A ben vedere, con certa parte (invero piuttosto ampia) dell’umanità contemporanea, credo che l’atteggiamento migliore e più sociologico che si possa tenere sia una sincera, serena, cordiale e rispettosa tanto quanto attiva e risoluta misantropia. Non prevaricatrice ma divaricatrice, intellettualmente e moralmente più onesta nonché molto meno ipocrita della pseudo-socialità artificiosa e conformista ovvero dei tanti comportamenti arroganti e barbari che, purtroppo, caratterizzano la società di oggi – quella società che per convenzione definiamo “civile” ma che troppo spesso appare come un ring entro il quale l’unico principio che regola i rapporti “sociali” tra gli individui è quello del più deleterio e rozzo mors tua vita mea. Quanto di più lontano e avverso a qualsivoglia concetto di “civiltà”, insomma, rispetto al quale non resta che atteggiarsi come sopra, inevitabilmente.
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Gli onnivori e i vegani
Scusate, ma – senza voler innescare sterilissime polemiche, e posta la libertà assoluta di chiunque di scegliere per sé stesso ciò che preferisce – se un ristorante “ordinario” deve giustamente poter offrire delle pietanze vegane ai clienti vi si rechino e ne facciano richiesta, perché un ristorante vegano non deve poter fare altrimenti? Insomma, se vado a mangiare in compagnia di amici in un ristorante di mia scelta, e uno di questi amici è vegano, trovo giusto e apprezzabile che anch’egli possa mangiare qualcosa di suo gradimento, è un suo sacrosanto diritto; e se io vado con altri amici in un ristorante vegano e mi voglio mangiare una bella tagliata* dacché nulla del menu ivi presente mi piace, o semplicemente perché è un mio sacrosanto diritto mangiare in un modo che ritengo soddisfacente?
Non so… sbaglierò, ma a me pare una situazione del tutto squilibrata, ecco.
*: di animale da allevamento rigorosamente etico – cosa sempre e comunque fondamentale, questa.
La sorte inesorabile di una società in-civile
Credo che quella “società civile” che non si adoperi costantemente e con la massima risolutezza contro la maleducazione e l’inciviltà eventualmente in essa presente, o che trascuri tale presenza mostrando indifferenza e apatia, non solo sia inesorabilmente destinata alla rovina ma meriti di finire quanto prima in rovina.
Per il bene di tutti – e di quella “società civile” in primis, già.
Sugli intellettuali senza più coraggio
“Il declino del coraggio è la caratteristica più sorprendente che un osservatore può oggi riscontrare in Occidente. Il mondo occidentale ha perso il suo coraggio civile, sia nel suo insieme che separatamente, in ogni paese, in ogni governo, in ogni partito politico e, naturalmente, nell’ambito delle Nazioni Unite. Il declino del coraggio è particolarmente evidente tra le élites intellettuali, generando l’impressione di una perdita di coraggio dell’intera società. Vi sono ancora molte persone coraggiose, ma non hanno alcuna determinante influenza sulla vita pubblica. Funzionari politici e classi intellettuali presentano questa caratteristica, che si concretizza in passività e dubbi nelle loro azioni e nelle loro dichiarazioni, e ancor di più nel loro egoistico considerare razionalmente come realistico, ragionevole, intellettualmente e persino moralmente giustificato il poter basare le politiche dello Stato sulla debolezza e sulla vigliaccheria”
(Aleksandr Solženicyn, discorso all’università di Harvard, 8 giugno 1978. Citato da Christian Caliandro sulla propria pagina facebook.)
Nuovamente, il pensiero di un intellettuale grande anche perché capace di comprendere nel profondo il suo presente e vedere nel futuro, che dopo 40 anni dalla sua espressione risulta assolutamente valido e probabilmente oggi ancor più di allora. Segno drammatico dell’indugio del nostro mondo in una inerte, melmosa attualità che, con il tempo che invece corre inesorabile in avanti, verso il domani, diviene altrettanto inesorabile involuzione, cioè incapacità di progresso intellettuale, culturale, sociale, ovvero mancanza di visione e di progettazione di un buon futuro. Il futuro che si costruisce soprattutto grazie al coraggio civile citato da Solženicyn: chissà se lo si può ritrovare, nella nostra società e in ognuno di noi, o se ormai è andato perduto per sempre.
Guido Ceronetti (1927-2018)

Guido Ceronetti era uno dei quegli intellettuali ancora capaci di meritarsi pienamente tale impegnativo titolo (ovvero uno degli ultimissimi rimasti, sarebbe meglio dire) perché in grado, attraverso pensieri realmente fulminanti – capaci come il fulmine tanto di illuminare quanto di folgorare, ancorché spesso composti da poche, essenziali parole – di descrivere e identificare certe cose della realtà con intensità ineguagliabile e, non di rado, con chiarezza tale da risultare rivoluzionaria – o sovversiva, se preferite. Una dote che con irritante convenzionalismo viene spesso definita (anche per lui, anche in queste ore sui vari media) “irriverenza”, e invece altro non è che lucidissima intelligenza.
Ma tra gli innumerevoli suoi pensieri così potenti e originali, ora me ne viene in mente soprattutto uno, all’apparenza semplice, secondario se non quasi banale, sorta di pour parler informale eppure, a ben vedere, assolutamente emblematico: un pensiero còlto in una delle sue rare ospitate televisive, ormai parecchi anni fa, col quale Ceronetti “denunciava” la sconcertante ipocrisia presente nella domanda che tutti poniamo a chiunque altro ci si pari davanti, appena dopo il saluto: come stai? Domanda ipocrita, già, dacché quasi mai ci importa veramente come sta la persona che abbiamo di fronte, perché dunque frutto di un automatismo conformista ed emotivamente sterile, e perché è una domanda che, quasi sempre, richiede se non “pretende” una risposta falsa – quel «bene, grazie!» con tutte le sue possibili varianti che, appunto, facilmente non rispecchia la realtà personale e generale. Ed è così, funziona proprio così, inesorabilmente. Sembrerebbe un pensiero fin troppo cinico, questo, ma rifletteteci sopra se piuttosto non sia sul serio alquanto obiettivo e meno ipocrita (o per nulla tale) di ogni altra considerazione al riguardo, e se le relative eccezioni non siano molte meno delle conferme!
Ecco, questo era Guido Ceronetti. Era, purtroppo – per la nostra cultura, per la nostra società. Purtroppo per noi tutti.
(L’immagine in testa al post è tratta da http://www.mangialibri.com)