L’infantilismo nella scrittura

Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare; e non sapendo significare le cose colle parole, le vorremo dipingere o significare con segni, come fanno i cinesi, la cui scrittura non rappresenta le parole, ma le cose e le idee. Che altro è questo se non ritornare l’arte dello scrivere all’infanzia?

(Giacomo Leopardi, Zibaldone (Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura) 1817-1832, a cura di Giosuè Carducci e altri, Le Monnier, Firenze, 1898-1900, vol.II, p. 310.)

Che Leopardi conoscesse già i social, e leggesse come – ovvero con quali “forme” – molta gente vi scrive i propri pensieri? Be’, forse oggi non è tanto una questione di «lineette, di puntini, di spazietti», ma di punti esclamativi sì (magari scritti così: !111!1!!), non di geroglifici ma di emoticon ed emoji a manetta senza dubbio, e comunque, di sicuro, di drammatica “infantilizzazione” della scrittura, inesorabilmente derivante dall’infantilismo nel pensiero e nelle azioni palesato da molti.
Insomma, il problema permane, anche due secoli dopo.

A fare a meno della bellezza

Quando una società si allontana dalla bellezza, che dell’arte è una delle facce, inizia la decadenza. Quando un individuo pensa di poter far a meno dell’etica e della bellezza che ne è inseparabile compagna inizia la morte vera, quella spirituale.

(Photo credits: Ale3me – Opera propria, CC BY-SA 4.0)

(Franco Battiato, intervista di Luca Valtorta e Roberto Mattioli su “XL – La Repubblica” nr.81, 8 novembre 2012.)

Il torto (perenne) dei giornalisti

Il grande torto dei giornalisti è di parlare solo dei libri nuovi, come se la verità fosse mai nuova. A me sembra che fino a quando non si siano letti tutti i libri antichi, non ci sia alcuna ragione di preferire i nuovi.

(Charles-Louis de MontesquieuLettere persiane, a cura di Lanfranco Binni, Garzanti, 2012,  cap.CVIII pag.148.)

Al di là dell’esagerazione aforistica, Montesquieu dice una cosa verissima e validissima tutt’oggi. se ricontestualizzata alla produzione editoriale contemporanea, che vive di novità continue e di libri dalla vita editoriale sempre più breve, sempre più legata a quanto riscontro trovino sui media e alle copie di conseguenza vendute per poi sparire dalle librerie appena dopo che l’interesse sia scemato – inesorabilmente scemato per l’incalzare di ulteriori novità, appunto. Come se i libri avessero una data di scadenza quando invece, se sono buoni libri, durano per generazioni intere e, se sono addirittura capolavori, diventano classici e durano per sempre. O durerebbero per sempre: ma chissà se il meccanismo editoriale odierno – un meccanismo folle, con il quale l’editoria pensa di salvarsi al momento ma che col tempo la porta a una inevitabile autodistruzione – può ancora consentire a un grande libro di diventare un classico, o se il tritacarne editorial-commerciale non lasci più scampo ormai a niente e nessuno di letterario.

Uomini-demoni

Come sappiamo fin troppo bene, non molto tempo fa, gli ebrei erano sistematicamente definiti esseri non-umani. E la cosa va avanti: la caratteristica comune ai massacri e ai genocidi, in Ruanda, Cambogia, Iugoslavia e altrove, è che sono sempre preceduti da un periodo di denigrazione e di disumanizzazione del nemico da sterminare. Il razzismo a oltranza, da qualsiasi parte provenga, con il suo rifiuto o divieto di riprodursi tra “razze”, è dello stesso ordine. Sembrerebbe una costante del male nell’uomo. Bisogna quindi stare molto in guardia, quando qualcuno comincia a parlare di altri uomini – che siano bianchi, neri, immigrati, omosessuali o semplicemente stranieri o diversi – come di non-umani. E’ il primo passo per poterli in seguito trattare, con buona coscienza, da cose o da bestie. In realtà sono inumani coloro che predicano e praticano la disumanizzazione o la demonizzazione degli altri, non il contrario.

(Björn Larsson, Bisogno di libertàIperborea, Milano, 2007, pag.164-165.)