Lo Stelvio, il finto “parco nazionale” abitato da peluche!

Hanno ben ragione i tanti utenti che, sulle pagine social del Parco Nazionale dello Stelvio, stanno postando commenti di protesta e sarcasmo vero l’ente in relazione alle opere che trasformeranno il Lago Bianco al Passo di Gavia in un serbatoio d’acqua per i cannoni sparaneve delle piste di Santa Caterina Valfurva (ne ho scritto qui), sulle quali il Parco – soggetto che dovrebbe tutelare in maniera ampia il suo territorio, inutile rimarcarlo – mantiene un silenzio totale. Così come, aggiungo, fa specie che un’altra deprecabile “giostra da luna park alpino”, il progettato ponte tibetano sulla Val Grande a Vezza d’Oglio, in Val Camonica e ai margini meridionali del Parco, sia non solo autorizzato da esso ma addirittura finanziato.

Peraltro, paradossalmente, nelle pagine web del Parco per indicare le sue “porte” lombarde, viene proprio mostrata un’immagine del Lago Bianco e delle sue preziosissime torbiere, più uniche che rare sulle Alpi (vedi sotto), attraverso le quali si sta scavando per far passare i tubi dell’innevamento artificiale suddetto. Pura ipocrisia o sconcertante superficialità?

Per tutto ciò, leggere di eventi come quello della locandina sopra pubblicata, che potrebbe anche essere interessante e utile in senso didattico anche a prescindere dal marketing commerciale che vi sta alla base, fa parecchio ridere – amaramente, sia chiaro. Forse che il Parco Nazionale dello Stelvio si sia già risolto di mostrare ai suoi giovani visitatori i propri animali nella versione di peluche ben sapendo di non essere più in grado di proteggere quelli veri – o forse così palesando di essere ormai disinteressato alla loro tutela, piegandosi ai dettami del più pernicioso e degradante turismo di massa?

Sarebbe bello ricevere un chiaro e deciso diniego da parte del Parco a tutto ciò. Sarebbe bello, già.

[Un’immagine eloquente di ciò che sta accadendo al Lago Bianco del Passo di Gavia, con l’assenso del Parco Nazionale.]

Passo del Gavia, la montagna schiavizzata dall’industria dello sci

Montagna, sta zitta!
Cosa vuoi, cosa pretendi, tu e il tuo inutile paesaggio?
Come ti permetti, attraverso la voce e le azioni dei tuoi “appassionati”, di dare contro a me, dominatrice assoluta e indiscutibile delle terre alte?
A me, sì: io sono l’INDUSTRIA DELLO SCI! Io tutto posso e tutto metto al mio servizio sui monti, anche un lago alpino all’interno di un parco nazionale. Voi lo credete bello, prezioso, importante? Be’, sappiate che per me fa schifo e non vale nulla. Me ne frego che sia in un’area tutelata, non mi interessa della bellezza del paesaggio intorno o che lì ci sia una rarissima tundra alpina: i miei cannoni per sparare la neve artificiale chiedono acqua e io l’acqua gliela fornisco, mando ruspe a scavare, piazzo tubi e pozzetti, prelevo tutta l’acqua che mi serve per innevare le mie piste, quanto e come voglio.
Nessuno più dire e fare nulla contro: io comando e domino politici di ogni ordine e grado, funzionari del parco nazionale, amministratori pubblici. Di me la gente comune ha paura, così la rendo indifferente, menefreghista e complice del mio dominio!
Io posso distruggere ogni cosa per dare alle mie piste da sci ciò che occorre loro. Chiunque altro deve solo credere, obbedire e combattere le montagne e chi le difende per far trionfare il mio dominio. Conto solo io che sono l’industria dello sci, il resto non conta nulla.
Dunque sta zitta, montagna, e sii sottomessa al mio volere assoluto!

A quanto pare sono iniziati i lavori di posa delle tubature che preleveranno l’acqua dal Lago Bianco al Passo di Gavia, uno dei laghi naturali alpini più belli e più elevati delle Alpi Retiche, al fine di alimentare i cannoni per l’innevamento artificiale delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva. Ciò nonostante il lago sia all’interno del territorio del Parco Nazionale dello Stelvio, ente di tutela dell’ambiente naturale e della sua integrità, ormai diventato con tutta evidenza un’istituzione farsesca.

Questo è un crimine ambientale, ne più ne meno. E la gran parte della gente, compresi gli abitanti di quella zona, pare proprio che se ne resti zitta e dunque ne diventi complice.

P.S.: voglio ringraziare l’amico Marco Trezzi, che tempo fa ha organizzato una raccolta firme on line per cercare di contrastare questo scellerato progetto, per l’impegno e la passione che ha messo e continua a mettere in tale causa. Al momento sembra che gli scellerati servi dell’industria dello sci abbiano vinto, ma in realtà stanno solo palesando la loro imminente sconfitta, mentre l’impegno di chi ha a cuore tali cause non sarà vano e verrà sicuramente riconosciuto. È solo questione di tempo.

P.S.#2: le foto qui pubblicate sono di Fabio Sandrini (come da marker sulle immagini), tratte dalla sua pagina Facebook, e dello stesso Marco Trezzi. La foto invernale del lago è di Simone Foglia.

P.S.#3: tocca dire che personalmente NON CE L’HO CON L’INDUSTRIA DELLO SCI IN GENERALE (lo scrivo pure in maiuscolo per i duri di comprendonio). Ma con certi suoi rappresentanti che si permettono cotanti scempi e con chi li sostiene sì: assolutamente, fermamente, radicalmente.

Le priorità per la montagna

Ecco.

Due esempi tra i tanti possibili il cui raffronto è alquanto emblematico, a mio parere, riguardo la “visione” e l’atteggiamento che la politica riserva ai territori montani. Già.

P.S.: non c’è in questo post una critica diretta all’innevamento artificiale, pratica che comunque aborrisco anche per come gli impiantisti lo credano il loro salvagente e invece rappresenta il cappio al collo, ma – ribadisco, a scanso di equivoci – al modus operandi della politica verso la montagna.

Imparare a (con)vivere con il meteo estremo, anche in montagna

P.S. – Pre Scriptum: questo articolo l’ho scritto la scorsa settimana, prima che accadessero i più recenti fenomeni meteorologici che hanno colpito varie zone del nord Italia e che hanno drammaticamente dimostrato come a rischio non siano solo i territori naturalmente più delicati come quelli montani ma anche i più grandi e strutturati agglomerati urbani. In qualche modo, dunque, le mie considerazioni si possono ancora più ampiamente contestualizzare alla realtà climatica in corso.

I fenomeni meteorologici, in forza del cambiamento climatico in corso, si stanno facendo di anno in anno sempre più estremi. Nubifragi violentissimi, tempeste di fulmini mai registrate prima, grandinate con chicchi grossi come palle da tennis, trombe d’aria, fenomeni di downburst che in pochi istanti radono al suolo interi boschi sono sempre più frequenti e si manifestano anche in zone, come quelle alpine, che in passato rarissimamente li avevano registrati e con portate molto inferiori. A tali fenomeni si devono sommare quelli non cagionati direttamente dai fenomeni meteorici ma da altri fattori climatici in variazione, come ad esempio le frane dovute allo scioglimento del permafrost oppure i crolli di seracchi glaciali che in certi casi possono coinvolgere aree utilizzate dall’uomo.

Ora, al netto delle colossali stupidaggini di coloro i quali vogliono negare l’evidenza dei fatti (per inciso: sono ben contento che quelli proferiscano pubblicamente certe affermazioni, così possono dimostrare il livello di incompetenza e di insensatezza raggiunto senza lasciarci alcun dubbio al riguardo), tali fenomenologie così estreme e tanto frequenti devono necessariamente farci riflettere su come si possa generare un’adeguata e consona resilienza ad essi, che possa tutelare il più possibile il paesaggio e parimenti chiunque lo vive, da residente stanziale o da turista occasionale. La montagna, insieme al resto del nostro territorio, sta cambiando non solo dal punto di vista ambientale e paesaggistico – basti pensare alla fusione dei ghiacciai, che può mutare radicalmente l’aspetto e la riconoscibilità, dunque anche la coscienza del luogo, di una montagna – ma anche climatico e quindi ineluttabilmente pure antropico e culturale.

Se osserviamo e consideriamo la tristemente celebre Tempesta Vaia dal 2018 – anno del suo accadimento – verso il passato, la potremmo valutare come un evento eccezionale; se la osserviamo e consideriamo dal 2018 a oggi, ci sembra già un evento estremo d’una fenomenologia sempre più frequente e vieppiù ordinaria. Questo nel concreto non significa solo milioni di alberi abbattuti e danni paesaggistici ingentissimi nei territori montani colpiti, significa pure 2,8 miliardi di Euro di danni nelle sole regioni alpine italiane che hanno subìto la forza devastatrice della tempesta. Posta l’estremizzazione costante dei fattori climatici, soprattutto di quelli termici che sovraccaricano l’atmosfera di energia la quale prima o poi si scaricherà al suolo attraverso la proporzionale violenza dei fenomeni meteorologici, bisogna considerare l’ipotesi che, come detto, le casistiche al riguardo nel prossimo futuro saranno sempre più ricche e più ingenti le conseguenze non solo ambientali, anche economiche e sociali.

Tutto ciò, inutile affermarlo, non per fare del catastrofismo climatico gratuito ma per riflettere seriamente su questa realtà e sulla sua portata in relazione ai territori naturali e antropizzati al fine, come ribadisco, di poter sviluppare e strutturare un’adeguata capacità di prevenzione, se possibile, e di mitigazione dei danni. Credo che chiunque sano di mente – persino qualche negazionista dei meno oltranzisti – risulti sensibile alla bellezza e al valore culturale dei paesaggi montani (non solo di questi, ripeto, ma vi ci riferisco per visione e studio personali) e capisca l’importanza e la necessità di salvaguardarne l’ambiente e il paesaggio a partire dal suo aspetto, il primo fattore attraverso cui si origina e elabora la relazione culturale che formuliamo verso di essi. Dunque – l’ho già affermato altrove, lo ribadisco ora – è assolutamente importante sviluppare l’analisi delle cause all’origine di questi fenomeni e della loro estremizzazione per poter meglio comprendere e, appunto, magari prevederne gli effetti, ma dovremmo aumentare anche l’attenzione e il lavoro riguardo la resilienza diffusa e strutturata nel tempo, non mirata ai singoli episodi (per non restare nel solito deleterio ambito della “emergenza”) ma alla programmazione a lungo termine in forza delle evidenze scientifiche registrate.

Viceversa, rischieremmo di restare sempre lì a trottolare – con conseguenti polarizzazione delle opinioni e litigiosità crescenti – intorno alle cause, subendo inermi le conseguenze dei fenomeni più estremi e al contempo senza imparare a come poter mitigare, magari annullare ma nel caso anche convivere con i loro effetti. E se qualche spirito misero continuerà a negare pervicacemente ogni cosa, sarà probabilmente il primo a subire quegli effetti e nel modo più pesante, già.

[Nelle immagini dei giorni scorsi a corredo del post: downburst in Tirolo, Austria, e grandine in Nord Italia.]

Sulla questione del taglio dei boschi in montagna (anche a Morterone, sul Resegone)

Nei giorni scorsi numerosi amici mi hanno scritto per segnalarmi i lavori di taglio del bosco in corso sul versante di Morterone del Resegone, anche attraverso immagini fotografiche le quali hanno scatenato un gran dibattito soprattutto sui social, ricco soprattutto di espressioni di biasimo per quei lavori forestali (immagini che in parte vedete lì sopra, prese dalla pagina Facebook del Rifugio Azzoni, autore del mirabile/famigerato post ironico che ha scatenato tutto quanto). Probabilmente la vicenda a molti è ormai nota dunque ora non la riassumerò di nuovo (chi invece non ne fosse a conoscenza trova parole al riguardi qui e qui), e ringrazio molto della considerazione quegli amici che me ne hanno dato notizia. Non avendo personalmente constatato lo stato di fatto, sul Resegone, ho chiesto a amici ben titolati – funzionari Ersaf, professionisti dei lavori forestali, tecnici della comunità montana competente – qualche prezioso chiarimento al riguardo per capire meglio la situazione e a mia volta ringrazio loro per avermeli forniti. Tuttavia, non avendo al momento ancora visitato la zona e aver visto con i miei occhi, vorrei qui esprimere alcune considerazioni di carattere generale che però ben si adattano anche al caso specifico di Morterone.

Innanzi tutto, la coltivazione del bosco – risorsa naturale che si rinnova costantemente, seppur in tempi medio-lunghi – è un’attività che fin da quando l’uomo ha abitato stanzialmente le montagne viene praticata, un tempo ben più di oggi vista la maggiore importanza del legno per la vita dei montanari. Le valenze di natura umanistico-culturale del bosco (e della montagna in genere) si sono sviluppate e diffuse in tempi più recenti mentre secoli addietro erano prerogativa delle più antiche religioni europee; oggi il bosco è considerato non solo un elemento estetico fondamentale per l’elaborazione della “bellezza” del territorio montano e della relazione con il suo paesaggio ma pure un fattore turistico sovente importante – con i rischi che ciò comporta, in primis di una considerazione del bosco più superficiale che approfondita, ma è comprensibile. La crescente sensibilità ambientale verso la Natura acuisce – fortunatamente – l’attenzione diffusa verso il bosco, facendo più sensibile anche lo sguardo dei frequentatori in caso di modifiche visibili al suo aspetto naturale, come ad esempio in occasione di lavori forestali – a prescindere che siano ben fatti o mal eseguiti. Così, uno squarcio nel bosco dovuto al taglio di alberi è recepito di primo acchito dalla sensibilità comune come una cosa brutta e dunque “sbagliata”: ciò avviene soprattutto in montagna, territorio di particolare pregio estetico e delicatezza ambientale nel quale tuttavia, bisogna rimarcarlo, il bosco è da decenni in avanzamento costante. Nello specifico del territorio regionale lombardo, l’81% del bosco è situato nelle aree montane, il 12% nella fascia collinare e il 7% in pianura: è dunque nelle zone più antropizzate che ci sarebbe bisogno di maggiori superfici boscate e invece qui i boschi diminuiscono sempre di più, distrutti dall’incessante consumo di suolo, mentre sui monti i boschi aumentano appunto. Questo naturalmente non giustifica eventuali interventi malfatti dal punto di vista forestale, ecosistemico e paesaggistico, ma può aiutare a contestualizzare meglio la questione generale; d’altro canto l’avanzamento del bosco in aree montane non è sempre una cosa positiva, soprattutto nelle zone abitate e manutenute per secoli dall’uomo e poi abbandonate.

Posto tutto questo, mi pare che il caso di Morterone entri nel solco di altri episodi simili nei quali, anche più che la mera conformità dei lavori eseguiti e la loro legittimità amministrativa, si evidenzia un modus operandi politico piuttosto nebuloso riguardo il quale, probabilmente, sarebbero da indirizzare i biasimi pubblici. Voglio dire: i lavori sul Resegone sono stati regolarmente autorizzati, insistono su terreni privati e non sul demanio di competenza Ersaf e vengono eseguiti per commercio del legname, dunque nulla che, piaccia o meno, possa essere contestato e che appaia fuori dall’ordinario, formalmente. Semmai si potrebbero opporre osservazioni sulle valutazioni d’impatto estetico di tali lavori, analizzando il valore paesaggistico dello specifico luogo in questione e l’importanza della presenza boschiva per l’elaborazione culturale del territorio, peraltro abitualmente frequentato dagli escursionisti, non certo sperso in una zona disabitata e lontana dalla vista. Ciò per elaborare un più attento protocollo a tutela dell’aspetto del paesaggio locale evitando così la realizzazione di grandi “buchi” nel tappeto forestale che inevitabilmente destano disapprovazioni in chiunque se li trova davanti agli occhi. È qualcosa che già si considera, questo? Se sì, è forse da sviluppare meglio al fine di migliorare conseguentemente i lavori forestali in relazione al paesaggio locale? C’è anche una mancanza di dialogo tra le istituzioni politiche alle quali fanno capo i lavori e il pubblico che frequenta la zona il quale ne è così sensibile? Lavori del genere, visivamente impattanti, forse vengono troppo spesso imposti al paesaggio senza averne data prima un’adeguata informazione? O magari lo si fa apposta proprio per non sollevare anticipatamente critiche che potrebbero ritardare quando non bloccare i lavori?

Questione pista forestale, ora: a mio parere anche più delicata di quello del taglio del bosco. Tali piste sono necessarie per eseguire lavori forestali ben fatti e, poi, per mantenere costante la coltivazione del bosco, questo è indubbio. D’altro canto è altrettanto evidente che spesso vengano eseguite senza troppa cura per il territorio e per quanto già di etno-antropico – ma armonico – esso presenta, ad esempio sentieri ormai storici quando non mulattiere secolari. Inoltre tali piste, appunto fatte in economia e dunque quasi mai dotate di quelle opere atte a non innescare problematiche idrogeologiche (canaline di scolo dell’acqua, bordature di contenimento, muri di sostegno a monte e a valle), abbisognano di una continua manutenzione soprattutto in questi anni di cambiamenti climatici e relativi fenomeni meteorologici sovente estremi: bastano pochi nubifragi per rendere una pista in origine ben livellata una specie di letto torrentizio dal fondo estremamente sconnesso. Senza contare poi la necessità tanto di un divieto di transito a estranei quanto del conseguente controllo: presente quasi sempre il primo ma regolarmente assente il secondo. Ecco dunque che tali piste diventano in breve tempo piste di downhill o peggio tracciati di enduro, il che le devasta in modi ancora più gravi e irreparabili. Per giunta, se qualcuno più o meno lecitamente comincia a passare, finisce che ci passano tutti.

Ho saputo che la pista di Morterone era nata come provvisoria (dunque con l’obbligo di rinaturalizzazione del terreno a fine lavori forestali) ma è stata resa definitiva da un apposito provvedimento della Comunità Montana della Valsassina, ente competente al riguardo. Perché? Forse è giusto così, forse no e magari ciò acuisce la probabilità di accadimento dei rischi che ho citato poco sopra: ho chiesto lumi al riguardo alla Comunità Montana, la quale al momento non mi ha risposto (ma ci sta, non sono un pubblico ufficiale e nemmeno qualcuno così degno di attenzione anche se una risposta di cortesia potevano quanto meno produrla). C’è un rischio ulteriore peraltro, in presenza di queste piste forestali: dopo qualche anno e senza la necessaria manutenzione si deteriorano inevitabilmente, dunque che si fa? O le si lascia andare alla malora del tutto, così che probabilmente una bella frana prima o poi dissesterà il versante, oppure, già che il tracciato c’è, perché non cementarla o addirittura asfaltarla? E già che ci siamo, perché non prolungarla fino a qualche altro punto del territorio oppure – vista l’attuale proliferazione – in un nuovo e allettante anello turistico per le mtb? Un degrado di diversa forma ma di similare dissestante sostanza.

Insomma, trovare il punto di equilibrio tra convenienze e salvaguardie, tra necessità e conformità ovvero tra uso e tutela di un bene ecosistemico come quello forestale, con tutte le sue valenze e le ricadute materiali e immateriali, non è semplice ma nemmeno così complicato, se si possiedono i corretti strumenti culturali – a supporto delle ovvie competenze tecniche – e si mette in campo la volontà di condividere la gestione politica di un patrimonio fondamentale come i boschi e il paesaggio montano nella sua totalità, elaborata attraverso un progetto di fruizione delle risorse naturali che non sia mirato alle sole convenienze del momento ma sviluppato nel tempo e con precisi target da rispettare. Sono osservazioni che dovrebbero essere ovvie in interventi ambientali come quello di Morterone: mi auguro che sia così. D’altro canto che sorgano cotante vibranti proteste a fronte di lavori forestali in montagna, al netto di quelle fatte tanto per fare e non essere da meno ad altri (frequenti sui social) credo sia un bene: servono per rendere consapevoli i decisori politici che tutto si può fare, formalmente, ma nulla che non sia logico e fatto con buon senso in primis quando si va a toccare un patrimonio che, anche quando insistente su proprietà privata, mantiene la sua prerogativa di paesaggio pubblico, con il quale tutti noi abbiamo una relazione – più o meno consapevole.

In ogni caso conto di salire a breve in zona per constatare di persona i lavori svolti, sperando vivamente che chi li ha giudicati nei modi più negativi si sia sbagliato.