Quelli che leggono, e quelli no

C’erano quelli che leggevano e poi c’erano gli altri. Ci si accorgeva subito se uno era un lettore oppure no. Tra gli esseri umani non c’è differenza più grande.

(Pascal Mercier, pseudonimo di Peter Bieri, Treno di notte per Lisbona, traduzione di Elena Broseghini, Mondadori, 2006.)

Cose belle da vedere sulla metro

In fondo non ci vuole molto per poter coltivare la speranza di un buon futuro – o di un futuro “migliore”, se preferite.

Ad esempio possono bastare, nel solo vagone nemmeno così affollato della metro di Milano (linea 1) sul quale stavo ieri verso le 18, ben 5 (cinque) persone che leggevano libri, quattro cartacei e uno su ereader. Solo in quel vagone, appunto, senza considerare gli altri del convoglio.
Non frequento spesso la metro di Milano ma era da un po’ che non vi constatavo una tale quota di lettori – supponendo peraltro (e magari sbagliando, me lo auguro) che invece i tantissimi con uno smartphone in mano stessero leggendo altro di… meno “letterario”, ecco.

Sono cose belle da vedere. E confortanti, ribadisco.

P.S.: l’immagine l’ho presa dal web, non è riferita a quanto avete appena letto.

INTERVALLO – Mohammadia (Algeria), The “Fateh Kitab Library” Monument

Una monumentale e suggestiva scultura (denominata anche Le Bibliophile, a quanto pare) dedicata ai libri e alla lettura nella località di Mohammadia, cittadina situata a poca distanza da Algeri.
Presenze più o meno artistiche che è sempre bello ritrovarsi davanti ovunque, in giro per il mondo, e che ovunque c’è da augurarsi siano sempre culturalmente referenziali cioè capaci di tenere ben presente l’importanza e la necessità di essere lettori, per diventare pure individui civili, intelligenti, liberi.

La bandiera della letteratura non è mai la bandiera del potere

Si può essere davvero così estranei al potere?
«Sergej Dovlatov, una volta, ha parlato del rapporto che aveva il suo amico Brodskij con il potere sovietico. Scrisse: “Non viveva in uno stato proletario, viveva nel monastero del proprio spirito. Non si opponeva al regime. Non lo considerava. E non era nemmeno sicuro della sua esistenza. Quando sulla facciata del suo palazzo, a Leningrado, avevan montato un ritratto di sei metri per sei di Mžavanadze (Segretario del partito comunista georgiano), Brodskij aveva detto «Chi è? Sembra William Blake…”. Io credo che gli scrittori siano per forza di cose da un’altra parte, rispetto a quella del potere politico. “Il colore della bandiera della letteratura – ha scritto Viktor Šklovskij negli anni venti – non riflette mai il colore della bandiera che sventola sulla cittadella del potere”.»
Oggi, in Italia, il potere è fragile. Non le sembra un po’ facile, rivendicare questa distanza?
«Sicuramente la mia posizione è diversa, rispetto a quella di Brodksij, o di Šklovskij, che avevano a che fare con il potere sovietico, o agli scrittori russi dell’ottocento, che dovevano guardarsi dalla polizia degli zar, ma non posso nemmeno auspicare un ritorno alla dittatura che mi permetta degli atti eroici. Io sono tutt’altro che un eroe, sono pieno di difetti, e minimo, insignificante, ma il mondo che mi circonda, per quanto insignificante io sia, mi sembra così stupefacente. Scrivere mi permette di farmi crescere dentro la pancia una piccola macchina per lo stupore. La capacità di guardare anche la strada che c’è sotto casa mia e di vederla, tutti i giorni, come se la vedessi per la prima volta. E ogni tanto succede che la mia vita marginale e insignificante, diventa memorabile.»

(Paolo Nori intervistato da Nicola Mirenzi sull’Huffington Post il 24/03/2019. Cliccate qui per leggere l’articolo completo in originale.)