Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 4a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 16 novembre duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #4 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “Il compositore ineluttabile. Vita e arte di Arvo Pärt”.
Vi sono personaggi, nel mondo dell’arte, le cui opere in tantissimi conoscono senza però sapere nulla di esse, e di chi ne è l’autore. Arvo Pärt rappresenta un caso emblematico di ciò. Non c’è forse nessuno al mondo che non abbia mai ascoltato un suo brano – come colona sonora in un film o in uno spot pubblicitario, come citazione nella musica di altri, come riferimento o influenza di tantissimi artisti… – al punto che oggi il compositore estone è il più eseguito al mondo, capace di riempire sobri teatri classici così come stadi riservati solitamente al pop e al rock. Ma, appunto, pochi lo conoscono veramente, dunque la puntata di questa sera di RADIO THULE cercherà di colmare questa lacuna ovvero di far conoscere quello che, secondo molti, è il più grande e influente musicista classico vivente.

Arvo-Part-imageDunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
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http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 3a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 2 novembre duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #3 dell’anno XII di RADIO THULE. Una puntata inevitabile, questa sera, intitolata: “Pasolini, 40 anni”.
Il 2 novembre di 40 anni fa, infatti, veniva ucciso a Roma Pier Paolo Pasolini. Non c’è bisogno di affermare ancora una volta chi e cosa sia stato Pasolini per la cultura italiana, di contro c’è ancora assoluto bisogno di mantenere forte e vivido il messaggio illuminante e sovente premonitore, se non profetico, che ha lasciato ai posteri, ovvero a tutti noi. Perché le parole di Pasolini, pur se hanno 40 e più anni, restano totalmente valide ancora oggi, e assolutamente didattiche. Sarà dunque una puntata, questa, non tanto biografica o di mera commemorazione ma soprattutto di rinnovamento e rigenerazione del valore del messaggio pasoliniano, fatto attraverso la voce stessa di Pasolini in alcuni preziosi documenti d’epoca. Documenti che fanno capire come questi 40 anni forse non sono mai realmente trascorsi, nel bene e nel male.

zildaDunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

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Francesco Bonami, “Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata”

cop_Bonami-CattelanMaurizio Cattelan è il più importante artista italiano vivente.
Bene, potrei chiudere anche qui la presente recensione, confidando nel fatto che, quando uno raggiunge un certo status, tutto ciò che lo riguarda inevitabilmente assume la stessa valenza – circostanza che peraltro nell’arte contemporanea è parecchio diffusa.
Tuttavia, la questione non è – e non può essere – così semplice. Innanzi tutto perché Cattelan è un artista (ribadisco, l’italiano più importante, oggi) senza essere un artista. Voglio dire, i suoi lavori sono opere d’arte, tali considerati e peraltro dotati di senso e valore assolutamente tipici di certa arte contemporanea di matrice politica (quantunque nel libro sia affermato che artista politico e/o impegnato non lo è affatto), ma più che un artista propriamente detto, Cattelan lo definirei più un agitatore artistico, un provocatore nel senso più alto del termine ovvero non colui che faccia soprattutto casino per far parlare di sé, ma che lo faccia per far parlare di qualcosa, e per istigare su quella cosa un certo brain storming collettivo e pubblico. Anche se, poi, la forte carica ironico-sarcastica di tanti suoi lavori tende a lasciare nel (grande) pubblico meno avvezzo alla contemporaneità artistica una sensazione di diletto, più che di ponderazione e di giudizio.
D’altro canto, pure questo Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata (Mondadori, collezione “Strade Blu”, 1° ediz.2011) che Francesco Bonami – a sua volta uno dei più importanti personaggi della critica artistica contemporanea italiana (e non solo), nonché mentore di Cattelan – gli dedica non è una vera autobiografia…

Leggete la recensione completa di Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

“Ma come! Da solo?” (Sull’alto valore sociale della solitudine, e su chi non lo sa riconoscere)

image“E te ne vai in montagna da solo?”
Quante volte mi sono sentito obiettare un’affermazione del genere! – in pratica, ogni volta o quasi dicevo e dico che non ho alcun problema ad andare per boschi, monti, vette e zone selvagge in compagnia soltanto di me stesso. E non per bieco solipsismo o per (comprensibile, spesso) misantropia, ma perché trovo che la solitudine in ambiente naturale è, oggi, l’unica condizione nella quale si possa nuovamente, e in modo intenso e costruttivo, avere a che fare con sé stessi. Avere a che fare con ciò che si è, con la propria reale natura umana (nella Natura propriamente detta, non casualmente), con le proprie idee che, in certi contesti, non disturbate da null’altro di antropico, facilmente si generano e sviluppano in un modo più genuino e sincero del solito, ovvero privo di qualsiasi sovrastruttura mentale/intellettuale estranea.
Tanti, invece, strabuzzano gli occhi, letteralmente terrorizzati di restarsene soli. Ovviamente (non credo dovrei precisarlo, ma tant’è) non mi riferisco alla solitudine forzata, quella a cui costringono le sfortune della vita quotidiana, ma al restarsene consapevolmente e scientemente soli con sé stessi. Ecco, a volte ho l’impressione che parecchia gente abbia soprattutto questa grande paura: potersi trovare a dover fare i conti con sé stessi, ovvero – forse – privati di qualsiasi “protezione” sociale e urbana, a scoprirsi ciò che non si pensa di essere e non si vorrebbe essere. Siamo così costretti al giorno d’oggi, anche con brutalità peraltro non intesa e percepita, a doverci continuamente relazionare con chiunque ci stia intorno, a doverci sentire parte (conforme e conformata) del gruppo umano, a dover interagire con esso cercando il più possibile di metterci in evidenza per non percepirci ai margini di quel gruppo, appunto. Non è un caso che di frequente si insista sulla peculiarità “social” del web contemporaneo: cosa bellissima e comprensibilissima, sia chiaro, ma assolutamente non eliminante la bontà, il senso e l’essenza della condizione opposta – non di asocialità, ribadisco, ma di distacco temporaneo dall’ambito sociale e dai suoi meccanismi ordinari (appunto definibili anche come “conformismi”, se così si vuole). Senza poi citare tutte quelle varie cose che di questi tempi vengono ritenute “socializzanti” – da quelle più banali, tipo i selfie, ai riti collettivi di varia natura che ammettono solo partecipazione e inclusione, non dissenso ed esclusione. Eppure, non vi pare che di frequente tutti questi esercizi socializzanti siano in verità manifestazioni autoescludenti, o autoghettizzanti? Il selfie, tanto per dire, serve per farci vedere e relazionarci con gli altri oppure serve per metterci al centro di tutto escludendo ogni altra cosa intorno? Oppure, all’estremo opposto: il dover essere parte di un gruppo, così da sentirsi in qualche modo “importanti”, non è in verità un subdolo metodo di annullamento individuale col quale, paradossalmente, nell’inclusione uniformante e massificante, perdiamo del tutto ciò che crediamo di poter conseguire?
Tuttavia, sono convintissimo che proprio la scelta di una solitudine periodica, attuata in ambito il meno possibile antropizzato, sia il modo migliore per riguadagnare una socialità nuovamente virtuosa e veramente civile. Forse solo se si è in grado di fare i conti con sé stessi si può pensare di poter fare i conti con gli altri: e se questa non è una condizione dalla valenza generale, senza dubbio è una concreta possibilità di evoluzione sociale dal singolare al collettivo. Forse anche per tale motivo è cosa tanto poco praticata e ritenuta dai più non ordinaria, se non addirittura bizzarra, e forse proprio per ciò la nostra civiltà, così ben fornita di strumenti di socializzazione d’ogni sorta, digitali o meno, è di frequente tanto carente di autentica e umana socialità.
Quindi sì, me ne vado in montagna da solo. Sui monti, per boschi, valli, zone più o meno lontane da qualsiasi presenza umana, dove ancora si possa trovare la quiete dal rumore bianco antropico, dove nulla possa disturbare la riconnessione con la parte più genuina del mondo in cui viviamo, ovvero con la similare parte di me stesso. Per poco tempo o per intere giornate non importa, non è questa una cosa che abbisogni di unità di misura spaziali o temporali per ritrovarmi nuovamente solo, tra me e me e null’altro, coi miei pensieri, le mie emozioni, le mie sensazioni, gli istinti e i raziocini, la forma la sostanza e l’essenza di chi sono e ciò che sono.
Si riguadagna la conoscenza della propria presenza nel mondo, credetemi, e del senso di essa, se non del senso generale dell’intera propria vita. Ma anche senza ottenere un così alto risultato, anche solo con l’essersi trovati nella condizione ideale per poterlo mirare, anche essendo riusciti a trovarci in fronte a noi stessi solo per qualche momento e a guardarci negli occhi – lo sguardo della mente in quello del cuore, e dell’animo e dello spirito – si potrà tornare nella iper-antropizzata civiltà contemporanea con qualcosa di più, a partire da una maggiore consapevolezza di sé stessi e altrettanta potenziali maggior fiducia in sé stessi. E converrete che non è affatto poco.

(Nell’immagine in testa al post: Leonid Afremov, Alone in the fog.)

E questo sarebbe “Il Piacere”? Ma fatemi il piacere!

11071147_10207284893030817_2881068493024784401_nForse l’avrete già vista, in giro sul web, la copertina della nuova edizione Mondadori de Il piacere, di D’Annunzio. E forse, dunque, avrete già letto qualcosa di critico sulla questione.
Ben venga il proposito di riproporre in una chiave la più contemporanea e dunque gradevole possibile al lettore di oggi i grandi classici del passato, opere meravigliose che tuttavia agli occhi (superficiali) di tanti possono dare di sé un’immagine polverosa, di roba vecchia, di storie fuori dal tempo, pesanti e noiose. Ovviamente chi ha un minimo di cultura letteraria sa bene che non è così ma, ribadisco, il proposto è nobile e utilissimo.
Posto ciò, se si mette il pennello che serve per ridare vita ai colori di un capolavoro a un incapace che prima di ora l’unico rapporto con la pittura lo ha avuto ridipingendo la porta del proprio bagno, inesorabilmente il danno è fatto. Paragonare, anzi, legare a doppio filo un’opera come Il Piacere, estetizzante, decadente, letterariamente possente, per quei tempi innovativa se non addirittura sovversiva, con un prodotto meramente industriale, di valenza narrativa artificiosa e letteraria nulla come Cinquanta sfumature di grigio, la cui nuova copertina de Il Piacere smaccatamente – e pure cafonescamente – rimanda, è cosa da arresto immediato, oltre che prova di ignoranza letteraria, editoriale e culturale tremenda. Le due opere non c’entrano nulla di nulla, e non è che il titolo di un’opera classica che rimanda a un qualcosa che, secondo alcuni (?) viene trattato con gran quantità di pessimo gusto in una storia contemporanea, possa giustificare qualsivoglia legame. Anzi.
Inoltre, temo pure che il proposito virtualmente nobile dell’editore, che ho riassunto in principio di articolo, possa in verità trasformarsi in un boomerang, per come una copertina così artificiosa – e pure brutta, diciamocelo chiaramente – del tutto svincolata dalla vicenda narrata e, soprattutto, dal senso generale dell’opera, rischi di confondere, irritare e allontanare chi – ingenuamente quanto si vuole ma tant’è, ogni editore ha i lettori che si merita! – non sia affatto preparato allo stile dannunziano e, in generale, alla letteratura classica italiana. Ci può essere qualche lettore delle Cinquanta sfumature che, attratto da quella copertina, leggerà e si innamorerà di D’Annunzio? Me lo auguro vivamente. Ci sarà qualche lettore delle Cinquanta sfumature che, attratto dalla suddetta copertina, leggerà D’Annunzio convinto di trovarci qualcosa di simile al suo libro preferito e invece no, ci troverà una storia dotata d’un lessico “conforme al comportamento e all’educazione da esteta di Andrea Sperelli: pregiato, quasi artefatto, aulico e molto elaborato, in particolar modo nella descrizione degli ambienti e nell’analisi degli stati d’animo. Si prendano ad esempio l’uso di troncamenti, o le forme arcaiche e letterarie, come nel caso di articoli e preposizioni articolate. Anche se l’eloquenza e la ricercatezza tendono ad appiattire il registro verbale, come succede per l’uso di metafore e comparazioni che talvolta complicano ed intensificano momenti carichi di tensione. La sintassi è prettamente paratattica, in grado di rafforzare la tendenza all’elencazione, alla comparazione, all’anafora, e la prosa è ricca, allusiva e musicale, tanto da assumere una funzione espressiva più che comunicativa. Inoltre, l’autore usa fare riferimenti a opere letterarie e artistiche per conferire un tono più elevato al romanzo, senza prescindere da vocaboli in inglese, greco, tedesco, francese e latino.” (dall’articolo Il piacere (romanzo) di Wikipedia) – insomma, trovandoci qualcosa di a dir poco antitetico al tomo grigiamente sfumato, finendo per restarne disgustato e diffondendo in giro tale sua impressione? Non me lo auguro affatto, ma lo temo assai.
Infine: in copertina, d’Annunzio con la “d” minuscola. Non è preposizione di origine nobiliare (come Lorenzo de’ Medici o Honoré de Balzac) ma iniziale del cognome, ergo va scritta maiuscola, nonostante a volte lo stesso Vate si firmasse con la minuscola. Beh, altro che arresto: siamo prossimi al patibolo, con questa superficialissima scelta (non mi vengano a dire che sapevano che D’Annunzio si firmasse con la minuscola, che non ci crede nessuno!), e alla prova probante che i cosiddetti “grandi” editori italiani, al giorno d’oggi, sono quanto di meno capace di maneggiare la vera letteratura vi sia in circolazione. Purtroppo per la letteratura stessa, per la lettura, la cultura, e per noi tutti.