Gli ammutinati della grande nave Mondazzoli: codardi, prudenti, eroi o che altro?

Il gruppo di "ammutinati Mondazzoli", ora equipaggio della nuova "Nave di Teseo" varata da Elisabetta Sgarbi.
Il gruppo di “ammutinati Mondazzoli”, ora equipaggio della nuova “Nave di Teseo” varata da Elisabetta Sgarbi.

Da bravo insider nel mondo editorial-letterario nazionale trovo parecchio significativo e divertente (ma pure inquietante, a osservare dalla parte opposta) quanto sta accadendo intorno a Mondazzoli, la nuova e possente corazzata dell’editoria italiana nata dalla fusione di Mondadori e Rizzoli per dominare senza rivale alcuno i mari editoriali nazionali. E mi pare divertente oltre che consono pure restare nella metafora nautico-marina, visto che pure altri ben più titolati di me hanno deciso di avvalersene.
Or dunque c’è in corso un bell’ammutinamento con relativo abbandono della nave: prima Antonio Franchini, considerato uno tra i migliori editor italiani ergo punta di diamante di Mondadori, che prima del varo della nuova corazzata ha preso il primo salvagente che ha trovato e se ne è fuggito verso Giunti, vascello da diporto solcante acque apparentemente (per ora) più sicure. Poi è stato il turno di Roberto Calasso, marinaio di lungo corso e grande esperienza delle agitate acque editoriali italiche, che ha calato in mare la propria raffinata scialuppa Adelphi ed è tornato verso (proprie) rive più tranquille. Prima ancora la stessa cosa l’aveva fatta Rosellina Archinto con la propria omonima barca, ancor più piccola e dunque ancor meno bisognosa di irruenti flutti mossi da prue di navi troppo grandi.
Ora invece è la volta di un folto gruppo tra marinai e ufficiali, al comando dell’ammiraglia Elisabetta Sgarbi, che non solo abbandona la corazzata Mondazzoli ma addirittura vara pure una nuova imbarcazione editoriale, La Nave di Teseo (ecco perché poco fa dicevo che la metafora nautico-marina in corso m’appare divertente e consona) sulla quale prendono in largo vecchi e giovani lupi di mare quali Umberto Eco, Sandro Veronesi, Furio Colombo, Pietrangelo Buttafuoco e molti altri – pure con esperienze di navigazione in mari più esotici, come Tahar Ben Jelloun, Michael Cunningham e Hanif Kureishi.
Insomma, tirando le somme di tutto ciò, un ammutinamento bello e buono, appunto. E perché, poi, questa fuga peraltro parecchio urgente da una corazzata così possente e apparentemente dominante, dunque in grado di offrire notevoli vantaggi e risorse per chi a bordo di essa solchi i mari assai agitati, appunto, dell’editoria nazionale, oltre che irti di scogli e secche pericolose? Per un improvviso e irrefrenabile bisogno di libertà di navigazione? Perché qualcuno teme che la pur possente nuova nave faccia la fine ingloriosa della Costa Concordia, e per motivi simili? Per mere ragioni politiche – come già supposto da qualcuno?
Forse, la risposta più valida a questa domanda sta classicamente nel mezzo, e compendia queste come altre ipotesi in merito. Sicuramente, poi, ogni “ammutinato” ha sue buone ragioni e convenienze particolari, vista anche la differente sostanza dei natanti fuggiti. Nel frattempo mi viene di pensare già al futuro, ovvero alle conseguenze di tutto quanto sopra raccontato, e specularci sopra, dacché in ogni caso è in corso una bella tempesta nel mare editoriale italiano, le cui ripercussioni potrebbero risultare pesanti oltre che, almeno al momento, impensabili. E comunque, appunto, volendo speculare, vi dico che a mio parere, tra un tot di anni, la situazione potrebbe essere la seguente: una corazzata Mondazzoli che finirà frequentemente in acque basse – se non in pericolose secche – con i suoi comandanti i quali, constatando di non poter solcare maestosamente i mari editoriali come desiderato, penseranno seriamente di vendere l’intero naviglio a qualche altro armatore – magari estero, magari dotato di una nave ancor più grande e in grado di trasferire tutto il carico sulla propria per mandare la prima allo smantellamento; e tanti piccoli/medi/grandi (ma non troppo) navigli che solcheranno le agitate acque suddette navigando (salvo qualche caso fortunato) sempre più a vista tra scogli, iceberg, onde anomale, magari pure qualche pericolosa mina inesplosa, in certi casi preoccupati di vedere sugli strumenti delle loro plance di comando segnali economici frequentemente rossi e inquietantemente lampeggianti, e angosciati nel vedere il livello delle acque intorno ai propri scafi sempre più basso.
Già, perché alla fine, che si navighi su imponenti corazzate o su instabili bagnarole, quello che conta è che ci sia dell’acqua su cui navigare, e che ce ne sia a sufficienza. E l’acqua in oggetto, in qualsiasi mare editoriale, è portata da fiumi che si chiamano lettori, lettura, buoni libri, bravi scrittori, cultura diffusa, supporto istituzionale… Se viene a mancare quest’acqua fondamentale, beh, appunto, c’è e ci sarà ben poco non solo di che navigare, ma nemmeno di che nuotare.

P.S.: ah, ma guarda… stupidamente mi rendo conto ora che pure il nome di battesimo dell’attuale comandante della corazzata Mondazzoli è “Marina“! La metafora nautica è completa, dunque!

Perché il futuro del nostro mondo dipende (anche) dai libri e dalla lettura (da una “lectio magistralis” di Neil Gaiman)

NeilGaimanDa tempo Neil Gaiman è diventato uno dei più noti e fervidi ambasciatori dei libri e della lettura, attraverso interventi pubblici sempre intensi e sovente illuminanti.
Come quello tenuto il 14 ottobre 2013, quando la Reading Agency, un’agenzia no profit del Regno Unito che si occupa di promuovere la lettura e l’alfabetizzazione, ha invitato lo scrittore a tenere una lectio magistralis sull’importanza delle biblioteche, della lettura e dell’immaginazione, in particolare per giovani e bambini. L’intervento, che si è tenuto nella sede londinese dell’istituzione, è stato poi ripreso da molti giornali – in particolare da un lungo articolo del Guardian – mentre in questo caso il brano che vi voglio proporre lo traggo dal sito fumettologica.it, che vi ha dedicato a sua volta un articolo (firmato da Donato Sambugaro) che di citazioni della lectio magistralis di Gaiman ne contiene molte altre, con relative considerazioni.
Il brano è in buona sostanza la parte finale dell’intervento dello scrittore inglese, nella quale egli indica gli “obblighi” ovvero i doveri (in verità piaceri intensi) che tutti noi – lettori e scrittori – dovremmo mettere in pratica affinché il mondo e la sua civiltà non possano e non debbano fare a meno dei libri, per non sprofondare in una condizione di barbarie culturale, intellettuale, sociale e quant’altro inesorabilmente letale.

I libri sono il modo in cui comunichiamo con i morti, il modo da cui impariamo lezioni da coloro che ci hanno preceduto. Io penso che abbiamo delle responsabilità verso il futuro. Tutti noi – come lettori, come scrittori, come cittadini – abbiamo degli obblighi. Ho pensato di elencarne alcuni qui.
Abbiamo l’obbligo di leggere per piacere, in privato e in pubblico. Se leggiamo, o se altri ci vedono leggere, impariamo, esercitiamo la nostra immaginazione. Mostriamo che leggere è una cosa buona.
Abbiamo l’obbligo di sostenere le biblioteche. Di usare le biblioteche, di incoraggiare altri a farlo, di protestare per la chiusura delle biblioteche. Se le biblioteche non vengono valorizzate, si silenziano le voci del passato e si danneggia il futuro.
Abbiamo l’obbligo di leggere ad alta voce per i nostri figli. Di leggergli cose che gli piacciono. Di leggergli storie di cui noi ci siamo già stancati. Di fare le voci, di renderle interessanti, di non smettere di leggere solo perché sanno leggere da soli.
Abbiamo l’obbligo di usare la lingua. Per metterci alla prova, per scoprire cosa le parole significano e come utilizzarle per comunicare chiaramente. Non dobbiamo provare a congelare il linguaggio, a farne una cosa morta e da riverire. Dobbiamo usarlo come una cosa viva, che scorre, e permettere ai significati di cambiare con il tempo.
Abbiamo un obbligo noi scrittori, e soprattutto noi scrittori per bambini. L’obbligo di scrivere cose vere, particolarmente quando creiamo storie di persone che non esistono in luoghi immaginari: per far capire che la verità non è ciò che accade ma ciò che ci dice qualcosa su ciò che siamo. Dopotutto, la narrativa è una bugia per raccontare la verità. E mentre dobbiamo dire ai nostri lettori cose vere, e dare loro armi e armature, e trasmettere quel poco di saggezza che abbiamo guadagnato nella nostra breve esistenza, abbiamo l’obbligo di non fare la predicare o la ramanzina, di non spingere giù a forza nella gola dei nostri lettori bocconi premasticati di moralità, come fanno gli uccelli quando danno le larve ai loro piccoli. E abbiamo l’obbligo di non scrivere mai per dei bambini, mai e in nessuna circostanza, qualcosa che non vorremmo leggere noi stessi.
Abbiamo l’obbligo di capire che come scrittori per bambini il nostro lavoro è importante, perché se facciamo male il nostro lavoro e scriviamo libri noiosi che allontanano i bambini dalla lettura, abbiamo sminuito il nostro e il loro futuro.
Abbiamo l’obbligo – noi tutti, adulti e bambini, scrittori e lettori – di sognare a occhi aperti. Abbiamo l’obbligo di immaginare. È facile far finta che nessuno possa fare niente per cambiare il mondo, che la nostra società sia enorme e che gli individui non contino nulla. Ma la verità è che gli individui possono cambiare il loro mondo, gli individui danno forma al futuro e lo fanno immaginando che le cose possono essere diverse.
Abbiamo l’obbligo di rendere le cose belle. Non lasciare il mondo più brutto di quanto lo abbiamo trovato, non svuotare gli oceani, non lasciare i nostri problemi alle generazioni future. Abbiamo l’obbligo di pulire dopo il nostro passaggio, e non lasciare ai nostri figli un mondo che in maniera miope abbiamo incasinato, deprivato, menomato.
Abbiamo l’obbligo di dire ai nostri politici cosa vogliamo, e di votare contro i politici – di qualunque parte siano – che non capiscono il valore della lettura nella creazione di cittadini consapevoli, e che non vogliono agire per preservare la conoscenza e incoraggiare l’alfabetizzazione. Non è una questione politica, è una questione di umanità.
Ad Albert Einstein fu chiesto una volta come fosse possibile rendere i bambini più intelligenti. La sua risposta fu semplice e geniale: “Se volete che un bambino sia intelligente leggetegli delle favole. Se volete che diventi più intelligente, leggetegli più favole”. Aveva capito il valore della lettura e dell’immaginazione. Spero che potremo dare ai nostri figli un mondo in cui leggeranno, e saranno letti, e immagineranno, e capiranno.

(P.S.: l’articolo completo pubblicato da fumettologica.it lo trovate anche qui.)

Leggere libri è un po’ come salire sulla vetta delle montagne – e viceversa…

120716_books_lC’è da sempre uno strettissimo legame tra frequentazione dell’ambiente naturale e letteratura, due attività parecchio similari sotto molteplici aspetti – e il legame nell’epoca moderna e contemporanea s’è fatto ancora più evidente. Personalmente, quel legame lo sento e lo vivo attraverso la frequentazione della montagna – salire su una vetta e leggere un buon libro sono entrambi atti di elevazione, ne sono più che convinto – e per questo, non solo ma anche, trovo molto significativi eventi come quello organizzato a milano dal GISM, il Gruppo Italiano Scrittori di Montagna: un gruppo di lettura in cui scambiare, mensilmente, opinioni e commenti su libri di montagna scelti di volta in volta dai partecipanti ovvero un’occasione per aderenti al GISM, simpatizzanti e amanti della montagna per incontrarsi, conoscersi e socializzare all’insegna di una passione comune. Il tutto nel cuore di Milano, alle spalle di Porta Romana, ove si trova dal 1695 una delle più antiche cascine agricole milanesi: la Cascina Cuccagna.
La partecipazione alla serata è gratuita e aperta a tutti, basta confermare la propria presenza all’indirizzo gism.lombardia@fastwebnet.it. Ogni partecipante è invitato a portare con sè il libro che più ha inciso sul proprio rapporto con la montagna e l’alpinismo. Per chi ne fosse interessato, i prossimi appuntamenti con il gruppo di lettura avverranno il 25 novembre, il 16 dicembre e il 20 gennaio.

covergismE’ anche questo, insomma, un modo per rimarcare non solo il già citato stretto legame tra letteratura, lettura e frequentazione degli ambienti naturali – qualsiasi essi siano, e possibilmente (inevitabilmente, vorrei anche dire) quelli meno antropizzati e dove maggiormente vi si possa ritrovare una valida interpretazione del concetto di libertà. Perché la cultura si nutre di libertà e viceversa, e la buona armonia tra uomo e Natura è sinonimo di entrambe, così come i libri e la lettura sono segno identificante della natura umana, della sua volontà di libertà e della capacità di trarne buona e fruttuosa cultura – per sé stessi e per l’intera società.
In fondo si potrebbe pure ipotizzare la similarità del salire su una montagna con il portare a termine la lettura di un libro, ma è inutile dire che di ambiti analoghi, e analoghe similitudini possibili, ce ne sono parecchie. E il fatto che l’uomo contemporaneo (o post-tale) pare non avere un buon rapporto sia con la Natura e sia con la lettura, credo la dica lunga sullo stato generale del nostro mondo.

P.S.: cliccate sull’immagine lì sopra per conoscere meglio il GISM, oppure qui per il gruppo di lettura di Milano.

Le fiere, i festival, gli eventi dedicati ai libri e alla lettura? Non servono a nulla. Serve altro, ormai…

220Mi sto preparando (al momento in cui sto scrivendo questo pezzo, sabato 24 ottobre) per recarmi a Milano Book Party, uno dei tanti eventi inclusi in Book City Milano, a sua volta una delle tante manifestazioni che ovunque nel paese vengono dedicate ai libri e alla lettura. E sono contento, dacché mi dico che sarà certamente un bell’evento che si presenta ben organizzato e strutturato (non ci andrei, altrimenti) così come sono belli e ben fatti tantissimi altri eventi simili realizzati un po’ ovunque, appunto – e non serve fare elenchi perché non servono graduatorie, primo, e perché ve ne sono di grandi e celebrati ma pure di piccoli, poco più (o poco meno) che sagre di paese eppure sovente altrettanto interessanti, secondo.
Sono contento, dicevo, perché sto andando a Milano Book Party. Perché ci vado? Perché amo i libri e la lettura, e chi sarà lì con me ci starà per lo stesso motivo. Questo ovviamente vale, suppergiù, per ogni evento letterario. Ok, bene, saremo sicuramente in tanti, mi dico, ma tale sensazione mi riaccende in mente il ricordo dei dati dell’ultimo “Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia” presentato dalla AIE alla Buchmesse di Francoforte. Ennesimo rapporto drammatico, tanto per cambiare. Saremo pure in tanti a frequentare gli eventi dedicati alla lettura, fatto sta che la quota di lettori in Italia continua inesorabilmente a calare, con aspetti francamente sconcertanti – ad esempio la quantità di dirigenti e professionisti, dunque di pubblico probabilmente colto e potenzialmente più portato ad appassionarsi alla lettura, che non legge nemmeno un libro all’anno, pari a quasi il 40%.
A questo punto, con tali dati in mente, non posso non formulare un’ulteriore domanda: ma gli eventi come quello nel quale mi sto recando e tutti gli altri piccoli e grandi sparsi sul territorio nazionale, servono a qualcosa? Mi ritrovo a constatare con non poco sgomento che la risposta che mi viene più spontanea contrasta, almeno un poco, con quanto sto accingendomi a fare: no, non servono a nulla. A fronte di così tante manifestazioni di ogni forma e sostanza messe in atto da decenni, in Italia i lettori continuano a calare. I dati parlano chiaro, senza se e senza ma.
Soldi sprecati. O meglio, no, non è esattamente così in senso generale, ma per una certa mission che gli eventi suddetti dovrebbero perseguire, i dati dicono di sì. Perché il lettore che nutre sincera (dunque fruttuosa e costruttiva) passione verso i libri tale resterebbe anche senza questi eventi, mentre quella parte di popolazione che non legge non li frequenterà mai, per ovvi motivi di sostanziale disinteresse. E i casi che possono smentire tali evidenze sono più unici che rari – altrimenti le statistiche ricorrenti in merito presenterebbe dati diversi. E’ una questione culturale, non si scappa da ciò, dunque un problema ben più grave rispetto ad una questione meramente commerciale, promozionale o di proposta editoriale – quest’ultima ha le sue belle colpe intendiamoci, ma di sicuro non prevalenti.
Forse, la verità che tutti noi non vogliamo ammettere ma che si palesa sempre più come indubitabile è che la situazione della lettura in Italia è ormai compromessa. Ce la siamo giocata, amen. Fine, inutile sbattersi più di tanto e più di ora: al momento un pubblico adulto potenziale in grado di risollevare le sorti dell’editoria nazionale non c’è. Punto.
Tuttavia – avrete notato, forse – ho scritto pubblico adulto. Già, perché, continuando con questa mia riflessione certamente pessimistica-ma-non-del-tutto, mi viene da pensare che, posto lo stato di imbarbarimento irrecuperabile lì sopra enunciato, sarebbe ormai il caso di impiegare la maggior parte delle risorse disponibili nella costruzione di un nuovo pubblico, che in futuro possa finalmente risollevare statistiche e sorti della lettura – e dell’industria editoriale – dacché educato, formato, appassionato, fatto infervorare di letteratura e di libri. Investire pesantemente sulle nuove generazioni, in poche parole: a scuola, nelle famiglie (cercando di contrastare la tendenza inversa presente in molte di esse, ahinoi, per via di genitori ignoranti – ce ne sono a bizzeffe, scusatemi se lo noto con tanta franchezza ma è una cosa che mi sta qui!), nella società. Questo perché, banalmente ma ineluttabilmente, è molto più facile fare in modo che un bambino, grazie alla sua natura irrefrenabilmente curiosa e di spugna assorbi-tutto, si possa appassionare ai libri e alla lettura piuttosto d’un quarantenne che abbia ormai la mente e la vita ordinaria occupate da tutt’altre cose, hobby, passioni, scemenze.
E’ qui, in questo ambito, che chi promuove la lettura – qualsiasi attore sia, da quelli istituzionali a quelli privati – deve puntare e lavorare. I-n-e-v-i-t-a-b-i-l-m-e-n-t-e. Le generazioni adulte, ribadisco, ce le siamo giocate, sono quelle nuove che potranno salvare il mondo dei libri nostrano. Una buona iniziativa in tal senso potrebbe essere il “Patto di Milano per la Lettura”, firmato proprio nell’ambito di Book City Milano, che sembra riporre (e supportare anche concretamente) una particolare attenzione all’educazione verso la lettura dei più giovani. Come leggo nel comunicato stampa, il progetto si basa su “L’idea che la lettura, declinata in tutte le sue forme, sia un bene comune su cui investire per la crescita culturale dell’individuo e della società, uno strumento indispensabile per l’innovazione e lo sviluppo economico e sociale della città. L’attenzione ai bambini e alle scuole, con una serie di progetti destinati ad appassionare, coinvolgere ed educare alla lettura, sarà uno dei principali obiettivi del lavoro del tavolo di coordinamento, che inizierà a lavorare già nel mese di novembre”.
Speriamo – che non siano solo ennesime, vuote parole, intendo dire. Alla Buchmesse di Francoforte, il presidente dell’AIE Federico Motta ha dichiarato che “è arrivato il momento di smetterla con i proclami d’amore per il libro e la lettura che non si traducono in azioni serie ed efficaci”. Ecco, vediamo finalmente di valutare e comprendere cosa ci sia veramente da fare e come metterlo in atto. La questione non è più relativa a far galleggiare una barca piena di buchi e in evidente affondamento, ma nel mentre che si tappano le falle per farla resistere a galla ancora un poco costruirne una nuova, solida, affidabile. E grande, la più grande possibile.

P.S.: articolo pubblicato in origine su Cultora, qui.

Dell’arte di pubblicare libri d’arte, e del suo stato attuale (dal recente Forum dell’Arte Contemporanea di Prato)

OPCOMMWEB_ArtBooks_201211Sapete che mi occupo di frequente, qui sul blog, di commistione tra arte visiva e arte letteraria, ovvero tra opere artistiche contemporanea ordinariamente dette e libri (che arte sono, appunto, ma spesso ignoriamo la cosa anche per colpa di chi li scrive).
Tuttavia, disquisendo di vari argomenti e, per così dire, osservano la questione dalla parte opposta, è interessante considerare quando non sia l’arte visiva a inglobare in sé il libro – come soggetto, oggetto, concetto o che altro – ma viceversa siano i libri a inglobare l’arte, ovvero a trattarla, a esserne media culturale. In effetti i testi d’arte sono un settore del mondo editoriale e letterario assai articolato e importante, non solo in tema di incidenza sulla produzione libraria, ma sono pure un genere – se si può usare il termine anche in questo caso – ricchissimo di opere fondamentali dal peso culturale notevole nonché di potenzialità letterarie veramente interessanti e non solo riservate, riguardo la lettura e temi trattati, agli appassionati d’arte. Ultimo ma non ultimo, pure i libri d’arte sono parte (scusate la eco onomatopeica!) di quel grande, variegato e tribolato pianeta dell’editoria – di quella nostrana nello specifico, dunque a loro volta e a loro modo indicatori di come stiano andando le cose, sulla sua “superficie” e pure in profondità.
Al recente Forum per l’Arte Contemporanea di Prato si è svolto un illuminante dibattito sul tema, dal titolo Editoria: circolazione della conoscenza e a cura di Barbara Meneghel. Ne ha ricavato un report completo Marco Arrigoni per il magazine d’arte contemporanea ATPdiary.com, che vi riproduco di seguito – ringraziando di cuore la redazione del magazine per avermi concesso il consenso alla pubblicazione.

Best-Books-of-2013-Gwarlingo-CollageEditoria: circolazione della conoscenza – #ForumArteContemporanea
“Io mi chiedo se esista davvero un pubblico interessato alle nostre pubblicazioni”… si parla di editoria al Forum dell’Arte Contemporanea a Prato.
Marco Arrigoni, 27 Settembre 2015

Un altro dei temi ‘caldi’ trattati al Forum dell’Arte Contemporanea di Prato – nella sezione “Comunicazione e rapporto coi media” – è stato introdotto da Barbara Meneghel, critica e curatrice indipendente, che ha coordinato “Editoria: circolazione della conoscenza”. A partecipare sono stati critici, editori, giornalisti, direttori di testate.
Ecco i temi affrontati: circolazione dei testi d’arte; reperibilità di testi stranieri in Italia; presenza di bookshop specializzati; distribuzione dell’editoria italiana all’estero; percezione dei testi italiani all’estero; bookshop di musei e fondazioni in Italia; fiere di editoria specializzate di arte contemporanea; cosa significa lavorare per riviste italiane o per riviste straniere in Italia; rapporto tra prodotto cartaceo e rivista online; grafica; rapporto tra prodotto editoriale e mostra.
Il tutto, chiarisce Barbara, mantenendo ben distinti spazio online e luogo fisico di reperibilità del testo.
Alcuni elementi emersi durante il confronto.

Ingrid Melano, fondatrice e presidente dell’organizzazione no profit The Art Markets
Il mio progetto, The Art Markets, nasce nel 2009 ed è uno spazio dedicato ad esperimenti e a progetti di arte contemporanea, inizialmente solo online, mentre da quest’anno ho aperto un bookshop a Milano. In Italia sicuramente ci sono distributori più grandi e collegati a realtà già ben stabilite. In Europa, poi, ci sono realtà editoriale già molto consolidate, soprattutto a Londra e Parigi. Mi pareva che in Italia, però, mancasse un progetto di questo tipo e noi lo abbiamo creato, sia per pubblicazioni italiane che estere. Tuttavia, servirebbe un sostegno da tutto il sistema editoriale italiano. E’ molto difficile creare una rete sia di bookshop generici che di musei, anche perché ci sono realtà editoriali appoggiate a sistemi più conosciuti, come Mousse.

Elena Bordignon, fondatrice e direttrice editoriale del magazine d’arte contemporanea ATPdiary.com
Trovo eroico chi produce libri in tirature limitatissime. Il vero problema sono le fiere di arte contemporanea in senso stretto. Sono stata invitata – con non poche gratificazioni – a partecipare e diverse fiera d’arte in Italia, luoghi importantissimi per piccoli editori e testate sul nascere. Bisogna però sottolineare che, spesso si rilega l’editoria in fondo alla fiera, o in zone poco battute. Qualcosa sta decisamente cambiando, penso ad esempio alla sezione #ArtissimaLive promossa quest’anno ad Artissima: un’area dedicata esclusivamente alle riviste digitali. (…) Penso che il problema stia nel fatto che nello stesso sistema dell’arte si creano tali meccanismi di ‘esclusione’. Bisognerebbe dunque lavorare su questo aspetto di promozione e sostegno dell’editoria, sia essa legata alla produzione di libro d’arte, catalogo o magazine specializzati. Se un direttore di una fiera ritiene che bisogna potenziare la parte principale (o commerciale) legata alle galleria, questo non toglie che vada a discapito della sezione dedicata all’editoria. Bisogna, a mio parare, sensibilizzare questa figure: direttori di fiere, ma anche direttori di musei e fondazione a dare più ampio spazio agli editori, figure importanti nella circolazione della conoscenza legata all’arte contemporanea.

Giovanna Silva, fondatrice e direttrice editoriale della casa editrice Humboldt
Il problema principale di un editore è quello di farsi conoscere. Io ho aperto la mia casa editrice tre anni fa, riservata ad una narrativa di viaggi. Inizialmente i libri erano distribuiti in diverse librerie generiche. Poi la casa editrice ha cominciato ad interessarsi anche di editoria d’arte, il cui mercato è molto diverso. Noi facciamo un libro con un artista, poi chiediamo in quale bookshop vuole che venga esposto. La realizzazione di molti libri nel mercato dell’arte è pagata, ma alcuni libri che faccio sono a mio carico: è in questa misura che il problema della distribuzione è davvero importante. Bisogna poi considerare che in Italia i bookshop dei musei sono ancora in mano ai grandi gruppi editoriali (Electa, Skirà,…).

Francesco Valtolina, art director della rivista d’arte contemporanea Mousse magazine e della casa editrice Mousse Publishing
Io mi chiedo se esista davvero un pubblico interessato alle nostre pubblicazioni e me lo chiedo in modo autocritico. La maggior parte delle vendite dei titoli di Mousse in Italia sono confinate all’interno della specificità di quel titolo. Quando si dovrebbe parlare di distribuzione vera e propria.

Eleonora Pasqui, editor presso Damiani
Nasciamo con un’attenzione particolare per il ciclo vitale del libro, dall’idea, all’evoluzione, sino alla formazione. Io mi sono imbattuta in realtà davvero disastrose e quindi risulta difficile capire se davvero esiste un bacino d’utenza per i libri Damiani. Spesso non si sa neanche come proporre i nostri libri e questo è un problema enorme. Poi, nel momento in cui ci sono incontri con la catena degli agenti, le persone non ti ascoltano nemmeno. I problemi sono diversi. Dopo 7 anni di disastri, di 50% di resi, essere presenti in migliaia di punti vendita e non essere da nessuna parte, abbiamo cambiato completamente e ci siamo rivolti ad un distributore molto più piccolo, con solo 5 agenti e un numero di punti di vendita molto inferiore, ma i resi sono diminuiti di parecchio. Questo è il mercato italiano, quello estero è completamente diverso: esiste una preparazione degli agenti di vendita completa, reale: vengono da percorsi di studi d’arte, sono appassionati…

Mirko Smerdel, cofondatore di Discipula, collettivo di ricerca e casa editrice indipendente
Il mio è un punto di vista diametralmente opposto al vostro: noi non siamo una casa editrice, ma un gruppo di artisti che usa il libro per diffondere il proprio lavoro. Abbiamo provato a diffonderlo in Inghilterra e ha funzionato; per la nostra situazione sono molto più importanti le fiere, in cui andiamo a dare personalmente i libri a bookshop, come li distribuiamo personalmente in giro per l’Europa. Discipula non è una rivista che si compra perché già si conosce. (…) Facciamo libri che devono essere ogni volta promossi e dove l’aspetto “tattile”, dimensioni, carta, grafica, diventano essenziali. Per noi è come fare una mostra. Il problema della distribuzione esiste, ma è importante far capire che esistiamo, quindi qualsiasi tipo di social può essere utile in questo, però sicuramente l’unico modo per l’editoria indipendente sono le fiere, perché sono oggetti che hanno bisogno di essere conosciuti fisicamente.

Saul Marcadent, curatore, visiting professor e consulente
Mi occupo di esperienze editoriali molto piccole, a bassa tiratura, con contenuti di ricerca. Il valore dell’editoria italiana è molto articolato, è cangiante, cambia velocemente. Nel 2009 non esistevano esperimenti, come nemmeno dei progetti pronti ad accogliere ed ospitare certe realtà. C’era stato un boom del free press… e le cose sono cambiate. Ora c’è una varietà interessante di piccola editoria. Due anni fa sono stato invitato da Jacopo Benassi a curare la rassegna Toner (La Spezia), che aveva creato con Cristiano Guerri. Non è facile. In due anni il pubblico è aumentato, quindi c’è, va coltivato e costruito, ma sicuramente non sono grandi numeri. Mi piace l’idea di creare una situazione tale da far venire a La Spezia anche pochi editori, ma interessati a discutere e a confrontarsi.

Pia Capelli, giornalista per Il Sole 24 Ore
Io non mi relaziono ad un ambito di nicchia, ma più mainstream. Ho individuato degli sfasamenti tra pubblico ed oggetto-libro d’arte. Il primo è che c’è molta più gente che scrive d’arte, che gente che legge d’arte. In tal senso, c’è una notevole differenza tra il mondo anglosassone e quello italiano: c’è un’abitudine diversa alla lettura di libri d’arte. Il problema è l’abitudine alla lettura della saggistica d’arte. In Italia si legge poco, eppure si leggono molti libri sul tè verde, sul cibo… Quindi, si legge poco d’arte contemporanea perché c’è poca abitudine alla stessa. E’ un sistema che andrebbe attivato in maniera diversa. L’arte contemporanea è un soggetto, sono delle storie. Inoltre, l’oggetto del libro d’arte è costoso, deve essere bello e non sempre la saggistica che arriva in Italia è bella. Anche libri importanti finiscono con l’essere tradotti in ritardo e finiscono nel dimenticatoio. La proposta è di creare un’abitudine alla lettura d’arte, che diventi un acquisto raffinato, magari anche costoso. Ma se non ce lo facciamo con le tirature generaliste è ancora più difficile farlo con le tirature limitate.

P.S.: trovate la versione originale dell’articolo su ATPdiary.com qui.