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Ius soli e ius culturae

Ogni volta che in Italia si riattiva il dibattito sugli ius – soli o culturae – ripartono le solite stupide sparate a vanvera dei vari politici, di “destra” e di “sinistra” («ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?» – cit.) e dei commentatori a loro sodali che veramente si fa fatica a capire se ci sono o ci fanno, quando invece una tale discussione, fosse seria, rappresenterebbe un tema fondamentale per qualsiasi società civile contemporanea in questi tempi di globalizzazione (buona o cattiva che sia) e di migrazioni – fenomeno peraltro congenito alla storia della civiltà umana e non certo di natura “emergenziale” come oggi viene creduto e di conseguenza strumentalizzato.
Posto che c’è una differenza sostanziale tra ius soli e ius culturae (si veda qui), io credo che il primo sia una formula non adatta ad un contesto geopolitico come quello dell’Italia; nella sua forma “temperata” avrebbe già più senso ma ancora presenterebbe delle criticità che le istituzioni italiane temo non sarebbero in grado di risolvere e gestire al meglio. Posto invece il patrimonio culturale e valoriale storico dell’Italia, a me pare che lo ius culturae sia da considerare una formula assolutamente adatta se non necessaria al paese, se ben gestita e adeguatamente valorizzata nei suoi aspetti culturali come merita e come si dovrebbe: l’Italia ne avrebbe solo da guadagnarci, ne sono convinto, sia a livello civico che culturale e sociale. Senza contare che, come mette bene in evidenza il professor Gianluca Briguglia in questo articolo, lo ius culturae, oggi portato avanti dalla “sinistra”, sarebbe in realtà più consono al pensiero di destra in quanto (cito) «enfatizza la sovranità dello Stato e stabilisce l’inclusione e l’accettazione di un sistema valoriale che fa capo allo Stato».
Proprio così: con uno ius culturae ben fatto l’Italia potrebbe formare una generazione di nuovi cittadini ben consapevoli dei valori socioculturali nazionali e per di più col valore aggiunto di un proprio bagaglio culturale ampliato in forza della propria storia personale, ovvero la condizione storicamente migliore per l’evoluzione virtuosa di una civiltà fin dal tempo – per restare negli ambiti italici – dei Romani, che questa cosa l’avevano ben capita e la utilizzavano al meglio per consolidare la propria sovranità politica sui territori conquistati.
Questo, a mio parere, è il succo della questione.
Poi, certo, mi viene amaramente da pensare che se si sottoponessero molti italiani a una qualche sorta di esame per convalidare il proprio ius culturae, temo che non pochi lo dovrebbero perdere. È anche questo un grave problema culturale (e sociale di rimando) dell’Italia, che se da un lato rende ancora più “funzionale” l’introduzione di uno ius culturae ben fatto, dall’altro rischia di vanificarne i benefici e, paradossalmente, proprio per colpa di chi invece dovrebbe esserne un “modello”. Ma non ne può impedire affatto un serio dibattito e una ben congegnata nonché, ribadisco, opportuna introduzione. Già.
Cittadinanza italiana, e “citadinanza itagliana”
Be’, e se si cominciasse col mettere in discussione la cittadinanza italiana di tutti quegli “italiani” che dimostrano palesemente di non saper scrivere correttamente nella propria lingua, ovvero di non saper padroneggiare uno degli strumenti culturalmente fondamentali per potersi dire parte della comunità sociale nazionale, per giunta pure uno di quelli più significativi al fine di comprendere il bagaglio culturale in possesso (ovvero, dall’altro verso, la gravità delle relative mancanze) del soggetto in questione?
Suvvia, non siamo più ai primi del Novecento, quando l’ancora scarsa alfabetizzazione della popolazione italiana non poteva essere correlabile né alla sua ignoranza culturale, né viceversa alla frequente intelligenza e saggezza che a quei tempi la vita anche più della scuola poteva insegnare! Siamo nel 21° secolo, anno 2018 (duemiladiciotto!), in piena era dell’informazione, con qualsiasi conoscenza culturale (lessicologica e non) a portata di tutti: la svista ci sta, l’errore di battitura causale e il sovrappensiero del momento pure, ma certe castronerie linguistiche che si leggono diffusamente sui social semplicemente non sono ammissibili dacché, ribadisco, risultano un segno inequivocabile di grave superficialità culturale oltre che di dissonanza cognitiva, di analfabetismo linguistico-funzionale, di “svacco” identitario (ma potrei dire di ignoranza, per farla breve), al punto da suscitare gravi dubbi sulla conformità di tali individui rispetto ai valori culturali storici del paese – scrigno di cultura senza pari, al mondo, è bene ricordarlo. “Italiani” che scrivono in italiano come fossero bambini di seconda elementare, ma con un maggior numero di errori di ortografia e grammatica: ditemi pure che sono cinico, sprezzante, arrogante o che altro, ma io costoro, prima di un adeguato e rigido periodo di rialfabetizzazione, non posso affatto metterli sullo stesso piano di altri italiani che invece dimostrano di possedere tali nozioni basilari.
E, per essere chiari, non è una questione di idee espresse da quelli o questi, ci mancherebbe. Anzi, semmai proprio l’opposto: che l’incapacità espressivo-linguistica di certi individui è garanzia certa di inabilità intellettuale. Di un cervello in consunzione, già, senza che il relativo proprietario faccia il minimissimo sforzo che in tal caso occorre per riattivarlo: per pensare a ciò che si scrivere e per scriverlo in modo da identificarsi come italiano, non come un forestiero che conosca la lingua nazionale da solo poco tempo. Forestieri che in molti casi, almeno da questo punto di vista linguistico, la cittadinanza italiana la meriterebbero più di molti “italiani”.
P.S.: peraltro, per singolare coincidenza, proprio in questi giorni (e dopo che ho scritto questo articolo), un comune della bergamasca ha pensato bene di istituire un corso di italiano per italiani. Ecco, appunto.
Ius solA
Suvvia, siamo sinceri: tutta la discussione – istituzionale e pubblica, favorevole o contraria – intorno all’approvazione o meno della legge per l’ottenimento dello Ius soli è il frutto di una gigantesca ipocrisia. Sì, perché da entrambe le parti lo Ius soli è stato eletto a facile “bersaglio” dell’attenzione generale al fine di non affrontare i reali problemi legati alla questione immigratoria, forse per mera ignoranza d’azione verso di essa, magari anche per una certa dose di nostrana meschinità.
In primis, la legge sullo Ius soli – ma, per la cronaca, si deve parlare di Ius soli temperato, che non è ciò che spesso viene fatto credere dagli organi di (non) informazione – non rappresenta affatto una concessione politica ma il riconoscimento giuridico di un diritto civico e civile, semmai garantito dalla legge, non concesso. A tutti gli effetti, non c’è tanto una legge da approvare o meno quanto un diritto da riconoscere e garantire o da disconoscere e rifiutare, si decida in un senso o nell’altro.
In secondo luogo, viene fatto credere che lo Ius soli sia una “soluzione” oppure un “danno” riguardo la realtà dei flussi migratori, o quanto meno che sia ad essa correlato e invece no, non c’entra un bel niente con essi. Ciò probabilmente perché – punto tre – non c’è appunto alcuna volontà ovvero alcuna capacità di regolare al meglio il controllo di tali flussi, in quanto nel campo politico non c’è alcuna reale e proficua comprensione sociologica e culturale di essi, cosa che rappresenterebbe il primo passo per la loro efficace regolarizzazione anche giuridica. Le uniche cose che scaturiscono da questo paese al riguardo sono bieca xenofobia (altrimenti detta “razzismo”) oppure demagogico compatimento (altrimenti detto “buonismo”), sui quali viene costruito il solito consenso elettorale inevitabilmente populista e totalmente meschino, senza proporre alcuna buona e credibile soluzione – nuovamente né in un senso né nell’altro.
Così, come al solito, l’Italia lascia incancrenire un problema potenziale che, inesorabilmente, diviene cronico e sempre meno risolvibile, nascondendo tale inettitudine genetica nazionale dietro un falso problema, sovraccaricato di non senso politichese al fine di concentrare su di essi l’attenzione pubblica sviandola da altre ben più gravi magagne.
E dunque, in fin dei conti: meglio un paese dotato di una legge sullo Ius soli unita a un’efficace strategia di controllo dei flussi immigratori con relativo programma istituzionale d’integrazione socioculturale, oppure un paese privo d’una legge sullo Ius Soli nonché di qualsiasi reale e attiva comprensione istituzionale del fenomeno immigratorio, con relativa mancanza di gestione politica e, ancor prima, socioculturale di esso?
Ecco, fine discussione.