comunità residenti in quei territori e realmente funzionali a combattere lo spopolamento e sostenere l’attrattività abitativa.

Si consideri i soli progetti di nuovi impianti tra Lizzola e Valbondione, per i quali Regione Lombardia stanzierebbe 19 milioni, di Piazzatorre (da Regione 14 milioni), Maniva (12,5 milioni), Montecampione (13 milioni)… con il totale siamo già ben oltre le cifre per quei bandi “virtuosi” sopra citati. Ce ne sono sicuramente altri di questi bandi, così come ci sono decine di altri progetti sciistico-turistici parimenti opinabili in corso in Lombardia, tra nuovi impianti di risalita, opere per l’innevamento artificiale, strade, parcheggi e altri interventi a corredo; ciò senza contare i progetti estivi (soprattutto le tante ciclovie assai discutibili) e gli stanziamenti per le prossime Olimpiadi di Milano-Cortina. Insomma, la bilancia è inesorabilmente squilibrata a favore di questi secondi, non dei primi.

Va bene così? Forse sì: ma nello stato in cui si trovano i nostri territori di montagna (e scrivo «nostri» per indicare non solo la montagna lombarda ma tutte le montagne italiane), non dovrebbe avvenire il contrario cioè una preponderanza di finanziamenti pubblici per progetti, opere e interventi a reale supporto della quotidianità delle comunità di montagna e dei servizi di base a loro necessari (si pensi ai continui tagli del trasporto pubblico che serve i comuni montani, per dirne solo una) destinandone una parte ben minore a supporto del turismo e solo dove sia sensato e logico intervenire. Senza dimenticare poi che gli stanziamenti pubblici nel settore turistico vanno spesso a vantaggio di soggetti privati che lavorano (giustamente) per il lucro, non a diretto favore delle comunità locali: che poi ci possano essere ricadute positive – il tanto celebrato e a volte fantomatico “indotto” – è verissimo, ma è evidentemente qualcosa di ben diverso dall’intervenire direttamente per finanziare scuole, ambulatori di sanità pubblica, bus o per manutenere le strade locali oppure sistemare le situazioni di dissesto idrogeologico.

Tutto questo lo evidenzio non tanto per dar contro a quei progetti sciistico-turistici – se pur la loro notevole irrazionalità rende inevitabile farlo – quanto per obiettività rispetto alla realtà effettiva delle cose oltre che osservanza del più ordinario e necessario buon senso. Il quale, non mi stancherò mai di ripeterlo, è un elemento fondamentale nella gestione politico-amministrativa e socio-culturale dei territori delicati come quelli di montagna. Combattere il loro spopolamento e sostenerne lo sviluppo a lungo termine non significa spendere tanti soldi ma spenderli razionalmente dove è realmente necessario senza inseguire affarismi, propagande, ideologismi e tornaconti particolari, visto anche che, finanziariamente, non siamo la Svizzera o il Lussemburgo. E vedere aprire nuove seggiovie lungo le piste da sci nel mentre che nei rispettivi paesi si vedono chiudere le scuole o eliminare i bus non è cosa degna di un paese realmente civile e democratico.

Milano ora toglierà il traffico dalle sue vie?

[Le Grigne viste da Milano. Immagine di Andrea Cherchi, tratta da www.milanomontagna.it.]
Milano è una “città di montagna” sotto molti punti di vista: perché è fatta di “cose della montagna” – marmi, acque, pietre d’ogni sorta… -, perché le Alpi cominciano poco oltre la sua periferia nord e le vette alpine si scorgono benissimo dal centro, perché alle montagne è sempre stata culturalmente legata, perché ha una lunga tradizione alpinistica, perché tra sedici mesi sarà pure sede delle Olimpiadi invernali. Ci tornerò pure io, a breve, per parlare di montagne in un evento pubblico.

Bene: oggi a Milano apre l’intera linea 4 della Metropolitana cittadina. Con essa, e con le linee di superficie, la città è ormai totalmente servita dai trasporti pubblici. Cosa dovrebbe fare dunque ora l’amministrazione della città? Semplice: togliere il traffico dalle sue vie. Quel traffico che la sta soffocando e la rende invivibile – come se già non avesse altre criticità che la rendono tale – e qualche mente misera ritiene una manifestazione di vitalità, di attivismo, di libertà. Libertà di morte, già.

Avrà il coraggio di prendere quella decisione? Saprà Milano dimostrarsi veramente una “città di montagna” cioè una metropoli legata al territorio e all’ambiente che la circonda non solo dalle vicinanze geografiche ma pure da una autentica consonanza ecologica, facendosi elemento antropico armonico – nonostante la sua grandezza – al territorio d’intorno e non più fattore dissonante, squilibrato, ammorbante e, ribadisco, sempre più invivibile?

[I grattacieli di CityLife, il Monte Rosa e le Alpi Pennine, quando non c’è lo smog. Immagine tratta da milano.repubblica.it.]
Io temo di no. Troppo impegnata Milano, ancora e pervicacemente, a costruire un’immagine di se stessa fatta di tanto marketing e di poca realtà, attrattiva per i forestieri e repulsiva per i milanesi, sempre più privata/privatizzata ed esclusiva, sempre meno urbana e civica. Una città, per giunta, che ora sta solo pensando a come imbellettarsi ancor più di prima per farsi bella davanti alle telecamere olimpiche.

[CityLife quando c’è lo smog. Immagine tratta da milanocam.it.]
Una città meravigliosa, scintillante, avvenente, vibrante, che vien sempre meno voglia di visitare e vivere.

Le montagne, la natura, l’ambiente non sono di destra o di sinistra ma di tutti

Le evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici pongono seri interrogativi sulla possibilità di continuare a immaginare un turismo, in particolar modo quello invernale, come se nulla fosse.

Siamo stati abituati ad aumentare tutto: più posti letto, più impianti. Molte località famose diventano grandi parchi giochi, con i locali che si trasformano in comparse e servitori.

È lampante che il “sistema neve” rimane ancora oggi un settore fortemente trainante dell’economia alpina, ma è possibile continuare a immaginare uno sviluppo turistico invernale alla luce dei cambiamenti climatici?

Se è possibile immaginare di spingere sull’industria dello sci in alcune località blasonate e oggi fortemente infrastrutturate — da Madonna di Campiglio a Plan de Corones — per altre l’invito è a immaginare un percorso opposto. Che tolga strutture invece di aggiungerne. Possiamo immaginare una dismissione degli impianti esistenti e la demolizione di tutte le strutture costruite nel corso degli anni? Siamo in grado di attivare un percorso di rinaturalizzazione e valorizzazione di un luogo da «sacrificare» alla classica fruizione fatta di impianti di risalita, ma da offrire invece come una montagna liberamente accessibile?

Questi sono alcuni stralci di un articolo pubblicato lo scorso 24 settembre sul “Corriere del Trentino” che cita… un’ambientalista radicale? No.
Un seguace delle idee sulla decrescita? No.
Un militante politico della parte opposta a quella che di norma sostiene l’industria turistica? Nemmeno.

Sono parole e opinioni di Alberto Winterle, rinomato architetto trentino direttore di “Turris Babel”, la rivista della Fondazione Architettura Alto Adige, già presidente dell’associazione Architetti Arco Alpino costituita dagli Ordini degli Architetti delle provincie alpine italiane. Le ha scritte nell’editoriale dell’ultimo numero della rivista (il #134) che potete leggere qui.

Uno stimato professionista di altissimo profilo, dunque, che esprime opinioni non in base a ideologismi di qualsivoglia natura ma alle proprie grandi competenze e all’autorità che ne deriva.

Già, perché l’ambiente non è né di destra e né di sinistra, è di tutti. E le montagne e la loro gestione non sono e non possono essere soggette alle convinzioni di questa o di quella parte politica, funzionali ai propri interessi particolari ma sono un patrimonio, una responsabilità e una facoltà di tutti, la cui amministrazione deve apportare vantaggi a chiunque e, innanzi tutto, ai territori montani stessi, ai loro ambienti, ai loro paesaggi. Alle montagne, insomma.

[Foto Ansa, fonte https://www.3bmeteo.com/.]
Una questione di competenze, visioni, buon senso, cultura, non di ideologie, slogan, propagande e partigianerie.

Sarebbe finalmente ora di considerare pienamente tale verità e di farne un punto fermo, per il bene di tutti.

Ma l’Unesco sta tutelando o mercificando le Dolomiti?

[Il massiccio delle Tofane, sopra Cortina d’Ampezzo, visto dal Col Dala Pieres. Foto di Michael 2015, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
In molti ormai mettono in dubbio, con forza crescente, la bontà e l’efficacia dell’iscrizione delle Dolomiti nel patrimonio naturale dell’umanità sancita dal marchio “Dolomiti UNESCO” e gestita dall’omonima Fondazione, chiedendosi: è vera tutela del territorio dolomitico, quella dell’UNESCO, oppure il marchio è una “patacca” dietro la quale nascondere la sua mercificazione turistica?

Se non serve affermare che lo spettacolare paesaggio dolomitico è un attrattore turistico potente come pochi altri, è palese pure che tra le Dolomiti la turistificazione del territorio non sembra trovare troppi ostacoli, nonostante la tutela “UNESCO” sarebbe dovuta servire anche alla gestione virtuosa di tali flussi. D’altro canto, il piano di gestione “Dolomiti 2040”, elemento fondamentale della strategia al riguardo da parte della Fondazione, non è mai stato messo in atto e risulta di fatto abbandonato.

Mountain Wilderness Italia denuncia tale situazione in un inequivocabile position paper datato 2 settembre 2024 dal titolo I fallimenti delle tutele UNESCO sulle Dolomiti. Una responsabilità solo politica (qui il pdf) con il quale cerca di mettere con le spalle al muro, per così dire, la Fondazione Dolomiti UNESCO chiedendo ad essa, per riassumere, di riprendere in mano la situazione dimostrando di saperla gestire oppure, altrimenti, di dover considerare l’appoggio a quella parte sempre più consistente di società civile residente nelle valli dolomitiche che chiede all’UNESCO di togliere il patrocinio alle Dolomiti e cancellare l’iscrizione dal patrimonio naturale dell’umanità.

[Devastazione sciistica a Cortina d’Ampezzo, ai piedi delle Tofane – foto sopra. Immagine tratta da altrispazi.sherpa-gate.com.]
Come si legge nel documento, «Sarebbe troppo dispersivo elencare ogni capitolo del piano di gestione che non è stato attuato. La situazione è talmente grave da chiedere fin da subito alla Fondazione di riprendere un percorso di revisione del piano, ancorandolo ad investimenti economici e finanziari condivisi dai territori interessati. Un aggiornamento dovuto anche per fare fronte in modo innovativo agli effetti dei cambiamenti climatici e per rispondere in modo incisivo alle recenti modifiche introdotte dal Parlamento all’art. 9 della nostra Costituzione. L’attività economica riferita al potenziamento delle aree sciabili risulta essere l’attività più critica che ci porta a diffondere anche sulle alte quote gli effetti di un eccesso di antropizzazione e di infrastrutturazione che invade anche i settore della ristorazione, dell’accoglienza, della viabilità.»

Dunque, che farcene in concreto di questa tutela UNESCO alle Dolomiti? Vi sono le possibilità di recuperare la situazione e ricavarci una strategia di gestione complessiva realmente vantaggiosa per il territorio, il suo ambiente e per chiunque lo viva, da residente e da turista, oppure bisogna concludere che il tutto si sia rivelato come ciò che forse era fin dall’inizio, ovvero una grande, ipocrita operazione di marketing, alla lunga dannosa per tutti?