[Foto di Alessio Soggetti su Unsplash.]Comunque a me pare che l’abitudine di dare nomi di fantasia – quasi sempre di matrice storico-mitologica: in questi giorni ad esempio è il turno della tempesta “Attila” – alle varie perturbazioni e ad altri fenomeni atmosferici e meteorologici come le ondate di calore estive o le intemperie invernali non sia affatto «un modo per avvicinare la gente a questo argomento» come sostiene chi li propugna e tanto meno che abbiano ottenuto «un aumento dell’interesse per la meteorologia anche grazie a un modo di comunicare che abbiamo introdotto anche noi, più popolare». Semmai, mi sembra che tale abitudine, non a caso accolta subito dai media nazional-popolari che la utilizzano i modi quasi sempre folcloristici, contribuisca a banalizzare il tema, con inevitabili gravi conseguenze quando si è in presenza di fenomeni particolarmente estremi e capaci di causare danni a cose e persone, generando di contro incompetenza scientifica e culturale diffusa e relegando l’argomento a questione buffa, divertente, leggera, non popolare ma popolana, più facile da commentare superficialmente sui social, magari con tanto di meme vari e assortiti, che in contesti nei quali il suo portato potrebbe essere meglio compreso, anche in tema di prevenzione e protezione civile.
È un po’ come il commentare in contesti culturalmente poco sviluppati (mega eufemismo!) l’arte contemporanea o le scoperte scientifiche, per ciò non potendo andare oltre un recinto lessicale, narrativo e didattico invero parecchio stretto con un uditorio già poco sensibile (altro notevole eufemismo) al riguardo. Serve veramente per “portare” questi temi al grande pubblico, oppure il rischio è di degradarne l’importanza oltre il limite accettabile da qualsiasi società civile e avanzata?
Il riscaldamento non è uniforme. È maggiore nelle regioni polari, e in particolare nell’Artico, come pure nelle regioni montane a medie latitudini, incluse le Alpi. In Svizzera, ad esempio, l’aumento della temperatura è il doppio della media mondiale.
La nostra società si è sviluppata per vivere nel modo più ottimale nelle condizioni attuali. Se ci sono dei cambiamenti, la situazione diventa problematica. Lo scioglimento del ghiaccio può avere ripercussioni a livello locale. Penso ad esempio alle conseguenze sulla produzione idroelettrica in Svizzera. Se però consideriamo le regioni polari, le conseguenze sono globali poiché lo scioglimento favorisce l’innalzamento del livello del mare.
È impossibile preservare tutti i ghiacciai svizzeri. L’unico modo è ridurre le emissioni di CO2 e attenuare il più possibile il riscaldamento climatico. Ma i ghiacciai rispondono lentamente e anche se risolviamo la crisi climatica oggi continueranno a ritirarsi per alcuni decenni. È però possibile intervenire in singoli casi per ridurre lo scioglimento.
Con l’aumento delle temperature, la quantità di acqua di scioglimento continuerà ad aumentare per i prossimi 10-20 anni. Poi inizierà a ridursi e fra 50-100 anni i ghiacciai saranno in gran parte scomparsi. Sarà un problema. L’unica soluzione è fermare il riscaldamento globale.
Sono parole di Johannes “Hans” Oerlemans, 72 anni, climatologo olandese, tra i ricercatori sul clima più influenti al mondo secondo l’agenzia di stampa Reuters, tratte dall’intervista contenuta nell’articolo “L’unico modo per salvare i ghiacciai è fermare il riscaldamento globale” e pubblicata su “Swissinfo.ch” il 27 dicembre 2022. Potete leggerla nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post.
E adesso gli scienziati stanno delineando nuovi scenari orrorifici sulle conseguenze di un aumento dai tre ai cinque gradi della temperatura globale. La Terra ha abbandonato i ritmi della geologia e sta cambiando a ritmi antropologici, eppure le nostre reazioni si misurano ancora su scala geologica. Si organizzano convegni per decidere la sede del prossimo convegno. Forse questo aumento della temperatura implica dei cambiamenti troppo lenti per creare allarme, se paragonato all’esplosione di una bomba atomica e alla sua onda d’urto. Così ce ne stiamo qui tranquilli a guardare il lento avanzare della catastrofe. «Estate climatica›› ha un impatto ben diverso da quello di «inverno nucleare». Brucerà qualche bosco in più, farà un po’ più caldo qua e là e per qualche tempo staremo perfino meglio, finché di colpo un’inondazione millenaria si rovescerà nel mare innalzandone ancora il livello, mentre lentamente i deserti si espanderanno e gli uragani cresceranno d’intensità. E intanto, che questa o quella specie animale si estingua cesserà di fare notizia.
Quando Watt accese il motore a vapore la concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera era di 280 ppm. Oggi è arrivata a 415 ppm, il valore più alto che sia mai stato registrato in tre milioni di anni. E allora le eruzioni? chiede qualcuno. Noi esseri umani non siamo forse nullità, paragonati all’attività vulcanica della Terra? Purtroppo no. Si stima che tutti i vulcani del pianeta liberino circa duecento milioni di tonnellate di CO2 all’anno, mentre gli esseri umani ne producono ogni anno trentacinque miliardi di tonnellate. Il falò che alimentiamo noi è quasi duecento volte quello alimentato dall’attività vulcanica terrestre complessiva. Eppure le nostre giornate procedono senza che vediamo fuoco né fumo; i vulcani li vediamo, e ne sentiamo il terribile rombo, e ci spaventano, ma non capiamo che i vulcani più distruttivi siamo noi.
[Andri Snær Magnason, Il tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pagg.193-194. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]
Che parole possiamo usare quando ci preoccupiamo per il futuro del mare, per la sua flora e la sua fauna? Che parole possiamo usare per le foreste pluviali, i polmoni del nostro pianeta? Per parlare della Terra dobbiamo adoperare le parole della scienza, delle emozioni, della statistica o della fede? Fino a che punto possiamo attingere al nostro privato ed essere sentimentali? Possiamo usare le manifestazioni d’amore altisonanti, i freddi dati statistici, le dichiarazioni di guerra, la complessità della filosofia? La destra? La sinistra? Il bello? Il brutto? La crescita economica? Che cos’è la Terra? Materia prima sottoutilizzata? O sacralità incommensurabile? Oppure le zone incontaminate devono essere convertite in tabelle e grafici che indichino il valore economico e sociale della natura nell’Appendice 4B di un documento di valutazione dell’impatto ambientale?