Breve e suggestiva storia del Vernagtferner, uno dei ghiacciai più raffigurati e temuti delle Alpi

Nell’immagine qui sopra potete vedere quella che è la prima raffigurazione in assoluto di un ghiacciaio delle Alpi. È datata 9 luglio 1601 e mostra il Rofener Eissee, un bacino che si formò quando la lingua glaciale del Vernagtferner, uno dei più grandi ghiacciai delle Alpi Venoste in Tirolo a poca distanza dal confine italiano, nella Piccola Era Glaciale (cioè dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo) avanzò fino al fondovalle della Rofental, a una quota di circa 2100 m, e la sbarrò completamente. Si formò così un grande lago, lungo 1,5 km e con un volume di acqua di 11 milioni di m3 sulla cui superficie navigavano numerosi iceberg di ogni taglia.

Tale circostanza, nel luglio 1601, indusse le autorità tirolesi a inviare una missione di indagine e sorveglianza del fenomeno «affinché la valle Ötztal e soprattutto la valle dell’Inn non subissero alcun danno». La raffigurazione del ghiacciaio e del lago proglaciale, attribuita a Abraham Jäger e custodita presso il Tiroler Landesmuseum di Innsbruck, correda i resoconti di quella missione “glaciologica” primigenia, che tuttavia non poté fare nulla contro le numerose esondazioni del Rofener Eissee che si susseguirono fino a metà dell’Ottocento, spesso in modi catastrofici e con ondate di piena che giunsero persino a Innsburck, a più di 100 km di distanza.

[Un panorama recente del Vernagtferner. Immagine tratta da http://vernagtferner.de/.]
La storia così drammatica del Vernagtferner l’ha reso uno dei ghiacciai più osservati e studiati delle Alpi, cosa che contribuì qui più che altrove a gettare le basi della moderna scienza glaciologica. Le frequenti avanzate e ritirate della fronte destavano tanto interesse negli scienziati quanta preoccupazione negli alpigiani, che sovente e in pochi anni vedevano sparire i loro pascoli sotto il ghiaccio avanzante generando fervide suggestioni e alimentando quelle tipiche superstizioni che immaginavano i ghiacciai come dei mostri ciclopici dal corpo di ghiaccio che periodicamente scendevano dalle montagne più alte per distruggere e/o “castigare divinamente” i poveri valligiani sottostanti. Al riguardo ho trovato una bellissima illustrazione (la vedete qui sotto), una sorta di graphic novel ante litteram del disegnatore Rudolf Reschreiter datata 1911, che raffigura il geografo e naturalista tedesco Sebastian Finsterwalder, il padre della fotogrammetria glaciale (la tecnica che utilizza la fotografia per ricostruire superfici tridimensionali a partire da foto bidimensionali), il quale viene aggredito, ingoiato e poi sputato dalla mostruosa fronte del Vernagtferner durante una delle ultime avanzate del ghiacciaio.

Ancora oggi il Vernagtferner è uno dei più estesi apparati glaciali delle Alpi Orientali nonostante la fortissima perdita di massa e di superficie che ha causato la scissione del ghiacciaio in due parti, occidentale e orientale, non più collegate: rispetto al fondovalle della Rofental che aveva “tappato” e che raggiungeva fino a metà Ottocento, oggi la fronte del Vernagtferner si trova a più di 4 km di distanza e a una quota superiore di quasi 700 metri.

[Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Particolarmente emblematiche – e inquietanti – sono le immagini che mostrano la vallata glaciale ad un secolo di distanza nei pressi del Rifugio Vernagthütte, a 2755 m di quota. L’immagine superiore è del 1915 e mostra una lingua glaciale ancora ben gonfia e imponente a poca distanza dal rifugio e quasi alla stessa altezza. Quella inferiore è invece del 2020: il ghiacciaio è scomparso e la Vernagthütte (nel circolo giallo) si trova a più di 150 metri sopra al fondovalle ove scorre il torrente di ablazione. Secondo le previsioni basate sull’attuale andamento climatico, entro pochi decenni il Vernagtferner, un tempo così enorme e minaccioso, si frammenterà in tanti piccoli apparati i quali, posta anche l’esposizione meridionale del loro versante e nonostante l’altitudine superiore ai 3500 m, finiranno per fondere e sparire completamente.

Domenica scorsa, a Martinengo, con Davide Sapienza

Noi siamo il paesaggio. Non solo perché ne facciamo parte ma perché è un nostro costrutto: siamo noi a percepirlo sensorialmente ed elaborarlo culturalmente. L’invenzione del paesaggio è dunque un atto di pura poiesis, di “fare dal nulla”, e la poiesis è la base della geopoesia.

Domenica scorsa, io e altre fortunate persone abbiamo fatto il paesaggio di Martinengo, dal mirabile “Filandone” in centro all’abitato attraverso i campi agricoli fino alla meravigliosa Cascina Zigò, grazie a “Geopoeta, nelle terre della percezione” e al suo autore, Davide S. Sapienza, con il quale ho avuto il privilegio di dialogare intorno ai temi fondamentali del libro. Un libro imprescindibile da leggere, non solo per ciò che Davide vi ha scritto ma anche perché, appunto, vi aiuta a essere e fare il paesaggio, a diventare autenticamente parte comprendendone la bellezza e il valore. Qualcosa di inestimabile, insomma.

Ringrazio di cuore Davide per tutto questo, come ringrazio Emanuela Zappalalio, Emilio Ponsini e la Biblioteca di Martinengo – curatori al solito impeccabili dell’evento – nonché i proprietari della Cascina Zigò per averci aperto un tale prezioso scrigno di antica avvenenza rurale.

Domenica 28/09, con Davide Sapienza a Martinengo

Domani (o oggi, dipende da quando leggete), domenica 28 settembre, avrò di nuovo il privilegio e il piacere di affiancare Davide S. Sapienza nella presentazione di “Geopoeta, nelle terre della percezione, il suo ultimo fondamentale libro, a Martinengo (Bergamo). Ma non sarà una “solita” presentazione: affiancherò Davide in un cammino geopoetico “bonsai” fino alla Cascina Zigò, una vera meraviglia storica, «sincera, non artefatta, senza fighettismi architettonici» – come scrive Davide sulle sue pagine social; la vedete nell’immagine – presso la quale racconteremo insieme il libro.

L’evento è a prenotazione e risulta sold out, ma se qualcuno volesse partecipare può provare con la lista d’attesa: trovate tutti i riferimenti del caso nella locandina lì sopra.

Dunque, per chi ci sarà, ci vediamo domani/oggi con Sapienza e il “Geopoeta” a Martinengo!

Oggi, 5 settembre, il “Geopoeta” comincia il suo cammino attraverso le “terre della percezione”

Da oggi, 5 settembre, è finalmente disponibile in tutte le librerie la nuova edizione di Geopoeta, nelle terre della percezione, l’ultimo libro di Davide S. Sapienza pubblicato da Meltemi Editore, con le illustrazioni di Vittorio Peretto, una videoopera di Marco Mensa nonché, inopinatamente, la mia prefazione. E vi dico subito che è un libro da leggere, senza se e senza ma.

Come ho già rimarcato qualche tempo fa, il Geopoeta è “il” libro di Davide Sapienza, il manifesto fondamentale di un pensiero che scaturisce dalla lunga esperienza di esplorazioni della Natura e dei paesaggi di uno dei più importanti scrittori italiani (e non solo) al riguardo della nostra generazione, il quale nel libro raffigura e fissa nero su bianco una visione – un’idea, una teoria che s’è già fatta pratica, una filosofia fatta di tanti assunti quanti sono i passi mossi nelle geografie del mondo – relazionale e esperienziale che è propria di Davide ma organica a chiunque altro si dimostri sensibile al mondo che lo circonda: la lettura del libro – consigliatissima, ribadisco – ve lo dimostra fin dalle prime pagine, facendovi sentire per così dire “autori”, voi stessi, delle parole che in quel momento state leggendo e leggerete.

Davide, al quale mi lega un’amicizia ormai di lungo corso, mi ha concesso l’enorme privilegio di scrivere la prefazione del Geopoeta. Per me affrontare questo impegno, tanto grande (da brividi, inizialmente) quanto affascinante, ha significato (e continua a significare) mettermi con ancora più dedizione nella sua scia cercando di calcare gli stessi passi, le stesse orme impresse sul corpo della Terra in un’esplorazione assoluta dello spazio e del tempo di questo nostro mondo, un cammino che va oltre il sentiero battuto della scrittura per crearne di nuovi e stra-ordinari con i quali poter esplorare ogni ambito che la percezione possa raggiungere.

Riprendendo quanto rimarca la presentazione editoriale del libro, con Davide – ovvero rileggendo Geopoeta per poi scriverne – ho capito ancora più a fondo e ribadito l’importanza di esplorare e ascoltare, di osservare e intuire e così costruire un percorso personale dei paesaggi che viviamo e siamo, un cammino materiale e immateriale stimola di continuo la riflessione attiva circa la nostra presenza nel mondo. Per tali aspetti (anche), la mia in fondo è certamente una prefazione al libro, che mi auguro sia realmente in grado di introdurvi alla sua bellezza geopoetica, ma nel testo c’è pure la testimonianza di un’introduzione a me stesso-lettore del libro e al personale paesaggio interiore che è lo specchio di quello esteriore, cioè di quelle “terre della percezione” delle quali Davide esplora la realtà e il mistero riportandone la narrazione. Anche per questo veramente Geopoeta – di nuovo cito la presentazione dell’editore – «è un libro che “viaggia” dentro e fuori di tutti noi, in equilibrio tra intuizione e immaginazione, riducendo al minimo l’approccio analitico. Attraverso le sue pagine, si sfida la percezione contemporanea del nostro rapporto con la Terra e l’Universo, valorizzando la conoscenza esperienziale come strumento di libertà. Quella che ci presenta Sapienza è un’opera che invita a scoprire e conoscere, lasciandosi guidare dal cuore e dalla mente lungo il cammino evolutivo.»

Insomma: Geopoeta è un viaggio bellissimo, affascinante, illuminante, che potete compiere attraverso la lettura e dovete poi ribadire con il cammino «nelle terre della percezione», quelle che abbiamo numerose intorno a noi – il paesaggio è percepibilmente potente nell’Artico, nel deserto sahariano o tra i ghiacciai himalayani, ma vi garantisco che lo è pure fuori dall’uscio di casa, ovunque si trovi – cioè quegli spazi del mondo che possiamo realmente scoprire e esplorare solo se sappiamo tenere non solo aperti gli occhi e la mente ma pure il cuore, l’animo, lo spirito. Perché ogni cosa di questo nostro mondo si rivela “geopoetica” se la poiesis rivelatrice ce l’abbiamo dentro – e c’è, in ognuno di noi: è il senso della nostra vita, ciò che ci rende pienamente viventi.

[Cliccate sull’immagine per scaricare il pdf.]

Geopoeta, nelle terre della percezione, che oltre a quanto sopra esposto dona ai suoi lettori anche la videoopera “Contrafforte Pliocenico” di Marco Mensa per Ethnos e le mirabili illustrazioni di Vittorio Peretto, è – lo denoto ancora – uno dei libri più importanti, forse il più importante, usciti in Italia sul tema della nostra relazione con il mondo, i paesaggi, la Natura, il tempo in divenire che viviamo. Una lettura realmente imperdibile, tenetene ben conto.

Intanto, i ghiacciai del pianeta…

E nel mentre che qualcuno si vanta di “salvare i ghiacciai” piazzandoci sopra quegli orribili teli geotessili che invero non salvano nulla ma spargono microplastiche ad alta quota – vedi l’articolo di stamattina qui nel blog – ecco qual è la situazione dei ghiacciai del pianeta in seguito alla crisi climatica antropogenica in corso, riassunta in questa chiara ed efficace infografica tratta da qui:

È sempre più il caso di rifletterci sopra, inutile rimarcarlo.