250 metri

[Crediti dell’immagine: Ansa/Corriere della Sera/Pane Quotidiano Onlus.]
250 metri.

Non è la distanza di una nuova disciplina atletica, né l’altezza d’un qualche grattacielo in costruzione e nemmeno la lunghezza d’una qualche pietanza con la quale si cerca di stabilire un guinness dei primati. Anzi, al proposito, e all’opposto: è l’estensione della coda di persone in difficoltà economichepoveri, così li definiscono i media, con un termine che suscita sempre e comunque imbarazzo – in attesa di ricevere un sacchetto con del cibo grazie al quale sfamarsi.

E no, non si tratta di chissà quale città del cosiddetto “Terzo Mondo” o di qualche altra zona disastrata oppure di cose di anni fa: è la Mensa dei poveri della Fondazione Pane Quotidiano di Milano, oggi, nell’era del Covid.

Milano, già.

«Abbiamo visto arrivare persone diverse dal solito, liberi professionisti o persone con lavori precari, magari non regolari, che non hanno potuto accedere agli aiuti statali. Il 65 per cento degli utenti “tradizionali” sono stranieri, ma tra i nuovi arrivati gli italiani sono prevalenti. Prima della pandemia gli utenti erano 3mila al giorno, adesso arrivano a 4mila il sabato.»

Ecco. Buona “Pasqua” a tutti, o almeno a chi vi creda.

N.B.: la citazione è tratta da un articolo al riguardo di Tio.ch del 30 marzo scorso. Cliccate qui per leggerlo nella sua interezza. Cliccando sul link evidenziato potrete invece conoscere meglio la Fondazione Pane Quotidiano e come sostenerne l’attività.

PIL (Professionalità Irrimediabilmente Lesive)

[Il PIL nella zona UE nel 2019. Fonte: https://www.corriere.it/economia/finanza/19_luglio_10/pil-2019-italia-01percento-fanalino-coda-dell-europa-male-anche-germania-669e41b8-a2fa-11e9-a4d9-199f0357bdd6.shtml ]
Mi sia concessa la dura e acida chiosa, ma col tempo sono sempre più fermamente convinto che la scarsissima capacità produttiva – intesa non solo nella mera accezione economica ma come generale e concreta capacità di (saper) fare, di essere civiltà di veri Homini Faber – dell’Italia, dalla quale poi si determinano dati disdicevoli come quello indicato nell’infografica sopra pubblicata, è anche cagionata dalla altrettanto disdicevolmente scarsa professionalità che molti lavoranti dimostrano quotidianamente, gente (in quantità cospicua e crescente) a cui poco o nulla interessa di far bene il proprio mestiere, qualsiasi esso sia, ciò nonostante portandosi a casa ogni mese il proprio buon emolumento. Individui che vanno al lavoro la mattina solamente per tirar sera, facendo il minimo necessario senza nemmeno aver cura che sia fatto in modo decente e che dell’etica professionale o dell’onestà intellettuale e morale oppure del valore socioculturale del lavoro non frega un bel niente, alla faccia dell’articolo 1 della Costituzione.

E credo che tutto ciò sia anche frutto – spiace dirlo ma tant’è – di genetica o di predisposizione antropologica, peraltro ben alimentata (ovvero mai “rieducata”) da istituzioni pubbliche che agiscono in base allo stesso modus operandi, anzi, accrescendone la perniciosità e palesandosi quale “modello” da imitare. Per la serie «Be’, se loro sono così cialtroni, perché io dovrei sbattermi tanto?»

Ecco.

Peccato, perché la classifica dell’immagine potrebbe tranquillamente essere ribaltata, ve ne sarebbero tutte le potenzialità. Invece, in Italia si continua allegramente a cantare «Ma che ce frega, ma che ce ‘mporta…» e amen, avanti così. Già.

 

La “Festa” del “lavoro”?

Ma poi, scusate… Nel giorno della “Festa della Mamma” o “del Papà” si ignorano madri e padri? E l’8 marzo, nella “Festa della Donna”, vengono forse celebrati gli uomini e magari il 2 giugno, che è la Festa della Repubblica, si inneggia alla monarchia? Oppure, per dirne un’altra ancora, la Giornata degli Alberi del 21 di novembre per caso viene festeggiata a colpi di motoseghe e accette?
No, appunto.
Dunque perché nella Festa del lavoro (o dei lavoratori) del 1° maggio non si lavora*?
P.S.: la mia è una provocazione, certo. Ma, ribadisco, poco apprezzo tali celebrazioni one shot, che finiscono spesso (e loro malgrado) per rendere ambiguo se non ipocrita il messaggio pur importante ed emblematico che vi sta alla base. Piuttosto, al riguardo, ciò su cui io rifletto è altro, ovvero: è il lavoro che nobilita l’uomo, o è l’uomo che deve saper nobilitare il lavoro che fa? (Sempre poi che certi lavori nobilitino ancora, o possano essere nobilitati…) E, in tal senso, aveva forse ragione (con provocazione letteraria, qui, ma tant’é) Sebastiano Vassalli, quando affermava, ne La Chimera, che “Il lavoro è l’ultima risorsa dei coglioni! È l’ultima speranza dei falliti, ricordatene!”? Insomma: ok, lavorare è (forse) giusto e bello, se lo si fa bene, ma oggi, in fin dei conti… cui prodest?

*: salvo chi sia costretto a farlo, ovviamente – il che è già un bel controsenso, in molti casi.

No comment! (Ma, per quanto mi riguarda, pure no regard, no prospect, no future…)

…Ovvero: nessuna stima, nessuna prospettiva, nessun futuro. Che poi sono le impressioni “primarie” che mi si generano durante la lettura della testimonianza sotto riportata, apparsa come commento ad un post del blog ladisoccupazioneingegna.wordpress e che molti altri blog hanno già diffuso e commentato – ad esempio Diemme, dal quale ho tratto il suddetto testo.
C’è ben poco d’altro da aggiungere, se non – dal mio punto di vista – prendere il tutto come un altro forte sprone a perorare continuamente la causa a favore delle librerie indipendenti (come ho fatto qui, ad esempio), quali fondamentali baluardi “di base” a difesa dei libri e della lettura, e contro la loro (al momento) inesorabile estinzione. Poi si dirà che “d’altro canto se non succede ciò che quella testimonianza evidenzia, in Italia si venderebbero ancora meno libri…”, “ci sarebbero sempre meno librerie…”, “la crisi del settore sarebbe ancora peggiore…” e altro del genere. Sarà, non voglio dire che possa realmente essere così, ma al momento, dati ufficiali alla mano (come quelli di cui sovente disquisisco qui nel blog e ai quali rimando tramite links), così non è.
E, se posso permettermi di essere, al proposito, pessimista, io temo che così non sarà nemmeno in futuro. Perché i metodi descritti nella testimonianza sotto riportata, se anche potranno essere funzionali all’ottenimento di qualche buon risultato commerciale ora, credo siano invece del tutto deleteri nel lungo periodo, per chi li mette in atto e, soprattutto, per l’intero panorama editoriale e letterario italiano. Una gran zappata sui piedi, insomma, di un sistema che, come accade in altri campi nostrani, piuttosto che decidere di evolvere e farsi più virtuoso rispetto a certi deleteri comportamenti tenuti in passato, preferisce vivere alla giornata e alla “si salvi chi può”, nonostante è (io temo, nuovamente) cosciente di scavarsi nel frattempo la fossa da solo.
Che poi, se fosse così, peggio per lui e amen; ma la cosa terribile è che in quella fossa, facilmente, ci finirà pure la letteratura.

Ho lavorato 9 anni alla Feltrinelli, all’inizio al Nord per circa 2 anni e poi al centro dove mi sono trasferita per scrivere la mia tesi. In lettere Moderne. Lavoravo il venerdì dalle 14 alle 21, il sabato dalle 14 alle 22 e la domenica dalle 10 alle 21 in cassa. Ero in un punto vendita molto affollato e il lavoro in cassa era molto faticoso, soprattutto perché durante il we le file sono infinite feltrinelli_logo-1(ora con la crisi non è più così) e perché durante la settimana studiavo o facevo un altro lavoro (dopo la laurea). Non c’è stato modo di avere ogni tanto una domenica o un sabato liberi, magari con un cambio turno: per farlo avrei dovuto firmare “la flessibilità” grazie alla quale loro avrebbero soltanto ottenuto di spremere ancora di più le mie energie.
La Feltrinelli sfrutta i lavoratori fino al limite del lecito. Arriva al confine ma sa benissimo come non superarlo mai. E comunque, si sa, le cause di mobbing contro aziende così grandi non esistono: se anche un dipendente avesse la forza di portarle avanti finirebbero con un patteggiamento e non con una condanna.
Alla Feltrinelli quando assumono cercano di fomentarti e indottrinarti facendoti credere di fare parte di una grande famiglia che vende cultura. Non è vero. E non è vero che se sei laureata in Lettere sei la persona adatta a lavorare in libreria: più sei competente e più sei una minaccia per lo stile “megastore” con le sue esigenze perché facendo anche due chiacchiere sul libro che stai vendendo con un cliente perdi la possibilità di venderne un altro al cliente che aspetta. Per non parlare del fatto che ti è richiesto di “indicare” il posto in cui il cliente può trovare il libro invece di perdere tempo accompagnandolo e consegnandolo. E ovviamente quali libri è meglio consigliare? I best seller, tomoni appena usciti che la Feltrinelli ha ordinato in un numero di copie sufficiente a farci dei divani perché quelli sono i libri che le case editrici vogliono vendere, non certo l’edizione economica del Mestiere di Vivere di Pavese o La Locandiera di Goldoni o Un Dramma Borghese di Morselli!
Ovviamente il libraio non può nemmeno incidere sull’assortimento della libreria, svolgendo un ruolo di “educazione alla lettura”! No! È tutto automatico! Ma come è possibile che il lettore di Bari abbia le stesse esigenze di lettura, gli stessi gusti di quello di Padova, dove ci sono determinate realtà universitarie e stili di vita differenti? Sarebbe bello seguire le esigenze tipiche di culture e città che sono italiane ma hanno tradizioni e abitudini uniche! Invece no: da nord a sud da est a ovest ci accoglie sempre la stessa vetrina, gli stessi divani fatti di Dan Brown!
Livellamento culturale. E non a caso le Feltrinelli vendono cioccolata, gomme da masticare, occhiali da sole, ricariche telefoniche, tra un po’ anche i biglietti dell’autobus e i grattaevinci. Sottomissione della cultura alle esigenze di mercato. Il tutto all’ombra del credito dato da un uomo morto su un palo per degli ideali.
Meglio non essere laureati in Lettere per lavorare serenamente alla Feltrinelli.

No comment, e tutto il resto, appunto.