Ma siamo proprio certi che il mondo, senza poteri, governi, gerarchie, autorità e quant’altro di simile, sarebbe veramente nel caos?
Se millenni addietro, quando si cominciava ad articolare la civiltà umana attraverso la nascita delle strutture di comando che tutt’oggi la caratterizzano, l’uomo si fosse reso conto per qualche prodigiosa illuminazione che tali strutture non fossero esattamente il meglio per il benessere futuro della civiltà e per il suo progresso, nel senso più pieno e alto del termine, oggi come saremmo messi? Peggio, o meglio? Ci saremmo già autodistrutti, o saremmo la civiltà più libera e avanzata di questa parte di Universo?
Tuttavia, il fine assoluto di una civiltà che si ritenga intelligente – e capace di dimostrarsi tale – non sarebbe quello di svincolarsi, col tempo, da qualsiasi forma teorica e pratica di autorità e di prevaricazione (anche quando “democratica”) della dignità umana derivante da quell’intelligenza?
Lo so. Sono domande a cui non ci può essere alcuna risposta effettiva ma che di contro, in aggiunta ad una lettura pur fugace della storia dell’uomo, lasciano inesorabilmente aperto il dubbio – ancor più osservando certe realtà di oggi, anno 2017. Ed è un dubbio necessario, io credo, per cercare di restare il più possibile liberi.
Capii che lo Stato era stupido, che era insicuro come una donna nubile in mezzo alle sue argenterie, e che non sapeva distinguere gli amici dai nemici; persi tutto il rispetto che mi era rimasto nei suoi confronti, e lo compatii.
Il futuro è femmina, già.
Per quanti mi riguarda è più di un augurio, quello in evidenza nella suggestiva immagine lì sopra: è una necessità.
Lo è – è banale rimarcarlo tanto quanto inevitabile – perché la storia della civiltà umana ha visto le sue pagine più fosche scritte sempre, con rarissime eccezioni, da uomini, ovvero determinate da atteggiamenti mentali maschili – ovvero maschiocentrici, sotto altri punti di vista.
È altrettanto banale e inevitabile affermare che lo sia, una necessità, pur solo per naturalissime ragioni di equilibrio antropologico. Qualcosa di più profondo, o meno superficiale, delle ormai da tempo in voga “quote rosa” che allo scrivente sembrano tanto un’ennesima amara sconfitta per le donne travestita da conquista comunque magnanimamente concessa dagli uomini. Semmai la riaffermazione, o la messa in atto finalmente effettiva e concreta, di una condizione naturale che, in ogni modo tale non sia, rappresenta una autentica irrazionalità nonché un pesante atto d’accusa verso il genere maschile, che per secoli ha negato alle donne la vita e l’esistenza – con tutti i diritti e doveri del caso – riservata a ogni essere umano, e non solo a una parte. E perché lo ha fatto? Per virtù riservata al sesso forte? No, più probabile il contrario: per malignità tipica di chi è invece più debole e non lo vuole ammettere.
In verità non esiste sesso forte né debole, e non esiste “uomo” o “donna” in ciò che va fatto a favore del bene individuale e collettivo: esistono – appunto – esseri umani più o meno capaci di conseguire in tal senso risultati fruttuosi per chiunque. Tuttavia, ribadisco, la storia ci può appurare in maniera indubitabile – purtroppo per noi maschi – che di danni gli uomini ne abbiano fatti a sufficienza, e che è giunta finalmente l’ora di capire se le donne possano fare peggio oppure – come io credo, almeno in molte situazioni – meglio di loro.
Una cosa però chiedo alle donne che mi auguro guidino, già dal presente, il futuro dell’umanità: di non ripetere quell’errore tremendo sovente fatto da tante di esse che abbiano saputo conseguire posizioni di comando, qualsiasi esse siano. Vi prego, non scimmiottate gli uomini, siate voi stesse! Non dovete arrivare in quelle posizioni di potere imitando ciò che farebbero gli uomini per ottenere gli stessi risultati, dovete arrivarci come donne vere, pensando e agendo da donne, non da “donne brave come uomini”: donne brave, bravissime in quanto donne, punto.
Temo sia provocato, quell’errore, da una sorta di effetto collaterale derivante dalla secolare riduzione della donna ad un livello – di comando, di prestigio, di valore intellettuale, di capacità pratica, eccetera – sempre inferiore e quasi sempre subordinato rispetto a quello degli uomini, il quale “effetto collaterale” si sia annidato nelle donne come una sorta di pericoloso virus o, se preferite, una specie di sindrome di Stoccolma di natura antropologica. Il che le porta, appunto, a dover diventare brave, o più brave, degli uomini, quando invece dovrebbero – devono essere brave per sé stesse. Le soggioga al solito, inesorabile, inamovibile riferimento, dal quale faticano a staccarsi e liberarsi.
Invece solo col mondo nelle mani – ovvero nelle mani molto più di come è stato finora – di donne vere, donne “donne” al 100% emancipate da qualsivoglia pur minimo e ipotizzabile paragone col mondo maschile, potremo tutti quanti godere delle loro virtù, del talento, delle capacità e della loro facoltà di migliorare – e molto, ribadisco questa mia convinzione – il mondo stesso. E in qualsiasi eventuale modo noi uomini cercheremo di frenare questa grande rivoluzione, non sarà che l’ennesima prova della nostra grande debolezza. Dunque non ci conviene fare ulteriori brutte figure, anzi: visto quante ne abbiamo combinate finora, ci conviene non poco metterci da una parte e lasciare spazio, alle donne, affiancandole al fine di fornir loro tutto l’aiuto necessario. Non solo perché glielo dobbiamo, dopo così tanti secoli, ma perché lo dobbiamo al mondo intero e al suo futuro. Che è femmina, ma è pure il futuro di tutti noi.
“Punk”. Un termine che ultimamente (ma pure prima) trovo tra i più abusati in assoluto. Lo è anche “rock” – per restare nello stesso ambito espressivo – ma per sua natura ed essenza meno antagonista del primo il relativo abuso è più velato.
In ogni caso, basta che un qualsiasi stilista, anche il più esclusivo e/o cool in circolazione, faccia una collezione con sugli abiti qualche borchia qui e là che subito “è stile PUNK!” (l’immagine qua sopra fa riferimento a qui), o che una cantante per teenager vada sul palco coi capelli color fucsia e sarà “un look PUNK!”, oppure che uno scrittore, pure il più mainstream e politically correct, pubblichi un libro infarcito di linguaggi scurrili e sarà certamente “un romanzo PUNK!”…
Punk, punk, punk, PUNK!
Ma lo sapranno tutti ‘sti personaggi d’oggi che con quel termine si riempiono la bocca convinti che basti pronunciarli per essere alternativi, fuori dagli schemi, “rivoluzionari”… – lo sapranno poi che cosa significa veramente punk?
Essere punk vuol dire essere un fottuto figlio di puttana, uno che ha fatto del marciapiede il suo regno, un figlio maledetto di una patria giubilata dalla vergogna della Monarchia, senza avvenire e con la voglia di rompere il muso al suo caritatevole prossimo.
I punk mi ricordavano gli armadilli: gente che vestiva una specie di armatura per proteggersi dai tentacoli dell’iridio che cercano di afferrarli. Una cosa come l’apocalittica-fine-del-mondo-è-prossima-e-allora-avanti-io-sono-pronto. Sai, del tipo: “Visto che deve succedere, allora forza, sono pronto, vomitatemi addosso, così, non c’è problema, sono lavabile”. C’era qualcosa di individualmente apocalittico nel punk… un’apocalisse personale, un indurimento.
E questo è Edward Sanders, tanto per dirne un’altra. “Vere” punk girls nella Londra di fine anni ’70. Si noti la leggerisssssssssima differenza con quelle in testa al post…Beh, a questo punto consiglierei ai suddetti pseudo-epigoni contemporanei del punk la lettura d’un paio di testi piuttosto interessanti sul tema. Ad esempio Please kill me. Il punk nelle parole dei suoi protagonisti di Gillian McCain e Legs McNeil, un libro che racconta la cultura del punk e il suo mondo fatto di sesso, droga, follia e malessere, tracciando il ritratto stralunato e suggestivo della nascita della più rumorosa e violenta cultura alternativa degli ultimi sessant’anni. Un vero viaggio all’inferno attraverso le parole di Legs McNeil, uno dei fondatori della fondamentale fanzine Punk. La cultura nichilista e la voglia di autodistruzione di un’intera generazione messe a nudo in un saggio scritto meravigliosamente bene. Un lungo intreccio di voci diverse intente a raccontare la loro esperienza allucinante, senza omettere dolori ed eventuali drammatici buchi. Uno straordinario viaggio in prima persona negli abissi e nei paradisi della creatività. Eppoi un bel Marci, sporchi e imbecilli. Attraverso la cultura punk di Stewart Home, un articolato e battagliero saggio contro la falsa credenza che vuole il punk, a vent’anni dalla sua comparsa, morto e sepolto. Con lo stile incalzante di un reportage d’avventura, con il linguaggio beffardo e irriverente della strada, è qui descritta la vivacità caotica del panorama subculturale londinese che restituisce il punk alla sua reale essenza fatta di volgarità, rozzezza, violenza, ma anche di spontaneità, di immediatezza creativa espressa fuori da qualsiasi regola e convenzione.
Ecco, vediamo se dopo ciò si abuserà un po’ di meno del termine punk…
(Ovviamente è una speranza del tutto vana, d’altro canto chi conosce veramente l’autentica cultura punk se ne frega altamente – e coerentemente – di tutti quelli che se ne appropriano senza giustificato motivo: saranno certamente questi e le loro futili mire da “alternativi griffati” a sparire prima, piuttosto che il punk!)
Saprete bene, voi lettori di un certo pregio, che il libro che nel tempo ha acquisito successo, si è storicizzato ed ha sollecitato le dissertazioni della critica, quasi certamente verrà dall’editore prima o poi dotato di una prefazione, sovente redatta da qualche firma di pregio; un’introduzione all’opera, insomma, che prepari il lettore e lo renda pronto a recepire di essa tutti il valore letterario riconosciuto. Qualche settimana fa, sul tema, ha disquisito Carlo Rovella in un articolo su Domenica 24 – inserto culturale de Il Sole 24 ORE – intitolato “Non credete a ciò che state leggendo”, nel quale l’autore si interroga sul fine e sul valore dei testi introduttivi in letteratura. Un passaggio, in particolare, ha attivato la mia riflessione: “Ma servono davvero le prefazioni? In Italia impariamo a scuola che per comprendere un’opera bisogna inquadrarla nel suo contesto culturale, spiegare cosa c’era prima, come viveva l’autore, che problemi aveva, eccetera.(…)In altre scuole del mondo non è così. Nelle scuole anglosassoni per esempio, dove la lunga mano dello storicismo di Hegel ha avuto assai meno presa, un testo si valuta per come può parlare oggi a noi, senza interesse per come e perché è stato scritto a suo tempo. In una scuola inglese si apre una tragedia di Shakespeare, la si legge e ci si chiede: c’è qualcosa di interessante per me in questo testo, così com’è? Mi dice qualcosa? Sui miei problemi, sulla mia società, sulle mie emozioni? Mi insegna qualcosa? Senza fare introduzioni, cappelli, premesse o inquadramenti.”.
Tali osservazioni, appunto, mi hanno portato a riflettere ulteriormente sulla questione, ovvero a cercare di analizzare quello che, a tutti gli effetti, è una sorta di genere sui generis dotato di propri schemi, stili, regole e strategie espressive: la prefazione – e, di conseguenza, lo scrivere prefazioni. Se Rovella si chiede a cosa servono, io mi chiedo: ma cosa deve essere una prefazione? Che funzione deve avere in relazione al libro che introduce, per far che sia effettivamente proficua per esso e non invece, in qualche modo, addirittura nociva?
Nociva, già: uno degli esempi più illuminanti in tal senso è la celebre prefazione di Bertrand Russell al Tractatus Logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein, considerato uno dei testi fondamentali per il pensiero del Novecento, che Russell introduce con mille elogi ma pure con una sostanziale stroncatura, affermando in buona sostanza di non credervi (parlando di “illusorietà di teorie apparentemente irrefutabili”); non solo, indirizzando pure il lettore verso una certa interpretazione del testo – in relazione alla creazione, nel Tractatus, delle condizioni per un linguaggio (di descrizione filosofica della realtà) logicamente perfetto – che però lo stesso Wittgenstein respinge già nel testo stesso, dichiarandosi per nulla interessato a nessun tipo di linguaggio!
Ora, questo è un esempio certamente molto “accademico” ma d’altro canto assai esemplificativo della questione alla base delle mie suddette domande. Vi sono stati nel tempo ottimi autori che si sono più volte cimentati nella scrittura di prefazioni per opere altrui, quasi specializzandosi nella loro stesura: è capitato che tali autori fossero più celebri e rinomati degli scrittori delle opere introdotte, in questo modo influenzando inevitabilmente l’attenzione e la considerazione del lettore (è il caso, ad esempio, dell’autore straniero introdotto dallo scrittore indigeno già noto). Non di rado, poi, nella prefazione non ci si limita a introdurre l’opera e a contestualizzarla nel tempo e nello spazio in cui la vicenda narrata si svolge, ma ci si spinge pure ad interpretarla ovvero a offrire (o imporre) al lettore una chiave di lettura di essa: un metodo assai discutibile, a mio modo di vedere, anche quando venga da un luminare dell’ambiente letterario, che spesso cela un egotismo bello e buono, e pure dogmatico! Da citare è anche il caso delle prefazioni sostanzialmente inutili, talmente vuote di senso da annoiare mortalmente il lettore prima ancora di arrivare al testo vero e proprio e guastandogli la predisposizione d’animo verso di esso.
Nonostante la personale passione per i testi di critica letteraria, credo che un maggiore approccio alle opere letterarie in stile anglosassone, come indica Rovella nell’articolo citato, non farebbe male all’evoluzione del gusto letterario diffuso. E’ il lettore che si legge il libro, e che deve dunque ricavarne non solo un giudizio estetico ma pure una propria interpretazione razionale il più possibile libera e autonomamente ragionata. La prefazione ad un libro deve semmai essere un morbido tappeto che vi introduca con calma e confortevolmente, non certo uno scivolo sul quale si viene spinti con irruenza. Ripeto: sono convinto che il gusto pubblico per la lettura ne gioverebbe parecchio, e ne gioverebbero i libri stessi, finalmente in grado di vivere totalmente di vita propria, non più dipendenti, poco o tanto, da un tutore a volte troppo ingombrante.
P.S.: articolo pubblicato sul nr.0/Primavera 2014 di Scrivendo Volo. Cliccate QUI per acquistarlo.
Non di rado, quando si chiacchiera tra “colleghi” e/o “sodali” – scrittori, autori, editori, operatori del mondo editoriale… – il discorso cade sulla considerazione generale di cui il racconto in quanto forma letteraria gode, sia da parte del pubblico dei lettori che da parte degli autori e degli editori, e puntualmente o quasi viene riaffermato, più o meno direttamente, il suo status di “figlio di un dio (o di una musa) minore”. Come un giocatore di basket basso o un polinesiano sugli sci oppure una danzatrice classica con la quinta di seno (!), il racconto è ancora considerato da parecchia gente un qualcosa di “bislacco”, una specie di quasi-genere letterario che può essere sì bello, affascinante, profondo, magari pure compiuto, stilisticamente perfetto ma comunque mai come il romanzo. E, viceversa, può anche essere che un romanzo sia pessimo sotto ogni punto di vista però appaia sempre più compiuto rispetto al racconto, come se questo abbia in ogni caso da scontare una penalizzazione fin dal principio, e se non si possa non considerare, dal punto di vista letterario, un esercizio “leggero”, una corsa breve e poco faticosa rispetto alla dura maratona di un romanzo – ma suppergiù le stesse considerazioni si possono fare dal punto di vista del lettore che si dimostri “critico” verso il racconto, per il quale la brevità di esso pare non possa che proporzionalmente sminuire anche il valore della lettura.
Tuttavia anche tra gli addetti ai lavori del mondo letterario/editoriale il racconto gode spesso di una fama piuttosto grigia, eppure, come faccio in quelle prima citate chiacchierate e parimenti ora, qui, ancora una volta voglio invece difendere, e pure con vigore, il racconto quale forma letteraria non solo completa e importante, ma pure di scrittura niente affatto semplice. Dino Buzzati, senza dubbio uno dei più grandi autori italiani di racconti.Proprio su questa evidenza vorrei ora disquisire, dacché a mio parere, se il bravo scrittore è in grado di scrivere un capolavoro sia in forma di romanzo che di racconto, è ben più facile scrivere una gran schifezza sottoforma di racconto che di romanzo. Il racconto – quello “vero”, che comprime nel minor numero di pagine possibili narrazioni di considerabile senso letterario (dunque da non confondersi con la novella, solitamente più leggera e scanzonata nei temi e nel senso) – deve necessariamente essere, per sua natura e per suo destino, un testo pulsante, fremente, ricco fin dalle prime righe di spessore, denso d’un valore letterario che non può permettersi momenti di pausa, proprio perché la pagine a disposizione sono poche. Il romanzo, anche quello più movimentato, può permettersi qualche pagina di “quiete” narrativa, perché appunto avrà poi tutto il tempo, lo spazio e le parole per recuperare; il racconto no, deve definirsi da subito, delineare la propria “personalità” immediatamente, prendere il lettore e portarlo subito dentro la storia narrata senza troppi tentennamenti, e anche per questo, per imporre una tale vigoria al lettore che, inevitabilmente, si aspetterà che essa non scemi e anzi che la conclusione sia degna di tutto il resto, deve restare così denso e carismatico fino all’ultima riga. Non si tratta solo di scrivere una storia “corta”, che magari non sia sufficiente per occupare il numero di pagine che farebbero un romanzo oppure che non sia abbastanza intensa, non troppo ispirata, troppo leggera o altro del genere. No, tutt’altro, anzi: il racconto è una storia che, nel complesso, non può avere nulla di meno rispetto a un romanzo, a parte che il numero di battute o di pagine. Deve essere compiuto, completo di ogni necessaria peculiarità letteraria, accurato, deciso (anche se dovesse trattare di temi “pacati”), capace di lasciare nel lettore, una volta terminata la lettura, la netta sensazione d’aver – per così dire – percorso una strada completa, dall’inizio alla fine, e non solo un tratto.
Per questo ho scritto poco fa che non è assolutamente semplice scrivere un bel racconto. Chi si impegna a scriverlo non può e non deve prenderlo sottogamba, non può considerarlo un lavoro minore, appunto, meno prestigioso e, magari, meno “responsabilizzante”. E’, secondo me, l’esatto contrario: il racconto è un possente e sublime esercizio di alta letteratura, in grado di narrare storie con rara intensità e capace di rivelare molto della bontà e della qualità di uno scrittore. Ecco perché di racconti ben scritti e compiuti, nel senso che ho qui delineato, ce ne sono in giro pochi – ovvero pochi bravi autori ci sono capaci di scriverli, e spesso, appunto, per generale sottovalutazione del genere e del suo valore.
Invece io credo che considerare il racconto una forma letteraria minore sarebbe come ritenere che un capolavoro pittorico debba necessariamente essere di grande formato, e che invece una piccola tela non possa esserlo. Ma, di contro, tutto quanto ho scritto non deve suonare come un invito tout court a scrivere racconti, semmai quasi il contrario! Ovvero, facendolo solo con piena e profonda consapevolezza del suo completo valore letterario, e sperando che pure il pubblico dei lettori possa esserne altrettanto e sempre più consapevole, e dunque pienamente apprezzante!