Se la città, “da luogo” per eccellenza, diventa anch’essa un “non luogo”. L’emblematica vicenda dello storico cinema Apollo di Milano, futuro Apple Store…

lolita apollo 20-12-62Conoscerete certamente il termine e il concetto di non luogo, introdotti nei primi anni ’90 da Marc Augé (altrimenti, molto banalmente, cliccate sul link lì sopra). Posto tale concetto, si può ben dire che sotto ogni punto di vista la migliore espressione del concetto antitetico (in senso soprattutto sociologico e antropologico, ma non solo) di luogo è senza dubbio la città.
Bene, detto ciò, avrete forse pure letto della prossima chiusura di due storici cinema di Milano, l’Apollo e l’Odeon (cliccate sui rispettivi nomi per leggere due articoli in merito), in quanto tali parimenti luoghi di aggregazione sociale nonché di cultura, inutile dirlo. Al posto del primo aprirà un Apple Store, al posto del secondo un centro commerciale – che in verità non eliminerà del tutto l’Odeon ma lo rimpicciolirà in modo drastico.
Ora: le città cambiano, si evolvono, è ottuso pensare che luoghi esistenti da più di un secolo, se non più in grado di essere quanto appena detto e di rappresentare per gli abitanti della città un motivo per vivere la città stessa, oltre che per inesorabili ragioni commerciali, possano ben essere sostituiti da altri esercizi e/o servizi, più contemporanei e appetiti dal pubblico. Insomma, sotto certi aspetti la cosa non fa una piega – inutile prevedere che ci sarà più gente fuori dall’Apple Store che dall’Apollo, anche per come i grandi multisala fuori dal centro città risultino più graditi, a quanto sembra, rispetto ai cinema cittadini – cosa che peraltro vale a Milano come in tante altre città di diversa grandezza sparse per l’Italia.
Di contro, però, vorrei raccontarvi la storia del cinema Apollo. Che non è solo la storia di un teatro/cinematografico cittadino, ma in qualche modo – leggete e converrete con me, probabilmente – è la storia di Milano e della sua gente. Traggo il testo dal sito di Giuseppe Rausa, che è l’estensore dello stesso insieme a Marco Ferrari e Willy Salveghi (trovate la versione originale qui, contenente anche moltissime immagini d’epoca e più recenti del cinema oltre a numerose locandine dei film ospitati).

Milano, Piazzetta Liberty nel 1965. A destra, al piano terra dell'edificio più alto, l'ingresso del cinema Apollo.
Milano, Piazzetta Liberty nel 1965. A destra, al piano terra dell’edificio più alto, l’ingresso del cinema Apollo.
Al civico 15 di corso Vittorio Emanuele, intorno al 1868 in un vecchio magazzino di vendita mobili, viene allestito un caffè-concerto con palco per l’orchestra, denominato Padiglione Cattaneo; il locale ottiene successo ma diventa anche un ritrovo malfamato, frequentato da entraineuses.
Sul finire del 1869, per volontà dello scrittore Carlo Righetti, meglio noto come Cletto Arrighi, il locale viene ristrutturato e attrezzato a teatro con un palcoscenico e un sipario, disegnato da Eugenio Perego e Giuseppe Tencalla. Vengono creati anche dei palchi-barcacce e una lobbia.
Nel 1870 Arrighi, per realizzare il suo progetto, affitta per dieci anni il Padiglione Cattaneo e lo ribattezza Teatro Milanese. Si tratta di un progetto oneroso: circa 35.000 lire dell’epoca (indicativamente 350 mila euro attuali, 2011); i fondi provengono dallo stesso Arrighi che aveva ricevuto una grossa eredità da uno zio, da una sottoscrizione pubblica patrocinata dal sindaco Belinzaghi e da vari prestiti.
Il locale è dedicato alla commedia dialettale e vi sono di casa il suddetto Arrighi e l’attore Edoardo Ferravilla, al quale in seguito verrà dedicato il cineteatro Ferravilla nella piazza omonima, in zona Città Studi. Per entrare nel teatro si deve passare attraverso l’androne della casa.
Il Teatro Milanese viene inaugurato il 19 novembre 1870 con la prima rappresentazione di El barchett de Boffalora, adattamento in milanese della commedia Cagnotte di Labiche.
In quella importante sala, in qualità di spettatori passano, tra gli altri, Giuseppe Verdi e Arrigo Boito.
Il 29 marzo 1896 debuttano le prime proiezioni cinematografiche nel capoluogo lombardo: in quella data viene presentato al Circolo Fotografico di Milano (via Principe Umberto, 30) il “Cinematografo Lumière” che, il giorno dopo (30 marzo 1896) esordisce pubblicamente, tra la generale perplessità, presso il Teatro Milanese. Dalle ore 20 alle ore 23 gli spettatori fanno la conoscenza di questa nuova forma d’arte con i primi brevi filmati (a volte non superano il minuto) che non mancano di suscitare emozioni e talvolta anche spavento. Le proiezioni avvengono con apparecchio Lumière Calcina di proprietà di Giuseppe Filippi, un intraprendente fotografo che è il vero organizzatore di queste importanti serate.
Nato nel cuneese, Filippi è presente a Parigi al Salon Indien del Grand Café di Boulevard des Capucines n.14 (la via che collega place de la Madeleine con place de l’Opéra; attualmente tale sala fa parte dell’Hotel Scribe) la sera del 28 dicembre 1895 (sostanzialmente la data di nascita del cinematografo), allorché i fratelli Lumiére mostrano per la prima volta dieci filmati a poche decine persone (la capienza della saletta era di 100 persone).
Questi ultimi danno in prestito alcuni filmati al Filippi con l’incarico di mostrarli in Italia. Dopo il periodo di proiezioni milanesi, il fotografo piemontese si sposta in altre città italiane quali Brescia, Verona, Padova, La Spezia, Reggio Emilia, Bologna e Firenze. Nel settembre 1896 è nuovamente al Teatro Milanese dove propone anche alcuni filmati propri tra i qualiL’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele (avvenuta a Milano nel 1896), I pompieri in azione e La piazza del Duomo. Nello stesso mese è alla Villa Reale di Monza dove presenta il proprio spettacolo a re Umberto I.
Negli anni seguenti il Teatro Milanese continua a proporre per lunghi periodi alcune antologie di filmati, alcuni dei quali realizzati a Milano.
In definitiva possiamo considerare il Teatro Milanese il primo effettivo cinematografo della città lombarda (e probabilmente il primo in Italia), in grado di ospitare alcuni filmati dei fratelli di Besancon a soli tre mesi dalla loro prima proiezione parigina.
Nel marzo 1902 il locale termina la propria attività e, poco dopo, viene demolito: al suo posto sorge l’Albergo Corso il cui edificio, situato sempre in corso Vittorio Emanuele n. 15,  si caratterizza per la fastosa decorazione liberty (vedi foto datata 1948).
La gestione dell’Albergo Corso ripensa lo spazio teatrale che ha incorporato e fonda, nello stesso spazio, il teatro Trianon. Tra le due guerre questo teatro sarà uno dei principali della metropoli lombarda; alla fine del 1938, in ossequio al furore autarchico del regime, muta nome (di derivazione francese) in Mediolanum.
Durante il conflitto mondiale il locale non viene eccessivamente danneggiato ed è quasi sempre attivo. Nel dopoguerra, a partire dall’autunno 1947, viene inaugurato il cinema Mediolanum che opera parallelamente al teatro omonimo, utilizzando lo spazio del Pavillon Doré, un tabarin di inizio secolo dalla fama equivoca, posto nello scantinato dell’Albergo Corso. Questo locale, pertanto, fa  parte del folto gruppo di sale sotterranee aperte nel centro cittadino nell’immediato dopoguerra.
Così mentre nel teatro continuano ad alternarsi rivista, opera lirica e teatro di prosa, il sottostante cinema offre film in terza visione. Insomma il Mediolanum è l’anti Odeon, dove il cinema sta sopra e il teatro sotto.
Per alcuni mesi del 1949, il locale cambia nome in Cinebreve: in questa fase la sala programma solo cortometraggi e documentari e sono particolarmente frequentate le proiezioni della domenica mattina. Il locale continuerà questo tipo di programmazione fino alla primavera 1951, ossia molto tempo dopo aver ristabilito il nome di cinema Mediolanum
La sala cinematografica chiude nella primavera 1953. L’edificio dell’Albergo Corso, nonché Teatro e Cinema Mediolanum, viene demolito per far posto alla Galleria De Cristoforis all’interno della quale troverà posto il cinema Apollo il cui ampio spazio sotterranneo è in parte coincidente con quello del cinema Mediolanum.
La facciata Liberty dell’Albergo Corso viene rimontata su un edificio della vicina piazzetta Liberty.
Nel 1971 – a poche decine di metri – verrà inaugurato un secondo cinema Mediolanum, anch’esso sotterraneo; ma questa è un’altra storia.
A partire dagli ultimi mesi del 1947 entra in funzione in via Nirone (dalle parti di palazzo Litta – corso Magenta) il cinema Apollo. Il nome è ispirato al personaggio della mitologia greca, dio delle arti, della medicina, della musica e della profezia e patrono della poesia. Si tratta di una sala di terza visione nella quale vengono ospitate numerose pellicole interessanti quali Il delitto di Giovanni Episcopo (Lattuada, 1947), Ladri di biciclette (De Sica, 1948) nel 1948, Arriva John Doe (Capra, 1942), La vita è meravigliosa (Capra, 1946) e Narciso nero (Powell, 1947) nel 1949, La provinciale (Soldati, 1952) nel 1953, Piccolo mondo antico (Soldati, 1941) e Johnny Guitar (N. Ray, 1954) nel 1955 e Il colosso d’argilla (Robson, 1956) nel 1957.
Nella prima metà del 1959 il cinema Apollo di via Nirone chiude (l’edificio viene demolito di lì a poco e sostituito da un piccolo giardinetto e da un nuovo condominio residenziale) per riaprire come elegante sala di prima visione in centro, nel sito occupato fino a qualche anno prima dal cinema Mediolanum. Si tratta di una delle ultime sale sotterranee create nel periodo 1945-60 lungo il tracciato di corso Vittorio Emanuele.
Sfruttando le voragini aperte dalle bombe degli Alleati nel 1943-45 nasce una vasta zona sotterranea tra via San Pietro al’Orto (dove si trova il sotterraneo cinema Arlecchino, tutt’ora operante) e corso Vittorio Emanuele (in prossimità della Galleria del Corso). In essa viene a collocarsi l’imponente, nuova sala dell’Apollo (Galleria De Cristoforis 2; 1230 posti) inaugurata, come si è detto, nel 1959 all’interno della nuova “torre” edificata in piazzetta Liberty da Erminio ed Ermenegildo Soncini (l’edificio era terminato già nel 1957), cinema che va ad aggiungersi all’ormai ragguardevole numero di sale di prima visione collocate tra piazza San Babila e piazza Duomo.
L’Apollo è progettato dall’architetto Lodigiani, la cui moglie è la proprietaria. Al cinema si accede da una serie di porte a vetri poste ad angolo che danno su un piccolo atrio con di fronte la cassa e una statua del dio Apollo di Veio, tuttora presente. Alla destra della cassa si trova uno spazio dove vengono affisse le fotobuste. Sulla sinistra una scala e un piccolo ascensore conducono in un atrio sotterraneo dove si trovano un piccolo bar e gli accessi alla sala, dotata di platea e galleria. Il Cinema Apollo è collegato, con gallerie sotterranee, al cinema Astra e le uscite di sicurezza portano alla Piazzetta Liberty e in un parcheggio sotterraneo, dove, in alcuni casi, gli spettatori più sprovveduti si sono avventurati, perdendosi.
La sala è inizialmente gestita dalla E.C.I. (che segue molte sale milanesi tra cui Odeon, Puccini, Dal Verme, Manzoni, Missori, Impero, Cielo, Giardini e Las Vegas) a cui subentra la direzione di Luigi De Pedys dagli anni ottanta, privilegiando spesso film più commerciali. La cabina funziona con proiettori Cinemeccanica Vittoria 8 manuali, poi sostituiti da Vittoria 5 con sonoro Dolby Digital.
Il 25 gennaio 2004 il cinema chiude (ultimo film programmato dall’Apollo monosala è Master & Commander, Weir) e viene radicalmente ristrutturato per poter competere con la sfida dei Multiplex. Dalla grande sala sotterranea vengono ricavate ben cinque salette – la più grande di 300 posti, le due più piccole di 130 posti – intitolate a figure della cultura mitologica quali Gea, Fedra, Elettra, Dafne e Urania.
La nuova multisala, rinominata Apollo spazioCinema (nonché imparentata con l‘Anteo spazioCinema), viene inaugurata nei primi mesi del 2005 e offre una programmazione cinematografica di qualità, talvolta proponendo rassegne tematiche e festival (Rivediamoli, Sabaoth Film Festival, Telefilm Festival, Cinesofia, ecc).

Per la cronaca, qui trovate anche la storia – similare a quella dell’Apollo – del cinema Odeon, sempre tratta dal sito di Giuseppe Rausa.

Bene, come accennavo prima forse ora converrete con me che non si sta realizzando semplicemente la chiusura di due sale di proiezione economicamente non più fruttuose ovvero gravate da altri problemi e dunque che è giusto e bene che vengano sostituite da altre cose, seppur opinabili come due esercizi di natura super-commerciale e/o consumistica totalmente opposta a quella culturale originaria. Qui si sta chiudendo, anzi, si sta in qualche modo calpestando la storia di Milano.
Vado ancora oltre: queste “iniziative” meramente commerciali, parecchio numerose negli ultimi anni – a Milano come altrove, appunto – stanno ottenendo un risultato drammatico: stanno trasformando il luogo per eccellenza, ovvero il centro della città, in un non luogo, di forma, sostanza e natura sociologica identica a quegli spazi che genialmente Marc Augé definì in tal modo. Luoghi conformati per servire il solo scambio commercial-consumistico, non più da vivere ovvero vivibili (ma il termine è fin troppo esagerato) solo per quello scopo ben determinato, privati di qualsiasi anima, storia, carattere, identità urbana, uguali a tanti altri altrove dunque disgreganti in modo profondo i legami sociali tipici di un luogo ad alta densità abitativa quale è un centro abitato, se grande ancor di più.
Di questo passo, il centro di Milano risulterà uguale in tutto e per tutto a quello di Parigi, Londra, Bangkok o New York, ovvero ad un grande centro commerciale, ricolmo di beni da vendere/acquistare e totalmente vuoto d’anima. Il che non vuol dire che, in base a tale mutazione, la città non sarà architettonicamente più bella, sia chiaro, ma certamente sarà molto molto molto più povera e urbanamente, socialmente, civicamente misera.
Tutto ciò nonostante Milano, negli ultimi anni, abbia certamente migliorato la propria offerta culturale, soprattutto in tema di luoghi museali e dedicate all’arte moderna/contemporanea. Tuttavia, la cultura ha bisogno di un terreno solido e stabile per svilupparsi al meglio: i suoi palazzi possono anche avere ottime fondamenta, ma se il terreno è stato reso franoso, pure la loro stabilità alla lunga potrebbe uscirne compromessa.

Stefano Bartezzaghi, “M – Una metronovela”

cop_m-una-metronovelaLe città di oggi sotto molti aspetti si possono definire un enigma. Questo fin dal capire cosa siano: post-moderne, post-industriali, post-contemporanee ovvero “luoghi” per eccellenza che non di rado si trasformano in non luoghi attraverso trasformazioni o distorsioni il cui senso spesso sfugge persino ai (cosiddetti) “addetti ai lavori”. Siano quel che siano, restano comunque “il” luogo per definizione sociologica, l’ambito nel quale più di qualsiasi altri si possono comprendere e valutare (o si più tentare di percepire) le trasformazioni sociali e antropologiche che modificano nel tempo l’ accezione – almeno in senso urbano – di umanità.
Per questo, verrebbe quasi da pensare che più di architetti, urbanisti o altri “addetti ai lavori” (vedi sopra) del genere, possa essere proprio un enigmista a saper convenientemente interpretare la città di oggi – e in particolare quella città che, in Italia, forse come nessun altra risulta emblematica nel contesto che sto considerando. Se poi l’enigmista è pure arguto giornalista e fine scrittore, oltre che raffinato linguista, tanto meglio. Uno come Stefano Bartezzaghi, ecco, che prova a sciorinare l’analisi logica della propria città – Milano – utilizzando una chiave di lettura particolare eppure, a ben pensarci, forse più determinata e lineare di tante altre (fosse solo per il fatto che sia ben ancorata al suo posto nel sottosuolo o, se preferite, direttamente sotto la pelle urbana della città) ovvero la rete della metropolitana. Ne è venuto fuori M – Una metronovela (Einaudi, collana Frontiere), un viaggio nel profondo del corpo di Milano attraverso quello che, restando nella metafora anatomica, può ben essere considerato il suo sistema cardiocircolatorio – con quello stradale di superficie, invece a rappresentare il sistema nervoso, inevitabilmente…

foto-bartezzaghiLeggete la recensione completa di M – Una metronovela cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Libri da leggere ma non da scriverne (Stefano Bartezzaghi dixit #2)

Devo scrivere un articolo, sono preoccupato. E’ un libro di Francis Ponge, mi piace, ma mi piace in quel modo che non mi renderà agevole scriverne. Ho già capito, infatti, che ci sono libri che voglio solo leggere e magari sono i miei preferiti: a distanza di decenni potrò dire di non averne mai scritto o parlato, se non pochissimo. (…) Ogni articolo commissionato è una vasta incognita, anzi, una somma di incognite. Troverò anche questa volta un incipit? Una chiusa? Commetterò un errore che mi tradirà? Reggerà, il mio bluff, una volta di più? Mi aggiro per la città all’ombra di una minaccia di ignominia, che mi agita e protegge e di cui sono l’unico, ancorché infaticabile, alimentatore.

Stefano Bartezzaghi, M – Una metronovela (Einaudi, 2015, collana Frontiere, pag.105-106)

bartezzaghi-1280x628E’ vero che di certi libri la cui lettura risulta particolarmente significativa e colpente sarebbe meglio non scriverne, per chi invece lo deve fare a volte inevitabilmente. E’ un po’ come offendere quell’importanza particolare, come svilirla attraverso parole che gioco forza mai potranno del tutto riportare il valore di essa – il che genera le paturnie rimarcate da Bartezzaghi, poi. Paturnie peraltro importanti delle quali chi scrive dovrebbe comunque almeno un poco soffrire, per garantire ai lettori l’offerta di testi che siano interessanti ovvero, per quanto possibile, mai insignificanti. Cosa mai semplice, appunto – e si vede, leggendo in giro.

P.S.: chi è quel Francis Ponge? Qui.

Sticazzi! Me cojoni! (Stefano Bartezzaghi dixit #1)

Per inciso, questi equivoci tra milanesi e romani sono frequentissimi. Famoso è il caso di «sticazzi»  e «me cojoni», due efficaci esclamazioni che a Milano vengono adottate in forma distorta. Di «me cojoni» a Milano si pensa che significhi «i miei testicoli», mentre proviene dal verbo «cojonà», prendere in giro, e quindi è l’equivalente di «Stai scherzando?» «Sticazzi» significa: vabbe’, chi se ne importa («Un po’ mi è dispiaciuto, ma poi sticazzi»), mentre a Milano e in tutto il Nord lo si considera invece un equivalente di «Accidenti, sono impressionato», con un totale capovolgimento di significato. Io sono giunto alla conclusione che l’uso milanese di «sticazzi» non corrisponde all’uso genuino romani di «sticazzi», bensì, mutatis mutandis, al romano «anvedi»; il genuino «sticazzi» romano non è invece molto lontano dal milanese «s’ciao»: «Ho corso dietro al tram, ma quello non mi ha visto, ha chiuso le porte, è partito e s’ciao».

Stefano Bartezzaghi, M – Una metronovela (Einaudi, 2015, collana Frontiere, pag.53-54)

stefano-bartezzaghi-314135Piccola e argutissima lezione del mirabile Bartezzaghi su certe trivialette gergalità ormai entrate nell’uso comune anche se in modi a volte distorti, ovvero emblematica seppur pittoresca prova che anche le parole a  volte, a fronte di un significato certo che poche altre cose umane hanno, acquisiscono sensi parecchio distanti da esso.

A.A.A. – Cedesi Salone del Libro, zona Torino, usato ma (fuori) in buono stato, causa (possibile) fallimento

7040Lasciano parecchio sgomenti le notizie (leggete questo articolo, ad esempio) che giungono in merito al futuro del Salone del Libro di Torino, principale evento dedicato alla letteratura e all’editoria in Italia, che appare quanto mai incerto per motivi diversi ma, soprattutto, per un buco nei bilanci da quasi due milioni di euro (dei quali 489.000 euro di “rosso” relativi alla sola ultima edizione), che al momento non è ripianato da nessuno degli enti coinvolti nella gestione della manifestazione.
Lasciano sgomenti, già, e non solo perché sorge spontanea la domanda su come sia possibile che un evento che anno dopo anno dichiara di superare i propri precedenti record di affluenza di pubblico, parallelamente e proporzionalmente aumenti il disavanzo di spesa fino alla insostenibilità finanziaria – ma ammettiamo che possa pure andare così, che l’investimento per la buona riuscita del Salone debba necessariamente considerare la possibilità che le uscite superino le entrate…
D’altro canto quelle notizie lasciano sgomenti anche perché negli ultimi anni è stato messo in atto, almeno nelle intenzioni (e parecchio strombazzato, bisogna notarlo), un notevole rilancio del Salone, grazie a un progetto con rimarcabili pregi e inevitabili difetti (senza che ora si valuti se gli uni fossero più degli altri o viceversa, non è questa la sede adatta) portato avanti in modo piuttosto inflessibile dal team guidato da Ernesto Ferrero, mente dell’evento torinese per lungo tempo. Possibile che non si sia parimenti panificata la sostenibilità finanziaria di esso?
Lascia sgomenti pure sapere che, almeno per quanto circola sui media al proposito, ufficialmente non c’è ancora un nuovo direttore, dal momento che Ferrero ha concluso il suo mandato e quello designato per la successione, Giulia Cogoli, ex numero uno del Festival della Mente di Sarzana, non ha ancora confermato il suo incarico, anche per ragioni economiche (si veda questo articolo per rendersi conto della confusione in essere al proposito), oltre che non ci sia c’è nemmeno un progetto editoriale per l’edizione 2016. Alla quale mancano pochi mesi, ça va sans dire, e sempre che non si voglia continuare sulla falsariga progettuale tracciata da Ferrero & C. nonostante il dissesto finanziario creatosi: cosa che credo pochi manager e/o imprenditori pur spericolati avrebbero il coraggio di fare.
Per tutto ciò, non può ovviamente valere (anzi, è ulteriore motivo di sgomento) la scusa che il Salone del Libro sia un evento no profit: voglio dire, buona cosa che una manifestazione dagli intenti culturali (o presunti tali) lavoro solo e soprattutto ad interesse di quelli e non di chi su di essi ci possa guadagnare, magari pure troppo (per via d’un pericolo di devianza meramente commerciale della gestione, ovvero organizzando un evento che in primis faccia guadagnare chi lo organizza, con tutto il resto da ritenersi secondario), d’altro canto al giorno d’oggi è fuor di logica immaginare l’esistenza di un evento che per manifestarsi perda un sacco di soldi, visti anche i tempi magri che stiamo passando.
Ma permettetemi di segnalare ciò che, più di quanto sopra e di ogni altra cosa, mi sgomenta: il fatto che il Salone del Libro, per il settore l’evento principale in Italia, come già detto, ovvero quell’evento che dovrebbe fare da motore per far girare al meglio l’intero comparto editoriale (e dunque anche letterario) nazionale, alla fine si è ammalato della stessa malattia – o crisi, profonda per giunta – di cui soffre l’editoria italiana, che dai grandi editori fino ai piccoli e indipendenti presenta bilanci e contesti finanziari drammatici, faticando sempre più a stare in piedi quando non presentando chiusure e fallimenti a frotte – includendo in ciò l’intera filiera di settore, dunque pure distributori e librai. Segno inequivocabile, insomma, di una situazione drammatica e di natura ormai pandemica, che coinvolge persino quegli elementi che fino ad oggi si pensavano ancora sani, al punto da affidar loro l’immagine migliore del comparto.
Ora, al di là che i debiti vengano ripianati o meno – e chiunque sia che lo potrà fare – viene inevitabilmente da meditare su un evento il cui futuro, almeno a breve, pare già drammaticamente cupo. Lavorare in perdita, ribadisco, è cosa contraria a ogni logica, non solo commerciale: e se vogliamo essere cinici fino in fondo, potremmo persino denotare come nonostante i celebrati successi di pubblico del Salone, pare che nessun effetto benefico sulle statistiche di lettura in Italia si sia concretamente avuto. D’altro canto, è difficile pure confutare l’idea che almeno un evento di portata internazionale relativo a libri, lettura ed editoria ci debba essere, in Italia: ripensato, riprogettato, modificato ovvero stravolto come e quanto si vuole (anche in considerazione delle frequenti critiche che ad esso sono state mosse dagli stessi attori del panorama editoriale e letterario) e naturalmente sostenibile in termini economici, ma ci vuole. Nella situazione precaria in cui si trova lo stato della lettura in Italia, temo d’altronde che la venuta meno del Salone finirebbe per peggiorare le cose anche più della sua permanenza in vita. Ciò pure a dispetto del sentore da alcuni generato su che dietro tutto quanto vi sia il progetto dei principali potentati editoriali nazionali di “scippare” il Salone a Torino per portarlo a Milano – sede dei potentati suddetti: potrebbe pure essere, ma al momento poco o nulla cambierebbe nella sostanza della questione.
Infine, e per considerare ogni opzione, potrebbero pure avere ragione quelli che ritengono il Salone del Libro l’ennesimo carrozzone mangiasoldi all’italiana, ancor più se foraggiato in maniera maggiore di prima per ripianare i debiti accumulati, ergo da eliminare tout court per pensare a qualcosa d’altro. Sempre che non si elimini da solo, ovvio.
Ribadisco: la situazione, che per i non addetti ai lavori s’è rivelata un po’ come il classico fulmine a ciel sereno, lascia mooooolto sgomenti. In un modo o nell’altro va sistemata, perché la lettura in Italia, e tutto quanto gira intorno, non può certamente sopportare altri “terremoti”, anche solo in termini d’immagine e di considerazione pubblica. Già dobbiamo combattere quotidianamente con l’affollato partito di quelli che “con la cultura non si mangia”; ci manca solo che “con la cultura si fanno debiti” e veramente la china da risalire, più che erta, diverrebbe verticale peggio di quella d’una parete patagonica!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.