Sudati

Si sta come

d’estate

sui balconi

i gelati.

(Non me ne voglia il grande Ungaretti coi suoi Soldati – del qual testo centenario proprio quest’anno non è certo mia intenzione profanare senso e valore, sia chiaro – ma qui, nonostante ci siano in giro i soliti decerebrati che «Ah, quest’anno fa meno caldo degli altri anni, allora questa storia dei cambiamenti climatici è una bufala!» e altre scempiaggini del genere, la situazione è sempre più bollente – vedi qui. È bene ricordarlo, e con una certa frequenza, perché ogni decimo di grado d’aumento nelle temperature medie rende sempre più inevitabile la fine che fanno i gelati messi sui balconi sotto il Sole estivo. E i “gelati” siamo noi, qui.)

P.S.: e per rendersi conto di cosa potrebbe concretamente accadere – o cosa accadrà, ahinoi – in seguito all’aumento delle temperature medie del pianeta, leggete qui.

 

Se sul futuro della montagna i bambini imparano mentre gli adulti vaneggiano…

(Articolo pubblicato su altavita.com il 20/11/2017):

In tempi di sempre più profondi cambiamenti climatici, di imminente estinzione dei ghiacciai alpini (la principale riserva di acqua potabile a nostra disposizione, è bene ricordarlo), di palesi gravi problemi di siccità, e posto lo stato di fatto del mercato turistico invernale attuale, credere di poter rilanciare stazioni sciistiche (in passato già fallite, peraltro) attraverso nuovi impianti di innevamento artificiale è un po’ come affannarsi a nuotare in una piscina priva di acqua sperando di riuscire ad arrivare dalla parte opposta prima di sfinirsi inevitabilmente per l’inutile sforzo. La prova di una dissennatezza profonda nonché d’una grande mancanza di cultura, insomma.

Veramente c’è da riporre ben poca fiducia in siffatti amministratori pubblici, membri di una fin troppo numerosa fazione alla quale evidentemente nulla interessa del proprio territorio e della sua autentica salvaguardia e tutto interessa di propri personali tornaconti – ovvero, in alternativa a ciò, ai quali amministratori pubblici la testa non deve più tanto funzionare bene da parecchio tempo, ormai.

E veramente, di contro, c’è da porre la massima fiducia (e l’altrettanta speranza) in una nuova generazione di cittadini-montanari civicamente consapevoli dell’importanza, del valore e delle potenzialità dei propri monti sui quali, sia chiaro, si potrà pure praticare lo sci su pista ma solo in modo totalmente sostenibile, sia ambientalmente che economicamente, ma in primis ove possano finalmente nascere nuove (o rinnovate) forme di turismo in virtuosa armonia con l’ambiente montano le quali, se ben concepite e messe in atto, saranno senza alcun dubbio ben più remunerative di quelle fino ad oggi praticate e stoltamente perseverate. Con l’aggiunta di avere una montagna nuovamente e veramente viva, vitale, salvaguardata e valorizzata al meglio, e non il solito, vile e dannoso divertimentificio alpino: quello che la montagna la svilisce, la soffoca e, inesorabilmente, la uccide.

P.S.: ennesimo grazie a Michele Comi, che sulla propria pagina facebook ha pubblicato i due articoli ripresi nell’immagine in testa al presente post, rimarcandone la sconcertante contraddizione.

Lo “sciatore” cadaverico e i “dottori” killer

(Articolo pubblicato il 04/11/17 su altavita.com)

Escavazione di nuove piste sciistiche a Caspoggio (Valmalenco, Sondrio), poco oltre i 1.000 metri di quota.

“Il salvataggio dello sci agonizzante (in questo caso morto e sepolto) può passare attraverso la realizzazione di nuove piste poco sopra i 1000 metri di quota?”

Così si chiede Michele Comi, guida alpina valtellinese tra le più preparate e sensibili in senso generale sulla montagna, sulla propria pagina facebook. Per chiunque abbia buon senso, tale domanda è ovviamente retorica e la risposta scontata. Purtroppo non è così per ancora troppi politici e amministratori locali: una nuova pioggia di soldi pubblici arriva dalla Regione Lombardia sulle imprese dello sci su pista (per gran parte in situazione di default imminente e inevitabile) in spregio a qualsiasi valutazione sulla realtà climatica ed economica attuale della montagna nonché, appunto, di qualsiasi buon senso, e senza alcun cenno ad una volontà di ripensare il settore (se non con vaghi accenni evidentemente funzionali a fare da specchietto delle allodole per i più ingenui), proprio per salvare il salvabile, ove sia ragionevole, e modificare le strategie per tutto il resto. Non è una questione di “criminalizzare” le imprese dello sci su pista, sia chiaro, ma di mera (e fondamentale) comprensione della realtà e di minima visione del futuro basata sulla più ordinaria e assennata logica. Qualcosa di assolutamente “normale” in una situazione (climatica ed economica) sempre più anormale, mentre si continua a pretendere di imporre soluzioni totalmente anormali spacciandole come fossero la normalità. Con soldi pubblici a vantaggio di privati, peraltro: altra evidente anormalità.

In questo modo, io credo, la montagna non la si aiuta affatto, anzi: semmai così la si sfinisce ancor più subdolamente e letalmente.

C’è sempre più un brutto clima, dalle nostre parti…

Lo scrivevo già il 21 aprile scorso in questo post: “In molte zone del Nord Italia c’è il serio pericolo di una siccità senza precedenti.” Ecco, purtroppo era realmente serio, quel pericolo (sopra, uno dei tanti giornali che ne hanno parlato in questi giorni). E, sia chiaro, non serviva essere esperti climatologi per capire la gravità della situazione, ma solo coltivare un minimo senso civico e un’altrettanto piccola coscienziosità ambientale.

Tuttavia – di nuovo ribadendo quanto affermavo allora – temo che la portata dei cambiamenti climatici in corso, e ancor più la comprensione delle loro conseguenze, continuino a non essere comprese, ovvero a essere sostanzialmente ignorate – non solo qui ma un po’ ovunque, sul pianeta. “Not in my backyards” dicono gli anglosassoni: basta che accada fuori dal mio cortile di casa, insomma. Se crepa(va)no di sete altrove, amen (e guai se poi costoro fuggono dai quei loro sfortunati paesi e vengono qui a fare gli “immigrati”!); ora tuttavia il cortile è proprio il nostro, e pure l’Italia, se il degrado climatico non cambia, sarà sempre più a rischio desertificazione. Il che è un assurdo, vista la tanta acqua che in condizioni normali abbiamo sempre avuto a disposizione: ma ora fa sempre più caldo, d’inverno cade meno neve, non piove per lunghi periodi, i ghiacciai alpini si stanno liquefacendo privandoci di una preziosissima riserva d’acqua potabile, i fiumi sono sovente in secca, i laghi restano per lungo tempo sotto i livelli minimi. E se fossimo noi a rischiare di diventare profughi climatici, in un prossimo futuro?

Sia chiaro, non voglio affatto eccedere in tremendi catastrofismi: la mia è grande, pura e vivida preoccupazione. Credo d’altro canto che non si possa non considerare l’eventualità che le peggiori previsioni riguardo i cambiamenti climatici in corso siano addirittura migliori della situazione reale – ovvero che il clima stia cambiando, in peggio, anche più rapidamente di quanto previsto.

Ugualmente, credo – anzi, sono fermamente certo, a fronte di lampanti innegabili dati scientifici, che si debba pure cominciare a mettere una volta per tutte al bando quelle voci che invece negano i cambiamenti climatici. Di più: fosse per me, quantunque la cosa possa essere impossibile, istituirei il reato di negazionismo climatico, alla stregua di altre violazioni – immateriali, ma dalle conseguenze ben concrete – dei diritti umani.

E se ritenete che nello scrivere ciò stia pensando, ad esempio, a un certo presidente di una certa grande potenza mondiale recentemente eletto in modo assolutamente democratico (salvo influenze esterne attualmente sotto indagine, ovvio), avendo tra i punti del suo programma elettorale proprio la negazione del cambiamento climatico per cause antropiche e agendo contro gli accordi sul clima ratificati per mera arroganza politico-lobbistica (vedi sopra, riguardo all’incapacità diffusa di comprendere la questione da parte di certo elettorato), arrivando a scrivere cose del genere… beh, non sbagliate affatto.

La folle antitesi tra “economia” ed “ecologia” sarà la nostra condanna. A meno che…

La decisione dell’attuale Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di far uscire gli USA dall’Accordo di Parigi sul clima – decisione che, lo dico fin da subito, in mancanza di azioni alternative da parte americana, è la scellerata idiozia di uno spaccone ignorante pur se democraticamente eletto (il che la dice lunga sulla bontà del noto assioma “ogni popolo ha i governanti che si merita”!) – mette ancora una volta in luce, e con inopinata drammaticità, la dicotomia esistente tra due vocaboli così fondamentali per il mondo di oggi, “economia” ed “ecologia”, dal momento che Trump ha dichiarato di non voler rispettare l’Accordo di Parigi per “difendere” l’economia americana.

In verità, economia ed ecologia derivano dalla stessa nozione filosofica, ovvero da una identica radice etimologica greca: οἴκος / oikos, “casa”. L’economia, nel senso originario, è la gestione dei beni della casa, l’amministrazione delle cose di famiglia; per estensione, poi, indica la condotta di allocare risorse scarse, in generale, per soddisfare al meglio i bisogni individuali e/o collettivi. L’ecologia – vocabolo ben più recente dacché coniato nel 1869 dal biologo tedesco Ernst Haeckel – usa invece il prefisso “eco-” con un’accezione ben più ampia, indicando la gestione dell’intero ambiente nel quale l’uomo vive la propria vita e col quale interagisce. Un ambiente, tuttavia, che in senso assoluto è a sua volta “casa” dell’umanità, inutile rimarcarlo.

Non è un caso che il concetto moderno di “ecologia” nacque proprio quando, nella seconda metà dell’Ottocento, il progresso industriale divenne impetuoso, aumentando il benessere quotidiano di sempre più persone e dunque legandosi a doppio filo all’accezione ordinaria di “economia” – estremamente correlata alla finanza e al denaro – ma, al contempo, cominciando a pesare in modo evidente sull’ambiente naturale, il cui crescente e sregolato sfruttamento mise in luce la necessità di una gestione e di una salvaguardia di esso, non antitetica all’economia ma equilibrata e proporzionata. Tuttavia questa necessità restò incompresa per lungo tempo, probabilmente per la mancanza di una preparazione culturale, sia nelle masse che nei governanti, atta a comprenderne la portata e l’importanza nel tempo, e ciò concesse ancor più campo libero all’industrializzazione e allo sfruttamento ambientale sempre più sfrenato, con gli inquietanti risultati climatici (e non solo) che ormai da qualche lustro a questa parte sono sotto gli occhi di tutti (ad eccezione del suddetto Presidente americano e di parte del suo entourage, a quanto pare).

Credo che il non aver compreso quanto fosse fondamentale per il progresso della civiltà umana l’armonia tra l’economia e l’ecologia, ovvero quanto fosse deleteria l’antitetica dicotomia tra le due scienze e pratiche antropiche, sia una delle colpe più gravi che noi umanità – almeno la parte teoricamente più avanzata e istruita – ci dobbiamo imputare. Una colpa a cui stiamo solo ora cercando di rimediare, peraltro in modi non così decisi come forse dovrebbero essere (secondo molti l’Accordo di Parigi sul clima è troppo blando, negli obiettivi che si pone) e nella speranza di non essere già andati oltre il punto di non ritorno – cosa invero avvenuta, temo, per alcune emergenze ambientali: ad esempio i ghiacciai, che sulle Alpi e non solo lì sono in rapido disfacimento.

In ogni caso, al di là di accordi politici tra gli stati del mondo, di obiettivi più o meno adeguati e di autentiche o infingarde volontà di conseguirli, mi pare chiaro che continuare a preservare la contraddizione tra l’economia e l’ecologia, come pare stia facendo il Presidente USA Trump, rappresenti la strada più rapida ed “efficace” per la catastrofe ambientale definitiva. Di contro, impegnarsi globalmente per ritrovare un’armonia il più possibile proficua tra le due cose è, io credo, forse l’unica strada da seguire per salvaguardare (o dovrei già dire salvare) il pianeta e noi stessi che ci stiamo sopra e lo abitiamo. Non possiamo pensare di gestire al meglio i beni di casa nostra se nel frattempo il mondo intorno va allo sfacelo: inesorabilmente anche casa nostra sarà distrutta. Se invece sapremo amministrare la casa in cui viviamo in modo sostenibile con l’ambiente d’intorno, e se tutti i proprietari delle altre case faranno lo stesso, il mondo intero ne trarrà giovamento e con lui chiunque ci starà sopra. Anche perché un’economia che non tiene conto degli aspetti ecologici della sua azione finirà per annullare ogni tornaconto ottenuto per via dei danni che inevitabilmente causerà all’ambiente naturale: danni che in modo altrettanto inevitabile si riverbereranno per l’intero globo.

Insomma: in un modo o nell’altro stiamo parlando della nostra οἴκος, di casa nostra. Se vogliamo veramente dirci e ritenerci una civiltà, nel senso più pieno e “meritato” del termine, dovremmo cominciare a capire una così basilare verità. E, ovviamente, contrastare in ogni modo possibile chi invece continua a non capirlo e ad agire in modo contrario: perché sono certo che nessun individuo intelligente e civile gradisca di vedere la propria casa insozzata, contaminata, messa in pericolo, rovinata, distrutta. Nessuno.