Il “club” della letteratura italiana: sempre più privato, elitario, esclusivo! (praticamente un ghetto, ormai…)

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Dunque…
La realtà delle cose, e le verità che ne conseguono, devono basarsi su dati concreti per poter essere indicative, rivelatrici, eloquenti, giusto? Perché, come si usa dire, la matematica non è un’opinione, vero? Quindi, una somma è una somma e una sottrazione una sottrazione, non può certamente essere che sia viceversa, o no?
Bene. Due dati – o due gruppi di dati, per essere più precisi. Il primo: durante l’ultima edizione di Più libri più liberi, la fiera dell’editoria indipendente di Roma da poco conclusa, è stata presentata la più aggiornata indagine Nielsen sulla vendita dei libri in Italia, dalla quale si evince che Migliora nella seconda parte dell’anno l’andamento del mercato. A fine ottobre si rileva infatti una piccolissima ripresa, dopo il consistente calo dei consumi del libro, che arriva a segnare un -7,5% a valore (pari a 82 milioni di euro di spesa in meno nei canali trade): un segno meno ancora importante, certo, che però indica un progressivo recupero se si considera che il mercato registrava un -11,7% a fine marzo e un -8,6% a inizio settembre. Si noti bene: migliora nella seconda parte dell’anno l’andamento del mercato perché lo stesso ha perso meno (!) dei trimestri precedenti, il che la dice lunga su come stiamo messi a libri e lettura, in Italia…
Il secondo: è appena uscito l’Annuario Statistico Italiano, redatto come sempre dall’ISTAT, il quale “fotografa”, per così dire, lo stato della società nelle sue evidenze più quotidiane. In esso, nel capitolo su spettacoli e cultura, si può ricavare che aumenta invece la produzione di libri. Nel 2010 ne sono stati pubblicati 63.800, rispetto ai 57.558 dell’anno precedente, per una tiratura complessiva di oltre 213 milioni di copie. Quasi quattro volumi per ogni abitante. La produzione editoriale registra una ripresa sia per i titoli (+10,8% in un anno) che per la tiratura (+2,5%).
Ok, questi i dati concreti. Quindi, in buona sostanza e per dirla in breve: in Italia si legge sempre meno e si comprano sempre meno libri ma se ne pubblicano sempre di più. Addirittura quattro per ogni abitante di una popolazione i cui due terzi in un anno non ne legge nemmeno uno, di libro.
Uh?!?
Ma… Sbaglio, o qui c’è qualcosa che non quadra?
Ri-sbaglio, o è come stare su una barca che ha una grossa falla nello scafo, e chi la governa di falle ne fa altre nella convinzione che così dalla prima entrerà meno acqua?
Dite che sono un pessimista, un malfidente, un disfattista o altro del genere se penso ciò?
O forse, si sta solo avverando quello che ritengo/temo (scherzandoci su, ma anche no) da parecchio tempo: essendo la categoria dei lettori prossima all’estinzione, i libri ce li venderemo tra di noi autori. Ce li scriveremo e ce li leggeremo internos, insomma! Certamente ce li stroncheremo pure (d’altronde si sa, siamo invidiosi e rivali l’un verso l’altro dacché ognuno pensa di essere migliore di chicchessia, ed è pure giusto che sia così – anzi! – se non fosse che, a volte, la vanagloria e la superbia fanno del più apprezzabile talento pur da alcuni palesato un ottimo motivo per sculaccioni alla vecchia maniera, come a bimbi prepotenti, villani e capricciosi), ovviamente nemmeno li compreremo più perché la cosa non avrà più senso (come se in un ristorante i piatti preparati se li mangiassero cuochi e camerieri, non essendoci più clienti da servire) e quindi, a nostra volta, andremo allegramente verso la dissoluzione del meraviglioso (un tempo) mondo dei libri e della letteratura…
Sto esagerando, certo! Ma, scherzi a parte, il pericolo c’è ed è pure molto serio, anche per come i dati suddetti palesano, una volta ancora, l’estrema insensatezza del comparto editoriale italiano (e di quei grandi gruppi che lo compongono per buona parte, controllando di rimando il mercato), ormai biecamente votato alla più gretta quantità a totale discapito di qualsivoglia considerabile qualità letteraria, a meri fini di cassa, guadagno nudo e crudo, denaro demonicamente stercoso, valori bassamente finanziari – altro che letterari, culturali e sociali! Hanno – sì, anche loro, gli editori e chi li padroneggia, non solo loro ma anche… – disabituato la gente alla lettura, l’hanno incollata davanti alla TV, l’hanno rincretinita con essa, e questi sono i risultati: una stortura assoluta e inopinata, così come è palesemente distorta quell’equazione tra lettori e libri sopra esposta. E, a ben vedere, se si hanno più libri a disposizione e si legge di meno, si potrebbe supporre che sia anche per la sempre più scarsa qualità di quanto viene pubblicato…
Insomma: non solo noi autori (dacché ci stiamo tutti quanti, in tale situazione) ci ritroveremo nel nostro privatissimo “club” a guardarci negli occhi, non avendo più lettori e quindi non sapendo che altro fare, ma vi resteremo chiusi dentro con le chiavi gettate chissà dove, e rischieremo pure che gli scaffali sovraccarichi di libri cedano, e ci seppelliscano… Solo che, nel caso, essere sepolto dal Dorian Gray mi potrebbe anche stare bene, ma dalle Cinquanta sfumature… Proprio no!

In difesa dei librai “d’una volta” – e del saper vendere buona letteratura!

Avrete certamente constatato come, negli ultimi anni, certe “leggi del libero mercato” (chiamiamole così) sostanzialmente imperanti nelle nostre società contemporanee abbiano esteso il proprio effetto anche nel mercato editoriale, variandone non poco il panorama di vendita. Dai libri venduti negli ipermercati all’assorbimento delle librerie di quartiere da parte delle catene (sovente in franchising) legate alle più importanti (e industrialmente rilevanti) case editrici, nelle città/cittadine e nei paesi italiani molte piccole librerie hanno dovuto gioco forza cedere il passo a chi nelle suddette “leggi del libero mercato” ci naviga meglio dacché dotato di “scafo” più grande e forte – e lasciamo stare tutte le altre considerazioni del caso, ovvero di come quelle stesse leggi, piuttosto che “liberare” il mercato (in generale) a tutto vantaggio dei cittadini lo hanno spesso imprigionato in oligarchie e potentati economici/industriali vari, a discapito dei consumatori e, inutile dirlo, con i risultati che dal crack Lehman Brothers in poi abbiamo tutti quanti sotto gli occhi…
Fatto sta che tale “globalizzazione” (o uniformazione) del mercato di vendita dei libri, tra le altre cose, ha comportato anche una circostanza all’apparenza secondaria, ma che nell’opinione di chi vi scrive così non lo è affatto: la scomparsa della figura del “libraio”, sostituita da quella del commesso in perfetto stile hard discount o poco meno, ovvero l’irrefrenabile eclisse di quella figura che da sempre faceva da tramite tra il lettore e il mondo dei libri, ne era riferimento e consigliere, era colui che, con la passione e l’esperienza, sapeva spesso affascinare il potenziale acquirente di un volume non tanto ai fini meramente commerciali, quanto a quelli culturali. Era la persona, insomma, alla quale si poteva tranquillamente chiedere una domanda pur vaga del genere “Vorrei leggere qualcosa, ma non so cosa…” con la certezza che egli, di professione libraio dacché lui per primo appassionato di libri e letteratura, dunque conoscitore diretto (e non solo interessato) di quanto vendeva, avrebbe saputo darci qualche dritta interessante e quel consiglio finale capace di convincerci all’acquisto, a volte anche di più libri.
Oggi invece, e molto spesso, nei punti vendita delle grosse catene di distribuzione editoriale (che, chissà perché, si chiamano ormai “book store” e non più librerie!) vi si trovano commessi magari eleganti dacché abbigliati con l’inappuntabile divisa del marchio, magari gentili perché ben istruiti sul come trattare con i potenziali acquirenti, ma assolutamente incapaci di rappresentare anche solo in parte quel riferimento prima menzionato tra i libri e i lettori. Sia chiaro, come sempre non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, d’altro canto quanto appena evidenziato rappresenta una inevitabile conseguenza del modus operandi commerciale tipico della nostra epoca, nel mondo delle librerie come in molti altri. E, comunque, spesso si dimentica che si ha a che fare con libri, con oggetti fondamentali da sempre per l’evoluzione dell’umanità e ancora oggi capaci di mettere in moto l’intelletto come forse nessun altra cosa, non con beni di consumo al pari di telefonini, scatole di cibo o bottiglie di birra! Sarò tradizionalista, romantico o che altro, ma personalmente il vedere negli ipermercati gli scaffali con la verdura, accanto quelli dei gadget elettronici e accanto ancora quelli con i libri – con attaccati sopra gli stessi cartellini di vendita delle altre cose e parimenti trattati – mi cagiona sempre un irrefrenabile disgusto
Comunque, dicevo: forse sembrerà una questione secondaria e trascurabile, quella esposta, e invece non lo è affatto. Ve lo spiego rapidamente: il libraio d’un tempo, oltre a saper creare un rapporto diretto di conoscenza con i propri clienti, sapendone i gusti e dunque comprendendo che se uno di essi gli avesse chiesto un testo di Joyce non presente sugli scaffali non gli avrebbe potuto proporre un libro di Faletti (nome a caso) ma avrebbe dovuto (e saputo) procurarglielo, era una figura in grado, appunto, di consigliare i propri clienti con dritte a 360° gradi nel panorama editoriale, e senza alcun secondo fine. Per lui, il grandissimo (e potentissimo) editore contava quanto quello della piccola e scalcagnata casa editrice, dal momento che, in primis, contava il titolo, il libro e il valore di esso: e, inutile dirlo, a volte tra i piccoli editori si trovano opere letterarie di valore assoluto ben più che tra i grandi, troppo impegnati a seguire le mode, inseguire le classifiche e pubblicare per ciò opere mainstream, fatte per vendere in quel momento (cioè scritte in base ai gusti del momento) e di valore letterario a volte discutibile, se non proprio deprecabile.
E, altra cosa inutile da dire, in un paese come il nostro nel quale 2/3 di popolazione non legge nemmeno un libro all’anno, una figura come quella del libraio di quartiere sarebbe tutt’oggi fondamentale, per non far che quella quota di popolazione non aumenti sempre più! Quante volte mi è capitato di vedere entrare della gente nelle grandi e luccicanti librerie “di marca”, attratte credo più dal suddetto luccicore che da altro, e uscirsene senza aver acquistato nulla, anche perché lasciate vagare senza meta, ovvero senza un aiuto e una delucidazione capace di rendere una mezza idea un acquisto compiuto, e non una ennesima svaporata e accantonata intenzione uccisa dal “non so cosa prendere!”…
Conseguenza ulteriore: tali librerie legate ai grossi gruppi editoriali – anche per l’impreparazione letteraria di chi le gestisce – mireranno soprattutto alla vendita dei titoli di quei grossi gruppi, tralasciando invece i piccoli e medi editori: quelli, lo ribadisco, che sovente sanno fare (e pubblicare) ancora autentica letteratura proprio perché operanti al di fuori delle logiche di mercato dominanti e dalla relativa produzione mainstream. Quindi: il lettore potenziale che non sa cosa leggere, e nelle suddette librerie non trova chi possa fornirgli un buon consiglio, finirà per acquistare quel libro che avrà visto nella pubblicità in TV o sul grande quotidiano, facendo in pratica piovere sul bagnato e inconsciamente contribuendo a mantenere la letteratura mainstream (o industriale, come la definisco io, perché prodotta per fare quantità e non qualità), soffocando di contro quella autentica e/o di ricerca, che per essere tale non potrà certo seguire le mode del momento, appunto!
Lo ripeto ancora: non si deve fare di tutta l’erba un fascio – commessi che hanno passione per i libri che vendono ve ne sono, certamente! – e non è certo colpa di tali commessi se, spesso, non fanno altro che rispondere ad annunci di lavoro (quasi sempre a tempo determinato, visto l’andamento piuttosto altalenante del mercato editoriale) nei quali viene loro chiesta bella presenza più che esperienza libraria e relativa passione… Tuttavia, come ho già detto, i libri non sono oggetti qualunque. Non si possono trattare come beni di consumo, e sottoporre a quelle strategie commerciali imperanti nella nostra epoca consumistica. Che siano fatti di carta e inchiostro o che abbiano essenza digitale di ebook, quando di valore sono il primo elemento culturale che abbiamo a disposizione, il miglior propellente per la nostra mente e la miglior palestra per allenare il pensiero. Perdere delle figure come i librai d’una volta, così capaci di accompagnarci nel meraviglioso mondo dei libri, è un po’ come attraversare l’oceano a bordo di un magnifico e rilucente transatlantico governato da soli mozzi, piuttosto che su una barca piccola ma ben timonata da un esperto lupo di mare. Guarda caso, con il proliferare della vendita negli ipermercati e nelle catene di distribuzione editoriali (senza contare il mercato on line!), i libri si possono trovare e acquistare molto più facilmente oggi che venti o anche solo dieci anni fa, eppure di lettori ce ne sono sempre meno. Non è soltanto una coincidenza, questa.

P.S.: questo articolo è presente anche sul magazine on line InfoBergamo, nel numero di Agosto 2012.

La magia della letteratura (D. F. Wallace dixit)

Il mondo reale è pieno di solitudine esistenziale. Io non so cosa stai pensando o che cos’è che hai dentro, e tu non sai che cos’ho dentro io. Nella letteratura penso che in un certo senso riusciamo a saltare oltre questo muro. Ma questo è solo un primo livello, perché l’idea dell’intimità mentale o emotiva con un personaggio è un’illusione, un meccanismo creato dallo scrittore attraverso la sua arte. C’è anche un altro livello su cui un testo letterario diventa una conversazione. Fra il lettore e lo scrittore si instaura un rapporto che è molto strano, complicato e difficile da descrivere. Un ottimo brano di letteratura non è detto che mi catturi completamente e mi faccia dimenticare che sono seduto in poltrona. C’è della narrativa commerciale che è perfettamente in grado di riuscirci; una trama avvincente è perfettamente in grado di riuscirci: ma non mi fa sentire meno solo.
Invece c’è una specie di: “A-ha! Qualcuno almeno per un attimo la pensa come me, o vede una cosa nel modo in cui la vedo io”. Non capita sempre. Sono brevi flash, fiammate, ma ogni tanto mi capitano. E non mi sento più solo, a livello intellettuale, emotivo, spirituale. La letteratura e la poesia riescono a farmi sentire umano, a eliminare quel senso di solitudine, a mettermi profondamente e significativamente in comunicazione con un’altra coscienza, in una maniera del tutto diversa da quanto riescano a fare altre forme d’arte.

Tratto da Le perle di David Foster Wallace, di Martina Testa, uno speciale sul grande scrittore americano nel sito di Minimum Fax.
Direi con c’è ben poco da aggiungere, se non che Wallace, con queste intense parole, conferma che ove i libri e la lettura siano diffusi e amati, la società è inevitabilmente migliore, dacché chi la vive viene predisposto a sentirsene parte integrante e non un numero tra tanti, parte della massa eppure solo, appunto. E se la natura singolare dell’individuo muta in solitudine, la società ha fallito, annulando qualsiasi buona forma di civiltà. I libri invece possono salvaguardare la singolarità di ogni individuo, eppure connettendola al mondo d’intorno grazie alla condivisione delle storie narrate e lette, quasiasi esse siano: per questo, come sostiene anche Wallace, la letteratura è uno degli apici assoluti dell’evoluzione umana. Ecco perché dove si legge tanto, la società è più avanzata, più civile, più libera. Migliore, in una parola sola.
Ed ecco invece perché, se in un paese, più della metà della popolazione non legge nemmeno un libro… Oh, ma può esistere un posto tanto sfortunato?

Italiani: imparate l’italiano! (e non sto mica scherzando, eh!)

A proposito del post pubblicato lo scorso 16 Luglio e relativo ai danni derivanti dal fatto che metà della popolazione italiana non legga nemmeno un libro all’anno e, per conseguenza biunivoca, che più di due terzi di essa non sappia padroneggiare sufficientemente bene la lingua, gironzolando per il web ho trovato questi simpatici “quadri liguistici” che sembrano cascare a fagiolo sul merito – o forse è inevitabile che ci caschino, vista la assai triste situazione…:



Cliccate sulle immagini per averne una versione di dimensioni maggiori e qualità migliore.
Devo ammettere di apprezzare molto non solo l’idea in sé, ma anche la colorita risolutezza che l’autore ha messo nel compilare il tutto… D’altro canto, appunto: come non essere risoluti di fronte allo strazio al quale viene sottoposta la lingua italiana da così tanta gente?
Ecco, appunto: propongo di stampare qualche decina di milioni di copie da distribuire, di tali “mini-lezioni”… A chi? Beh, sicuramente a metà della popolazione italiana, ad esempio!

Della lettura dei libri come sinonimo di civiltà, o di un paese dove il 50% della popolazione non legge…

Bene. Anche l’attuale ministro per i Beni e le Attività Culturali italiano, Lorenzo Ornaghi, si è reso conto che metà dei suoi connazionali (ma alcune statistiche dicono anche di più) non legge nemmeno un libro all’anno – della cosa dava notizia, ad esempio, il Televideo RAI fin dall’altra sera, come vedete qui sopra (cliccate sull’immagine per leggere la notizia originale nel sito).
Non è che l’ultimo, in ordine di tempo, di tanti “allarmi” sul merito, generati da altrettante indagini statistiche che nel corso degli anni fotografano una situazione – della diffusione della lettura in Italia – in costante peggioramento, e alle quali non mi pare che faccia seguito molto di concreto, almeno a livello istituzionale e politico – perché sia chiaro: non basta invitare a leggere libri, serve anche diffondere una cultura e generare uno sfondo sociale atto allo scopo, ovvero che non istighi a fare il contrario e che non imponga modelli di vita che alla cultura preferiscono anteporre stupidaggini varie e assortite. Dunque, mi auguro che il ministro Ornaghi, a differenza dei suoi predecessori, prenda veramente a cuore il problema, e faccia al più presto qualcosa per arginarlo.
Perchè è un problema. Un grave problema. E non voglio, ora, sottolinearne la gravità dal personale punto di vista di autore letterario: non mi interessa farlo, qui, ma mi interessa assai di più metterne in luce una volta ancora la drammaticità culturale, dunque sociale (quindi pure “politica” nel senso pubblico del termine), a costo di (ri)fare un discorso che potrà sembrare retorico e demagogico, ma al quale tengo particolarmente – eppoi la realtà italiana dimostra bene dove veramente stia il populismo: non certo a difesa dei libri e della cultura!
Ecco, appunto. Questo è il nodo della questione: almeno metà degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno. Subito mi torna in mente il professor Tullio De Mauro che, qualche mese fa in un convegno a Firenze, annunciava come “Appena il 29% degli italiani possiede ancora gli strumenti linguistici per padroneggiare l’uso della nostra lingua nazionale.” Meno di un terzo sa parlare correttamente la lingua italiana, ok?
Ciò comporta conseguenze magari anche (tristemente) ridicole, come questa accanto la quale, vera o meno che sia (ma temo sia vera!) dimostra perfettamente quanto asserito da De Mauro, e come sovente chi non conosca l’italiano creda e si vanti invece di conoscerlo perfettamente (nonostante altisonanti titoli accademici, spesso!).
Ma io credo vi siano conseguenze ben più gravi. La lettura è il miglior allenamento per la mente e la palestra più efficace per il libero pensiero, ergo il non leggere è sinonimo pressoché diretto di incapacità intellettuale (scriverei ignoranza ma poi a qualcuno apparirei di certo troppo cattivo…), ovvero mancanza di buon discernimento della realtà intorno per altrettanta mancanza di mezzi di conoscenza (che troppa gente crede di poter ricevere dalla TV quando invece, quella contemporanea, offre spesso l’esatto contrario!), il che per inevitabile conseguenza significa scarsa coscienza civica. Dunque, per arrivare al punto: ove si leggono pochi libri, si ha una società di basso livello. Ove si leggono pochi libri succedono tante delle cose che ci ritroviamo a constatare intorno a noi: decadenza sociale, disordine, maleducazione, prepotenza, prevaricazioni varie e assortite, inciviltà. Guarda caso, nei paesi dove si legge molto, le società sono di buon/ottimo livello, e presentano peculiarità che le pongono in testa alle classifiche sulla qualità della vita: vedi i paesi del Nord Europa, ad esempio, dove la media di libri letti in un anno arriva e a volte supera i 10 pro capite. Ove si leggono pochi libri, la mente è meno capace di capire cosa va bene e cosa non va bene: ecco perché il potere che voglia il più possibile dominare, di qualsiasi segno sia, ha bisogno di ignoranza di massa. Ha bisogno di una condizione come quella denunciata dal ministro Ornaghi, ecco. Il che spiega come mai, in Italia, sussistano poteri – politici e non – che una mente cosciente e perspicace aborrirebbe; spiega come mai la citata pessima TV italiana continui a proporre sempre più orribili programmi; spiega perché certi problemi ormai cronici nella società non solo non vengano risolti ma peggiorino e si incancreniscano sempre di più; spiega anche, a mio modo di vedere, come mai le nostre vie cittadine siano ovunque lorde di spazzatura, mentre quasi ovunque all’estero no: ovvero pure piccole cose, spiega, che tuttavia, sommate, sono elemento fondamentale alla determinazione della qualità della nostra vita quotidiana – e, non a caso, riguardo quanto scritto poco sopra, andate a controllare le posizioni occupate dall’Italia nelle classifiche sul merito!
Ribadisco: un paese dove non si legge, quindi dove la cultura non sia adeguatamente diffusa, è un paese condannato alla decadenza e alla morte sociale. Per la gioia di chi lo vuole governare, comandare, assoggettare, dominare, appunto: perché, non scordatevelo mai, la cultura è madre della libertà e della civiltà, l’ignoranza lo è della schiavitù e della barbarie.
Vi sembrerò forse troppo negativo, pessimista o catastrofista… Però, in tutta sincerità, vi dico: mi guardo intorno, oppure basta che con immane sforzo di volontà accenda la TV, e a me pare d’essere fin troppo buono!