“Fracia”: quando la parete si fa dura, i duri cominciano a salirla!

Questo che state per leggere è un brano tratto da “Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte”, il volume che ho redatto e curato con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – ha festeggiato i 75 anni dalla propria fondazione. E’ la storia di una parete non certo blasonata come tante cop_libro_CAI-1altre alpine, secondaria, discosta dalle zone di frequentazione alpinistica più note e dunque dall’interesse di tanti arrampicatori, eppure dotata d’un suo grandissimo fascino, un’attrattiva particolare che è anche aura temuta e famigerata, sotto certi aspetti – e nonostante in altri settori la parete sia molto meno “problematica”. Ed è la storia di questa parete, il testo qui sotto, narrata attraverso la storia, le emozioni e le sensazioni di alcuni degli uomini che hanno trovato il coraggio di sfidarla e vincerla, e che nel racconto si incrociano nello stesso luogo in epoche differenti. Un’invenzione narrativa spaziotemporale che, mi auguro, sappia rendere vivide le sensazioni dei suoi protagonisti a chiunque, anche a chi se ne resterà comodamente seduto in poltrona a leggere, ben lontano dalla “Fracia” e dalla sua rabbrividente aura…Sö e só dal Pass del Fó” è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte, ed è in vendita al pubblico al costo di € 20,00. Per acquistarlo potete rivolgervi alla sezione, visitando il sito web per avere i contatti o la relativa pagina facebook, oppure direttamente a me, nei modi usuali. Oppure ancora, se siete soci CAI, potete richiederlo alla Vostra sezione di appartenenza.

Fracia1Fracia: quando la parete si fa dura, i duri cominciano a salirla!

Fracia: basta il nome! – verrebbe da dire. Una denominazione dialettale che richiama espressamente la peculiarità principale di questa altrimenti splendida parete che dalla costa di Sopracorna, sul versante Sud Ovest del Monte Spedone, precipita verso la Valle del Gallavesa: la sua roccia in molti tratti friabile, dunque il rischio aggiunto che deve essere sostenuto da chi vi si avventuri. E’ bastato spesso quel nome per tenere lontano molti arrampicatori, affascinanti da una parete così spettacolare, posta in bella vista al cospetto dell’intera Valle San Martino e dotata di potenzialità alpinistiche rare in zona, ma che non se la sono sentita di affrontarla, scoraggiati anche dalle relazioni di chi invece vi è salito. Una parete da affrontare con la testa, con parecchia forza ma altrettanta delicatezza, e a cui non dare mai troppa confidenza: non è un caso che le linee di salita tracciate su di essa, e l’elenco dei ripetitori, portino le firme di alcuni tra i migliori e più titolati alpinisti locali, autori di belle imprese anche su altre più celebrate pareti alpine. Il “duri” del titolo di questo capitoletto, al di là della metaforica ironia, sta per coraggiosi, intraprendenti, audaci, ma altrettanto consapevoli del proprio agire e delle sensazioni da esso scaturenti, che una parete “dura” come la Sud Ovest del Monte Spedone sa generare.
Per la cronaca, le vie tracciate sulla pala principale occidentale – ovvero “la” parete per eccellenza dello Spedone, quella verso cui si volge lo sguardo quando si ode il nome “Fracia” – sono: la Cattaneo-Corti del 1933, la Longoni-Corti del 1936, la “Pietro Fiocchi” o “Ruchin” – Esposito-Colombo – del 1942, la Papini-Nava del 1948, la variante Burini-Mozzanica alla “Pietro Fiocchi” del 1960, la Burini-Locatelli o “Direttissima” del 1963, la via “dei Soci” ad opera di A.Papini, P.Salvadori, C.Longhi, B.Milesi, S.Corti del 1975. Tutte vie sovente oltre il VI grado, ardite, tecniche e assai fornite di passaggi da cardiopalma. (Citiamo pure le altre vie della bastionata, che salgono sugli speroni a destra – osservando da valle – della “Fracia” propriamente detta: la via “delle Formiche” di A.Colombo-G.Valsecchi, la “G.Valsecchi” di M.Burini-M.Stucchi del 1960, la via “Iosca” di D.Berizzi-A.Rota del 1976, e la via del “Naso di Carenno” di D.Berizzi-A.Papini-P.Villa del 1975.)
La fama della Fracia, nel bene e nel male, ci ha però fatto sorgere l’idea di celebrare gli uomini che l’hanno affrontata non con le solite relazioni di salita delle sopra elencate vie, le quali peraltro sono in gran parte facilmente rintracciabili sul web o su alcune pubblicazioni CAI, ma attraverso le emozioni e le sensazioni di essi, idealmente percorrendo la parete con il cuore e l’animo, più che con mani e piedi, di quattro degli alpinisti che l’hanno vinta, ovviamente tutti soci del CAI di Calolziocorte: Mario Burini, Alessandro “Ninotta” Locatelli, Giuseppe Ravasio e Giuseppe Rocchi. Le parti in corsivo nel testo sono tratte dalle testimonianze dirette, orali o scritte, dei quattro nostri protagonisti.

Fracia2Non si può non cominciare da Mario Burini, Accademico CAAI, che la Fracia la conosce forse meglio di chiunque altro per averla salita e superata più di chiunque altro, tanto da essere denominato da qualcuno “Re dello Spedone” oppure “Fraciologo” (!). La sua “Direttissima” del 1963 è probabilmente la più bella via sulla parete, e Burini la inizia con diversi compagni e conclude in cordata con “Ninotta” Locatelli, Ragno di Lecco prematuramente scomparso nel 1972 per un male incurabile, che di essa lascia una bella relazione. Locatelli si fa convincere da Burini a fargli da secondo nonostante le cose poco rassicuranti che si raccontano sulla parete e su alcuni che l’avevano tentata: cita tal signor Carletto, vecchio alpinista, che gli racconta delle difficoltà, i bivacchi e i voli fatti dai vari Mauri, Rusconi, Corti, Papini, e altri. Ha pure sentito delle ritirate dalla parete di Burini e compagni nei primi tentativi di apertura della via, con acrobazie varie e assortite compiute pure sul “famoso cordino del Mario”, una corda di nylon intrecciata di 8 millimetri che aveva la proprietà di allungarsi come un elastico! – ricorda Locatelli con evidente sconcerto. Per non parlare del bivacco in parete di Burini sulla via “Ruchin” con tanto di fari puntati ad illuminare la zona, provocando le ire tremebonde dell’accademico calolziese che per tutta risposta intima a quelli di andarsene a casa, che egli voleva solo dormire!
La via “Ruchin”, appunto – la cui denominazione ufficiale è via “Pietro Fiocchi” ma che tutti conoscono e identificano col soprannome di Ercole Esposito, il celebre accademico calolziese (peraltro tra i soci fondatori della sezione CAI di Calolziocorte) che ne fu l’artefice, e il cui “record” di ripetizioni spetta proprio a Mario Burini: la affrontano nel 1991 Ravasio e Rocchi, con quest’ultimo a istigare l’impresa: già altre volte avevo pensato a quella via – ricorda Rocchi – ma leggendo le impressioni rilasciate dalle poche cordate che ne avevano effettuato le ripetizioni (6 in 50 anni) mi ero ormai convinto che non valeva la pena di rischiare la vita per tentare di salire quella via. Ma dentro di me ormai è scattato qualcosa che mi spinge a tentare, non mi resta che cercare qualcuno abbastanza folle da seguirmi in quest’impresa. “Bepi” Ravasio, appunto. Le impressioni che cita Rocchi suscitano ben poca tranquillità – ai due come, molto probabilmente, a Locatelli per la sua salita con Burini: via allucinante che conta pochissime ripetizioni di cui due con caduta, che confermano le estreme difficoltà, con molto artificiale su chiodi malsicuri e su roccia friabilissima. C’è da ritenere poi che tutti e quattro i nostri scalatori sappiano quanto successo nel 1951 a Bruno Papini durante il tentativo di prima ripetizione della via “Ruchin”: l’improvvisa fuoriuscita di un chiodo lo sorprende al termine del celebre traverso, e il risultato è un volo di venti metri nel vuoto, nove chiodi strappati, due incisivi superiori avulsi e uno strappo tremendo alla cassa toracica. Ora capirete senza più dubbi perché fior di scalatori se ne sono stati e continuano a stare ben distanti dalla Fracia e dalle sue rocce!
Così, mentre Ravasio passa una notte travagliata e insonne e ugualmente Rocchi non fa che rigirarsi nel letto cercando di cancellare le parole lette nelle relazioni, quasi trent’anni prima “Ninotta” attacca con Burini la sua via, per denotarne a sua volta subito la particolarità della roccia, stratificata ed estremamente friabile. Di contro ha quanto meno la sicurezza di salire con un compagno che la parete, nella sua prima parte, la conosce come le proprie tasche; sicurezza di cui Ravasio e Rocchi non possono godere, anzi: quando il secondo avvisa la moglie delle loro intenzioni, la donna monta su tutte le furie e sentenzia: “voi due siete matti da legare!” Ma ci pensa Ravasio a dare un po’ di “fiducia” al compagno: tutti gli incidenti capitati sulla parete si sono risolti con ferite più o meno gravi, ma non è mai morto nessuno!Bella consolazione! – gli ribatte Rocchi.

Burini e Locatelli intanto cominciano a salire: il secondo fa sicura al primo, e solo le schegge di roccia che cadono e il lento scorrere della corda mi segnalano la sua progressiva salita. In effetti sulla Fracia cadono ben più rocce che acqua, intesa come pioggia: lo ricorda Burini, che la parete è così strapiombante che durante uno dei primi tentativi di apertura della via scoppiò un temporale che durò un’ora e mezza, e non prendemmo nemmeno una goccia di pioggia!
Anche Rocchi è alle prese con la tremenda roccia della parete: sono in difficoltà – dice – la roccia è talmente friabile che non so più dove aggrapparmi, i vecchi chiodi sono inutilizzabili – d’altronde lo dice pure Burini, che di tutto il materiale che si può trovare in parete non c’è affatto da fidarsi: primo perché in molti casi è vecchio di cinquant’anni e più, e poi perché rappresenta più una speranza che una certezza di tenuta d’una eventuale caduta – e infatti, continua Rocchi, quei chiodi come mi attacco fuoriescono con estrema facilità. La situazione è drammatica, cerco di arrampicare in opposizione, impegnato allo spasimo, al limite della sopportazione. Anche Ravasio, il suo compagno, è nella stessa situazione: la paura di aver sbagliato mi tormenta, ritorno a fatica sui miei passi, sudando freddo per l’estrema tensione, e cerco di non guardare la strada per Erve che sta sotto. Tale visione spaventa pure “Ninotta”, nel 1963: sotto i nostri piedi si snoda il nastro asfaltato della strada che da Calolzio sale ad Erve, e la vista sprofonda nel nero baratro del “paradiso dei cani”. La tensione aumenta, il che fa tirare a Ravasio certe imprecazioni irripetibili: è assicurato ad un solo, misero nut, e ai dubbi di Rocchi egli risponde tra mille coloriti improperi che non sa più cosa fare, perciò bisogna per forza di cose fidarsi di quel nut. Ma il “volo”, in Fracia, è cosa pressoché certa, ed è Rocchi a comprovare suo malgrado tale certezza: il chiodo a cui è assicurato esce, cade per diversi metri, una delle due corde si trancia e nella caduta le ginocchia sbattono violentemente contro la roccia. Nel suo volo si arresta proprio in corrispondenza dell’uscita della variante alla via “Ruchin” aperta da Burini insieme con Dario Mozzanica (del CAI di Merate): nuovamente il caso fa idealmente incrociare le avventure arrampicatorie delle due cordate di cui stiamo narrando. Anche “Ninotta”, quasi trent’anni prima, è alle prese con un chiodo parecchio allarmante: ho le braccia morte – confessa – e prego il Signore che il chiodo tenga, lasciandomi andare su di esso. Ma fidarsi è bene, non fidarsi è meglio: egli risolve dubbi e timori con il secondo dei chiodi a pressione che utilizzerà sulla via, in disaccordo con Burini al quale tali sistemi non sono mai piaciuti e ritiene invece che si sarebbe potuti passare anche senza.
Ormai entrambe le cordate sono quasi in cima alla parete. Burini, da quel crapone che è, lascia salire da primo Locatelli anche sul tiro finale, per risparmiare tempo ed evitare di bivaccare. Tiro finale che invece, sulla “Ruchin”, Ravasio giudica un vero incubo. La roccia si sfalda, continuo a salire aggrappandomi a massi assai instabili e riesco ad evitare il volo per il rotto della cuffia. Ma ormai il bosco al termine della parete è raggiunto, finalmente. Ravasio si sente come un naufrago che tocca terra dopo una spaventosa tempesta, profondamente commosso, mentre per Rocchi lo stress cede il posto ad un’allegria incontenibile, stringendo la mano a Bepi e congratulandomi a lungo con lui perché nonostante le ammaccature (dato che pure Ravasio ha un polpaccio che brucia e una mano dolente) ha saputo reagire e condurre la salita fino al termine, in mezzo a mille difficoltà e su un terreno così infido.
Però i due non sono d’accordo sul giudizio circa l’impresa compiuta: per Ravasio è uno dei giorni più belli e gratificanti della sua vita, per Rocchi l’aggettivo “avvincente” affibbiato dal compagno alla salita io lo cambierei con “allucinante” – confessa, e aggiunge poi, una volta a riposo sul divano di casa, che pensando alla giornata intensa trascorsa in Fracia, mi chiedo se ne sia valsa la pena, ed anche se tutto si è risolto per il meglio o quasi, sinceramente non lo so. Tutto posso dire all’infuori di essermi divertito, anzi, l’arrampicata su quella roccia da brivido, in alcune circostanze, ha evocato in me sentimenti prossimi alla disperazione.
Nel 1963, invece, Mario Burini e “Ninotta” Locatelli escono dalla nuova via in condizioni migliori: li aspetta uno dei premi più “classici” per degli alpinisti di ritorno da una salita, a Rossino – il sobborgo calolziese ai piedi della Fracia – dove ci fermiamo a bere birra e gazzosa.

Fracia4Qui termina il nostro “racconto emozionale incrociato”, un omaggio ai nostri scalatori che la Fracia l’hanno vissuta così intensamente, al loro coraggio e all’intraprendenza, alla loro forza d’animo e di volontà – virtù proprie di tutti i più forti alpinisti – e parimenti un omaggio a questa parete calolziese così affascinante e al contempo così inquietante.
Ma la storia della Fracia, invece, non è certamente finita: c’è tutt’oggi qualcuno che vi si avventura, che si decide a vincere i propri timori e ad affrontare le sue friabili trappole rocciose. Anche a questi nuovi intraprendenti sfidanti è dedicato questo pezzo, nella certezza che pure loro, lassù, si troveranno a vivere emozioni e generarsi nell’animo sensazioni altrettanto forti e indimenticabili.

La nuova mappa della Val d’Erve, venerdì 17/07, Erve (Lecco). Quando il territorio è un libro di storia e di geografia, e i suoi sentieri il testo scritto…

Locandina-ERVE-17lugLo scorso autunno ho dedicato parecchia attenzione allo studio della vita e delle opere di uno dei più grandi geografi di sempre, Élisée Reclus – si veda qui uno dei libri letti, mentre qui trovate il podcast della puntata di Radio Thule che gli ho dedicato. Scienziato grandissimo e intellettuale rivoluzionario, tra i padri della geografia moderna e contemporanea, mi sono trovato ad apprezzare il suo pensiero soprattutto quand’egli sosteneva la correlazione fondamentale e irrinunciabile tra geografia e storia – per come l’una generi l’altra e viceversa – e ancor più nella sua convinzione (avanzatissima, a quei tempi) che la conoscenza della geografia ovvero del territorio in cui l’uomo vive fosse basilare per la generazione del senso civico diffuso, della consapevolezza sociale, della coscienza della propria presenza e azione nell’ambiente in senso ecologico e non solo nonché, ultimo ma non ultimo, della stessa identità personale. In parole povere: più si conosce il territorio in cui si vive (su piccola scala, ovvero i dintorni di casa, e su grande scala, cioè il mondo intero) e più si conosce sé stessi; inoltre, più lo si conosce e più lo si ha a cuore, si difende e si preserva, perché parte integrante della propria sfera vitale e della propria identità individuale, appunto. E credo sia inutile rimarcare quanto ciò è/sarebbe importante oggi forse più che in passato, visti i tempi di anomia e di globalizzazione culturale massificante nei quali viviamo – nonché di disinteresse istituzionale verso tali temi, come proprio la geografia quale osteggiata materia scolastica dimostra bene!

cop-mappa-erve1Per questo è stato per me un grande onore e un altrettanto piacere far parte del gruppo di lavoro che ha elaborato la nuova Carta dei sentieri di una delle montagne prealpine più famose in assoluto, il manzoniano Resegone, e in particolare del suo versante meridionale, quello occupato dal bacino idrografico del torrente Gallavesa e dunque conosciuto in modo omonimo o come Val d’Erve, dal nome del suo abitato principale. Valle bellissima e ricca di peculiarità particolari, che nonostante la sua limitata estensione offre al visitatore una gran varietà di ambienti: dalla parte alta prettamente alpestre, prospiciente le creste sommitali del Resegone – paradiso per arrampicatori ed escursionisti – a quella mediana, amena e rilassante, occupata dall’abitato di Erve diviso a metà dal torrente, allo spettacolare e rabbrividente orrido che appena dopo si apre tra altissime pareti rocciose. Tutt’intorno, boschi rigogliosi, pareti di arrampicata, vie ferrate, creste affilate o dorsali tranquille, mulattiere e monumenti medievali, sentieri e passeggiate per tutti i gusti e molto altro.
Della mappa ho curato tutta la parte testuale, divisa in schede dedicate alla geografia della zona, alla sentieristica, alle rilevanze storiche e culturali e ad alcuni consigli “turistici” per chi non la conoscesse e la volesse visitare, nonché in parte il corredo fotografico e il progetto grafico. Un lavoro breve ma alquanto approfondito e intenso per uno “strumento” di natura apparentemente solo utilitaristica, quale è una mappa dei sentieri, che invece diventa/può diventare un importante testo didattico e culturale sulla storia e la geografia di un territorio ovvero della gente che lo ha abitato in passato, caratterizzandone l’evoluzione, e che lo abita oggi, continuandone la storia e la trasformazione nel tempo. Proprio quanto già sosteneva Reclus, quasi 150 anni fa.
La nuova Carta dei sentieri Val d’Erve al 1:10.000 – ovviamente georeferenziata WGS84 – edita da Ingenia Cartoguide, sarà presentata al pubblico venerdì 17 luglio prossimo, alle ore 21.00, presso la Sala Consiliare del Municipio di Erve. Sarà poi in vendita in numerose edicole e librerie di Lombardia (e non solo) oltre che, naturalmente, negli esercizi pubblici di Erve e zone limitrofe.
Se siete in zona… (cliccate sulla locandina in testa al post per ingrandirla e scaricarla in formato stampabile.)

Franco Perlotto, “Indio”

cop_IndioFranco Perlotto è una sorta di monumento vivente dell’alpinismo (e non solo) italiano (e non solo!). Ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona, di chiacchierare amabilmente con un personaggio tanto modesto, quasi schivo, quanto immenso nell’animo, nello spirito e nella forza di volontà, e siccome avrei parecchie altre cose da dirgli, questa volta imposterò la mia “recensione” del suo romanzo Indio (Alpine Studio Editore, 2014, collana “Orizzonti”) in maniera un po’ diversa dal solito, confidando che mi perdonerete la sua insolita forma.

“Illustrissimo Franco, ho appena finito di leggere il tuo Indio, giusto ieri sera prima di coricarmi. Ti confesso che già da un po’ il volume stazionava sugli scaffali della mia biblioteca di casa, altre volte l’ho preso in mano per cominciare a leggerlo per poi optare per altri libri. Vuoi per riverenza estrema, vuoi perché per mille motivi dovevo leggere altro, e vuoi perché in questi casi si ha sempre il timore che un personaggio che si considera importante per certe cose, si riveli più trascurabile per altre, intaccando dunque ciò la suddetta considerazione. D’altro canto, ti avevo detto del dramma (beh, ironicamente dicendo) da me vissuto, ovvero di quella vecchia maglietta Think Pink a cui tenevo tanto e che non trovo più… Da ragazzino, all’età nella quale la usavo, bastava indossarla per sentirsi un po’ Franco Perlotto – anche se poi un secondo grado scarso su una paretina da ridere era sufficiente a mettermi in crisi! Insomma, un po’ per tutto questo ho caricato Indio (suo malgrado) di aspettative superiori all’ordinario, alle quali si è unito l’intrigante interesse verso la tua attività di cooperante internazionale, ovvero di conoscitore e frequentatore di popoli e culture di grandissimo fascino nonché lo spessore del tuo personaggio, di te stesso in quanto tale e anche al di là del tuo pur incredibile curriculum alpinistico, e di una vita dalla quale si potrebbero tranquillamente ricavare almeno una dozzina di film, metà dei quali pure di stampo hollywoodiano…

art_5453_1_Perlotto_1Leggete la recensione completa di Indio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

“Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore” a Milano, da martedì 21/04 alle 18.30 (e fino al 5 maggio)

Ruchin-MilanoCliccate sopra la locandina per saperne di più, oppure cliccate qui per scaricare la stessa locandina in formato A4.
Per saperne di più invece su Ercole Ruchin Esposito e sulla mostra a lui dedicata – che peraltro fino a questa sera è visitabile presso il Palamonti a Bergamo, cliccate qui, oppure qui per leggere l’articolo pubblicato nel numero di novembre 2014 di Montagne 360°, la rivista del Club Alpino Italiano.

La mostra “Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore” a Bergamo, dal 20/03 al 17/04

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Dopo la prima presentazione “ufficiale” dello scorso 11 Ottobre a Calolziocorte, la mostra fotografica “Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore” che ho curato in occasione del centenario della nascita del grande alpinista lombardo Ercole Esposito – detto Ruchin, appunto – comincia il suo piccolo ma significativo tour per la Lombardia!
Prima tappa: Bergamo, presso la sede CAI al Palamonti, che ospiterà la mostra da venerdì 20 marzo a venerdì 17 aprile, con conferenza di presentazione lo stesso venerdì 20/03 alle ore 21 – come da locandina qui sotto pubblicata.

Ruchin-Bergamo
Il nome di Ercole Esposito, detto “Ruchin”, non è certo tra i più noti nella storia dell’Alpinismo di meta ‘900. Eppure lo scalatore bergamasco – ma di scuola lecchese – nato cent’anni fa, il 30 Marzo 1914 a Calolziocorte, costruì un curriculum di prime ascensioni di raro valore, con salite ai limiti estremi delle possibilità del tempo, anche oltre il VI grado che in quegli anni rappresentava un limite apparentemente invalicabile. E il tutto con stile impeccabile, senza l’uso di mezzi artificiali e con un’etica alpinistica modernissima lungo una carriera fulminante tanto quanto breve, interrottasi tragicamente sulla Torre Salame del Sassolungo per colpa d’una corda spezzata.
Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore è la mostra realizzata in occasione del centenario della nascita di “Ruchin” Esposito (Calolziocorte, 30 Marzo 1914 – Sassolungo, 23 Settembre 1945) nonché per i 70 anni dalla scomparsa, e in concomitanza della celebrazione del 75° di fondazione della Sezione CAI di Calolziocorte, della quale Ruchin fu tra i fondatori e al quale è intitolata. Una mostra che ho avuto il grande onore di curare e per la quale ho redatto i testi, appunto, grazie alla preziosa collaborazione di Alberto Benini e Ruggero Meles – autori della biografia pubblicata nel 1995 – nonché con l’appoggio degli eredi del grande scalatore.
La mostra si sviluppa in 15 pannelli di grandi dimensioni, ciascuno dedicato a un aspetto della vita di Ruchin sia in senso alpinistico che nell’ambito quotidiano, con relative immagini fotografiche a corredo, oltre ad alcuni cimeli dell’epoca, tra i quali uno spezzone della corda utilizzata da Ruchin nel tentativo fatale alla Torre Salame del Sassolungo.
I pannelli formano un percorso espositivo non tanto legato ad una mera cronologia quanto alla costante complementarietà del Ruchin-rocciatore e alpinista con il Ruchin-uomo nella vita di tutti i giorni, ed entrambi con l’ambiente quotidiano e l’epoca vissuta, drammaticamente funestata dalla tragedia del Secondo Conflitto Mondiale, la cui durata – 1939/1945 – in pratica combacia con la parabola alpinistica di Esposito.
Scopo primario che ho cercato di conseguire con la mostra è dunque quello di mettere in luce l’assoluta particolarità dell’alpinismo praticato da Ruchin e il livello eccelso del curriculum di nuove salite e prime ripetizioni su buona parte delle Alpi Centrali e delle Dolomiti: vie quasi sempre al limite delle possibilità del tempo, tracciate lungo pareti sovente ritenute impossibili e salite senza mezzi artificiali con uno stile e un’etica a dir poco moderni. Al contempo ho voluto evidenziare come tale attività alpinistica sia rimasta sempre intrecciata con la sua vita quotidiana, contrassegnata dalla grande umanità, generosità e disponibilità verso tutti e segnata, seppur indirettamente, dalle difficoltà e dalle restrizioni causate dalla guerra. Difficoltà contro le quali tuttavia Ruchin rappresentava una sorta di “speranza” e di rivalsa oltre che un motivo di orgoglio e di prestigio per chiunque lo frequentasse, grazie a quel suo irrefrenabile ed appassionato dinamismo tanto in parete quanto tra la propria gente che lo portò, per l’attività in montagna, a diventare il primo alpinista bergamasco ad essere nominato membro del Club Alpino Accademico Italiano (una cosa, questa, a cui teneva parecchio) e che con la propria contagiosa intraprendenza sociale lo rese tra i principali promotori prima, e tra i fondatori poi, del sodalizio CAI di Calolziocorte, nato come sottosezione del CAI di Bergamo e divenuto sezione autonoma nel 1945, poche settimane prima della morte di Ruchin durante un tentativo alla Torre Salame del Sassolungo.
In conclusione: un personaggio, quello di Ercole “Ruchin” Esposito, poco noto nella storia dell’alpinismo di metà Novecento eppure assolutamente meritevole di maggiore conoscenza e considerazione, e non solo dal punto di vista alpinistico: ciò che mi auguro di poter ottenere con questa mostra.

Per saperne ancora di più su Ercole Ruchin Esposito, cliccate QUI.
Vi aspetto venerdì 20/03 al Palamonti, a Bergamo, ma da subito segnatevi la prossima tappa della mostra: 21 Aprile, Milano!