Baptiste Morizot, “Sulla pista animale”

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Queste sono le classiche domande che da sempre, ovvero da quando ha preso coscienza di se stesso e della sua presenza viva nel mondo, l’uomo si pone e medita più o meno profondamente (oltre a formare il titolo di una nota opera di Paul Gauguin che ne interpreta artisticamente i contenuti). Ad esse se ne può aggiungere una ulteriore che le compendia, ovvero: quale è il senso della vita? Sono quesiti esistenziali che se già nel passato possedevano valore assoluto e massima profondità, oggi, nel cosiddetto Antropocene, ne acquisiscono per quanto possibile ancora di più. E se si potrebbe pensare, o temere, che siano quesiti ai quali rispondere risulti pressoché impossibile, dunque sostanzialmente inutili da affrontare, cercarvi costantemente e con sommo impegno intellettuale delle risposte è già essa stessa una risposta: il necessario principio grazie al quale andare oltre in una ricerca imprescindibile se vogliamo continuare a pensarci Sapiens, creature intelligenti nel senso più compiuto ed effettivo del termine.

Ecco, a tal proposito: ma, in forza del nostro privilegio evolutivo che ci ha resi la razza dominante sul pianeta, in concreto come ci siamo definiti “Sapiens”? Ci siamo definiti così proprio perché nel confronto con tutte le altre razze viventi sulla Terra abbiamo stabilito, formalmente a ragione, di essere la più avanzata, progredita, intellettualmente sviluppata. Ovvero, ci siamo definiti in relazione all’alterità rilevabile nello spazio abitato comune (il pianeta Terra), evidenza dalla quale abbiamo di conseguenza elaborato la nostra “identità”: noi siamo ciò che siamo perché gli altri abitanti del pianeta sono altro.

Tuttavia, proprio in base a questa evidenza “ontologica”, potrebbe ben essere che le risposte a quei massimi quesiti esistenziali prima citati si possano ritrovare, più che semplicemente in noi stessi, proprio nella nostra relazione con le altre creature viventi, e in ogni caso questa relazione biosistemica resta e resterà fondamentale in forza di un’altra semplice, assoluta evidenza: noi umani siamo evoluti come nessun altro ma restiamo animali, elementi viventi dell’ecosistema naturale, creature per le quali la natura è ambito imprescindibile con tutto ciò che contiene e con cui interagiamo, più o meno direttamente e consapevolmente. La natura è “casa”, è il mondo, anche per il Sapiens che sogna la prossima conquista di Marte e di chissà quali altri pianeti lontani: ma, a pensarci bene, i primi “alieni” li abbiamo qui accanto a noi, coabitanti lo stesso nostro pianeta, non un mondo posto ad anni luce da qui. E con essi non abbiamo granché imparato a relazionarci, in tutti i millenni di convivenza terrestre.

Baptiste Morizot di mestiere fa il filosofo, e per “hobby” (virgolette quanto mai necessarie) pratica il tracciamento animale: cerca le tracce degli altri esseri viventi in natura – tutti gli animali, dai grandi orsi ai minuscoli lombrichi – per cercare di comprenderne le esistenze e, fin dove è possibile, rispondere ad un altro grande problema che affascina da sempre l’uomo: capire cosa pensano gli animali nel mentre che, come noi, interagiscono con il mondo nello stesso ecosistema del quale anche noi facciamo parte. Posto ciò, Morizot però va oltre: se noi siamo parte con tutti gli altri esseri viventi terrestri dello stesso ecosistema, e dunque elementi in connessione nell’identica rete biologica che supporta la vita sul pianeta – in senso generale, non solo per come si manifesta nelle catene alimentari -, cercare di capire il pensiero animale può diventare uno strumento per capire noi stessi proprio nel momento in cui ci relazioniamo con l’alterità animale e con ciò, come detto prima, elaboriamo la nostra identità umana.

Questo affascinante tentativo di percorrere una strada assolutamente innovativa nell’esplorazione della nostra presenza nel mondo, e del senso di essa, Morizot lo mette nero su bianco e lo racconta in Sulla pista animale (Nottetempo 2020, traduzione di Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri; orig. Sur la piste animale, 2018), una raccolta di «racconti filosofici di tracciamento» (pag.257) attraverso i quali il pensiero ibrido dell’autore, che si potrebbe tranquillamente definire etosofico, mette il lettore di fronte a un mondo nuovo, profondo, affascinante, tanto misterioso quanto accessibile []

(Potete leggere la recensione completa di Sulla pista animale cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

L’idea barbarica che ancora abbiamo della natura

[Foto di Marcel da Pixabay.]

Eppure vi è un’idea barbarica che abita in maniera quasi universale la mente dell’uomo civilizzato: che in tutti i manufatti della Natura vi sia qualcosa di essenzialmente rozzo, che può e deve essere sradicato dalla cultura umana.

[John Muir, Andare in montagna è tornare a casa. Saggi sulla natura selvaggiaPiano B Edizioni, 2020, traduzione di Caterina Bernardini, pag.174.]

Già, è proprio così, oggi, come lo era più di un secolo fa quando Muir lo denotò.

Dunque, obiettivamente, come possiamo considerarci “civilizzati” in un modo così barbarico, cioè in contrapposizione alla natura che riteniamo rozza e verso la quale ci sentiamo indiscutibilmente superiori, al punto di usarla come ci pare e piace? E poi sarebbe la natura “rozza” e noi i “civilizzati”, noi i Sapiens e loro le bestie?

La vera civiltà (umana) sarebbe quella che attraverso l’opera intelligente e equilibrata degli uomini evolve l’intero mondo sul quale viviamo tutti – uomini e animali, insetti, piante, vegetali, eccetera – non è quella che pretende di evolvere parassitariamente rispetto a ogni altro elemento che compone il mondo. Questa è una “civiltà” che si crede forte, potente, dominante, quando invece con il suo atteggiamento si dimostra debole, fragile, inferiore. La sua violenta prepotenza nei confronti della natura “rozza” è probabilmente la reazione alla presa d’atto, inconscia o per meglio dire ignorata, di essere in posizione di inferiorità rispetto alla natura, di debolezza e sottomissione. Siamo noi, i “rozzi”: distruggiamo la natura con la nostra tecnologia perché sappiamo bene, anche se facciamo finta di no, che ne siamo sottoposti. La pensiamo “rozza” per giustificarci, ma è lo stesso atteggiamento del pazzo il quale crede che i pazzi siano tutti gli altri.

Se continueremo con questo atteggiamento di arroganza e strafottenza verso il mondo sul quale viviamo, non ci sarà conversione ecologica o quant’altro di affine che terrà: saremo comunque spacciati. Dobbiamo riequilibrarci, tornare a essere natura – ciò che siamo da sempre ma da tempo dimentichiamo di essere – radicare nuovamente nella cultura umana l’elemento naturale del quale siamo e sempre saremo parte, anche quando avremo astronavi superluminari che ci porteranno a percorrere rotte intergalattiche. Ma tanto di questo passo noi “Sapiens” non arriveremo mai a vivere una tale evoluzione, appunto.

John Muir, “Andare in montagna è tornare a casa. Saggi sulla natura selvaggia”

Vi sono personaggi che, come si suol dire, “hanno fatto la storia” e la loro vita, le opere e le idee hanno influenzato in maniera evidente il nostro pensiero moderno e contemporaneo, venendo per ciò riconosciuti da tutti come figure fondamentali. Personaggi come Nietzsche, Martin Luther King o Gandhi, per intenderci.

Ve ne sono poi altri, di personaggi, che ugualmente hanno influenzato in maniera importante la nostra idea del mondo risultando fondamentali per la civiltà occidentale, ma per vari motivi non sono così conosciuti dal grande pubblico. John Muir è uno di questi: se oggi tutti quanti, in un modo o nell’altro, riconosciamo la necessità di salvaguardare il più possibile l’ambiente naturale e la sua importanza per il benessere diffuso, è in gran parte grazie a lui, scozzese emigrato negli Stati Uniti che seppe intuire e “inventare” il conservazionismo ambientale, elaborare l’idea contemporanea di riserva naturale, fondare il Sierra Club, tutt’oggi una delle associazioni di difesa dell’ambiente più grandi e importanti del mondo nonché scrivere libri e testi vari che hanno fatto da fondamenta alle moderne scienze dell’ambiente.

Andare in montagna è tornare a casa. Saggi sulla natura selvaggia (Piano B Edizioni, 2020, traduzione di Caterina Bernardini, introduzione di Alessandro Miliotti) è certamente uno di questi libri, nel quale sono raccolti – come denota il sottotitolo – alcuni degli scritti di Muir dedicati alle sue esplorazioni della spettacolare e allora ancora del tutto selvatica natura delle montagne della Sierra Nevada, tra le quali si trova la celeberrima valle dello Yosemite che Muir elesse a propria “heimat” e per la cui protezione lottò strenuamente []

(Potete leggere la recensione completa di Andare in montagna è come tornare a casa cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)