Se oggi le ideologie uccidono le idee

Osservando e ascoltando il mondo d’intorno, con le sue cose buone e le altrettante storture, mi sembra sempre più evidente il fatto che, se in passato dalle idee sono nate le ideologie, oggi dalle “ideologie” viene sempre più spesso la morte delle idee.

In fondo non conta che ciò accada perché le ideologie (classiche) siano morte ovvero perché si siano trasfigurate in qualcosa che non rappresenti più la “visione del mondo” di un determinato gruppo sociale più o meno ampio, dotata d’una certa propria logica (scientifica o no), ma una mera manifestazione propagandistica e mistificatoria nella quale la costruzione del pensiero, condivisa e condivisibile, è stata messa da parte per far posto all’affermazione di intenti esclusivi sostanzialmente privi di logica sociale – qualcosa che per generarsi e affermarsi, insomma, non abbisogna di idee ma dell’esatto opposto, della mancanza di esse.

Non conta ciò, appunto, perché se le ideologie muoiono, ed è naturale che avvenga (oltre che sovente giusto), di contro le idee non possono morire, almeno finché vi sia qualche mente ancora in grado di formulare pensieri nel modo più libero possibile, il che significa ricercare e formulare sapienza e conoscenza. Dunque, sarebbe bene tornare all’origine, alle idee senza ideologie. Che magari rinasceranno, inedite, singolari, innovative, più o meno rivoluzionarie ma solo, finalmente di nuovo, con le idee alla base e non altre cose molto più infide e bieche.

Stiamo diventando tutti “androidi” (senza cervello)?

Syd Mead, Concept art per Blade Runner. (http://sydmead.com/v/12/)

L’indipendenza è un valore sacro da difendere: è impensabile farsi condizionare dagli altri, farsi limitare, farsi dire che cosa fare e come vivere. Eppure, io stesso conosco moltissime persone ‒ mie coetanee, anche ‒ per cui l’essere condizionati dall’esterno, il rinchiudersi in una forma data, è diventata una specie di religione inconsapevole.

Questa citazione è tratta da un articolo del sempre illuminante Christian Caliandro, che riflette sulla semplificazione culturale come tendenza tra le più diffuse del presente, rivelatrice di un degrado che coinvolge vari ambiti dell’esistenza, dal lavoro ai rapporti, fino alla musica e alla spiritualità, chiedendosi conseguentemente: “Quali soluzioni abbiamo per non trasformarci tutti negli androidi profetizzati da Philip K. Dick?” Testo breve tanto quanto illuminante, appunto. Vi consiglio di leggerlo e meditarvi sopra: cliccate sull’immagine per visualizzarlo interamente, dal sito di Artribune.
Poi, se vi interessa sapere la mia opinione al riguardo ovvero la risposta alla domanda dickiana posta – più avanti nell’articolo – da Caliandro “Che succede nel momento in cui la semplificazione culturale raggiunge il punto di non ritorno? Diventiamo tutti androidi?“, beh, sì, lo diventiamo. Anzi, ampia parte della popolazione lo è già diventata: spento definitivamente il cervello e meccanizzate le solite, invariabili azioni quotidiane – rompere tale routine è ormai percepita come qualcosa di potenzialmente rischioso – si è formalmente nella condizione di automi antropomorfi programmati per compiere certe attività e solo quelle ovvero comandati/comandabili a distanza in tutto e per tutto. Inclusa la funzione “OFF”.

Homo: ma tu Sapiens cosa, poi?

In base agli ultimi riscontri scientifici, la separazione delle linee evolutive uomo-scimpanzé, dunque l’inizio dell’evoluzione della razza umana propriamente detta, è avvenuta tra i 5 e i 7 milioni di anni fa circa, mentre la definizione genetica nelle varie specie della razza stessa, ovvero quand’essa ha perso i tipi non classificabili nel genere Homo è avvenuta circa 2,5 milioni di anni fa.
Fatto sta che, dopo un bel tot di milioni di anni di costante evoluzione della razza umana, per buona parte dei suoi rappresentanti la situazione vitale di fatto è questa:


Ecco.
No, beh… avendo notato qui questa assai significativa immagine al riguardo, semplicemente ci tenevo a rimarcarlo.

Il vuoto dell’ignoranza e il pieno della tracotanza (Claudio Vercelli dixit)

[…] Oggi ci troviamo dinanzi non solo ad una disinvolta riscrittura della storia, tale poiché piegata alle esigenze di certe letture personaliste, identitarie e, quindi, nettamente faziose, ma anche alla convinzione che così facendo ci si comporti in omaggio ad una non meglio precisata “libertà”. Il pessimo uso dell’idea del passato, infatti, non ha molto a che fare con l’indifferenza in quanto tale verso i trascorsi. Semmai è una licenza di rilettura che, simulando la novità, il clamore, il rimando al sensazionalismo, disintegra il significato condiviso e l’accordo su come interpretare i segni e le tracce che ci sono pervenute da chi ci ha preceduti. La non comprensione, allora, non corrisponde ad un rifiuto o ad una rimozione. Non è il vuoto dell’ignoranza ma il pieno della tracotanza. Poiché chi non comprende ha in genere la presunzione di già sapere, non necessitandogli nessuna verifica. La storia diventa allora un bricolage, dove si tolgono e si mettono a proprio piacere tasselli di un castello immaginario. La presunzione, in questo caso, cancella non solo la complessità di quello che è stato ma anche le difficoltà del presente, contrapponendo all’una e alle altre i semplicismi intollerabili delle banalizzazioni e degli schematismi. Una falsa rassicurazione è, quasi sempre, il timbro prevalente nella melodia dei pifferai magici di ogni tempo e di qualsiasi dove. La meta è però una sola, e coincide con l’abisso della ragione.

È l’estratto di un articolo di Claudio Vercelli – intitolato Il vuoto e il pieno – pubblicato da Moked qualche giorno fa, al solito assai brillante ergo illuminante. Il vuoto dell’ignoranza non genera solo la tracotanza più piena ma pure – come ad esempio scrisse Hermann Melville in Moby Dick riguardo il “suo” capitano Achab – la più illogica paura ovvero l’abisso della ragione, appunto. Paura che ottenebra la mente, rendendola incapace di comprendere un verità fondamentale tanto quanto elementare: la memoria è un diritto, non un dovere. Invece come tale, un “dovere”, ci è stata fatta credere e, di conseguenza, è stata resa uno sforzo, un sacrificio del quale per vivere più “comodamente” il presente si può anche fare a meno. Eh, peccato però che senza memoria non si può costruire alcun futuro, relegando il presente a una provvisorietà irrimediabilmente stagnante e dunque inevitabilmente sottoposta a un costante processo di degrado, di autoconsumo, di abbandono da parte del tempo il quale, invece, non si ferma affatto, continuando a muoversi verso un futuro che, senza una consapevole cultura della memoria, non potrà mai essere veramente raggiunto.

Quando le montagne non dividono ma legano territori, genti e culture

(Grazie di cuore – ennesimo – alla redazione di Orobie! Per saperne di più su ciò che è stato In Viaggio sulle Orobie 2017, cliccate qui.)