I geni, e gli imbecilli

I geni e gli inventori, all’inizio della loro carriera (e molto spesso anche alla fine), sono stati sempre considerati dalla società nient’altro che degli imbecilli.

(Fëdor Dostoevskij, L’idiota, traduzione di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano, 1998, pag. 410; ed.orig.1869.)

(Dostoevskij nel 1876. Fonte: Wikimedia Commons.)

Per la serie: verità non scritte ma inesorabili valide sempre, nell’antichità come 150 anni fa e come oggi. E nel futuro, ahinoi.

L’infantilismo nella scrittura

Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare; e non sapendo significare le cose colle parole, le vorremo dipingere o significare con segni, come fanno i cinesi, la cui scrittura non rappresenta le parole, ma le cose e le idee. Che altro è questo se non ritornare l’arte dello scrivere all’infanzia?

(Giacomo Leopardi, Zibaldone (Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura) 1817-1832, a cura di Giosuè Carducci e altri, Le Monnier, Firenze, 1898-1900, vol.II, p. 310.)

Che Leopardi conoscesse già i social, e leggesse come – ovvero con quali “forme” – molta gente vi scrive i propri pensieri? Be’, forse oggi non è tanto una questione di «lineette, di puntini, di spazietti», ma di punti esclamativi sì (magari scritti così: !111!1!!), non di geroglifici ma di emoticon ed emoji a manetta senza dubbio, e comunque, di sicuro, di drammatica “infantilizzazione” della scrittura, inesorabilmente derivante dall’infantilismo nel pensiero e nelle azioni palesato da molti.
Insomma, il problema permane, anche due secoli dopo.

A fare a meno della bellezza

Quando una società si allontana dalla bellezza, che dell’arte è una delle facce, inizia la decadenza. Quando un individuo pensa di poter far a meno dell’etica e della bellezza che ne è inseparabile compagna inizia la morte vera, quella spirituale.

(Photo credits: Ale3me – Opera propria, CC BY-SA 4.0)

(Franco Battiato, intervista di Luca Valtorta e Roberto Mattioli su “XL – La Repubblica” nr.81, 8 novembre 2012.)

Il torto (perenne) dei giornalisti

Il grande torto dei giornalisti è di parlare solo dei libri nuovi, come se la verità fosse mai nuova. A me sembra che fino a quando non si siano letti tutti i libri antichi, non ci sia alcuna ragione di preferire i nuovi.

(Charles-Louis de MontesquieuLettere persiane, a cura di Lanfranco Binni, Garzanti, 2012,  cap.CVIII pag.148.)

Al di là dell’esagerazione aforistica, Montesquieu dice una cosa verissima e validissima tutt’oggi. se ricontestualizzata alla produzione editoriale contemporanea, che vive di novità continue e di libri dalla vita editoriale sempre più breve, sempre più legata a quanto riscontro trovino sui media e alle copie di conseguenza vendute per poi sparire dalle librerie appena dopo che l’interesse sia scemato – inesorabilmente scemato per l’incalzare di ulteriori novità, appunto. Come se i libri avessero una data di scadenza quando invece, se sono buoni libri, durano per generazioni intere e, se sono addirittura capolavori, diventano classici e durano per sempre. O durerebbero per sempre: ma chissà se il meccanismo editoriale odierno – un meccanismo folle, con il quale l’editoria pensa di salvarsi al momento ma che col tempo la porta a una inevitabile autodistruzione – può ancora consentire a un grande libro di diventare un classico, o se il tritacarne editorial-commerciale non lasci più scampo ormai a niente e nessuno di letterario.

Più banche che panettieri

In Finlandia ci sono più filiali di banca che negozi alimentari. Sarà perché le banche hanno i mezzi per costruirsi le loro sedi, e i lattai e i panettieri invece no. O forse perché i soldi sono più importanti delle sane abitudini alimentari.

(Arto Paasilinna, Il liberatore dei popoli oppressi, Iperborea, 2015, pag.19.)