Restando sempre attento e sensibile verso qualsiasi forma d’arte che unisca letteratura e arti visive, le cui manifestazioni propongo poi di frequente qui sul blog, trovo che una di quelle più significative ed emblematiche, oltre che ricche di significato, sia il Libro dimenticato a memoria di Vincenzo Agnetti, opera che nella sua prima versione è datata 1969.
Scrive Lorella Giudici su D’ARS:
“Il grande volume (70×50 cm) è corredato da eleganti nastri segna pagina e da una garbata copertina di tela che ricorda uno di quei vecchi diari di bordo, dove il capitano ogni giorno annotava scrupolosamente la rotta, ma anche le impressioni, le suggestioni e i pensieri di un viaggio periglioso e affascinante. Le pagine di Agnetti, invece, sono completamente bianche, o meglio, lo spazio abituale della scrittura è stato rimosso con un’implacabile fustellatura che ha ridotto i fogli a cornice di un vuoto assoluto e perentorio. Eppure, è proprio in quel vuoto che sta il senso del messaggio: non è censura, ma profondità infinita; non è assenza ma eloquente pensiero, luogo ideale, estensione dove tutto è possibile perché immaginabile e… dimenticabile. Un ossimoro, “dimenticare a memoria”, che Agnetti accetta come verità, nonostante la contraddizione, perché la vita stessa non è sempre una sequenza di certezze, ma è capace di paradossi, di cose inconciliabili e contrapposte e perché per andare avanti è necessario sia ricordare che dimenticare poiché, per dirla con Agnetti, “la cultura è l’apprendimento del dimenticare”. Quindi, come accade nelle pagine dell’esistenza singola e collettiva, la forza del racconto sta proprio nella sua capacità di svolgersi e di cancellarsi (per sempre o per un attimo) e ognuno ha la possibilità virtuale di riempire quel tenebroso e misterioso rettangolo di quello che vuole: immagini, pensieri, parole, ricordi, segni oppure… di nulla.” (cliccate qui per leggere l’articolo completo)
Inoltre, aggiungo io, il Libro di Agnetti pare volerci segnalare anche l’inevitabile limite insito nella parola scritta sulla carta, che pur nelle sue innumerevoli combinazioni lessicali rappresenta comunque un confine espressivo il quale può essere superato in un solo modo: con lo svanimento non solo del segno scritto ma pure del supporto concreto – la pagina cartacea – in modo da creare quello spazio virtualmente infinito indicato da Agnetti nel quale poterci mettere qualsiasi cosa, dunque molto più di quanto si può mettere nella parola scritta. Tuttavia, da manipolatore di parole scritte, trovo che tale interpretazione non sia affatto limitativa e limitante nei confronti dell’esercizio della scrittura, anzi che sia assolutamente responsabilizzante per chi scrive, il quale deve sempre e comunque poter conferire alle proprie parole scritte la massima capacità espressiva in modo da portarle il più possibile vicine a quel confine espressivo oltre il quale, appunto, c’è solo la pura immaginazione.

Categoria: Opinioni
A.A.A. – Cedesi Salone del Libro, zona Torino, usato ma (fuori) in buono stato, causa (possibile) fallimento
Lasciano parecchio sgomenti le notizie (leggete questo articolo, ad esempio) che giungono in merito al futuro del Salone del Libro di Torino, principale evento dedicato alla letteratura e all’editoria in Italia, che appare quanto mai incerto per motivi diversi ma, soprattutto, per un buco nei bilanci da quasi due milioni di euro (dei quali 489.000 euro di “rosso” relativi alla sola ultima edizione), che al momento non è ripianato da nessuno degli enti coinvolti nella gestione della manifestazione.
Lasciano sgomenti, già, e non solo perché sorge spontanea la domanda su come sia possibile che un evento che anno dopo anno dichiara di superare i propri precedenti record di affluenza di pubblico, parallelamente e proporzionalmente aumenti il disavanzo di spesa fino alla insostenibilità finanziaria – ma ammettiamo che possa pure andare così, che l’investimento per la buona riuscita del Salone debba necessariamente considerare la possibilità che le uscite superino le entrate…
D’altro canto quelle notizie lasciano sgomenti anche perché negli ultimi anni è stato messo in atto, almeno nelle intenzioni (e parecchio strombazzato, bisogna notarlo), un notevole rilancio del Salone, grazie a un progetto con rimarcabili pregi e inevitabili difetti (senza che ora si valuti se gli uni fossero più degli altri o viceversa, non è questa la sede adatta) portato avanti in modo piuttosto inflessibile dal team guidato da Ernesto Ferrero, mente dell’evento torinese per lungo tempo. Possibile che non si sia parimenti panificata la sostenibilità finanziaria di esso?
Lascia sgomenti pure sapere che, almeno per quanto circola sui media al proposito, ufficialmente non c’è ancora un nuovo direttore, dal momento che Ferrero ha concluso il suo mandato e quello designato per la successione, Giulia Cogoli, ex numero uno del Festival della Mente di Sarzana, non ha ancora confermato il suo incarico, anche per ragioni economiche (si veda questo articolo per rendersi conto della confusione in essere al proposito), oltre che non ci sia c’è nemmeno un progetto editoriale per l’edizione 2016. Alla quale mancano pochi mesi, ça va sans dire, e sempre che non si voglia continuare sulla falsariga progettuale tracciata da Ferrero & C. nonostante il dissesto finanziario creatosi: cosa che credo pochi manager e/o imprenditori pur spericolati avrebbero il coraggio di fare.
Per tutto ciò, non può ovviamente valere (anzi, è ulteriore motivo di sgomento) la scusa che il Salone del Libro sia un evento no profit: voglio dire, buona cosa che una manifestazione dagli intenti culturali (o presunti tali) lavoro solo e soprattutto ad interesse di quelli e non di chi su di essi ci possa guadagnare, magari pure troppo (per via d’un pericolo di devianza meramente commerciale della gestione, ovvero organizzando un evento che in primis faccia guadagnare chi lo organizza, con tutto il resto da ritenersi secondario), d’altro canto al giorno d’oggi è fuor di logica immaginare l’esistenza di un evento che per manifestarsi perda un sacco di soldi, visti anche i tempi magri che stiamo passando.
Ma permettetemi di segnalare ciò che, più di quanto sopra e di ogni altra cosa, mi sgomenta: il fatto che il Salone del Libro, per il settore l’evento principale in Italia, come già detto, ovvero quell’evento che dovrebbe fare da motore per far girare al meglio l’intero comparto editoriale (e dunque anche letterario) nazionale, alla fine si è ammalato della stessa malattia – o crisi, profonda per giunta – di cui soffre l’editoria italiana, che dai grandi editori fino ai piccoli e indipendenti presenta bilanci e contesti finanziari drammatici, faticando sempre più a stare in piedi quando non presentando chiusure e fallimenti a frotte – includendo in ciò l’intera filiera di settore, dunque pure distributori e librai. Segno inequivocabile, insomma, di una situazione drammatica e di natura ormai pandemica, che coinvolge persino quegli elementi che fino ad oggi si pensavano ancora sani, al punto da affidar loro l’immagine migliore del comparto.
Ora, al di là che i debiti vengano ripianati o meno – e chiunque sia che lo potrà fare – viene inevitabilmente da meditare su un evento il cui futuro, almeno a breve, pare già drammaticamente cupo. Lavorare in perdita, ribadisco, è cosa contraria a ogni logica, non solo commerciale: e se vogliamo essere cinici fino in fondo, potremmo persino denotare come nonostante i celebrati successi di pubblico del Salone, pare che nessun effetto benefico sulle statistiche di lettura in Italia si sia concretamente avuto. D’altro canto, è difficile pure confutare l’idea che almeno un evento di portata internazionale relativo a libri, lettura ed editoria ci debba essere, in Italia: ripensato, riprogettato, modificato ovvero stravolto come e quanto si vuole (anche in considerazione delle frequenti critiche che ad esso sono state mosse dagli stessi attori del panorama editoriale e letterario) e naturalmente sostenibile in termini economici, ma ci vuole. Nella situazione precaria in cui si trova lo stato della lettura in Italia, temo d’altronde che la venuta meno del Salone finirebbe per peggiorare le cose anche più della sua permanenza in vita. Ciò pure a dispetto del sentore da alcuni generato su che dietro tutto quanto vi sia il progetto dei principali potentati editoriali nazionali di “scippare” il Salone a Torino per portarlo a Milano – sede dei potentati suddetti: potrebbe pure essere, ma al momento poco o nulla cambierebbe nella sostanza della questione.
Infine, e per considerare ogni opzione, potrebbero pure avere ragione quelli che ritengono il Salone del Libro l’ennesimo carrozzone mangiasoldi all’italiana, ancor più se foraggiato in maniera maggiore di prima per ripianare i debiti accumulati, ergo da eliminare tout court per pensare a qualcosa d’altro. Sempre che non si elimini da solo, ovvio.
Ribadisco: la situazione, che per i non addetti ai lavori s’è rivelata un po’ come il classico fulmine a ciel sereno, lascia mooooolto sgomenti. In un modo o nell’altro va sistemata, perché la lettura in Italia, e tutto quanto gira intorno, non può certamente sopportare altri “terremoti”, anche solo in termini d’immagine e di considerazione pubblica. Già dobbiamo combattere quotidianamente con l’affollato partito di quelli che “con la cultura non si mangia”; ci manca solo che “con la cultura si fanno debiti” e veramente la china da risalire, più che erta, diverrebbe verticale peggio di quella d’una parete patagonica!
Di ascensioni alpine, incontri casuali ed “elevazioni” antropologiche – ma non solo…
Dei numerosi e a volte stupendi incontri che ho avuto durante le mie avventure solitarie sui monti (il perché spesso me ne vada da solo dove tanti consigliano di non andare da soli l’ho già spiegato qui, e comunque ho constatato che tale stato di solingo vagabondaggio rende le persone che si incontrano – soprattutto gli indigeni dei posti visitati – molto più inclini al’attaccar cordialissimo e affabile bottone, forse perché fin da subito una persona sola risulta meno invasiva, per così dire, di un gruppo pur piccolo e vociante), ricordo in modo particolare quello con un uomo in Val di Rezzalo, parecchi anni fa, un abitante (credo saltuario) d’una baita in un piccolo gruppo di case… Tornavo dal Corno di Boero, cima soprastante la valle e prospiciente le vette dell’Ortles-Cevedale: ci mettemmo a chiacchierare sulla salita che avevo fatto, e si dimostrò sorpreso tanto quanto felice di come – io forestiero – conoscessi quelle sue zone. Fu forse questa la chiave che (mi) permise l’apertura d’una sorta di intimo archivio della sua memoria: mi raccontò della valle, di quel piccolo gruppo di case nel quale stavamo e che, a parte la sua e poche altre, stavano ormai andando alla rovina, dell’abbandono di quelle terre, dell’incapacità persino tra i nativi locali di riconoscere quanta bellezza e armonia vi fosse lassù, di come la maggior parte dei turisti puntasse unicamente verso le località sciistiche o che offrivano agi, comodità, servizi tipicamente “cittadini”…
Nelle sue parole, pronunciate con un tono sempre calmo, mai infervorato, piuttosto malinconico e forse rassegnato eppure assai orgoglioso, che ascoltavo come si potrebbe ascoltare un’elocuzione teosofica, vi trovai condensata storia, cultura, fierezza, dignità, socialità, civiltà e senso civico di una montagna che, come altre zone non sviluppatesi (ovvero non sfruttate) nel secondo Novecento grazie all’antropizzazione industriale e dal (reale o presunto) benessere relativo, è stata pressoché dimenticata dalle istituzioni, quasi fosse un territorio inutile, molesto per così dire, fuori dalla dimensione di tempo e dallo spazio. Con le conseguenze sociali poi oggi denunciate da più parti.
Ma vi trovai anche un senso della vita, e per la vita, a dir poco affascinante, quasi epico pur nella sua sostanziale sconfitta – almeno in relazione a quell’ambito in cui stavamo – e nonostante questo lontanissimo, ovvero posto molto più in alto, molto superiore, di tanti altri (pseudo) “sensi vitali” ben più vuoti, privi di qualsiasi autentica umanità, boriosamente “superiori” per proprio autoconvincimento e in realtà sconfitti, sottomessi – anzi, del tutto sgominati dall’aver scelto, coscientemente o meno, di esistere, non di vivere.
Mi capitano non di rado incontri del genere, durante le mie uscite in quota. Sempre cordiali e gradevoli, a volte sono particolarmente illuminanti – come quello qui descritto – mentre altre volte più semplici ed essenziali, per così dire. Tuttavia in un modo o nell’altro, e posso dire sempre, mi hanno insegnato qualcosa, e al proposito mi torna in mente una citazione letta di recente di Sandro Fontana (piuttosto antitetica rispetto a ciò che egli fu, ma tant’è), che in fondo rivela perché tali incontri siano così interessanti:
“Il montanaro sa, per esperienza secolare, che la vera forza consiste nel controllo della forza stessa e che la natura può essere signoreggiata solo da chi ne conosce le regole, ne asseconda i ritmi, ne interiorizza le cadenze. Il rispetto sapiente delle leggi naturali e dei rapporti di forza è stato perciò interpretato come sordida sottomissione o come resa impotente e magica alla fatalità. L’abbaglio è grossolano.”
Ora, provate a sostituire “natura” con “società” e “leggi naturali” con “ordinamento giuridico” e capirete meglio tutto quanto.
Sulla richiesta di condanna per Erri De Luca
Ha ragione Roberto Saviano, quando sulla vicenda della richiesta di condanna a 8 mesi per Erri De Luca – definendola “inquisitoriale” – scrive che
“Il silenzio degli scrittori è assordante. (…) Questo Paese di scrittori melliflui, pronti ad avere parole dure e acide per ricevere l’obolo di una rubrica, pronti a candidarsi a qualsiasi cosa per lo scranno che gli darà pensione, pronti a scannarsi per qualche copia. Si possono non condividere idee e prassi, ma bisogna sempre stare dalla parte di chi rischia scrivendo. Di chi assume sulla pagina, e nelle parole, posizioni che possono fargli smarrire serenità, equilibro, libertà, credibilità.”
Dunque ribadisco qui ciò che ho pubblicato ieri sul mio profilo di facebook – peraltro prima che Saviano scrivesse e pubblicasse sul suo, di profilo, quanto sopra riportato. Ovvero che avrà pure sbagliato a dire pubblicamente (ma sinceramente) ciò che ha detto contro un’opera che magari, se fatta, servirà pure – nonostante tutti gli studi sul tema dimostrino il contrario – ma se devo considerare chi è Erri De Luca, cosa ha detto e cosa ha fatto (in generale, non solo in questo caso) e di contro considerare l’altra parte, quella di un coacervo di istituzioni che col suo solito dittatoriale modus operandi ha imposto un’opera colossale ad un territorio e alla sua gente senza nemmeno chiedere uno straccio di parere e/o di consenso (come invece è stato fatto dall’altra parte delle Alpi)… beh, non solo sto dalla parte di De Luca, ma devo constatare che il comportamento delle istituzioni fornisce un senso e una giustificazione alle sue parole.
Senza contare come tale vicenda dimostri per l’ennesima volta come la legge, troppo spesso, viene posta al servizio del potere e non dei cittadini – ma qui si aprirebbe un universo di considerazioni che non è il caso di esplorare e che poi, credo proprio, conoscete bene anche voi.
Se un orologio elettronico artigianale di un ragazzino americano scocca l’ora dell’inizio della fine di una civiltà (forse) avanzata
Ahmed Mohamed è un classico teenager americano. 14 anni, piuttosto bravo a scuola, appassionato di elettronica, t-shirt della NASA di ordinanza, il sogno di diventare ingegnere. Probabilmente, per le passioni che coltiva, è contento di vivere in uno dei paesi più avanzati – tecnologicamente, almeno – al mondo.
Già, perché Ahmed è di origine sudanese, e qualche giorno fa, sperando di impressionare i suoi docenti e dimostrare le sue capacità in ambito tecnico-elettronico, ha portato a scuola una sveglia digitale costruita a casa. Un normalissimo orologio elettronico che ha saputo costruire e far funzionare da sé, roba che molti di noi non saprebbero nemmeno come iniziare a fare. Un tipo di talento Ahmed, insomma.
Beh, la scuola ha chiamato la polizia, ha fatto arrestare Ahmed il quale è stato portato via in manette e chiuso in cella (!), lo ha sospeso: tutto ciò perché quella normalissima sveglia “poteva essere un ordigno esplosivo, o avrebbe potuto servire per esso.” E nonostante la polizia – che, ormai è appurato, negli USA non è fatta di geni come è piena la NASA stessa o il MIT o altre celebri/celebrate istituzioni americane – abbia del tutto appurato che quella di Ahmed sia effettivamente una sveglia (!), continua a sostenere di poter/dover incriminare il ragazzo per la potenziale ipotetica minaccia – ovviamente intesa di matrice terroristica e integralista.
Trovate la cronaca dettagliata di quanto accaduto in questo articolo tratto dal The Dallas Morning News (in inglese, ovviamente; ne trovate anche in italiano, visto che in queste ore la notizia è stata trattata da molti organi di informazione nostrani).
Islamofobia, senza dubbio. Ma qui, ahinoi, credo si sia pure raggiunto un livello superiore – o inferiore, se vediamo la cosa in termini sociologici. Siamo al punto che una nazione avanzata, anzi, la più avanzata del pianeta sotto molti aspetti, soggiogata e lobotomizzata da anni di fobie assolutamente artificiose – ben al di là di quelle sostenibili nel post-11/09/2001, senza ora considerare nulla di più di quell’evento, che non è il caso – e rinchiusasi in una pretesa e presunta autodifesa da non-si-sa-bene-cosa di natura tremendamente manichea – “chi è come noi è amico, tutti gli altri sono nemici!”– ha forse superato il punto di non ritorno lungo la curva del degrado sociale e intellettuale, trasformando la xenofobia generatasi da quei processi di lavaggio del cervello di massa a fini geopolitici internazionali (ma non solo) in isteria e impulsività ingiustificata e autodistruttiva. Un processo che – appunto in una bieca (d)evoluzione del metro manicheo sopra esposto – mette tutti contro tutti, ognuno potenzialmente nemico dell’altro, rompe l’equilibrio dei rapporti interpersonali e fonda la correlazione tra individui non più sulla solidarietà della comunità sociale ma sulla potenziale ostilità, sul chi-va-là continuo, sul mors tua vita mea totalitario e definitivo.
Tutto ciò non rappresenta altro che la fine di una civiltà – avanzata o presunta tale. E’ il suo suicido lento, l’eutanasia involontaria ma inevitabile e letale. Ma forse, ancora prima, è la prova che questa civiltà “avanzata” e dunque presuntuosamente superiore, non è affatto tale. Anzi: nella sua compiaciuta e infondata convinzione di essere migliore di altre, ha covato in sé il germe di un’inferiorità tanto letale da risultare fatale, senza nemmeno rendersene conto.
Che poi, probabilmente, qualche pericoloso terrorista vi sarà pure, in essa, mischiato tra la gente “normale”; ma per tutto quanto sopra non saprà riconoscerlo e/o lo confonderà con tanti innocenti, moltiplicando la forza del processo di autodistruzione sociale in corso e corrompendo in maniera definitiva il senso di quel “normale” che ci fa sentire “bene” e accettati dal mondo ma dietro il quale quasi sempre nascondiamo la nostra drammatica, letale perdita di identità, di cultura e di umanità.
P.S.: ah, se non fosse chiaro, questo non è un post che tratta di cronaca o di politica, ma di cultura. Al 100%.