Torino-Riyad: andata e ritorno, o nemmeno andata? Il Salone del Libro, l’Arabia Saudita e il necessario ruolo politico della cultura

80c0842a4a9955ef963f2ca3d3d43b40-kcZE-U10601458572829ooE-700x394@LaStampa.itDisserto ancora sull’evento torinese, questa volta per tutt’altra questione rispetto al mio precedente articolo. Forse avrete letto sui giornali delle forti perplessità sulla presenza in qualità di paese ospite al prossimo Salone del Libro di Torino (sempre che si faccia!) – (no, beh, tranquilli, si farà, si farà…) – dell’Arabia Saudita, soprattutto dopo lo sconcertante caso di Ali Mohammed al-Nimr, il giovane attivista condannato a decapitazione e crocifissione pubblica per aver manifestato in vario modo contro il regime – accuse peraltro ben poco dotate di effettivo fondamento, a quanto sembra. Inutile dire che quello di al-Nimr non è che l’ultimo di un lunghissimo elenco di casi non solo di violazione dei diritti umani ma pure di negazione delle più elementari libertà fondamentali (“Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba” predica un diffuso ed emblematico proverbio locale!) senza contare poi l’appoggio ben più che presunto alle più feroci organizzazioni terroristiche fondamentaliste, il tutto senza alcun moto di revisione di tale atteggiamento socio-politico da parte del potere saudita, anzi, con la reiterata sostanziale difesa di questo inquietante status.
Al momento in cui sto scrivendo queste righe, i vertici politici regionali e comunali sembrano concordare sul diniego alla presenza del paese arabo al prossimo Salone, mentre da quest’ultimo non è ancora arrivata una comunicazione definitiva ufficiale (arrivata poi il 6 ottobre, dopo che questo articolo era stato scritto e pubblicato altrove – n.d.s.) se non, già a maggio di quest’anno, la presa di posizione della presidente Giovanna Milella che, poco dopo essere stata eletta a capo dell’organizzazione dell’evento, criticò la scelta: “Dobbiamo ripensarci su” – peccato che nel frattempo non sia ancora chiaro chi dirigerà il prossimo Salone, con la posizione della stessa presidente Milella messa in discussione da più parti.
Inutile rimarcare che la reazione saudita non s’è fatta attendere, con l’ambasciatore a Roma Rayed Khalid A. Krimly a dichiarare che “Desta stupore constatare che quanti si ergono a promotori del liberalismo e del pluralismo stiano manifestando ostilità alla partecipazione di rappresentanti di altre culture in un evento di cultura internazionale».
Comunque, al di là di ciò, la vicenda mi porta a formulare la seguente dubbiosa osservazione: un evento culturale di portata notevole (a prescindere dalle sue difficoltà concrete) come il Salone del Libro di Torino, il quale appunto col suo manifestarsi rappresenti in qualche modo la cultura e il senso generale di essa, a fronte di una questione come quella rappresentata dalla presenza dell’Arabia Saudita ovvero di un paese in diversi modi del tutto antitetico a qualsiasi buon concetto di “cultura”, deve negare la suddetta presenza oppure deve accordarla?
In soldoni: come manifestazione culturale – di nome e di fatto – e dunque espressione di cultura nel senso più ampio del termine, è giusto che il Salone rifiuti la presenza dell’Arabia Saudita, usando in qualche modo (improprio?) la cultura stessa come uno scudo bellico contro chi quella cultura rifiuta, oppure proprio per lo stesso motivo dovrebbe comunque accogliere i sauditi per far loro capire, in un contesto di raffronto esplicito e ineludibile, che quella da essi definita “cultura” (“altra” ovvero diversa, se vogliamo stare alle parole dell’ambasciatore sopra citate) non è affatto tale ma solo un bieco muro dietro il quale nascondere le più barbare atrocità?
Per riassumere ancora di più: il diniego definitivo rappresenterebbe un vero e proprio scontro culturale (con tutte le relative considerazioni del caso)? L’accoglienza, invece, sarebbe un segno di dialogo e un tentativo di far cambiar rotta al regime saudita, oppure raffigurerebbe una resa al suo efferato arbitrio sociopolitico?
Mi pare che la questione, sotto questo punto di vista, sia ben più importante e delicata del mero (e pur significativo) “sì/no” su cui pare concentrarsi la stampa, dacché genera inevitabilmente una riflessione sul ruolo politico della cultura – ruolo inteso come attivo, d’azione, non solo teorico e dunque passivo. Per quanto mi riguarda, di primo acchito trovo difficile non esprimere il più fermo diniego verso la significativa presenza di un regime così efferato, follemente anacronistico e lontano da qualsiasi dimensione di umanità sociale – nonché di cultura, ribadisco. Però mi chiedo anche se il diniego tout court non possa finire con l’estremizzare ancora di più la posizione e l’azione interna del regime saudita, visto che, da bravi produttori di quel maledetto liquido nero che al mondo intero serve per muovere ogni mezzo semovente, avrebbero comunque alleati a gogò pronti a chiudere entrambi gli occhi sulla situazione dei diritti umani pur di ossequiare i principi di Riyad.
Insomma, il “no” è del tutto sostenibile e auspicabile ma solo se seguito da una qualche azione diplomatica e politica di carattere culturale, non solo del Salone che certamente da solo può far ben poco ma a livello ben più ampio e possibilmente alto, volta a fare pressione sui dittatori sauditi al fine di far cambiar loro un po’ di quelle idee malsane sulle quali basano il proprio potere. Ritrovando dunque un ruolo politico attivo e d’azione della cultura e dei suoi elementi rappresentativi in senso diretto (verso i sauditi) e indiretto (verso le istituzioni nazionali e internazionali) fondamentale non solo in tale circostanza. Lo stesso discorso varrebbe per il “sì” alla presenza arabo saudita al Salone, ma in tal caso credo che sarebbero i sauditi stessi a rifiutare la presenza in un evento che li accolga anche per far loro un adeguato cazziatone. Quanto meno, tuttavia, in questo caso sarebbero soprattutto loro a perdere una buona occasione culturale.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

P.S.2: cliccando sull’immagine in testa al post, potrete visitare la pagina di change.org dedicata alla petizione da firmare per chiedere al governo saudita l’annullamento della condanna inflitta ad al-Nimr.

A.A.A. – Cedesi Salone del Libro, zona Torino, usato ma (fuori) in buono stato, causa (possibile) fallimento

7040Lasciano parecchio sgomenti le notizie (leggete questo articolo, ad esempio) che giungono in merito al futuro del Salone del Libro di Torino, principale evento dedicato alla letteratura e all’editoria in Italia, che appare quanto mai incerto per motivi diversi ma, soprattutto, per un buco nei bilanci da quasi due milioni di euro (dei quali 489.000 euro di “rosso” relativi alla sola ultima edizione), che al momento non è ripianato da nessuno degli enti coinvolti nella gestione della manifestazione.
Lasciano sgomenti, già, e non solo perché sorge spontanea la domanda su come sia possibile che un evento che anno dopo anno dichiara di superare i propri precedenti record di affluenza di pubblico, parallelamente e proporzionalmente aumenti il disavanzo di spesa fino alla insostenibilità finanziaria – ma ammettiamo che possa pure andare così, che l’investimento per la buona riuscita del Salone debba necessariamente considerare la possibilità che le uscite superino le entrate…
D’altro canto quelle notizie lasciano sgomenti anche perché negli ultimi anni è stato messo in atto, almeno nelle intenzioni (e parecchio strombazzato, bisogna notarlo), un notevole rilancio del Salone, grazie a un progetto con rimarcabili pregi e inevitabili difetti (senza che ora si valuti se gli uni fossero più degli altri o viceversa, non è questa la sede adatta) portato avanti in modo piuttosto inflessibile dal team guidato da Ernesto Ferrero, mente dell’evento torinese per lungo tempo. Possibile che non si sia parimenti panificata la sostenibilità finanziaria di esso?
Lascia sgomenti pure sapere che, almeno per quanto circola sui media al proposito, ufficialmente non c’è ancora un nuovo direttore, dal momento che Ferrero ha concluso il suo mandato e quello designato per la successione, Giulia Cogoli, ex numero uno del Festival della Mente di Sarzana, non ha ancora confermato il suo incarico, anche per ragioni economiche (si veda questo articolo per rendersi conto della confusione in essere al proposito), oltre che non ci sia c’è nemmeno un progetto editoriale per l’edizione 2016. Alla quale mancano pochi mesi, ça va sans dire, e sempre che non si voglia continuare sulla falsariga progettuale tracciata da Ferrero & C. nonostante il dissesto finanziario creatosi: cosa che credo pochi manager e/o imprenditori pur spericolati avrebbero il coraggio di fare.
Per tutto ciò, non può ovviamente valere (anzi, è ulteriore motivo di sgomento) la scusa che il Salone del Libro sia un evento no profit: voglio dire, buona cosa che una manifestazione dagli intenti culturali (o presunti tali) lavoro solo e soprattutto ad interesse di quelli e non di chi su di essi ci possa guadagnare, magari pure troppo (per via d’un pericolo di devianza meramente commerciale della gestione, ovvero organizzando un evento che in primis faccia guadagnare chi lo organizza, con tutto il resto da ritenersi secondario), d’altro canto al giorno d’oggi è fuor di logica immaginare l’esistenza di un evento che per manifestarsi perda un sacco di soldi, visti anche i tempi magri che stiamo passando.
Ma permettetemi di segnalare ciò che, più di quanto sopra e di ogni altra cosa, mi sgomenta: il fatto che il Salone del Libro, per il settore l’evento principale in Italia, come già detto, ovvero quell’evento che dovrebbe fare da motore per far girare al meglio l’intero comparto editoriale (e dunque anche letterario) nazionale, alla fine si è ammalato della stessa malattia – o crisi, profonda per giunta – di cui soffre l’editoria italiana, che dai grandi editori fino ai piccoli e indipendenti presenta bilanci e contesti finanziari drammatici, faticando sempre più a stare in piedi quando non presentando chiusure e fallimenti a frotte – includendo in ciò l’intera filiera di settore, dunque pure distributori e librai. Segno inequivocabile, insomma, di una situazione drammatica e di natura ormai pandemica, che coinvolge persino quegli elementi che fino ad oggi si pensavano ancora sani, al punto da affidar loro l’immagine migliore del comparto.
Ora, al di là che i debiti vengano ripianati o meno – e chiunque sia che lo potrà fare – viene inevitabilmente da meditare su un evento il cui futuro, almeno a breve, pare già drammaticamente cupo. Lavorare in perdita, ribadisco, è cosa contraria a ogni logica, non solo commerciale: e se vogliamo essere cinici fino in fondo, potremmo persino denotare come nonostante i celebrati successi di pubblico del Salone, pare che nessun effetto benefico sulle statistiche di lettura in Italia si sia concretamente avuto. D’altro canto, è difficile pure confutare l’idea che almeno un evento di portata internazionale relativo a libri, lettura ed editoria ci debba essere, in Italia: ripensato, riprogettato, modificato ovvero stravolto come e quanto si vuole (anche in considerazione delle frequenti critiche che ad esso sono state mosse dagli stessi attori del panorama editoriale e letterario) e naturalmente sostenibile in termini economici, ma ci vuole. Nella situazione precaria in cui si trova lo stato della lettura in Italia, temo d’altronde che la venuta meno del Salone finirebbe per peggiorare le cose anche più della sua permanenza in vita. Ciò pure a dispetto del sentore da alcuni generato su che dietro tutto quanto vi sia il progetto dei principali potentati editoriali nazionali di “scippare” il Salone a Torino per portarlo a Milano – sede dei potentati suddetti: potrebbe pure essere, ma al momento poco o nulla cambierebbe nella sostanza della questione.
Infine, e per considerare ogni opzione, potrebbero pure avere ragione quelli che ritengono il Salone del Libro l’ennesimo carrozzone mangiasoldi all’italiana, ancor più se foraggiato in maniera maggiore di prima per ripianare i debiti accumulati, ergo da eliminare tout court per pensare a qualcosa d’altro. Sempre che non si elimini da solo, ovvio.
Ribadisco: la situazione, che per i non addetti ai lavori s’è rivelata un po’ come il classico fulmine a ciel sereno, lascia mooooolto sgomenti. In un modo o nell’altro va sistemata, perché la lettura in Italia, e tutto quanto gira intorno, non può certamente sopportare altri “terremoti”, anche solo in termini d’immagine e di considerazione pubblica. Già dobbiamo combattere quotidianamente con l’affollato partito di quelli che “con la cultura non si mangia”; ci manca solo che “con la cultura si fanno debiti” e veramente la china da risalire, più che erta, diverrebbe verticale peggio di quella d’una parete patagonica!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Torino: Salone del Libro, o Solone? Alla ricerca del senso odierno della kermesse torinese – sempre che vi sia…

d5feac9f0dc3656e28f2ef965ab044afPreciso da subito: a differenza di molti altri, non sono mai stato un denigratore del da poco concluso Salone del Libro di Torino, nonostante abbia sempre considerato le motivazioni dei contrari sovente comprensibili e sostenibili. Tuttavia, voglio dire, un evento come quello torinese ho sempre pensato (e lo penso tuttora, pur con i distinguo che puntualizzerò di seguito) che tutto sommato ci stesse, una volta l’anno, in un panorama editoriale comunque importante come quello italiano, anche se di esso inglobava – e ingloba – i suoi elementi più popolani e provinciali, per così dire, dando la costante impressione di una gigantesca sagra paesana nella quale ti aspettavi di veder spuntare oltre uno dei suoi angoli il banco di vendita delle salamelle – che poi è a suo modo effettivamente spuntato, da un paio d’anni a questa parte, con l’ingresso delle zone dedicate alla moda della cucina.
Posto ciò, e accettando tale sua natura da ipertrofico mercato rionale, appunto, non si può non tornare a considerare la realtà alla quale il Salone fa riferimento coi suoi dati concreti i quali – lo sapete bene – fotografano ormai da tempo una situazione della lettura in Italia sempre più asfittica e depressa. Dunque, ugualmente non si può tornare a non porsi un dubbio già altrove sollevato in passato senza che mai qualcuno abbia saputo diradarlo in modo efficace – cosa peraltro assai ostica, visti i suddetti dati: ma il Salone del Libro di Torino, oggi, ce l’ha ancora un senso? Serve ancora a qualcosa? O è ormai una sorta di circo Barnum del libro, che una volta smontato l’annuale tendone lascia solo un prato calpestato e disseccato? Un evento così grande, e grandemente promozionato, sostenuto, glorificato da più parti, come si può relazionare con la costante caduta verso l’abisso del numero di libri venduti, dei lettori e della generale (nonché al momento apparentemente inarrestabile) crisi del settore editoriale nazionale?
Tali domande quest’anno risultano ancora più consone, stando alle voci sulla fine della gestione organizzativa del Salone da parte del duo Rolando Picchioni-Ernesto Ferrero e sull’eventuale loro successione. Un duo che ha consolidato negli anni una sorta di format espositivo sostanzialmente immutato/immutabile: Torino da tempo è quello che si può constatare ogni volta che si entra nei padiglioni del Lingotto, sempre lo stesso, con varianti minime e comunque prettamente di forma, non di sostanza. Ed è un format senza dubbio profondamente nazional-popolare (volevo scrivere populista ma sono rinsavito all’ultimo), che puntualmente misura il proprio successo sul numero di visitatori conseguito – sempre in prodigioso aumento, anche quest’anno e chissà per qual strabiliante miracolo, mah… – o su altri dati simili, molto di facciata, da titolone mediatico, anziché basarsi su risultati meno appariscenti ma probabilmente più utili alla buona salute del comparto editoriale. Ma, forse, il salone degli ultimi anni – se non da sempre – nemmeno punta ad ottenere frutti strategici di tale natura, e in ogni caso, torno al nocciolo della questione, il dato sulle affluenze record al massimo evento editoriale nazionale contrapposto a quello sul sempre minor numero di lettori, cioè di quelli che gli editori li tengono in piedi, è questione da storcimenti di naso parecchio intensi e dolorosi.
Certo, qualcuno potrebbe di contro obiettare che, senza il Salone di Torino, la situazione potrebbe pure essere peggiore. Senza dubbio, non si può controbattere efficacemente a un’obiezione del genere, semmai si potrebbe rilanciare: e se la formula del Salone alla fine dei conti risulta controproducente, per la vendita di libri e la diffusione della lettura? Sì, proprio così: non più un Salone ma un Solone dei libri, un evento saccente, troppo retorico, troppo ridondante, senza un’effettiva strategia culturale alla base ma con mere, semplicistiche visioni commerciali, una sorta di ipermercato del libro che non faccia nulla per abituare i propri clienti alla qualità dei propri prodotti ma punti tutto sulla quantità. Un evento, insomma, che si proclama paladino dei libri ma che alla fine ne diventa un (pur involontario) persecutore.
Una buona risposta a tutto ciò – batto di nuovo lo stesso chiodo, e continuerò a farlo anche in futuro – può venire dall’editoria indipendente. L’ultima ricerca Nielsen sul mercato editoriale italiano, presentata proprio a Torino durante il Salone, rivela che, a fronte di un’ennesima, drammatica perdita del 4% nel volume di vendita di libri nel primo quadrimestre 2015, la grande distribuzione organizzata ha perso nel il 14,8% di copie vendute, mentre le librerie indipendenti segnano un +2,4%, dato positivo che da anni non si riscontrava. C’è da riflettere su cosa possa significare tutto ciò per un Salone che immancabilmente e palesemente ogni anno offre la massima considerazione ai grandi editori – ovvero ai padroni della distribuzione organizzata e ai diffusori dei tipici libri di essa, che con la letteratura autentica hanno sempre meno di che spartire, anche questo lo sapete bene – relegando nella “periferia” dei suoi padiglioni gli editori indipendenti, nonostante basti una rapida occhiata alle loro proposte per capire quanta ottima qualità vi sia tra di esse ovvero, appunto, quanta buona letteratura, se confrontata ai libroidi messi in bella evidenza dai grandi editori come fossero cellulari alla moda. Una buona cosa che il Salone del futuro dovrebbe cercare di conseguire, insomma, potrebbe proprio essere il riequilibrio tra la componente editoriale industriale e quella indipendente, ponendosi come ponte, come elemento di contatto e di “traduzione” delle rispettive esigenze commerciali e culturali al fine di trovare accordi virtuosi per entrambi. Dovrebbe tornare ad essere un’occasione strategica per tutto il settore editoriale, di analisi e di proposizione, di progettualità e di visioni future – ciò che, nel loro piccolo già dimostrano di fare i piccoli editori anche nell’ambito del Salone stesso.
Ora come ora, risulta evidente che un evento pur in grande stile come quello torinese non stia apportando significativi vantaggi al mondo di cui è rappresentanza. Personalmente credo che non ci sia molto da rallegrarsi nel sapere che anche quest’anno il Salone ha battuto il record di affluenza precedente registrando uno 0,7% in più di visitatori, se poi leggo che si è perso un ulteriore 4% di vendite librarie; preferirei senza alcun dubbio leggere dati opposti. Il circo nazionale del libro può certamente divertire e intrigare per quella singola giornata di visita nei suoi tendoni, ma se poi non lascia dietro di sé nulla di buono rischia realmente di trasformarsi da dilettevole spettacolo circense a futile teatrino di burattini – burattini capaci solo di vantarsi di quanti libri si è venduto senza curarsi di quali libri siano, di quanta cultura della lettura sappiano essi portare con sé e diffondere, e incapaci di capire se anche domani, e non solo oggi, vi saranno ancora motivi validi per quei loro vanti.
Dunque, per concludere: ma sì, ben venga il Salone, anno dopo anno, con tutto il suo carrozzone luccicante e un po’ kitsch; ma poi il libro e i lettori esistono anche nei restanti 360 giorni dell’anno. Non lo si dimentichi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

70% di lettori, 2500 librerie indipendenti, 14 miliardi di investimenti in cultura. Siamo sull’isola di Utopia? No, siamo appena dopo Ventimiglia.

Lo rimarco per l’ennesima volta, seppur ormai sia mero esercizio inutile: in Italia lo stato della lettura è sempre più drammatico, lo rileva in maniera lampante l’ultima indagine ISTAT sulla questione, e i timidi raggi irradiati dalla stella Torino – inteso come Salone del Libro, che ha celebrato qualche settimana fa i propri record di vendite e affluenza, e come evento pubblico-mediatico attorno a cui ruota, in tal senso, tutto il comparto editoriale italiano, o almeno quello dei grandi numeri – non scaldano più di tanto un panorama che pare invece raffreddarsi sempre di più.
Eppure, basta andare appena oltre la bella cittadina ligure citata nel titolo di questo articolo – oppure superare il colle del Monginevro o il tunnel del Monte Bianco… beh, ci siamo capiti – per ritrovarci in una situazione radicalmente diversa e persino imbarazzante, per noi, nella sua positività. Ebbene sì: oggi la Francia, per i libri, rappresenta veramente un’isola felice – quasi come quella narrata da Tommaso Moro nella sua celebre opera – che può vantare ben il 70% di popolazione che legge almeno un libro all’anno (contro il nostrano 43%, in calo costante da tempo), e addirittura un 45% che legge tutti i giorni! Sono dati rilevati dall’indagine I Francesi e la lettura condotta da Livres Hebdo e Ipsos (corrispondente transalpina di quella condotta qui da ISTAT) che ha fotografato uno stato della lettura certamente florido, se si considera pure la presenza di librerie sul territorio, 2500 delle quali indipendenti, che non solo non cala, ma in certe zone aumenta pure – lo rilevò pure il New York Times qualche tempo fa.
Ma c’è di più, molto di più (ahinoi). Altra cosa ormai superflua da notare, è che da noi le pratiche di sostegno e di incentivazione delle istituzioni a favore della cultura in generale sono sostanzialmente assenti: non si fa che tagliare, e da anni, bilanci, aiuti economici e fiscali, agevolazioni, in base a criteri politici che considerano i soldi spesi per la cultura una spesa, non un investimento. Viene facile ricordare quella dichiarazione di un noto ex ministro, “con la cultura non si mangia”, che la disse (e la dice) lunga sul pensiero dominante delle classi dirigenti italiche al proposito.
Ebbene, al di là di Ventimiglia, appunto, tutto cambia, anche in tal caso, e per il semplice motivo poco prima citato: in Francia hanno capito che i soldi spesi nella cultura possono rendere, e pure tanto, rappresentando un investimento inopinatamente florido. Nel 2012 (ultimo dato disponibile) lo Stato francese ha investito ben 13,9 miliardi di euro (11,6 miliardi di bilancio (!), 1,4 miliardi di spese fiscali e 0,9 miliardi assegnati a diversi organismi sotto forma di tasse redistributive), ai quali vanno aggiunti altri 7,6 miliardi provenienti dagli enti locali, molti dei quali assegnati proprio al settore editoriale (in senso di produzione e vendita, ovvero editori e librai) da sempre molto sostenuto in Francia. E quanto hanno reso, questi investimenti? Beh, più di 4 (quattro!) volte tanto: 57,8 miliardi di euro di valore aggiunto, secondo i dati ufficiali emersi dallo studio congiunto promosso dai ministeri della cultura e dell’economia. Cinquantasette-virgola-otto-miliardi (no, dico, voglio che sia chiaro, il concetto!), il che significa che gli investimenti nel comparto culturale hanno reso il doppio di quelli per le telecomunicazioni (25,5 miliardi), sette volte quelli per l’industria automobilistica (8,6 miliardi). Oltre. Ovviamente, al ritorno socio-culturale, appunto, con una quantità di lettori, di vendite di libri, di buona salute dell’intero comparto e, ça va sans dire, dicultura diffusa, il che è insostituibile fonte di buona civiltà.
Ecco, c’è poco altro da aggiungere, alla faccia nostra che ci ritroviamo quelle (non)politiche culturali, e coloro che le hanno elaborate e ce le impongono. A noi, che “con la cultura non mangiamo” e che, in tal modo, ci ritroviamo sempre più non solo affamati ma pure ignoranti. Vive la France!

Salone del Libro di Torino 2014: i record delle colombe bianche in volo sul deserto

Oggi (martedì 13 maggio) i media strombazzano (giustamente, sia chiaro) i risultati, anzi, i record conseguiti dall’edizione 2014 del Salone del Libro di Torino, conclusasi giusto ieri (ovvero lunedì 12): QUI un esempio. Più o meno la stessa cosa avveniva lo scorso anno, quando ugualmente i media avevano parlato di nuovi record, rispetto all’edizione precedente (leggete QUI, ad esempio).
Benissimo, sono veramente contento di ciò. Come scrivevo venerdì, a differenza di molti altri “colleghi” non sono mai stato prevenuto nei confronti del salone torinese e del suo carrozzone nazional-popolar-editoriale scintillante e rumoroso; per di più, a fronte dei risultati conseguiti e riferiti dalla stampa, viene spontaneo pensare che dai, forse forse non bisogna essere così pessimisti sul futuro nostrano dell’editoria e della lettura dei libri…
Epperò poi vado a leggere l’indagine ISTAT sullo stato della lettura in Italia relativa al 2013 – ovvero al periodo posto nel mezzo di due edizioni “da record” del Salone, appunto – e constato che no, tutt’altro: il numero di lettori in Italia è calato ancora, passando in un anno dal 46% al 43%.
Dunque? Che sta succedendo? Il Salone, principale kermesse nazionale dedicata al libro, aumenta i visitatori, ma i lettori in Italia calano e parecchio. Negli stand si sono venduti più libri, ma i librai italiani continuano a chiudere. Qualcosa non quadra, con tutta evidenza.
Pare di assistere ad un fenomeno di – passatemi il termine – autoghettizzazione del panorama editoriale e letterario nazionale, sempre più florido e brillante negli ambiti ristretti ad esso dedicati e sempre più moribondo altrove, con gli eventi pubblici (grandi e importanti come Torino o meno, come le fiere dedicate alla piccola e media editoria ovvero le altre manifestazioni del genere) sempre più simili a floride oasi sparse e isolate in un vasto deserto, peraltro ogni giorno più avanzante. Il patron del Salone, Ernesto Ferrero, si dimostra (almeno davanti ai microfoni, come quasi sempre accade; poi, quando quelli si spengono e si chiude la porta del proprio ufficio…) ottimista: “I lettori hanno ripreso fiducia e gli editori lasciano Torino rinfrancati. Non so se questa sia la colomba bianca che segna la fine del diluvio, ma probabilmente questa volta ci siamo proprio vicini.” Un ottimismo, appunto, che personalmente non posso non appoggiare ma che stride parecchio, ahinoi, con la tendenza pluriannuale della lettura in Italia fotografata dall’Istat.
E quindi? Come fare affinché quella colomba bianca non venga impallinata appena esce dall’oasi sopra la quale ha spiccato il volo? Beh, personalmente credo che la questione sia sempre quella: ricadute potenzialmente positive che si generano dal successo di eventi come il Salone del Libro di Torino verranno inesorabilmente annullate se, al di fuori di esse e spentisi i riflettori mediatici che le hanno illuminate, tornerà a regnare su ogni cosa la non-cultura imperante dalle nostre parti che fa del libro e della lettura un qualcosa di superfluo – non-cultura, inutile dirlo, efficacemente diffusa proprio dai mass-media – e che viene ben supportata dalla pressoché totale assenza di azione delle istituzioni, pronte solo a tagliare i fondi per la cultura e giammai a comprendere che quelle non sono spese ma investimenti, e per giunta i più preziosi, visto che agiscono sulla società e sul benessere di chi ne fa parte. Se le suddette oasi al momento ancora floride resteranno tali, in balia della desertificazione culturale sempre più avanzante, se non si creeranno delle vie di comunicazione tra di esse in modo da creare una efficace rete di supporto alla lettura così che quanto di florido e vitale in esse si genera possa cominciare a diffondersi anche al di fuori delle stesse e nell’ogni dove, temo che eventi come Torino e come ogni altro simile diverranno veramente dei ghetti temporanei nei quali il libro e la lettura apparentemente sopravviveranno ma in realtà verranno sempre più limitati e soffocati. Mi viene in mente l’esperienza di Liberos, in Sardegna (ne ho già parlato QUI): ecco, questo è a mio parere un buon esempio di “rete” che si può tentare di ampliare su scala nazionale per vedere che succede. Ma in effetti di cose buone se ne possono fare parecchie: si tratta solo di metterle in atto, senza perdersi in continui sbattimenti politico-finanziari che, spesso, paiono veramente creati apposta per uccidere nella culla qualsiasi idea potenzialmente buona, e ponendo come punto fisso di partenza quanto ho scritto poco sopra; il supporto economico per la cultura non è e non sarà mai una spesa ma sempre, e ripeto sempre, un investimento (come hanno capito bene in Francia, giusto per citare un altro esempio virtuoso del quale vi riferirò a breve.)
Il successo del Salone di Torino e i suoi record sono una gran bella cosa, e non c’è che augurarsi che ogni anno si possa festeggiarne di nuovi, ma se tali e solo tali resteranno – qualcosa di eccezionale, di fuori norma, qualcosa di cui vantarsi come ci si può vantare di girare con una scintillante Ferrari, auto meravigliosa e ammirata da tutti ma che poi mai verrà usata nella vita e nel traffico di tutti i giorni, tenendola invece chiusa e al sicuro in garage – allora la colomba bianca citata da Ferrero sul serio è già bell’e impallinata.