Lo scorso 29 dicembre “Il Post”, con un articolo (lo vedete qui sopra) dall’eloquente titolo “Un posto in cui le Olimpiadi invernali non sono benvenute”, si è occupata di Bormio e di come la comunità locale sta vivendo i preparativi delle prossime Olimpiadi di Milano Cortina, per le quali la località valtellinese è sede di gare. “Il Post” elenca le numerose critiche emerse tra i bormini su come sono stati spesi i soldi, sulle opere in ritardo e sul loro impatto ambientale, e fa ben capire il sentore diffuso nella comunità, ampiamente negativo. Un sentore che posso confermare personalmente per testimonianza diretta, viste le volte recenti che sono stato a Bormio – in particolare, per sostenere il Comitato di tutela della Piana dell’Alute dalla ormai famosa e famigerata “Tangenzialina” che la devasterebbe – e l’attenzione costante che ho dedicato a ciò che è accaduto in loco rispetto all’organizzazione olimpica e alle relative opere.

In forza di ciò, pur da forestiero ma proprio per questo in grado di leggere e considerare la realtà bormina con uno sguardo differente rispetto alla comunità locale, trovo che buona parte del disagio della comunità bormina è stato generato non tanto dalle opere e da come sono state realizzate (anche se, come ho già rimarcato, non si contraddistinguono proprio per cura estetica e integrazione nel paesaggio locale) quanto dall’atteggiamento che da tempo ha assunto l’amministrazione comunale di Bormio: un atteggiamento di chiusura al dialogo con la propria comunità (eccetto ovviamente che con i propri sodali), di allontanamento da essa che in certi casi è parso una vera e propria alienazione dalla realtà comunitaria, di carenza di lealtà verso i concittadini oltre che di generale superficialità nella gestione delle questioni legate alle Olimpiadi. Ho còlto personalmente una situazione tanto triste quanto sconcertante, una coesione smarrita, fratturata, come di un “potere” arroccato nel proprio fortino e di una comunità certamente critica, spesso in maniera attiva (come nel caso del citato Comitato di Tutela dell’Alute) ma anche smarrita, in qualche modo sofferente l’evidente sconnessione in divenire.
Sia chiaro: questa mia non è una riflessione di matrice “politica” nel senso più comune del termine, semmai lo è nell’accezione sociologica e antropologica, allo stesso modo nel quale ho parlato ai bormini della loro Alute e di ciò che rappresenta per loro stessi e il territorio che abitano e vivono. A fronte di quanto ho rimarcato fino qui, a qualcuno potrebbe risultare inevitabile la richiesta di dimissioni dell’amministrazione in carica, le quali da un lato potrebbero “risolvere” o quanto meno sospenderebbero la questione dal punto di vista amministrativo ma forse non da quello sociologico – quantunque mi auguro che le crepe venutesi a creare nella comunità bormina non siano ormai troppo profonde da poter essere sistemate. Invece, a tale proposito, credo invece che l’amministrazione comunale in carica dovrebbe restare al proprio posto e da subito impegnarsi a fondo per rigenerare la coesione smarrita nella comunità, riconnettendosi alla realtà del luogo, al territorio, alla sua anima e riconsiderare le varie questioni aperte al fine di risolverne errori e criticità, al contempo ripristinando l’interlocuzione con la cittadinanza che è l’elemento fondante e ineludibile, tanto più in un luogo e in una comunità di montagna come Bormio, per gestire al meglio il territorio e il suo tempo.
Di sicuro l’amministrazione bormina non può continuare a mantenere l’atteggiamento sconsiderato e deleterio tenuto fino a oggi, chissà poi per quali (in)giustificabili motivi. L’articolo del “Post” dimostra bene come gli amministratori di Bormio si sono messi da soli con le spalle al muro, e ora di fronte hanno una comunità che non può non chiedere conto delle loro iniziative e del modus operandi con il quale sono state portate avanti. Ma, ribadisco, il nocciolo centrale della questione è il bene del territorio e della sua comunità, attuale e ancor più futuro: di fronte a ciò qualsiasi contrapposizione deve infine trovare un punto di equilibrio grazie al quale risolvere gli errori e le criticità, sistemare i danni ed evitarne ulteriori, rigenerare la fiducia reciproca, rimettere al centro dello sguardo condiviso il luogo-Bormio, la sua comunità e la più armoniosa vivibilità condivisa.
Mi pare che la gran parte dei bormini abbiano già dimostrato di saperlo fare: non resta che sperare che anche l’amministrazione locale scelga di farlo e sappia attuare quelle necessarie azioni, riconnettendosi alla comunità che governa, alle proprie montagne e alla realtà che le caratterizza.


