La guerra in Ucraina e il «bel tacer…»

[Immagine tratta da pixabay.com.]
Sì, «il bel tacer che non fu mai scritto», a questo noto proverbio mi riferisco. Nel senso che ho deciso di non dire/scrivere/esprimere più alcuna opinione diretta sulla guerra in corso tra Russia e Ucraina.

Certo, non che pensassi che le mie opinioni potessero interessare qualcuno: l’essere il «signor nessuno» che sono quanto meno mi conserva intatta l’opportunità e il privilegio di poter sempre imparare qualcosa da tutto e tutti – in questa vicenda come in qualsiasi altra cosa. Per questo sto leggendo molto al riguardo ma quasi soltanto testi di analisi geopolitica, obiettivi, scientifici, fondati sui fatti e con una visione storica sempre ampia.

D’altro canto in queste settimane mi sono nuovamente reso conto dell’efficacia notevole degli armamenti bellici contemporanei, capaci di ammazzare migliaia di individui sul campo di battaglia e parimenti miliardi di neuroni nelle menti di individui a centinaia di km di distanza, con effetti mediatici ben constatabili: preferisco restare lontano da tali “macerie” e anche per questo ho deciso di non proferire più nulla al riguardo. Non di meno ascolto chiunque, apprezzando alcuni e disprezzando altri: ma sono giudizi prettamente personali e riservati.

Ovviamente ciò non toglie che io abbia la mia idea sulla questione e che sia ferma, determinata, strutturata, alimentata dalle letture sopra citate e sempre contestuale al “qui e ora”, dunque nuovamente ben lontana da conformismi, qualunquismi, benaltrismi, populismi, pacifismi e interventismi, ma-anche-ismi e far-di-tutta-l’erba-un-fasci-smi, cospirazioni, propagande, deliri e per nulla equidistante, anche perché è un’idea la cui sostanza è da anni che formulo e sostengo, non certo da qualche settimana (molti post qui sul blog lo dimostrano).

Non aborro affatto la guerra, pur avendo certezza piena della sua totale tragicità ma di contro ben sapendo che sia un elemento da considerarsi gioco forza “genetico” nella storia della civiltà umana, che si è evoluta anche e purtroppo, ribadisco, in forza di innumerevoli guerre: amarissimo da dirsi ma tant’è, la storia insegna. Semmai è proprio questa ineluttabile “genetica bellica” che aborro, l’incapacità evidente della razza umana di saper evolvere geopoliticamente nel tempo senza ogni tanto massacrarsi un po’ e distruggere qualche pezzo di pianeta, e così aborro chi la guerra la scatena, non certo chi la combatte per difendersi. Mi ritrovo a pensare, alla fine dei conti (storici), che la pace sia soltanto una meravigliosa utopia o, più pragmaticamente, soltanto una pausa di tranquillità tra un conflitto e l’altro. Questo non significa che la pace non debba essere costantemente perseguita, anzi: ma, forse, sarebbe il caso di renderci finalmente conto che, più di ricercare la pace, dovremmo cercare di eliminare la guerra: e se ciò nella forma sembra la stessa cosa, nella sostanza non lo è affatto. È una questione di, per così dire, predisposizione antropologico-culturale, non politica o che altro, e non mi pare di coglierla da nessuna parte, nel mondo degli uomini. Forse proprio perché in fondo l’essere umano non può concepirla veramente, dopo millenni di assunta “normalità” della guerra e di relativa introiezione psichica.

Posto ciò, che una guerra nucleare – che sia «terza guerra mondiale» o di più oppure di meno – prima o poi scoppi non è una probabilità ma una certezza, l’unica cosa incerta è soltanto la data nella quale scoppierà. Non posso che augurarmi che sia il più possibile lontano nel tempo ovvero, con tanto pragmatico quanto inevitabile cinismo, che scoppi quando non ci sarò più e le cui conseguenze siano affari dei posteri (contando che la reincarnazione sia solamente una suggestiva fantasia, ovvio!)

In fondo, e così concludo, anche “bene” (“buoni”) e “male” (“cattivi”) sono mere categorie che concepiamo in base a fattori fondamentalmente arbitrari e funzionali alla visione del mondo che riteniamo a noi più consona: pure qui, temo, su di esse sostanzialmente non ci abbiamo mai capito molto o, per dirla in altro modo, non abbiamo probabilmente mai provato a comprenderle realmente e dar loro un senso e un valore compiuto – sempre che se ne abbia la capacità, la cultura, la sensibilità, l’intelligenza, l’umanità.

Ecco, fine.

La Scala e Giulio Regeni

[Foto tratta da www.teatroallascala.org, l’originale è qui.]
Rivolgo un personale e sentito applauso all’orchestra e ai lavoratori della Scala di Milano per aver rinunciato alla tournée in Egitto a seguito del caso di Giulio Regeni e del comportamento ignobile del potere egiziano al riguardo. Le parole con le quali la famiglia Regeni ha ringraziato il personale della Scala, «Vorremmo che tutti i rappresentanti politici italiani ed europei, gli artisti, gli imprenditori e i turisti seguissero il loro esempio lodevole», esprimono lo stesso principio che ho manifestato a mia volta in diversi articoli, qui sul blog: un esempio che, vista la sostanziale inerzia dello stato italiano nei confronti di quello egiziano – che “nasconde” le solite bieche motivazioni, ad esempio che l’Egitto è uno dei principali clienti dei produttori di armi da guerra prodotte in Italia – risulta quanto mai necessario da seguire non solo per qualsiasi soggetto istituzionale italiano ma pure per ciascun individuo dotato di senso civico. Spiace solo che ciò può generare conseguenze alla parte di società civile egiziana che non si riconosce nel modo di agire dei suoi governanti, ma a fronte di tali comportamenti inaccettabili non si può fare altro, e occorre farlo dal basso. Ecco.

Come morbida seta

Spesso la via che corre verso la sottomissione più intollerante è invero assai attraente e confortevole: come fosse lastricata di morbida seta, già. Per questo certi pusillanimi la imboccano senza nemmeno rendersene conto, magari pure saltellando gioiosamente – o stoltamente, ecco.

P.S.: avrei anche potuto intitolare questo post Scopri l’incongruenza, credo che avrebbe funzionato ugualmente bene.

(Fonti dalle quali ho ricavato l’immagine: rainews.it e repubblica.it.)

Dicevamo?

[Immagine tratta da dirittiglobali.it, cliccateci sopra per visitare la fonte originaria.]

L’Italia è stato il decimo maggior esportatore di armi al mondo, vendendo soprattutto aerei militari (1.439) e navi (796): ha esportato il 2,2 del totale delle armi vendute. I paesi che hanno ricevuto le maggiori quote di armi dall’Italia sono stati Turchia (18 per cento), Egitto (17 per cento) e Pakistan (7,2 per cento).

(Fonte della citazione: qui; fonte originaria dei dati: qui.)

P.S.: quello che penso della vicenda di Giulio Regeni l’ho scritto qui, di recente. Altri post pubblicati nel blog riguardo questa ed altre simili questioni li trovate qui. Cliccando sull’immagine potrete invece saperne di più sulla storia dell’omicidio di Giulio Regeni.

Un plauso ad Augias (e a Fichte)!

Si può essere più o meno d’accordo con il senso del gesto (io lo sono assolutamente, come già ho scritto qui) ma, nel principio, trovo che il pubblico rifiuto di Corrado Augias della Legion d’Onore, massima onorificenza francese, restituendone le insegne in segno di protesta contro la recente decisione del presidente francese Emmanuel Macron di concedere quello stesso importante riconoscimento al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi – secondo Augias «un capo di Stato che si è reso oggettivamente complice di efferati criminali» – sia un atto di antico e nobile lignaggio intellettuale. “Antico” perché suo malgrado desueto, per come la figura dell’intellettuale negli ultimi anni si sia indubbiamente degradata, banalmente mediatizzata, convertita in quella assai meno nobile dell’opinion maker (o, ancora peggio, dell’influencer da social network), legata a pratiche “sloganistiche” sovente prive di spessore culturale al punto che, sempre più frequentemente, oggi “l’intellettuale” ovvero la figura presunta tale e da qualcuno così definita è proprio quella del proclamatore di slogan totalmente di parte ovvero antitetico alla figura colta «depositaria di valori culturali universali che trascendono gli interessi particolari e i pregiudizi partigiani», come enuncia la definizione del termine.

Corrado Augias è peraltro personaggio pubblico in tal senso ormai raro e dunque assai apprezzabile, al di là delle sue posizioni e convinzioni (con le quali, ribadisco, si più concordare oppure no): mi fa piacere che il suo gesto sia stato ampiamente ripreso dagli organi di informazione “seri” – come quelli che cito/linko qui – anche proprio per come attraverso di esso Augias riesca a ridare valore a quella definizione e alla relativa figura, così in crisi nell’opinione pubblica della società contemporanea (se non estinta o quasi, appunto) eppure niente affatto anacronistica, anzi, ancor più fondamentale di una volta nel mondo tanto iperconnesso quanto psico-sconnesso di oggi, così bisognoso di certezze culturali e ideali intellettuali nell’oceano di fake news, idiozie, ignoranze e barbarie varie e assortite che lo stanno soffocando.

Non voglio dire, insomma, che si debba tornare a leggere e praticare un testo come La missione del dotto di Fichte, ma dico che un testo come questo, se messo in pratica oggi come un “dotto” qual è Augias fa con il suo pur simbolico gesto, e se praticato diffusamente, credo che farebbe questo nostro mondo un poco migliore di quel che è, o quanto meno più consapevole e erudito. D’altro canto,

L’uomo esiste per migliorarsi sempre più dal punto di vista morale e per rendere migliore tutto ciò che lo circonda: sia nella sfera della sensibilità, sia anche, se lo consideriamo nell’ambito della sensibilità. sia anche, se lo consideriamo nell’ambito della società, dal punto di vista etico e così facendo, per rendere se stesso sempre più felice.

Be’, come non poter essere d’accordo con queste parole, seppur scritte più di due secoli fa?

Poi, in tutta sincerità, a me il termine “intellettuale” non piace nemmeno tanto; preferisco “pensatore”, nonostante sia forse anche più desueto del primo. D’altro canto l’intelletto lo abbiamo tutti, il pensiero credo invece di no. Ecco.