“La Prima Scuola”: un progetto di impegno civile per il futuro della scuola italiana, della cultura diffusa, e per il bene di tutta la società

Dopo la partecipazione alla 70° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e dopo aver vinto il festival del Cinema Italiano in Francia ad Annecy, oltre al premio del pubblico, da qualche giorno è nelle sale La prima neve, il nuovo film di Andrea Segre: una storia di “dolori e silenzi che diventano occasioni per capire e conoscere. Un tempo per lasciare che le foglie, gli alberi e i boschi si preparino a cambiare.” Vi è anche un libro che racconta la storia e la pellicola che ne è scaturita, Prima della neve, un percorso fotografico di Simone Falso nel backstage del film corredato dagli scritti inediti del regista Andrea Segre. Per conoscere meglio il film e il libro si può visitare il sito www.laprimaneve.it, peraltro molto ben fatto e completo.

Tuttavia a me preme qui ancor più segnalare il bel progetto direttamente collegato al film e alla sua uscita nelle sale, La Prima Scuola, nato con l’obiettivo di finanziare progetti artistici e pedagogici nelle scuole primarie per riportare la creatività e la libera espressione dei bambini al centro del progetto scolastico. Uno scopo assolutamente fondamentale, inutile rimarcarlo, per il futuro della cultura e della sua fruizione nella società.
L’idea de La prima scuola nasce da Andrea Segre proprio durante la realizzazione film La prima neve. La sua sensibilità di padre e artista l’ha portato a uscire dal mondo della fiction cinematografica per dare un contributo concreto nella realtà, come già ha fatto in passato. Anche se il film non parla direttamente di istruzione, la tematica dell’educazione infantile scolastica e familiare è presente. Il protagonista è infatti un bambino di dieci anni il cui carattere ha un ruolo determinante per la storia del film. Altrettanto importanti sono i due suoi amici che aiutano a tenere al centro del film il punto di vista dei bambini sul mondo.
Come viene rilevato nel blog dedicato al progetto, la scuola elementare – ambito in qualche modo citato nel film, come detto – è la prima vera esperienza di formazione extra-familiare di un bambino e costituisce il nucleo fondante del sistema educativo italiano. Fino a meno di logo-laprimascuoladieci anni fa era considerata il fiore all’occhiello dell’offerta scolastica italiana; poi sono iniziati tagli, riforme, riduzioni e la qualità dell’offerta educativa è scesa, contribuendo ad accrescer le differenze tra zone agiate e non. A fronte del progressivo impoverimento del sistema d’istruzione pubblica è necessaria un’azione dal basso per proporre una direzione contraria di rilancio e crescita della scuola nella nostra società. Non abbiamo certo noi le risorse per cambiare radicalmente il corso degli eventi nazionali, ma può essere avviato un percorso propositivo sia di riflessione che di finanziamento dal basso, nel quale il mondo del cinema e dell’arte può giocare un ruolo importante. Le privazioni materiali della scuola pubblica sono importanti, ma è importante parlare anche delle opportunità formative che la scuola non è più in grado di offrire.
Posto ciò, il progetto de La Prima Scuola si propone di raccogliere risorse e impegnare energie per la scuola perseguendo due macro obiettivi: contribuire al dibattito sulla crisi del sistema d’istruzione pubblico relativa alle scuole elementari, e finanziare progetti artistici nelle scuole primarie di periferia con un’apposita raccolta fondi. Il meccanismo è molto semplice. Per circa quattro mesi (da settembre a dicembre 2013) verranno raccolte donazioni tramite il sito e attraverso le varie iniziative territoriali legate alla distribuzione nelle sale del film La Prima Neve. I fondi così raccolti saranno poi affidati a singole scuole di aree periferiche che presenteranno progetti di miglioramento dell’offerta educativa e pedagogica (laboratori di teatro, musica o cinema, incontri, visite, servizi di mediazione interculturale e altri). I progetti saranno giudicati e selezionati entro la primavera 2014 da una commissione di esperti e, una volta avviati, i progetti saranno documentati e raccontati sempre attraverso questo sito. L’attenzione sarà rivolta in particolar modo a tutti quei quartieri periferici delle grandi città e a quelle località isolate in cui i tagli all’istruzione hanno mostrato il loro volto più duro. Dato che queste realtà sono spesso caratterizzate da contesti fortemente multiculturali, il progetto cercherà di stimolare la partecipazione di realtà che dimostrano una certa sensibilità verso i percorsi di integrazione e valorizzazione delle differenze.
Insomma, un progetto tanto interessante quanto prezioso, che peraltro rimarca l’importanza dell’iniziativa “privata” ovvero scaturente direttamente dalla società civile per generare iniziative proficue e benefiche per l’intera comunità, nonché – lo ribadisco di nuovo – fondamentali per il futuro della cultura (in senso generale e complessivo) diffusa e per la fruizione di essa, dacché credo di non andare troppo lontano dalla verità imputando anche alla decadenza della qualità dell’insegnamento scolastico di base nei decenni scorsi lo stato ben più che preoccupante della cultura in Italia, a partire dalle realtà di base – dal numero di lettori e di libri venduti, ad esempio, per citare un ambito di diretto interesse personale, e non solo… Un progetto da sostenere totalmente, La Prima Scuola, un vero e proprio investimento sociale per il futuro, e non solo di quegli alunni che ne usufruiranno, ma di tutti noi.
Cliccate sul logo del progetto per visitare il sito web, o QUI per conoscere tutto quanto sul film La Prima Neve.

Visitando “Pollock e gli irascibili”, Palazzo Reale, Milano

L’America, dal secondo conflitto mondiale, uscì vincitrice non solo dal punto di vista bellico ma pure – lo sappiamo bene tutti – da quello economico, tecnologico, sociale, del costume, della cultura popolare: in tal senso “l’America è lo specchio del mondo” è diventato un luogo comune assai diffuso, per rimarcare tale generale supremazia sulla seconda parte del secolo scorso.
Anche per il mondo dell’arte gli USA presero a divenire nel dopoguerra il motore trainante principale, e dal 1950 in poi una generazione di nuovi e rivoluzionari artisti emersero all’attenzione del mondo diventando da quel momento per il panorama artistico un movimento – e una corrente – imprescindibile: l’espressionismo astratto. Opere di rottura con qualsiasi scuola e stilema del passato, sovversive, potentissime, debordanti di energia di molteplice natura: quella che poi venne definita la “scuola di New York” sembrava incarnare la spinta fremente del progresso post-bellico, del boom economico, dei favolosi anni ’60 con tutte le loro novità sociali e di costume, ma in qualche modo quell’energia pareva pure riflettere la percezione e la relativa inquietudine per un progresso che fin da subito mostrava segni di disequilibrio, di instabilità, di pericolose deviazioni verso “effetti collaterali” certamente per nulla positivi.
Invero, la suddetta inquietudine era parte viva delle personalità di quegli artisti, sovente esempi perfetti dell’antinomia genio e sregolatezza, spesso deceduti in condizioni fisico-psichiche precarie e in circostanze drammatiche – morti violente, suicidi, conseguenze di stati di alcolismo cronici, malattie inguaribili e quant’altro del genere. Jackson Pollock fu il carismatico caposcuola del movimento, e fu anche quello che nel modo più tragico ne incarnò la drammatica sostanza. E’ lui il fulcro della mostra allestita a Milano, nelle sale di Palazzo Reale, con una cinquantina di opere (e alcuni video dell’epoca) provenienti dal Whitney Museum in un allestimento curato da Carter E.Foster e Luca Beatrice, e il cui titolo – “Pollock e gli irascibili”, appunto – rimanda ad un’altra “identificazione” del gruppo di artisti, quando per un clamoroso rifiuto alla partecipazione ad una mostra del Metropolitan Museum of Art (della quale essi contestavano l’inaccettabile assenza di opere d’arte contemporanea ovvero il disinteresse dei vertici del museo verso la stessa), vennero definiti irascibili – nella sostanza fu come se i migliori calciatori di una nazione si fossero rifiutati di scendere in campo con la propria nazionale: un atto di protesta che al tempo fece parecchio scalpore, come immaginerete.

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La mostra, ancorché un poco esigua nel numero di opere esposte, è ben fatta. Centrale, come detto, è la figura di Pollock, così come visualmente centrale è la sua celebre opera Number 27, 1950, probabilmente la sua più famosa, vera e propria icona universale dell’action painting, dotata di una vitalità incredibile, veramente potente e impressionante. Da Pollock “il maledetto” – ebbe problemi con l’alcol fin dall’adolescenza, a 40 anni ne dimostrava almeno 20 in più e finì la sua esistenza con un incidente d’auto, come un altro maledetto dell’epoca, James Dean – il percorso espositivo porta il visitatore a conoscere tutti i principali esponenti del surrealismo astratto e dell’action painting: Bradley Newman, Robert Motherwell, Adolph Gottlieb, William Baziotes, James Brooks, Bradley Walker Tomlin, Jimmy Ernst, Ad Reinhardt, Richard Pousette-Dart, Theodoros Stamos, Clyfford Still, Hedda Sterne – tra le poche donne del movimento insieme a Lee Krasner, moglie di Pollock – fino a Willem De Kooning, che in qualche modo chiuse la produzione della scuola propriamente detta, e al meraviglioso (sì, lo ammetto, ho una preferenza per lui, al pari che per Pollock) Mark Rothko, con le sue fantastiche tele a grandi campiture cromatiche le quali fissano una sorta di “ritorno alla calma” per la scuola così prima dedita alla “violenza espressiva” dell’action painting e si rivolgono espressamente allo spettatore, per il quale sono come uno specchio composto da colori atti a raccogliere e inglobare la sua confessione più intima, come se gli dicessero: “Bene, ora non sono più io, opera d’arte, a doverti raccontare qualcosa ma sei tu, spettatore, a raccontarmi di te”. Una conclusione del percorso espositivo parecchio intensa e di grande impatto sul visitatore, direi.

Mostra notevole, insomma, allestita con ottima logica e dotata di apparati critici (esposti coi pannelli lungo il percorso della mostra e attraverso l’audioguida in dotazione ai visitatori direttamente dalla voce di Luca Beatrice) interessanti ed esaurienti. Note di merito alla scelta di allestire le sale con rivestimenti neri, per far risaltare nel modo migliore i possenti cromatismi delle tele, e negli spazi di movimento per il pubblico, finalmente non angusti come in altri eventi espositivi qui a Palazzo Reale; nota di demerito (parziale, diciamo, dacché non così invalidante ma purtroppo reiterata, visto altri casi passati) per alcune illuminazioni, non del tutto riuscite e, in un paio di casi, con i faretti guasti, cosa che a meno di un mese dall’inaugurazione e durante una giornata prevedibilmente affollata di visitatori non è il massimo, ecco.
La mostra continuerà fino al 16 Febbraio 2014. Credo sia una gran bella occasione di conoscere uno dei movimenti fondamentali per l’arte moderna e contemporanea, nonché un gruppo di artisti che così – geniali, profondi e al contempo inquieti, folli ovvero nel complesso autenticamente rivoluzionari – non ce ne sono più molti in giro. Banale dirlo, ma tant’é.
Cliccate QUI per visitare il sito web ufficiale sulla mostra e conoscerne ogni altro dettaglio.
(P.S.: il video è courtesy Artribune.tv)

“Il giorno che diventammo umani”, il nuovo libro di Paolo Zardi

cop_il-giorno-che-diventammo-umani-paolo-zardiNon ho mai letto nulla – al momento – di Paolo Zardi, e non sono affatto aduso a disquisire di libri non ancora letti. Però da tempo seguo il suo blog, Grafemi, che considero uno dei migliori in assoluto tra quelli che trattano temi legati alla letteratura e all’editoria, e ciò per quanto in esso Zardi scrive: articoli sempre interessanti, sovente sagaci e illuminanti, che forse non mi presentano direttamente – per così dire – lo Zardi-scrittore, ma di sicuro mi sollecitano parecchio il consenso e il gradimento per lo Zardi-pensiero.
E siccome due più due nonostante tutto fa ancora quattro – perché la matematica non è un’opinione, e la cosa è nota, ma in fondo non lo è nemmeno la letteratura, visto che il buon libro è una somma perfetta di diversi addendi il cui relativo totale è chiaro e certo, e se tale non viene ritenuto è più per mero gusto personale che per effettiva invalidità letteraria – vi dico che è uscito da pochi giorni il nuovo libro di Paolo Zardi, la raccolta di racconti Il giorno che diventammo umani, pubblicato da Neo Edizioni.
Questo è quanto recita la quarta di copertina:
Qual è il giorno in cui siamo diventati umani? Quale l’attimo in cui questa vitale e spossante consapevolezza ci ha invaso?
Questa la domanda che Paolo Zardi fa al lettore. Ma prima lo chiede ai personaggi che animano queste pagine. Un padre che cova l’insopprimibile desiderio che sua figlia non somigli alla madre; una moglie che nell’istante assoluto del pentimento capisce che tradirà ancora; un vecchio che ad ogni compleanno avverte quanto sia difficile morire; una vedova impegnata nella ricerca di un’alternativa ai ricordi; una dottoressa che, per un momento, vede nel corpo attraente di un paziente la giovinezza che avrebbe avuto un figlio perduto. Creature sospese tra l’amore e il dolore, tra desiderio e paura, tra la vergogna e la grazia. La delicatezza dei corpi, la labilità delle intenzioni, la precarietà di ogni condizione umana sono i punti focali attorno ai quali i personaggi di questi racconti si muovono, combattono, vivono, fotografati tutti nella loro abbagliante purezza.

Per quanto ho affermato lì sopra, credo proprio che presto approfitterò di questa sua nuova opera per conoscere finalmente anche lo Zardi-scrittore. Il nostro è un mondo ricolmo di gente che dalla somma due più due ricava infidamente tre o cinque o altro, ma credo proprio che nei libri di Zardi, così come nel suo blog, i conti tornino giusti. Piacevolmente giusti.

“Lucerna, il cuore della Svizzera”, Historica Edizioni, collana “Cahier di Viaggio”

Libri_Lucerna_ombraLuca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2013
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-96656-85-3
Pag.52, € 5,00

Il mio nuovo libro, disponibile presso tutte le librerie (anche su ordinazione, nel caso non sia presente) e negli stores on line, e costa solo – e ribadisco, solo5 Euro.
Cliccate sull’immagine per saperne di più, e per avere qualsiasi ulteriore informazione sul libro potete contattare me (anche lasciando un commento a questo articolo), oppure direttamente l’editore.

Francesco Lussana, “Struttura OMCN – Interruttore ITALGEN”: il video

Ho dissertato più volte qui sul blog di Francesco Lussana, mirabile artista bergamasco fautore di una ricerca artistica originale, potente e dai molteplici significati. Lo feci anche, di dissertare sulla sua arte, collaborando direttamente con lui più volte e, tra le tante, in merito ad una delle opere certamente più significative, Struttura OMCN – Interruttore ITALGEN, presente a Villa di Serio, alle porte di Bergamo: una spettacolare installazione che richiamando gli stilemi dell’arte e della scultura industriale narra in modo spettacolare ed evocativo la storia moderna della cittadina nella quale è installata.
Nelle serate di presentazione dell’opera, alle quali ho avuto l’onore di partecipare, Lussana presentò il video che racconta come è nata la stessa, che ora voglio proporvi anche qui. Le immagini, a mio modo di vedere, fanno ben capire quanta stretta connessione e serrato dialogo vi sia tra la ricerca artistica di Lussana e l’industria, intesa come produzione, creazione di manufatti, progettazione, manualità, “lavoro” in senso generale e profondo.
Di seguito, potrete anche leggere l’allocuzione con la quale presentai Lussana e la sua opera in una delle serate dedicate alla stessa, con cui ho cercato (e cerco, ora qui) di illustrare in maniera ancora più compiuta quanto appena affermato.
Buona visione, e buona lettura!

Sono uno scrittore, e in quanto tale ho una sorta di predisposizione genetica alla curiosità verso qualsiasi cosa che, per così dire, mi parla e mi racconta una storia… A volte non è così semplice riuscire ad ascoltare tali storie (lo dico in senso metaforico, ovviamente), altre volte viene sicuramente più facile, e in questi casi il fremito del pensiero diventa subito molto intenso.
Ho conosciuto personalmente Francesco Lussana nel 2008, in occasione della presentazione a Bergamo Arte Fiera del Progetto Passo Luce. Ammirando le opere che lo componevano, e leggendo pur velocemente – così su due piedi nello stand – del progetto stesso e dell’artista che lo aveva ideato, mi sono subito reso conto che mi trovavo di fronte ad una idea artistica che se tale era di primo acchito, andava ben al di là di ciò, e arricchiva il proprio senso artistico con molti altri elementi e valori. Erano opere, quelle a cui mi trovavo di fronte, che mi stavano raccontando qualcosa, appunto. Lussana non era semplicemente qualcuno che cercava di creare degli oggetti che fossero “artistici” soltanto dal punto di vista estetico o poco più, dunque non oggetti e forme semplicemente “belle”, ma semmai era il contrario, per così dire: Lussana intercettava in certe forme generate da un contesto totalmente lontano, almeno all’apparenza e nel senso comune, dall’arte, una nascosta ma in verità presente valenza artistica, e si intenda “artistica” nel senso più pieno del termine, dunque nuovamente non solo dal punto di vista estetico…
Insomma, mi sono reso conto da subito che Francesco stava portando e sta portando avanti da anni una personale ricerca artistica assolutamente originale che, sotto certi punti di vista e in base a particolari peculiarità, rappresenta qualcosa di unico. Lussana ha fatto della fabbrica (in senso letterale, ovvero del proprio luogo di lavoro quotidiano del quale peraltro va fiero e che mai ha abbandonato, anche quando le sue opere hanno cominciato a trovare le porte delle gallerie aperte e il consenso della critica) il proprio studio-atelier: l’opera d’arte di Lussana nasce in fabbrica. Poi viene magari raffinata e rifinita altrove, ma è in fabbrica che trova la sua genesi primaria. Se per un pittore la genesi materiale della propria opera deriva dalla tela e dai pennelli, per Lussana tela e pennelli sono le macchine e la progettazione/produzione industriale – e questa è una cosa che trovo assolutamente meravigliosa! In fondo sono convinto da sempre che un certo concetto di arte lo si possa trovare ovunque, anche solo per il fatto che l’arte è rappresentazione e lettura della realtà e dunque comunicazione, messaggio sulla realtà, ovvero comprensione della realtà. Nel caso di Lussana la realtà è poi una di quelle fondamentali per il nostro mondo, e non solo certo dal punto di vista economico, ovvero la realtà industriale.
Qualcuno afferma che in realtà l’arte non esiste ma esiste l’artista che sa fare in modo che tutti noi si possa vedere e riconoscere l’arte in un’opera, in un oggetto, un disegno, una scultura, un’installazione o che altro. Ecco, Francesco Lussana sotto certi aspetti riesce a fare proprio questo: ci sa mostrare quanta arte ci possa essere persino in un oggetto di produzione industriale. Questa evidenza ci potrebbe forse lasciare inizialmente confusi, ma subito dopo ci genera una sensazione quasi di sconcerto per non essere stati in grado di vedere quanta bellezza e quanto senso artistico, appunto, vi possa essere pure in oggetti creati da “rozzi” macchinari meccanici.

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Ma dicevo prima che alle sue opere Francesco sa conferire un valore che non è soltanto estetico, dunque non solo artistico in senso primario ed elementare. Infatti una delle riflessioni preponderanti che mi sono ritrovato a pensare, su Lussana e sulla sua ricerca artistica, è stata questa: è uso comune, nel commentare l’attività di un artista ovvero nel presentare le sue opere, parlare di lavoro. “Il lavoro dell’artista…”, “I nuovi lavori presentati…” e così via. Però, soprattutto dalle nostre parti, il termine “lavoro” viene più comunemente associato ad una attività di produzione di beni d’uso comune, più che a quella di creazione di opere d’arte. Ancor più, per tradizione nostrana, storia, cultura, convenzione, molto spesso “lavoro” è sinonimo di produzione industriale metallurgica: il lavoratore è, prima di ogni altra cosa, l’operaio della fabbrica, non certo l’impiegato di banca o l’autista di tram, tanto meno l’artista.
Ma, pensandoci bene, ho compreso che nell’opera artistica di Francesco Lussana, le varie declinazioni – tradizionali e alternative – del termine “lavoro” trovano un quasi inaspettato e notevole punto d’incontro. Lussana lavora e nel lavorare crea arte, facendo dell’arte stessa un “lavoro” nel senso più pieno del termine, non soltanto in quello pratico, materiale. Non solo: dei due termini, “arte” e “lavoro”, amplia il senso, le accezioni e il valore assoluto, sotto molti aspetti ricuperando poi del lavoro stesso la nobiltà intrinseca, oggi molto spesso travisata e offuscata.
Tra il lavoro che nobilita l’uomo e la bellezza che salverà il mondo (dell’arte, qui), Francesco ci invita a riscoprire, o forse meglio sarebbe dire ri-comprendere, quella virtuosa capacità che l’essere umano possiede quale sublime unione tra intelletto e manualità che è il creare. E lo fa’ attraverso lavori artistici (definizione assolutamente consona, come ormai comprenderete bene) capaci proprio di raccontare prodigiosamente l’intero ciclo di creazione o di produzione dal quale nascono, non solo il risultato finale ovvero l’opera d’arte in sé. Diventano – per tornare al mio ambito di competenza principale, cioè la letteratura – come dei libri aperti che raccontano una storia, raccontano e riassumono una realtà nel suo complesso, ci allietano gli occhi attraverso la loro bellezza artistica ma, al contempo, sollecitano la mente a recepire il messaggio che ci stanno comunicando e a riflettere su di esso, e ugualmente sollecitano l’animo a trovare con questo messaggio comunicato un dialogo, un’armonia, un confronto.
E mi sembra che Struttura OMCN – Interruttore ITALGEN, l’opera che Villa di Serio ha la fortuna di poter vantare e ammirare, sia uno dei migliori esempi di quanto ho detto fino a questo punto. E’ un’installazione che non solo abbellisce il territorio della città ma che rappresenta anche un libro aperto il quale racconta in maniera concisa eppure molto profonda una parte importante della storia di Villa di Serio – e la racconta direttamente ai suoi abitanti. E’ un lavoro, appunto, che è “frutto” del loro lavoro, per così dire, e al contempo racconta e fissa nella memoria della stessa comunità quanto sia stata brava a fare certi lavori – quelli che l’installazione raffigura, in rappresentanza di ogni altra attività lavorativa dunque creativa, in senso industriale e produttivo, della storia di Villa di Serio.