Goodbye, Facebook!

Da oggi, ovvero da questo post in poi, sappiate che chiuderò tutti i miei profili su Facebook.
Fine della storia, già. Non trovo sia più il caso di farne parte, molto semplicemente.

Posto il blog come presenza personale principale e fondamentale sul web, con il sito annesso, mi trovate su Twitter (anche con i post del blog, ovviamente), su Instagram e, per chi volesse contattarmi, su Messenger. Oppure c’è sempre la cara vecchia email, certo!
Ecco.

Lode imperitura al web, infamia perenne a chi ne fa un uso bieco e truffaldino!

Un “non giornale” da chiudere. Punto.

A proposito di menti irrimediabilmente bruciate

Il giornale è un organo di informazione e di approfondimento, dunque deve informare e approfondire le notizie, qualsiasi esse siano e da qualsiasi punto di vista vengano analizzate – basta che sia un punto di vista legittimo, fondato e logico, anche ove miri alla provocazione. Che è efficace quando è sagace, non quando è infamante. Il giornale non è uno strumento di diffamazione, di denigrazione e di calunnia, tanto più di diffusione di palesi fake news.

Il principio è chiaro, dunque è inutile girare intorno alla questione fermandosi sempre e solo ai commenti indignati: il “giornale” Libero va chiuso. Punto. Non c’è da aggiungere null’altro.

Dacché tale azione non rappresenta affatto una qualche forma di “censura” ma, al contrario e in modo totalmente legittimo, l’affermazione del necessario e doveroso diritto alla giustizia (non solo nella e dell’informazione) e del senso civico proprio di ogni società emancipata, a difesa dell’opinione pubblica e della cognizione culturale comune – ma pure a difesa delle stesse idee che la redazione in questione vorrebbe sostenere e invece finisce inesorabilmente per infangare e infamare. Il tutto, per giunta, nei confronti di una pubblicazione che non è un giornale in forza di quel chiarissimo principio sopra esposto, appunto.

E la “Giornata Mondiale contro le Giornate Mondiali”?

Con tutto l’assoluto rispetto per le motivazioni e le cause a favore delle quali vengono indette, e condividendone nel principio e soprattutto nella sostanza i valori, vorrei proporre la promulgazione della Giornata Mondiale contro le Giornate Mondiali. Sì, perché alla fine c’è sul serio il rischio che le necessarie e fondamentali attenzioni che tali eventi intendono sollecitare nei confronti delle proprie cause si concentrino nelle relative date, e nei giorni d’intorno, e poi svaniscano nell’oblio della noncuranza e della superficialità che dominano le opinioni pubbliche un po’ ovunque fino all’anno successivo, quando la pur nobile (ribadisco) tiritera riparte, le luci si riaccendono e poi di nuovo si rispendono inesorabilmente.

E poi questi assembramenti di Giornate-Mondiali-di-Qualcosa, accidenti! Per dire: ieri, 21 marzo, era: la Giornata internazionale delle Foreste, la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, la Giornata mondiale della pace interiore, la Giornata mondiale della Poesia, la Giornata mondiale della Sindrome di Down nonché, dulcis in fundo (è proprio il caso di dirlo), la Giornata Mondiale del Tiramusù! Per la cronaca, c’è, un sito web che fa da diario e calendario per tutte queste “Giornate”, fate clic qui.

Insomma: tante nobilissimi cause (be’, a parte l’ultima, almeno nei principi) ammassate in un’unica data che, convenzionalmente, segna l’inizio della primavera – suppongo sia questo il motivo di siffatta calca celebrativa. Ecco, mi pare un non indifferente ingarbugliamento (cronologico e tematico) che, appunto, toglie evidenza e valore non tanto alle “Giornate” quanto alle motivazioni e agli scopi mirati. Posto che domani, poi, ci saranno altre celebrazioni giornaliere e ulteriori cause di cui dire e disquisire, dopodomani altre ancora e così via. Qualche “buco” nel calendario c’è, a dire il vero, ma temo non resterà libero a lungo, vista la quantità di cause importanti da mettere in luce che questo nostro mondo contemporaneo presenta. Senza contare che poi, a qualcuno, la cosa sfugge di mano: date un po’ un occhio qui.

Dunque, appunto, chiedo che venga indetta la Giornata Mondiale contro le Giornate Mondiali. E se nessuno appoggerà tale mia richiesta, state certi che indirò la Giornata Mondiale di quelli che non vengono ascoltati nel chiedere di non celebrare più Giornate Mondiali. Ecco.

Perché, ribadisco pure questo, certe questioni vanno considerate, riflettute, dibattute e magari risolte sempre, finché la relativa problematica non venga eliminata o finché la considerazione diffusa al riguardo non sia finalmente adeguata al loro valore. In fondo non è un caso che ad esempio non esista, nel modo in cui ne esistono tante altre, la “Giornata Mondiale del Calcio” (dacché quella indetta nel giorno 4 di maggio dalla FIFA in verità rappresenta soprattutto un omaggio al “Grande Torino” perito nell’incidente aereo di Superga del 4 maggio 1949). D’altro canto, appunto, sarebbe bello che la stessa attenzione rivolta al calcio (per continuare con lo stesso esempio) fosse rivolta – dai media in primis – alla Sindrome di Down, alla discriminazione razziale o (per dire di un’altra celebre “Giornata”) alla violenza sulle donne, e con la stessa frequenza durante tutto l’anno, non soltanto in un’unica giornata. No?

(In testa al post: vignetta di Cinzia Poli, tratta da qui.)

Quando le “persone per bene” difendono i criminali

I femminicidi e le violenze di genere, il razzismo, la xenofobia, l’antisemitismo (ri)crescente ma pure la corruzione così diffusa, il malaffare, l’impunità di così tanti comportamenti illegali, la mafia ma pure, più nel “piccolo” quotidiano (ma solo nella sostanza, non nel principio) la maleducazione, l’inciviltà… Quasi sempre, quando sui media escono notizie riguardanti le questioni appena elencate e la molteplici altre simili, si punta – ovviamente – il dito contro i colpevoli, a volte contro i mandanti (se non siano degli “intoccabili”, ahinoi) e così si pensa di “risolvere” la cosa, a prescindere che dai suoi sviluppi ne possano uscire conseguenze giuridico-penali. Quasi mai, invece, ci si sofferma sul fatto che, se certe situazioni di illegalità più o meno gravi si generano e continuano a manifestarsi, è anche – se non soprattutto – grazie ad un clima sociale e “culturale” (virgolette obbligatorie) favorevole alla loro manifestazione e perseveranza. Un clima di disinteresse, menefreghismo o di assenza di senso civico e di dignità morale, di ignoranza, di dissonanza cognitiva, di chiusura mentale – oppure, forse, di consonanza mentale.

Un caso palese al riguardo accade a Serina, piccolo paese in provincia di Bergamo, nel quale si manifesta vicinanza e appoggio e si avvia una petizione a favore di un prete pedofilo che violentò più volte e per lungo tempo una bambina di sei anni, crimine ignobile per il quale è stato condannato in via definitiva a 6 anni. Colpevole, insomma, senza più alcun dubbio. Ma parte degli abitanti del suo paese si schierano al suo fianco. Sono suoi complici, parlano di “ingiustizia”, evidentemente approvano la pedofilia di siffatto omuncolo al punto da far sentire colpevole la vittima. Peggio che “semplici” bigotti della più profonda e buia provincia italica: sono virtualmente pedofili pure loro.

Ecco: sono tali situazioni, così diffuse in una società culturalmente degradata come quella italiana, a fare in modo che certe illegalità, certi abusi, certi crimini spesso ignobili ed efferati continuino ad accadere senza che nessuno o quasi sappia porvi un freno.

Ah, ovviamente a quella lista in testa all’articolo metteteci pure la pedofilia clericale, appunto. Che per molti “fedeli” (oltre che per la chiesa stessa, nonostante l’ipocrita blablabla mediatico) non esiste o è una “diceria maligna ispirata dal demonio”.

P.S.: cari serinesi promotori di quella petizione a favore del vostro ex curato, ve lo dico da conterraneo: mi fate pena e ribrezzo.

Aiuto, ci invadono i barbari(smi)!

Sto navigando sul web in alcuni siti di informazione e capito su un articolo dedicato alle nuove tendenze della moda.
Leggo (e qui riporto le prime righe dell’articolo):

Mai più senza persino in Italia dove l’abbigliamento sportivo in città fino a qualche tempo fa era look da weekend. Oggi, sia che siamo neo sportivi e sempre più attenti al fitness e al wellness, sia per obiettiva comodità, abbiamo individuato nello streetwear una nuova religione nel vestire. Non a caso le sneaker e le felpe, in particolare quelle firmate da brand di lusso, sono protagoniste dell’ecommerce e hanno rilanciato anche negozi fisici e outlet.

Mmm… no, suona in modo proprio bislacco, questo testo. Sembra ci sia quasi una ricerca forzata dell’anglicismo al fine di rendere l’articolo “conforme”, per così dire, a ciò di cui disserta e all’immaginario lessicale relativo. Per renderlo “alla moda”, ecco. È formato da 75 parole in tutto, di cui ben 9 in lingua inglese: il 12% del testo. Eh, va bene tutto, ma forse qui si sta un po’ esagerando, tenendo poi conto che il tema dissertato non implica affatto una tale profusione di anglicismi per trasmettere il messaggio implicito: non è un testo che disquisisce di informatica o di nuove tecnologie, per essere chiari, tematiche nelle quali le parole straniere sono spesso inevitabili, ma di vestiti. Semplice abbigliamento.

Vediamo invece come va, così:

Mai più senza persino in Italia dove l’abbigliamento sportivo in città fino a qualche tempo fa era stile da fine settimana. Oggi, sia che siamo neo sportivi e sempre più attenti alla forma fisica e al benessere generale, sia per obiettiva comodità, abbiamo individuato nell’abbigliamento informale una nuova religione nel vestire. Non a caso le calzature sportive e le felpe, in particolare quelle firmate da marchi di lusso, sono protagoniste del commercio sulla rete e hanno rilanciato anche negozi fisici e spacci plurimarca.

Secondo me funziona perfettamente lo stesso. Anzi, pure di più. “Spacci” non è forse un termine bellissimo da sentire – si potrebbe usare rivendite o empori, ad esempio – ma per il resto direi che si legge ugualmente bene, e senza perdere nulla del suo senso e del fine originari.

Sia chiaro: come ho sostenuto altre volte, anche qui nel blog, non sono affatto contrario all’uso di lemmi stranieri nella lingua comune parlata e scritta, anzi, spesso la loro presenza rende la dissertazione più varia, ricca di senso e divertente da seguire. A patto, però, che l’uso dei termini stranieri (inglesi, in particolare) non finisca per svilire la nostra lingua o, addirittura, per renderla persino ridicola. In numerosi casi il loro uso è ormai diventato comune e del tutto accettabile (weekend, ad esempio, che peraltro è la paritetica forma inglese di “fine settimana”, oppure web o blog, che ho usato in questo mio articolo e che viene difficile riportare con simile sinteticità in italiano, ma passino pure parole come sexy, relax, okay, hotel, smog, marketing, social network, e così via), in altri casi non è solo tranquillamente evitabile, ma il forzato inserimento nel discorso assume toni veramente farseschi. Come fosse poi che tanta gente sapesse padroneggiare così bene l’inglese da permettersi di fonderla con la propria lingua madre! Ma quando mai?!

Ribadisco: ogni “nuova” parola straniera, quando inserita in una lingua peraltro di così alto valore storico come quella italiana, è la benvenuta se sa arricchirne il bagaglio lessicale, se aggiunge e affina e non toglie o surclassa. Altrimenti il suo uso diventa un effettivo impoverimento della lingua quando non una vera e propria minaccia alla sua esistenza e all’espressività che possiede. E un “popolo” che non sa salvaguardare e padroneggiare al meglio la propria lingua (per giunta finendo a “scopiazzare” quelle altrui), semplicemente non è un popolo. That’s it!