INTERVALLO – Milano, Laboratorio Formentini per l’editoria

laboratorioforme_001Questa volta non vi voglio presentare una libreria, una biblioteca o un altro luogo “classico” legato ai libri e per la lettura, ma uno spazio/istituzione che comunque ad essi, e all’industria editoriale ancor più, è legato a doppio filo.
Il Laboratorio Formentini per l’editoria è infatti uno spazio nato per la più ampia e strutturata valorizzazione del lavoro editoriale. In questo particolare momento storico, e nella città italiana in cui da sempre si produce e si consuma la percentuale più alta del prodotto libro, è diventata quanto mai un’urgenza dare spazio ai protagonisti della filiera della lettura, dare loro voce per raccontare le storie del passato, guardare alle professioni del futuro, ospitare le esperienze internazionali e promuovere l’eccellenza culturale italiana nel mondo.
Il Laboratorio, sito in via Formentini 10, è ospitato nel complesso della ex Canonica della Chiesa di San Carpoforo, antica chiesa nel centro storico di Milano, risalente al IX secolo e rimaneggiata nel XVI secolo: uno spazio messo a disposizione direttamente dal Comune di Milano – Assessorato alla Cultura. Il progetto architettonico è stato curato da Alterstudio Partners, che ha conciliato l’opera di conservazione e restauro dell’edificio storico, nelle sue facciate e coperture, con la realizzazione di un interno architettonico fortemente connotato, declinando le nuove esigenze funzionali con un linguaggio spiccatamente contemporaneo.

laboratorioforme_2laboratorioforme_20160126173018laboratorioforme_3Per saperne di più, cliccate sulle immagini e potrete visitare il sito web del Laboratorio.

Diffidate, gente, diffidate!

690x340-805bdeee73a5c2b7431039a19e33a64f.e30virgoletteHumbug ha la facoltà di rendere tutto ciò che tocca lucroso per sé e deleterio per quasi tutti gli altri. E sempre con quella invariabile espressione, appunto, quel sorriso beffardo costantemente offerto al mondo che pare tanto uno slogan di sé stesso, un “non mi frega nulla di nessuno ma solo di me”, la pingue pappagorgia esposta quasi a mo’ di vanto, i capelli brizzolati oleosamente lisciati sul capo e più arruffati dietro, la pelle abbronzata che rende quei suoi denti bianchissimi ancor più simili a una sega affilata… Ma pure con gli occhi perennemente nascosti da un paio di occhiali dalle lenti fumé, che sembrano fatti apposta per lasciar passare lo sguardo tagliente senza che in esso si possa di contro leggere qualcosa che vi stia “dietro” – lo diceva sempre il nonno paterno, ricorda Moped: diffidare sempre di chi porta un paio di occhiali da Sole anche quando il Sole non c’é, anche di sera, anche al chiuso! E’ gente che sta nascondendo qualcosa, quella, così come nasconde lo sguardo che è sempre rivelatore dell’animo autentico di un individuo! (In verità il nonno sosteneva pure, e per motivi diversi ma simili nel principio, che si dovesse parimenti diffidare degli astemi, dei miopi, dei calvi, di chi in inverno si vestisse troppo, di chi usava l’ombrello oppure indossava il cappello, di chi fumava la pipa, di chi andava tutte le domeniche in chiesa e di chi non vi andasse nemmeno a Natale, dei preti – di qualsiasi confessione, di chi usasse i mezzi pubblici, di chi vestiva troppo elegante e delle donne troppo castigate, dei militari in servizio e dei pacifisti, dei dentisti, dei fruttivendoli, di chi disprezzasse il formaggio, di chi masticasse chewing-gum, di chi fosse stato allattato al seno troppo a lungo, di chiunque vedeva uscire da una farmacia e di chiunque vedeva entrare in una banca, dei politici che non avessero mai conseguito qualche pendenza giudiziaria, dei mendicanti, dei fotografi, degli idraulici, degli astrologi e degli astronauti – anche se Moped ritenga tutt’ora piuttosto difficile che il nonno ne abbia mai conosciuto uno, e ben più facile che confondesse queste due ultime categorie.)
In ogni caso, e anche senza le indicazioni del nonno, Humbug gli ha suscitato diffidenza fin da subito, ovvero fin da quando ha avuto a che fare con lui, dal principio dell’indagine.

(E’ un estratto da un testo inedito, ancora in lavorazione, di genere giallo – anzi no, di genere opposto al giallo, se così si può dire. E se non si può dire, allora dico che è/sarà un romanzo ollaig, ecco. Beh, probabilmente tra qualche tempo ne saprete di più, qui e in libreria.)

Gender bender Joyce

joyceNon voglio entrare nel merito di una discussione – quella sulla supposta “ideologia gender” e sui relativi temi legati all’omofobia/omofilia – che da parecchio tempo si è degradata in pura ciancia politico-ideologica priva d’alcuna serietà, allontanandosi di molto dalle argomentazioni più plausibili in un senso o nell’altro. Tuttavia, sul tema, trovo molto interessante e significativo quanto scrisse, più di un secolo fa, un fervente cattolico nonché mirabile intellettuale – ovvero uno dei più grandi scrittori del Novecento: James Joyce.
Daniele Benati in Una storia curiosa, testo che introduce perfettamente Gente di Dublino nell’edizione 2014 di Feltrinelli (edizione della quale Benati è anche traduttore), ricorda come Joyce di frequente, nei suoi lavori ovvero in altre sedi letterarie, segnalò e criticò con forza

la meschinità che pare governare i rapporti umani, e in particolare quelli protetti dall’istituzione matrimoniale, che paiono essere privi di un qualsiasi valore, se non quello di servire a puntellare una società che altrimenti cadrebbe a pezzi. (…) Lo stato di paralisi che Joyce intendeva colpire in “Gente di Dublino”, imputandone la responsabilità alla chiesa, colpevole di aver atrofizzato la coscienza degli irlandesi, e di averli trasformati in un popolo incapace di concepire la moralità come risposta individuale a problemi di carattere etico.

Ovvero, il grande autore irlandese intuì come già un secolo fa l’istituzione familiare fosse in crisi, corrotta, svilita e repressa da ideologie che ne minavano l’essenza fondamentale. Le sue osservazioni, citate da Benati, sembrano fatte apposta per la situazione attuale, nella quale certe prese di posizione appaiono così irrazionalmente veementi e sostanzialmente immotivate (quindi praticamente non considerabili) da far credere che il loro scopo fondamentale non sia quello di denunciare una certa situazione ritenuta negativa, ma di nascondere in verità dietro il loro rumoroso sbraitare un vero e proprio fallimento, imputabile alla società che gli ispiratori di quelle posizioni hanno plasmato e ancora dominano, almeno politicamente. Un fallimento loro, dunque, lasciato accadere senza che si rendessero conto della sua gravità e oggi – incapaci essi per propria ottusità generale di ammettere tale sconfitta – combattuto scaricando la colpa su chi colpa non ne ha affatto, anzi, per certi versi rappresenta una potenziale soluzione – in senso di principio. “Un popolo incapace di concepire la moralità come risposta individuale a problemi di carattere etico”: ecco, non si potrebbe descrivere la situazione italiana meglio di come fece Joyce per i suoi connazionali, ribadisco.
Un atteggiamento molto nostrano, d’altra parte, che ricorda quello, assai simile, del dare la colpa del dissesto idrogeologico alle piogge quando per decenni non si è fatto nulla per prevenire i potenziali danni e armonizzare l’antropizzazione al territorio su cui si è applicata.
Dunque, più che gridare “al lupo!” dove di autentici e famelici carnivori non ce n’è nemmeno uno senza alcuna sostenibile – quindi, nel caso, considerabile – logica, si cominciasse a rimettere le cose nel loro giusto verso e a considerare – e comprendere – cosa veramente vada difeso e salvaguardato, che non è certo la parte bianca o quella rossa o nera ma è il singolo individuo in quanto tale, cittadino come ogni altro con uguali e condivisi diritti e doveri, che in primis gode del diritto di vivere la propria vita come meglio ritiene, finché non danneggi il suo prossimo. Cosa che poi si può anche chiamare “libertà fondamentale”, giusto per essere chiari. Ma probabilmente questo è un principio tanto semplice ed elementare quanto avanzato e inconcepibile per un paese nel quale, per una bizzarra, malaugurata distorsione temporale, da ormai troppo tempo l’orologio gira al contrario.

N.B.: Gender bender è un termine specifico della teoria queer, sviluppatasi soprattutto nel mondo anglosassone. Il definirsi “gender bender” è considerata “una forma di attivismo sociale in risposta ai presupposti o alle generalizzazioni circa i generi”. Ovviamente qui ho mutuato l’accezione originaria della definizione adattandola al tema dell’articolo e alle parole anticonformiste e “controcorrente” di Joyce.

“Solo Jazz”: a Bergamo torna in mostra l’arte fotografica di Maurizio Buscarino – e non solo la sua…

Ho già presentato tempo fa, qui nel blog, Maurizio Buscarino e la sua mirabile arte fotografica – beh, ovvio, in verità di presentazioni Buscarino non ne ha affatto bisogno, ma ci tengo a ribadire quanto lo ritenga (e non solo io, anzi, sono buon ultimo dopo tantissimi) uno dei più grandi fotografi italiani di sempre, in grado di fissare nei suoi scatti forza, passione, emozione, intensità, profondità, fantasia, umanità come si direbbe che il media fotografico non potrebbe mai fare, almeno non come potrebbero fare altri mezzi espressivi abitualmente ritenuti – in ciò – superiori.
A Bergamo, fino al prossimo 30 Marzo, c’è la possibilità di rendersi conto direttamente di quanto ho appena scritto, e della grandezza di Buscarino anche in un contesto diverso da quello – il teatro – che ha reso particolarmente rinomate le sue immagini: Solo Jazz, evento collaterale di Bergamo Jazz 2014, è un’esposizione curata da Cristiano Calori e Raffaella Ferrari e composta da 70 fotografie scattate nel 1978 da Maurizio e durante più recenti edizioni della rassegna bergamasca da Federico, figlio di Buscarino e a sua volta rinomato fotografo, collocate sulla struttura espositiva allestita all’interno della ex Chiesa della Maddalena; nell’abside vi è inoltre un video continuo – creato da Federico Buscarino – che scorre 160 immagini, su un brano musicale di circa 20 minuti appositamente composto ed eseguito dai musicisti Adelio Leoni e Roger Rota.
Leggo dalla presentazione della mostra (il cui catalogo offre i testi dello stesso Calori e di Corrado Benigni):
In quegli anni di trasformazione e di violenza – gli anni ‘70 – anche Bergamo di sera era deserta. In alcune occasioni particolari, però, larghe fasce di popolazione soprattutto giovanile, come in tutta Italia, manifestavano il bisogno di cultura e il piacere della aggregazione di massa. Le Amministrazioni pubbliche rispondevano deliberando iniziative di grande partecipazione, particolarmente nel teatro e nella musica, al di fuori dei luoghi e degli spazi canonici. 16 marzo 1978: nel secondo Buscarino_familygiorno della Rassegna Internazionale del Jazz al Palazzetto dello Sport, uomini delle BR compiono la strage della scorta e rapiscono Aldo Moro. La Rassegna viene fermata e spostata nei giorni successivi dalla sera al pomeriggio, riempiendo comunque il Palazzetto dello Sport di migliaia di persone entusiaste.
La mostra – un percorso di volti e figure del jazz – in una inevitabile sintesi, inizia con le immagini di Maurizio Buscarino del 1978, appunto nel grigiore degli scarsi neon del Palazzetto, in cui si rivede quel pubblico giovane, denso, nuovo e apparentemente felice, colto negli intervalli delle esecuzioni delle stars nazionali e internazionali: Art Blakey e Kenny Clarke, Illinois Jacquet, Giorgio Gaslini, Claudio Fasoli, Dizzy Gillespie, Chico Freeman, Bobby Battle, Don Pullen, Carrie Smith, Monty Alexander, Gianni Basso, Toots Thielemans, Gianluigi Trovesi, un giovanissimo Roberto Gatto, Fabio Treves, Dave Baker, Christopher Barber…
Dopo quella edizione la Rassegna venne sospesa. Fu ripresa negli anni ’90 inoltrati e riportata al Donizetti, quando era cominciata una nuova era, la nostra di adesso.
Il capitolo successivo della mostra – di Federico Buscarino – inizia con le immagini del teatro Donizetti, la piazza lignea, stilizzata e rituale, accogliente il suo pubblico maturo, affezionato e abbonato, per proseguire nella consistente e intensa galleria delle stelle del jazz che si sono avvicendate nelle performance degli anni 2000 sul palco del salotto della città: fra questi Fabrizio Bosso, Alan Broadbent, Larance Marable, Regina Carter, Rosario Bonaccorso, Charlie Haden, Jim Hall, Dave Holland, Lew Soloff, John Zorn, Glenn Ferris, Claudio Fasoli, Anthony Braxton, McCoy Tyner, Al Foster, Gianni Basso, Claudio Angeleri, Richard Galliano, Enrico Rava, Giorgio Gaslini, Gato Barbieri, Gianluca Petrella, Roberto Gatto, Dee Dee Bridgewater, Gregory Porter, Franco Piana, Uri Caine, John Scofield…

Bellissima mostra, e naturalmente non solo per gli amanti del jazz, dal momento che è vero, nelle immagini i personaggi principali sono loro, i musicisti che si sono avvicendati sui palchi del jazz festival bergamasco, ma la protagonista fondamentale è e resta sempre l’arte che Maurizio Buscarino sa creare e offrire a chi ha la fortuna di incontrarla. E tale fortuna, lo ribadisco, in questi giorni la si può cogliere a Bergamo…
Cliccate sulla foto di Maurizio e Federico Buscarino per conoscere ogni altra utile informazione sulla mostra.

P.S.: una piccola galleria personale di immagini, scattate durante la visita:

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