I predatori dell’acqua alpina

Sapete poi (anche) perché sulle montagne vengono installate così tante “giostre” da luna park per il facile e rapido divertimento del turista? Ponti tibetani, mega-panchine, passerelle panoramiche… senza contare le infrastrutture maggiori e più funzionali all’industria turistica, ovviamente. Perché l’antica strategia del panem et circenses vale parecchio pure sui monti, già. Così, distratti, svagati, sollazzati i forestieri e parimenti confusi e illusi i locali, certi personaggi che purtroppo detengono il potere di “fare”, sulle montagne, possono tranquillamente tanto quanto ipocritamente imporre progetti ben più depredanti le risorse materiali e il valore immateriale dei territori montani in questione, a tutto vantaggio dei loro personali tornaconti e a totale degrado e mortificazione dei monti (i loro, spesso) che, nelle sedi pubbliche del “divertimentificio” turistico e grazie alla sottomessa eco dei media locali, quegli stessi personaggi dicono tanto di “valorizzare”, “rilanciare”, “sviluppare” eccetera.

Un ennesimo e recente caso al riguardo lo si riscontra in Valmalenco, laterale della Valtellina che da Sondrio si incunea verso Nord tra monti splendidi e via via più alti fino ai (sofferenti, ahinoi) ghiacciai italo-svizzeri del Gruppo del Bernina. Cito testualmente quanto scrive Michele Comi – mirabile guida alpina e persona profondamente nonché “geograficamente” informata sui fatti – sulla propria pagina Facebook, in riferimento alle significative immagini che vedete qui sopra (che a loro volta traggo dalla pagina):

Ecco la supposta estiva somministrata all’insaputa dei valtellinesi, forse troppo impegnati a postare foto di porcini. Il triste epilogo dell’insensibilità comune verso il destino delle montagne, che conferma l’assenza di qualsiasi forma di educazione che metta i cittadini in grado di comprendere e valutare quel che viene deciso a loro danno.

Gennaio 2013:
«𝑺𝒐𝒏𝒅𝒓𝒊𝒐 𝒇𝒆𝒓𝒎𝒂 𝒍’𝒂𝒔𝒔𝒂𝒍𝒕𝒐 𝒂𝒍𝒍’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂.
𝑵𝒐𝒏 𝒄’𝒆̀ 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒔𝒑𝒂𝒛𝒊𝒐, 𝒊𝒍 90% 𝒅𝒆𝒊 𝒄𝒐𝒓𝒔𝒊 𝒅’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂 𝒆̀ 𝒈𝒊𝒂̀ 𝒊𝒎𝒃𝒓𝒊𝒈𝒍𝒊𝒂𝒕𝒐 𝒆 𝒔𝒇𝒓𝒖𝒕𝒕𝒂𝒕𝒐 𝒂𝒊 𝒇𝒊𝒏𝒊 𝒊𝒅𝒓𝒐𝒆𝒍𝒆𝒕𝒕𝒓𝒊𝒄𝒊. 𝑺𝒕𝒂𝒗𝒂𝒎𝒐 𝒓𝒊𝒔𝒄𝒉𝒊𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒊𝒍 𝒅𝒊𝒔𝒂𝒔𝒕𝒓𝒐 𝒊𝒅𝒓𝒐𝒈𝒆𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒄𝒐 𝒆 𝒄𝒊 𝒔𝒂𝒓𝒆𝒎𝒎𝒐 𝒕𝒓𝒐𝒗𝒂𝒕𝒊 𝒊 𝒍𝒆𝒕𝒕𝒊 𝒅𝒆𝒊 𝒄𝒐𝒓𝒔𝒊 𝒅’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂 𝒊𝒏 𝒍𝒂𝒓𝒈𝒂 𝒑𝒂𝒓𝒕𝒆 𝒑𝒓𝒐𝒔𝒄𝒊𝒖𝒈𝒂𝒕𝒊, 𝒔𝒑𝒆𝒄𝒊𝒆 𝒊𝒏 𝒂𝒍𝒕𝒂 𝒎𝒐𝒏𝒕𝒂𝒈𝒏𝒂.»

Agosto 2021:
«𝑾𝒆 𝒂𝒓𝒆 𝒑𝒓𝒐𝒖𝒅 𝒕𝒐 𝒂𝒏𝒏𝒐𝒖𝒏𝒄𝒆 𝒕𝒉𝒂𝒕 𝑯𝒀𝑫𝑹𝑶𝑨𝑳𝑷 𝒉𝒂𝒔 𝒃𝒆𝒆𝒏 𝒂𝒘𝒂𝒓𝒅𝒆𝒅 𝒂 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒂𝒄𝒕 𝒇𝒐𝒓 𝒕𝒉𝒆 𝑬&𝑴 𝒔𝒖𝒑𝒑𝒍𝒚 𝒐𝒇 𝒕𝒉𝒆 𝒏𝒆𝒘 𝒑𝒓𝒐𝒋𝒆𝒄𝒕 “𝑮𝒓𝒂𝒏𝒅𝒆𝑴𝒂𝒍𝒍𝒆𝒓𝒐”, 𝒍𝒐𝒄𝒂𝒕𝒆𝒅 𝒊𝒏 𝑰𝒕𝒂𝒍𝒚, 𝒑𝒓𝒐𝒗𝒊𝒏𝒄𝒆 𝒐𝒇 𝑺𝒐𝒏𝒅𝒓𝒊𝒐.»

Grande derivazione Mallero.

Per dovere d’informazione va riesumato il doppio parere tecnico negativo espresso a suo tempo da ARPA riguardo la prima «piccola» e poi «grande derivazione Mallero» (sorprendentemente ignorato!) che si occupa della valutazione preventiva degli impatti sull’ambiente e sulla salute pubblica di piani, progetti e opere.
1° parere negativo, anno 2009: NO a piccola derivazione (per derivare una portata massima di 1300 l/sec): «Le operazioni in progetto comportano lo scavo di 50000 mc di materiali da trasferire per la quasi totalità alla cava Brusada-Ponticelli, in comune di Lanzada, in qualità di ricolmamento di una camera di coltivazione. A livello ambientale non si può ritenere che questa movimentazione di materiali sia ottimale per il territorio e le zone abitate, soprattutto in merito a qualità dell’aria, polveri e rumori ma anche in considerazione del fatto che l’intensa attività di cave e miniere presenti in zona è già da anni problematica […] 4 camion all’ora in andata-ritorno, circa 1 ogni 15 minuti per circa 16 mesi. Le strade di collegamento fra i cantieri e la miniera Brusada-Ponticelli attraversano tutto l’abitato di Chiesa Valmalenco e quello di Lanzada, con ovvie conseguenze circa l’incremento del traffico, del rumore e dell’inquinamento atmosferico in una situazione già caratterizzata dalla sovrapposizione di traffico di cava e turistico [..] a livello ambientale l’autorizzazione dell’opera implicherebbe un consistente depauperamento del tratto di corso d’acqua sotteso alla derivazione con conseguenze sull’ecosistema, sugli habitat naturali e sulla circolazione delle acque sotterranee; tutto questo andrebbe ad incidere su una situazione in cui è in corso un perenne tentativo di riequilibrio della naturalità a seguito delle attività di cava […] Il progetto interagisce con un territorio ad elevata naturalità, poco colonizzato, noto per la vocazione turistica […] è da prevedere un depauperamento del torrente per i prossimi 30 anni, mentre il traffico legato principalmente allo scavo della galleria di derivazione/cantieri è da prevedere per circa 2 anni.»
2° parere negativo, anno 2012: NO a grande derivazione (per derivare una portata massima di 9500 l/sec): «Preso atto delle consistenti modifiche apportate dal progetto presentato a suo tempo per la piccola derivazione, che sostanzialmente modificano tutto l’impianto […] è evidente un ulteriore e ancor più cospicuo impatto negativo sul corso d’acqua; pertanto con la presente si ribadisce nella sostanza il parere tecnico negativo.»

Anno 2021: al via gli espropri.

«𝐴 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑠𝑐𝑒𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑣𝑎 𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑠𝑜𝑟𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑖𝑚𝑝𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑖𝑠𝑡𝑖𝑡𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑙𝑜𝑐𝑎𝑙𝑖…» (Giuseppe Songini, Acque misteriose. Libro bianco sull’uso delle acque nei grandi impianti idroelettrici della provincia di Sondrio, 2006).

Ecco, questo è quanto riferisce Michele Comi sulla vicenda.

Nota bene: per evitare le farneticazioni di certi sputasentenze che tanto proliferano sul web, preciso che, per quanto mi riguarda, non è in discussione l’eventuale necessità di una captazione idrica, ma il palese e tremendo gigantismo generale dell’opera, totalmente fuori misura e contesto come rilevato per ben due volte e in periodi differenti dall’ARPA, e ancor più è da discutere senza ombra di dubbio la forma mentis ben visibile alla base di progetti del genere, basati unicamente sulla depredante patrimonializzazione delle risorse materiali e immateriali delle montagne per ricavarci un mero business, convenientemente celato dietro i consueti propositi di sviluppo i quali, invece e indubitabilmente (ARPA dixit, ribadisco) le montagne le soffocano definitivamente. Per dirla in breve e “sottilmente”, così da essere più chiari possibile, in queste opere ciò che fa senso è la loro assoluta mancanza di buon senso. Assoluta.

Ecco, questo io discuto fermamente. Una mancanza che, in una società che volesse veramente definirsi progredita, avanzata nonché operante a favore dei propri membri (cittadini, abitanti, residenti, visitatori – tutti noi, insomma), sarebbe combattuta come la peste. Invece, siamo ancora fermi a ciò che con parole perfette afferma Michele Comi, alla «insensibilità comune verso il destino delle montagne, che conferma l’assenza di qualsiasi forma di educazione che metta i cittadini in grado di comprendere e valutare quel che viene deciso a loro danno».

La mafia dei pascoli di carta

[Immagine tratta da qui.]
Quando andate per montagne e, facilmente, vi imbattete in pascoli abbandonati, stalle e fienili cadenti, prati non più falciati e prossimi al rimboschimento, e dunque vi viene da pensare e da rammaricarvi riguardo quanto sia triste l’abbandono e lo spopolamento dei territori di montagna, in molti casi siete nel giusto ma in altrettanti no. Perché a volte i montanari ovvero altre figure che ben volentieri lavorerebbero sulle montagne e ne manterrebbero la vitalità economica, dunque pure la qualità del territorio e la cura del paesaggio, ci sarebbero ma vengono posti nella condizione di non poter lavorare, lassù, se non a condizioni quasi impossibili. E tutto questo attraverso modalità speculative di stampo mafioso indotte da una legislazione in origine virtuosa ma poi, sul campo (e, tocca segnalarlo, sulle montagne italiane in maniera più frequente che altrove), troppo burocraticizzata e anche per questo facilmente sfruttata in modi loschi.

Racconta questa triste e inquietante realtà l’ultimo libro di Giannandrea Mencini, Pascoli di carta. Le mani sulla montagna, appena edito da Kellermann Editore, nel quale l’autore esplora a fondo un fenomeno ormai diffuso dalle Alpi agli Appennini, variamente definito “Mafia dei pascoli”, “Montagne d’oro” o “Pascoli di carta” e basato sull’ingente quantità di risorse messa in campo dalla Comunità europea nel settore agricolo, la quale ha generato una speculazione che inquina il settore montano dove spesso si intrecciano azioni scorrette, false dichiarazioni, animali “figuranti”, pratiche di compravendita di alpeggi al limite della legalità. Un meccanismo contributivo che fa salire il prezzo degli affitti dei pascoli e che fra mancanza di controlli, creazione di società fittizie e truffe reiterate, danneggia la montagna.

Per spiegare meglio il fenomeno – per come lo illustra l’autore stesso in questo articolo – accade che

Esistono grandi aziende di pianura che vengono a prendersi le malghe in montagna e offrono affitti che nessun allevatore locale può permettersi, poi si prendono i contributi comunitari sui pascoli appoggiando i titoli e son migliaia di euro. Nelle aste pubbliche i pascoli venivano aggiudicati al miglior offerente con delle condizioni che attiravano allevatori soprattutto di pianura che facevano figurare sulla carta la monticazione per poter accedere ai premi della Politica agricola comune dell’Unione Europea (Pac). In realtà, in alpeggio non ci andavano o ci portavano pochi animali “figuranti” rispetto a quello per il quale riuscivano a percepire i premi comunitari. Così gli allevatori locali, più legati al territorio montano e che sul serio “vivono in pendenza” con tutte le conseguenti difficoltà logistiche e sociali, non partecipano per le condizioni economiche troppo onerose e chi si aggiudica gli appalti non porta gli animali in montagna col conseguente deterioramento anche ambientale della qualità dei pascoli.

Nuovamente, la montagna è un territorio che forse come nessun altro presenta un’emblematica contraddizione tra la bellezza del suo paesaggio o, per meglio dire, la percezione al riguardo derivante dall’immaginario diffuso – quello che vede su ogni montagna l’idillica baita di Heidi, per intenderci e per citare (o “contro-citare”) quel noto testo di Sergio Reolon – e la realtà effettiva delle montagne, sovente assoggettate a pratiche del tutto bieche e perniciose tanto quanto incomprese nella loro sostanza oppure ignorate che sul serio mettono a rischio quella bellezza tanto celebrata ma poi, in concreto, molto poco compresa e realmente salvaguardata.

Un libro sicuramente da leggere, Pascoli di carta, anche se già temo che in chi ama le montagne provocherà non pochi mal di pancia – ma quanto mai necessari, per il bene futuro delle montagne stesse.

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, l’11a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 7 marzo duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #11 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “Trivellare o non trivellare, questo è il (bel) problema!” Una puntata che sta sul pezzo, come si dice in gergo industrial-giornalistico, ove il “pezzo” è la questione del prossimo referendum sulle concessioni petrolifere nei mari italiani e, in generale, sull’opportunità di cercare o meno, oggi, il petrolio sul territorio nazionale. Al di là dei titoloni e delle notizie spesso superficiali dei media, delle polemiche politiche e degli arroccamenti di parte, in questa puntata RADIO THULE cercherà di fornirvi il maggior numero possibile di dati obiettivi in modo da comprendere meglio la questione e poter formulare al riguardo una propria libera e consapevole opinione personale.

(Cliccate sulla mappa per un formato più grande e leggibile.)
(Cliccate sulla mappa per un formato più grande e leggibile.)
Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
– Player Android: Google Play

Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!