La “non wilderness”

Vagabondando per i rilievi prealpini (ma anche preappenninici, suppongo) ci si imbatte spesso in angoli la cui visione a volte regala sensazioni di natura “selvaggia”, quasi di un’apparente “wilderness” da luogo esotico e lontano. Come lo scorcio ripreso nell’immagine lì sopra (indovinate quale sia dei due!*), che suscita sentori da foresta amazzonica e invece si trova a poche centinaia – se non decine – di metri dalla “civiltà” e da casa. D’altro canto quell’apparenza di “wilderness” naturale è alimentata, in fondo, proprio da questa vicinanza con ciò che non lo è affatto – case paesi strade fabbriche eccetera. Ma l’occhio un poco più attento fa intuire alla mente qualcosa che rende questi angoli ancora più inopinati e sorprendenti: tutta questa apparente selvatichezza silvestre, questa simil-Amazzonia domestica, è “merito” dell’uomo. O demerito, se preferite: perché buona parte di queste zone, proprio perché così vicine ai centri abitati, fino a non troppi decenni fa erano disboscate, coltivate o sfruttate a pascolo, abitate, lavorate, vissute. Poi è cambiato tutto, le fabbriche e gli uffici hanno attirato i contadini, i pastori e i boscaioli di un tempo e rapidamente la natura s’è ripresa ciò che l’uomo le aveva tolto, con un tale rigoglio silvestre che pare sottolineare la rivalsa naturale verso la civiltà umana fuggita altrove.

Per tutto ciò, paradossalmente, dove fino a poco tempo fa c’era l’uomo che dominava la natura in modo netto, oggi la natura domina come se l’uomo lì non ci sia mai stato, come se tutto fosse rimasto inalterato e selvaggio da millenni. Invece è “solo” la conseguenza dell’abbandono degli uomini, che pure abitano case e paesi a pochissima distanza da tali angoli selvatici anzi no, rinselvatichiti.

E se pure questa si dovesse considerare “wilderness”? O, per meglio dire, aree di non wilderness, un po’ sulla falsariga di nonluogo: zone il cui aspetto selvaggio non è una manifestazione autentica dell’incontaminato ma – paradossalmente, appunto – è la conseguenza funzionale della loro deruralizzazione e dell’abbandono umano, fattore che in verità appare come un’espressione di “(rin)selvatichezza”. D’altro canto, appena oltre il fitto e caotico bosco che circonda questi angoli il territorio appare ampiamente antropizzato e urbanizzato, anche troppo: dunque, nonostante la loro wilderness fittizia, oggi effettivamente rappresentano piccole e interessanti zone di naturalità, frammenti di Terzo paesaggio clémentiano la cui apparente inutilità e inservibilità attuali ne diventa invece la dote principale, qualcosa di cui poter godere nuovamente ma in modi totalmente diversi e per molti versi opposti rispetto a un tempo. Eppure necessari e da salvaguardare: sprecati anni fa ma oggi da non sprecare più.

*: in una delle immagini vedete uno scorcio di territorio vicino a dove abito, nell’altra invece di foresta pluviale sull’isola di Bali. Solo 12mila km circa di distanza, in fondo!

Noi, spettatori della catastrofe

[Foto di Matt Palmer da Unsplash.]

E adesso gli scienziati stanno delineando nuovi scenari orrorifici sulle conseguenze di un aumento dai tre ai cinque gradi della temperatura globale. La Terra ha abbandonato i ritmi della geologia e sta cambiando a ritmi antropologici, eppure le nostre reazioni si misurano ancora su scala geologica. Si organizzano convegni per decidere la sede del prossimo convegno. Forse questo aumento della temperatura implica dei cambiamenti troppo lenti per creare allarme, se paragonato all’esplosione di una bomba atomica e alla sua onda d’urto. Così ce ne stiamo qui tranquilli a guardare il lento avanzare della catastrofe. «Estate climatica›› ha un impatto ben diverso da quello di «inverno nucleare». Brucerà qualche bosco in più, farà un po’ più caldo qua e là e per qualche tempo staremo perfino meglio, finché di colpo un’inondazione millenaria si rovescerà nel mare innalzandone ancora il livello, mentre lentamente i deserti si espanderanno e gli uragani cresceranno d’intensità. E intanto, che questa o quella specie animale si estingua cesserà di fare notizia.

[Andri Snær MagnasonIl tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pag.131. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]

I vulcani che noi siamo

[Foto di Ralf Vetterle da Pixabay.]

Quando Watt accese il motore a vapore la concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera era di 280 ppm. Oggi è arrivata a 415 ppm, il valore più alto che sia mai stato registrato in tre milioni di anni. E allora le eruzioni? chiede qualcuno. Noi esseri umani non siamo forse nullità, paragonati all’attività vulcanica della Terra? Purtroppo no. Si stima che tutti i vulcani del pianeta liberino circa duecento milioni di tonnellate di CO2 all’anno, mentre gli esseri umani ne producono ogni anno trentacinque miliardi di tonnellate. Il falò che alimentiamo noi è quasi duecento volte quello alimentato dall’attività vulcanica terrestre complessiva. Eppure le nostre giornate procedono senza che vediamo fuoco né fumo; i vulcani li vediamo, e ne sentiamo il terribile rombo, e ci spaventano, ma non capiamo che i vulcani più distruttivi siamo noi.

[Andri Snær MagnasonIl tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pagg.193-194. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]

Che parole usare per parlare della Terra?

[Una veduta della foresta pluviale malese. Foto di Eutah Mizushima da Unsplash.]

Che parole possiamo usare quando ci preoccupiamo per il futuro del mare, per la sua flora e la sua fauna? Che parole possiamo usare per le foreste pluviali, i polmoni del nostro pianeta? Per parlare della Terra dobbiamo adoperare le parole della scienza, delle emozioni, della statistica o della fede? Fino a che punto possiamo attingere al nostro privato ed essere sentimentali? Possiamo usare le manifestazioni d’amore altisonanti, i freddi dati statistici, le dichiarazioni di guerra, la complessità della filosofia? La destra? La sinistra? Il bello? Il brutto? La crescita economica? Che cos’è la Terra? Materia prima sottoutilizzata? O sacralità incommensurabile? Oppure le zone incontaminate devono essere convertite in tabelle e grafici che indichino il valore economico e sociale della natura nell’Appendice 4B di un documento di valutazione dell’impatto ambientale?

[Andri Snær MagnasonIl tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pagg.65-66. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]