Una notizia piuttosto triste (e significativa) dalla Val Poschiavo

[Veduta panoramica della Val Poschiavo verso il confine italiano. Foto di Franciop, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Leggo su alcuni media svizzeri (qui e qui ad esempio) una notizia piuttosto triste tanto quanto significativa, al netto di qualsivoglia considerazione “morale” che vi si potrebbe ricavare. La Tessitura Valposchiavo, l’ultima di carattere artigianale ancora attiva in Svizzera insieme a quella della Val Monastero e realtà profondamente alpina, anche (forse soprattutto) in senso culturale, si appresta a chiudere i battenti. Dopo svariati tentativi di salvataggio, la cooperativa grigionese che la conduce si appresta a una cessazione “ordinata delle attività” – che è una definizione burocraticamente gentile per indicare un “fallimento dolce”, per così dire – constatando di non essere più in grado di competere con le logiche imprenditoriali del giorno d’oggi.

La Società Tessitura Valposchiavo fu fondata nel 1955 dalla Pro Grigioni Italiano. Lo scopo era quello di frenare l’emigrazione dalla valle e di mantenere la tessitura artigianale in quanto parte della tradizione locale. Da allora la Tessitura ha promosso un prezioso lavoro artigianale in equilibrio tra storia e innovazione, una delle ultime tessiture professionali dell’intera Svizzera in grado di produrre stoffe di alta qualità nonché di svolgere la formazione di creatore/creatrice di tessuti. Al giorno d’oggi i tessuti vengono prodotti quasi esclusivamente in modo industriale e la tessitura artigianale è praticamente andata persa: invece alla Tessitura Valposchiavo lavorano tre tessitrici e una sarta che, con passione e pazienza, realizzano tessuti unici nel loro genere, prodotti esclusivamente a mano impiegando materie prime naturali come lana, lino, cotone e seta, proponendo sia motivi tradizionali che si rifanno all’ artigianato tipico e popolare, che design moderni e all’avanguardia.

Il 12 gennaio prossimo si terrà un incontro con la popolazione della valle e il 13 l’assemblea dei soci, due appuntamenti che definiranno le sorti della Tessitura. Inutile è rimarcare l’augurio che si possa trovare una soluzione che consenta di continuare l’attività e dunque di salvaguardare il suo prezioso valore culturale che va ben oltre i confini della Valposchiavo. È vero, i tempi cambiano al ritmo dell’economia più che di ogni altra cosa, quello stesso ritmo che ci concede benessere e prosperità ma il cui moto frenetico non di rado fa scivolare ai suoi margini, quando non cancella, realtà importanti e preziose anche se apparentemente superate. Il punto della questione non è tanto che la loro effettiva o presunta obsolescenza ne possa decretare la fine, ma che il vuoto eventualmente lasciato possa essere colmato da qualcosa che sarà certamente più nuovo e al contempo dovrà essere capace di generare, elaborare e offrire un pari valore il quale, come il precedente, apporti vantaggi diffusi al proprio territorio e alle genti che lo abitano. In tal caso sì, nascono nuove tradizioni che rappresentano innovazioni ben riuscite, come recita il noto adagio wildeano, altrimenti si corre il rischio che quel vuoto si espanda sempre di più e alla fine vi ci cada dentro anche molto di ciò che vi è intorno.

Per il resto, come ribadisco, moraleggiare non serve a granché. È una questione culturale e di scelte, di identificazione condivisa di valori, di priorità funzionali, di vantaggi e di svantaggi. E di responsabilità, collettiva in quanto somma di tutte quelle individuali e necessariamente consapevole, nel bene e nel male. Forse, qui, mi viene da temere che di vuoti ne manifestiamo già numerosi e frequenti ma, appunto, lascio a voi qualsiasi altra considerazione al riguardo.

N.B.: tutte le immagini che vedete nell’articolo, ove non diversamente indicato, sono tratte dal sito web della Tessitura Valposchiavo.

Una cartolina dal Passo del Bernina (quello vero)

Da grande appassionato di geografia sotto ogni punto di vista – disciplina fondamentale da conoscere e da apprezzare per il mio lavoro di studio sul paesaggio, inutile rimarcarlo – sono particolarmente affascinato da quei luoghi “minimi” che, nell’esiguo spazio che li caratterizza, rappresentano un cambio “massimo” di dimensione geografica, il punto di contatto tra due “versanti” non solo di un monte ma di un continente intero, ma per tali peculiarità restando pressoché ignoti ai più.

Uno di questi luoghi è il Passo del Bernina, in Svizzera, non lontano dal confine italiano e dalla Valtellina. Innanzi tutto quello che tutti credono il “passo”, ovvero il valico dal quale transita la strada percorsa dalle automobili – uno dei percorsi turistici più frequentati delle Alpi – non è il vero Passo del Bernina. Il valico stradale in realtà scende in una valle laterale, la Val Laguné, che solo più in basso si ricongiunge al solco principale della Val Poschiavo che caratterizza il versante meridionale del passo. Il vero Bernina Pass è invece la stretta striscia di pascolo erboso che divide i due laghi che caratterizzano la sella, il Lej Alv (Lago Bianco) e il Lej Neir (Lago Nero), idronimi in lingua romancia (nella variante ladin putér parlata in alta Engadina) che segnalano la differente tonalità delle acque, sulle cui rive transita la linea ferroviaria del celeberrimo “Trenino Rosso del Bernina” (ovvero la Ferrovia Retica, il suo vero nome), altra attrazione turistica di fama mondiale. Ciò anche se, in effetti, dal punto di vista geomorfologico si può considerare “Passo del Bernina” l’intera ampia sella compresa tra il gruppo montuoso omonimo e quello a nord est che ha la sua massima sommità nel Piz Languard – lo rimarco per i geografi più meticolosi.

Fatto sta che quei 100 metri scarsi (vedi qui sopra) di erba tra un lago e l’altro non separano solo il bacino dell’Engadina da quello della Valtellina (della quale la Val Poschiavo è una laterale), non dividono solo l’area elvetica-germanofona da quella italofona e culturalmente italiana, ma in verità fendono il continente europeo in due. Infatti, le acque che defluiscono dal Lej Alv / Lago Bianco scendono verso la Valtellina, dunque nell’Adda, quindi nel Po e poi nel Mar Mediterraneo, per il cui bacino il Mar Adriatico rappresenta un braccio secondario; le acque che defluiscono dal Lej Neir / Lago Nero, invece, scendono in Engadina e vanno nell’Inn, poi nel Danubio e dunque nel Mar Nero. Per allargare ancor più lo spettro geografico immaginifico, potrei anche dire che l’acqua del Lago Bianco finirà per bagnare l’Africa, quella del Lago Nero bagnerà l’Asia.

In buona sostanza, se passeggiate a piedi lungo l’esigua striscia di terra tra i due laghi, potete tranquillamente dire di essere in mezzo a un intero continente se non a un’ampia parte di mondo!

Un luogo “minimo” ma veramente speciale, insomma, ancorché ignorato in queste sue doti da chiunque o quasi transiti da quelle parti. D’altro canto posso comprendere il disinteresse al riguardo, vista la grande bellezza alpina offerta dal territorio d’intorno, delle imponenti vette e dai ghiacciai del gruppo del Bernina, dalla meravigliosa valle omonima che scende verso l’Engadina e porta a Sankt Moritz o di quella opposta e altrettanto bella che transitando da Poschiavo porta in Italia, dalle altre montagne sovrastanti… Un territorio alpino tra i più mirabili nel quale c’è di che lustrarsi gli occhi e infervorare l’animo, ma pure così geograficamente “potente” da… scindere in due l’Europa!

N.B.: e poco lontano c’è un altro minimo ma fondamentale “luogo-fulcro” del continente europeo, sul quale ho scritto qui.

Tre cose interessanti

Tre imminenti iniziative, in tre contesti differenti e ciascuno a suo modo emblematico, che trovo assai interessanti sui temi del paesaggio, dell’ambiente, della loro salvaguardia e della nostra relazione con essi – in ordine di svolgimento…

A Tirano, Poschiavo e Teglio, tra Valtellina e Grigioni:

A Romano di Lombardia, nella bassa bergamasca:

A Tortona, in provincia di Alessandria ma guardando verso gli Appennini:

Cliccate sulle immagini per ingrandire le tre locandine.

Una cartolina dalle Pale di San Martino

«Tanto tempo fa una fanciulla, seguendo delle strane impronte sul terreno nel bosco che non sembravano né sembrano quelle di una volpe né tantomeno quelle di un camoscio ma di piedi, piccoli piccoli, man mano perse la memoria, dimenticando chi fosse. Finì così nella grotta del Mazaròl, un omino piccolo con un una lunga barba, un cappuccio rosso come le fragole, un mantello nero e strane scarpe a punta che lavora instancabilmente da mattino a sera, conosce tutti i segreti della lavorazione del latte e del formaggio ed è sempre in cerca di qualcuno che possa aiutarlo nei suoi lavori. Il Mazaròl la tenne con sé come serva e le insegnò a fare il burro, il formaggio e la tosèla, un gustoso formaggio fresco tipico del Primiero; promise anche che le avrebbe insegnato a ricavare la cera dal siero di latte. Un giorno però un cacciatore che si trovava a passare di lì riconobbe la ragazza scomparsa e riuscì a riportarla in paese. Tuttavia la poverina non ricordava nulla, così i paesani si rivolsero ad una saggia vecchina che fece bere alla ragazza il latte di una capretta bianca. D’improvviso la fanciulla recuperò la memoria e, colma di gioia, insegnò ai suoi compaesani i segreti che il Mazaròl le aveva svelato. Per questo nella zona si producono formaggi così celebrati per la loro bontà (ma ancora non si sa ricavare la cera dal siero di latte).»

Questa è una tipica leggenda del Primiero e dell’Agordino, i territori posti attorno al gruppo delle Pale di San Martino, uno dei più celebri delle Dolomiti, tra Trentino e Veneto. Significativamente, il “segreto” mai svelato di come ricavare la cera dal siero di latte lo si ritrova in molte altre narrazioni in giro per l’intera catena alpina – vedi in Val Poschiavo, ne ho scritto qui – il che dimostra la sostanziale unitarietà culturale che accomuna le genti alpine, anche tra zone ben distanti e apparentemente differenti.

(La foto della cartolina è di Marco Zaffignani, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.)

Una cartolina dalla Val Poschiavo

«C’era in cima al pendio che declina in boschi e prati dal Sassalbo verso il lago di Poschiavo, un’alpe; la quale, fossero i sassi di cui una volta era ingombro, fossero le belle rocce del Sassalbo che vi risplendevano sopra, si chiamava (e ancora si chiama) Sassiglione. Lassù s’erano raccolti un bel giorno i pastori a fare il burro. Mentre se ne stavano a lavorar di lena, chi ad affaticarsi presso la zangola, chi a sbracciare ne’ tini dentro la bella pasta del burro che ben si rappigliasse, ecco arrivare una frotta di quei selvaggi. Come se fosse apparso il diavolo! I poveri restarono tutti senza fiato a guardare i musi d’orso dei sopraggiunti. Costoro invece come se fossero gente di casa, dan mano al latte, lo versano nelle zangole e in men che non si dica ne cavano il più bel burro biondiccio e compatto da far gola anche a un morto. Eppoi addosso al siero del latte, lo riversano nelle caldane, fanno fuoco, soffiano, mestolano e alla fine davanti agli occhi dei pastori intontiti ne vuotano gran copia di bella cera profumata e limpida. E cociando allegramente ripartano via all’improvviso come erano venuti. E gli uomini tant’erano spaventati e stupiti, nemmeno seppero ricordarsi dello strano gioco e, prova e riprova, essi non riuscirono mai a cavar dal siero del latte la preziosa cera delle api.»

Questa è una delle più suggestive leggende sul tema dell’Uomo Selvatico, che da qualche tempo sto indagando e studiando per il suo notevole valore emblematico rispetto all’ambito culturale montano. Uno dei tratti comuni di queste narrazioni vernacolari è la testimonianza della sapienza ancestrale posseduta dai selvatici, in particolare circa l’arte casearia, che trasmettono agli umani i quali si dimostrino amichevoli; la leggenda poschiavina offre una curiosa variante a tale narrazione.

La montagna dalle rocce chiare ritratta nella cartolina (la cui immagine viene da qui), è proprio il Sassalbo citato nella leggenda – oronimo che significa giustappunto “sasso bianco” – la cui mole domina buona parte della Val Poschiavo, uno dei territori della Svizzera italiana posti sul lato meridionale dello spartiacque alpino. La posizione della valle, sorta di ponte geografico, storico e culturale tra la regione culturale italiana e quella elvetico-germanica, ha probabilmente agevolato la generazione di narrazioni di matrice mitico-leggendaria con protagonisti streghe, santi, salvanchi (così vengono chiamati in zona i selvatici) e creature variamente fantastiche, delle quali la zona è oltre modo ricca. Se ne volete sapere di più, al riguardo, qui trovate un bel volume che tratta l’argomento.