Gli anarchici, quelli veri

«Amico mio, già gliel’ho detto, gliel’ho già provato e adesso glielo ripeto… La differenza è solo questa: loro sono anarchici solo in teoria, io lo sono in teoria e in pratica; loro sono anarchici che si sottomettono, io sono un anarchico che combatte e libera… In una parola: loro sono pseudo-anarchici e io sono anarchico».
E ci alzammo da tavola.
Lisbona, gennaio 1922.

(Fernando Pessoa, Il banchiere anarchico, a cura di Ugo Serani, traduzione di Ugo Serani, Passigli Editori, Firenze, 2001.)

In effetti quanto, ancora oggi, sono poco o per nulla compresi il reale significato e l’autentica sostanza pratica dell’essere “anarchici”? Quanti si dichiarano tali e nel farlo si sottomettono a innumerevoli cliché, stereotipi, modelli indotti, credendo di mostrarsi “liberi” ma essendolo dentro ben angusti recinti pressoché invalicabili, prigionieri della loro stessa teoria? In fondo il vero anarchico non è colui che libera se stesso, ma gli altri.

Alla poesia non ci si arriva con l’istruzione

Giudice: Qual è la sua professione?
Brodskij: Poeta, poeta e traduttore.
Giudice: E chi ha riconosciuto che siete poeta? Chi vi annovera tra i poeti?
Brodskij: Nessuno. (senza sfida) E chi mi annovera nel genere umano?
Giudice: Avete studiato per questo?
Brodskij: Per cosa?
Giudice: Per essere un poeta! Non avete cercato di completare l’università dove preparano… dove insegnano…
Brodskij: Non pensavo… Io non pensavo che ci si arrivasse con l’istruzione.
Giudice: E come?
Brodskij: Io penso che…(confuso) venga da Dio…
Giudice: Аvete richieste?
Brodskij: Vorrei sapere perché mi hanno arrestato.
Giudice: Questa è una domanda non una richiesta.
Brodskij: Allora non ho richieste.

(Dal processo al grande poeta russo Iosif Brodskij, Premio Nobel per la Letteratura 1987, tenutosi nel 1964 presso la corte del distretto di Dzerzhinsky della città di Leningrado, URSS, in base all’accusa di “parassitismo sociale”. Il dialogo riportato è tratto da qui – in russo, ma Google Translate traduce in modo abbastanza decifrabile; del processo a Brodskij racconta anche questo libro.)

Ci sono solo italiani, all’inferno.

Poco più tardi un fiorentino dalla barba rossiccia, Dante, descriverà l’inferno in un poema.
L’inferno di Dante è costruito ad anfiteatro e scende a cerchi, sempre più in basso. L’inferno di Dante è affollato esclusivamente di italiani.
Oltre a questi vi sono alcuni antichi romani. Non bastava il posto per altri popoli.
Questo inferno raffigura la litigiosa Italia. Le città sono disposte in cerchio, i cittadini leticano e nell’eterna oscurità si fanno gesti osceni.

(Viktor Šklovskij, Marco Polo, traduzione di Maria Olsufieva, Quodlibet, 2015, p. 209. Citato da Paolo Nori qui.
Per la cronaca, “leticare” è una variante toscana di litigare. Se invece cliccate qui potete leggere altri post che ho dedicato alle sagacissime illuminazioni di Šklovskij.)

Scegliere i politici in base ai libri che leggono

Per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra. Credo che a un potenziale padrone dei nostri destini si dovrebbe domandare, prima di ogni altra cosa, non già quali siano le sue idee in fatto di politica estera, bensì che cosa pensi di Stendhal, Dickens, Dostoevskij. Già per il fatto che il pane quotidiano della letteratura è proprio l’umana diversità e perversità, la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana. Come polizza di assicurazione morale, quanto meno, la letteratura dà molto più affidamento che non un sistema religioso o una dottrina filosofica.


Parole di Iosif Brodskij, dal discorso di accettazione del Premio Nobel per la Letteratura assegnatogli nel 1987. Il brano è tratto da Per amore del mondo. I discorsi politici dei Premi Nobel per la Letteratura, a cura di Daniela Padoan, Bompiani, 2018 (cliccate sulla copertina qui accanto per saperne di più). Ovvio (o forse no) rimarcare che quanto asserito dal grande poeta russo è, per quanto mi riguarda, una verità più che sacrosanta alla quale credo fermamente. Anche per questo, in effetti, non credo invece per nulla alla politica contemporanea e a nessuno dei suoi esponenti.

La letteratura è sinonimo di artifizio

Basterebbe esser semplici e sinceri, ma in Italia la letteratura è sinonimo di artifizio, e nessuno vuole parer ingenuo.

(Enrico Thovez, citato da Franco Brevini in Simboli della montagna, Il Mulino, 2017, pag.186.)

Enrico Thovez (immagine tratta da Wikipedia)

Ecco un’altra di quelle affermazioni che paiono espresse oggi in relazione al mondo contemporaneo (editoriale e letterario in tal caso ma non solo, nel principio), e invece sono state esternate un secolo fa. Il valore di esse è intatto, insomma, se non addirittura acuito dallo stato di fatto, il quale peraltro palesa bene come quell’artifizio citato da Thovez sia la norma, riguardo a certa (non tutta, ma tanta sì) “letteratura” odierna che, se si manifestasse in modo sincero ovvero per ciò che di letterario realmente potrebbe offrire, svanirebbe d’istante nel (suo stesso) nulla. Invece probabilmente gli artifizi editoriali la mandano pure in classifica, per un certo periodo (a detrimento del mercato e della qualità della produzione letteraria tutta, inutile dirlo), tuttavia la sua sorte rimane quella, inesorabilmente ben segnata e meritata: comunque dimostrarsi un sostanziale nulla. Con buona pace degli editori che se ne fanno patrocinatori – in effetti i primi veri ingenui sono loro, già, dacché in quel nulla prima o poi ci finiscono pure loro.