“Il primo giugno non è / il primo maggio” (Lucio Fontana dixit, et scripsit!)

Fontana_photoLe frasi che scriveva il grande Lucio Fontana – uno dei più importanti e rivoluzionari artisti del Novecento, come ho cercato di spiegare qui – dietro molte delle sue tele sono tutt’oggi un piccolo, intrigante e divertente mistero. Il perché lo facesse è risaputo – Fontana, per cautelarsi dai numerosi falsari delle sue opere, scriveva queste frasi apparentemente insensate come semplice e al contempo efficace appiglio per una perizia calligrafica, dunque per l’attestazione dell’autenticità di una sua opera.
Ma se volessero dire qualcosa, se servissero a comunicare qualcosa, se fossero enigmatici messaggi celanti chissà quali segreti oppure se fossero solo piccoli pseudo-haiku senza senso alcuno, nessuno l’ha mai saputo.
Eccone alcune:

“Domenico Modugno e la Cinquetti anno vinto al Festival di San Remo”
“1 +1 – 34 XY”
“Domani vado a Comabbio”
“1+1-355x”
“Questa volta mi sono sbagliato, un’altra volta no”
“il primo giugno non è / il primo maggio”
“Quanti gigioni in Italia, che ne pensi Teresa…”
“La rivoluzione dei giovani è sempre valida”

(N.B.: quel “anno” senza h è giustificato dal fatto che Fontana non era italiano di nascita, come molti ancora credono, ma argentino, e in Argentina visse fino a 6 anni e tornò a risiedere più volte successivamente, ancorché le sue origini italiane siano evidenti.)

“Sö e só dal Pass del Fó”: il mio ultimo libro, scritto e curato per il Club Alpino Italiano di Calolziocorte

Un libro per il quale ho lavorato quasi due anni, probabilmente riservandovi un impegno mai prima d’ora speso, anche per via della forma – e non solo della sostanza – del libro stesso. Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte è il volume con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – ha festeggiato i 75 anni dalla propria fondazione, e che mi è stato “commissionato” appunto all’inizio del 2013, con una prima precisa indicazione: un libro che parli di montagna, e dei monti di Calolziocorte – in pratica del Resegone, ai cui piedi si trova la città – in modo differente rispetto a tanti altri. Seconda indicazione: che sia un libro in tutto e per tutto, ma che si presenti nel modo “easy” in cui solitamente si presenta una rivista, dunque senza alcuna foggia da tomo accademico e semmai con aspetto attraente e grafica accattivante.
IMG_20141026_153820E’ nato così, dopo lunghi mesi di accurate ricerche documentali, ricognizioni sul campo, interviste/chiacchierate con le memorie storiche del sodalizio, elaborazioni grafiche e di ponderato studio di uno stile di scrittura che riuscisse ad accomunare forma narrativa e sostanza storico-saggistica, Sö e só dal Pass del Fó (“Su e giù dal Passo del Faggio” nel dialetto locale; il Pass del Fó è una sella nel Gruppo del Resegone a 1284 m ove è situata la Capanna Sociale Giacomo Ghislandi, il “rifugio” del CAI di Calolziocorte e vera e propria “sede in quota” della sezione, raffigurata sulla copertina del volume): una sorta di originale guida emozionale ai sentieri che dalla città e dal fondovalle lecchese della valle dell’Adda sale verso la Capanna Ghislandi e poi, ancora più in alto, fino alla vetta massima del Resegone, a 1875 m). Dunque non la solita guida di natura escursionistica, alpinistica e/o turistica ma neanche un ordinario libro di storia e di memorie: Sö e só dal Pass del Fó è invece un testo narrativo nel quale i sentieri e i luoghi che essi percorrono e raggiungono sono narrati attraverso le emozioni, le sensazioni, le impressioni, i ricordi, gli aneddoti degli stessi soci del CAI di Calolziocorte, ovvero quelle stesse donne e quegli stessi uomini che hanno tracciato e manutenuto nel tempo – ovvero vissuto e mantenuto vivi oltre che percorribili – quei sentieri.
Non mancano nel testo i necessari inquadramenti geografici e le relative indicazioni escursionistiche (con tanto di mappe e informazioni pratiche), tuttavia il lettore del libro potrà conoscere i sentieri narrati in un modo del tutto particolare e intenso, dacché sarà come se durante la lettura li percorrerà fianco a fianco delle persone di cui starà leggendo le vicende, in un cammino spaziale e anche temporale. In tal modo, protagonisti principali del testo saranno entrambe le parti, i sentieri e chi li ha vissuti, ma anche gli stessi lettori verranno coinvolti dalla narrazione come lo possono essere dalle trame di un vero e proprio romanzo, un racconto lungo 75 anni – quelli della storia del CAI di Calolziocorte, iniziata ufficialmente nel Maggio 1939. Il tutto anche grazie, per prima cosa, ad una scrittura che ho cercato di rendere la più letteraria possibile, appunto, lontana da qualsiasi potenziale “pesantezza” che a volte testi simili possono indurre e sempre redatta con l’intento primario di raccontare – raccontare una storia che è fatta di mille altre storie, ognuna singolare e particolare eppure in armonia con tutte le altre. In secondo luogo, grazie pure alla veste grafica con la quale si presenta il libro, ricchissimo di immagini fotografiche fornite direttamente dal CAI calolziese e dai suoi stessi soci e animato da una impaginazione che, come dicevo poco sopra, ricorda quella di una rivista patinata.
A prezioso corredo del testo, il lettore trova inoltre alcune schede di approfondimento sugli aspetti storici, architettonici e artistici della zona trattata, curate da Fabio Bonaiti, coordinatore dell’Ecomuseo Val San Martino e grande esperto di storia locale, nonché sulle sue rilevanze botaniche, grazie al lavoro di Enrica Rigamonti e Gianni Bonaiti.

Sö e só dal Pass del Fó è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte, ed è in vendita al pubblico al costo di € 20,00. Per acquistarlo potete rivolgervi alla sezione, visitando il sito web per avere i contatti o la relativa pagina facebook, oppure direttamente a me, nei modi usuali. Oppure ancora, se siete soci CAI, potete richiederlo alla Vostra sezione di appartenenza.


Per farvi ancora meglio capire cosa sia Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, eccovi di seguito l’introduzione al testo. Buona lettura!

virgoletteIl Resegone è una di quelle montagne che, non solo a livello lombardo ma forse per quanto riguarda l’intero ambito alpino, non ha bisogno di presentazioni. Sia per essere stato eternato quale sfondo delle vicende amorose di Renzo e Lucia nei Promessi Sposi; del Manzoni, sia per rappresentare, con le Grigne, l’orizzonte montuoso più prossimo ed evidente di Milano e del suo hinterland settentrionale – dai quali risulta evidente la celeberrima conformazione a denti di sega delle sue numerose punte, che vi ha peraltro conferito il nome più popolare (mentre Monte Serrada, il “secondo” nome, avrebbe origine spagnole) o sia, proprio in forza di quanto appena detto, per rappresentare da sempre una delle mete escursionistiche e alpinistiche più immediate della parte centrale delle Alpi, il Resegone ha assunto nel tempo una notorietà proporzionalmente ben più grande dei suoi 1875 m di altezza, in fondo una quota del tutto trascurabile nei confronti di altre ugualmente blasonate vette alpine. La città di Lecco è indissolubilmente legata alle forme di esso, tanto da citarlo graficamente in molte immagini, illustrazioni turistiche e commerciali, loghi e stemmi di enti e associazioni cittadine; le sue punte sono visibili praticamente da ogni angolo della città (mentre le Grigne restano sovente coperte dalla mole del Monte Coltiglione, con le propaggini del Monte San Martino e della Corna di Medale) e il paesaggio forse più noto identificante Lecco, quello del fiume Adda a Pescarenico che rimanda direttamente al celeberrimo passo manzoniano dell’Addio monti… e che innumerevoli dipinti e fotografie hanno immortalato nel tempo, ha proprio la costiera del Resegone come sfondo possente e suggestivo.

Tuttavia, il gruppo del Resegone è in verità ben più variegato e articolato di quanto la sua iconografia classica possa lasciare intendere. Oltre al versante lecchese, caratterizzato dalle due prominenze del Pizzo d’Erna e del Monte Magnodeno, il massiccio presenta l’ampio e boscoso versante di Morterone, quello bergamasco, ombroso e poco frequentato che divalla verso la Valle Imagna e si spinge, con la Costa di Palio, verso la Val Taleggio, e quello della Val San Martino, con la lunga propaggine di vette che, con la Passata, la Corna Camozzera e il Monte Ocone, scende verso meridione e la pianura bergamasca. Calolziocorte, capoluogo della Val San Martino, è dunque dopo Lecco il centro principale sulle pendici del Resegone, e per certi versi ancor più che per la città lariana, i cui appassionati di montagna possono scegliere come meta delle proprie uscite tra il Serrada, le Grigne ovvero i monti della Valsassina, per i calolziesi il Resegone col suo versante rivolto a meridione è “la” montagna per eccellenza, quella che rappresenta da sempre la destinazione più logica per ogni escursionista o alpinista locale, la meta pressoché inevitabile verso cui rivolgere le proprie attenzioni.

A dividere i due versanti abduani del Resegone, ovvero quello lecchese e quello calolziese, appunto, vi è una sella, posta tra la possente costiera rocciosa che sostiene il Pian Serrada – alla base della massima elevazione del gruppo, la Punta Cermenati – e la dorsale che culmina geograficamente nel Monte Magnodeno: è il Passo del Fò ( ovvero faggio in dialetto, nome che ovviamente richiama la principale essenza arborea in loco). Il valico, posto a 1284 m, è noto da secoli, rappresentando anche un passaggio obbligato dei percorsi che da Lecco aggiravano il Resegone e scendevano verso la Valle Imagna e le vicine valli bergamasche, ma il suo interesse non è solamente storico o geografico/escursionistico. Il Pass del Fò, pur nella sua scarsa ampiezza, è anche un luogo di bellezza discreta e fascino profondo: sembra quasi soffocare nell’incombenza possente della bastionata del Pian Serrada, la quale genera l’impressione di crollarvi addosso da un momento all’altro, ma basta che anche lo sguardo più timoroso si volga verso le piccole ma deliziose aperture prative che circondano il passo, o si faccia avvolgere dall’avviluppo forte e cordiale dei boschi che coronano i versanti, sovente ricchi di esemplari arborei veramente notevoli, oppure ancora, salendo solo di qualche metro, si affacci verso il lago, la valle dell’Adda e la pianura, che tutta l’avvenenza alpestre del luogo comincerà a palesarsi e a penetrare nell’animo dell’escursionista in modo via via più intenso e intrigante. Non si tratta, lo ribadisco, di una località che come certe altre sulle Alpi toglie il fiato per la sua spettacolarità immediata: è invece, il Passo del Fò, un angolo di montagna discreto, tranquillo, che richiede e ricerca l’armonia dell’animo prima che dello sguardo, che ispira emozioni pacate e piacevoli, ma che in effetti della montagna, anche di quella “vera”, e dei suoi requisiti non è affatto privo.

Inutile dire che per i calolziesi il Passo del Fò simboleggia ancor più un luogo particolarmente significativo: rappresenta il culmine della Valle del Gallavesa, che proprio da Calolzio si incunea tra le creste del Resegone costituendo la direttrice di salita più logica e immediata; inoltre, come detto, è quasi obbligato punto di transito per chiunque voglia raggiungere la vetta del Resegone dai versanti affacciati verso l’Adda e la Valle San Martino. Lo sguardo del calolziese (non solo, ma soprattutto) che si avventura per questi versanti inevitabilmente si poggia sulla sella del passo, quasi fosse una sorta di limite, di confine del proprio ambito montano “domestico”, e un riferimento uguale e opposto rispetto al fondovalle occupato dalla città di Calolziocorte e dalle località limitrofe… Insomma, si potrebbe pensare che se la sezione locale del Club Alpino Italiano, in rappresentanza dei propri iscritti e di tutti gli appassionati di montagna, avesse dovuto scegliere un luogo nel quale installare una propria presenza attiva – ovvero un punto di appoggio, di ritrovo in ambiente per i propri soci, una capanna sociale – non avrebbe potuto che scegliere il Pas del Fò. E così è stato.

In verità le cose non andarono in maniera così “poetica”, ma di sicuro, quando nel 1968 la sezione poté procedere all’acquisto del primo appezzamento di terreno in zona, in tale atto non vi fu soltanto un mero interesse economico o pratico: quel luogo così bello sembrava realmente fatto apposta per i soci del CAI calolziese. Infatti, solo pochi anni dopo, l’ulteriore acquisizione di un appezzamento adiacente al primo, fortemente voluta dalla sezione, nel quale già esisteva un piccolo stabile in legno di costruzione privata, diede definitivamente il via alla realizzazione del “sogno” sezionale: ristrutturato, ampliato e dotato d’ogni confort “alpino”, il 12 Settembre 1982 venne inaugurato il tanto agognato Rifugio, poi divenuto Capanna Sociale e intitolato nel 1988 a Giacomo Ghislandi, guida alpina calolziese e socio della sezione, scomparso nel Gennaio dello stesso anno sul Pizzo Scalino – denominazione “ufficiale” che affianca quella popolare di Baitel, il “baitello” del Passo del Fò. Nel tempo costantemente mantenuto e continuamente migliorato, oggi la Capanna Ghislandi rappresenta una vera e propria “seconda casa” – e seconda sede sezionale – per il CAI di Calolziocorte: un luogo assolutamente familiare, dove salirvi durante tutto l’anno è veramente come raggiungere un ambito familiare, quasi domestico, accogliente e ospitale, nel quale il transitarvi per solo pochi minuti come il sostarvi per qualche ora, e che sia evento raro ovvero abituale, è cosa da chiunque – non solo dai soci della sezione calolziese – riconosciuta come bella, gradevole, cordiale, divertente. La Capanna in qualche modo ha saputo assorbire in sé il fascino del luogo, fin da subito e col tempo sempre di più, e con la sua presenza ne ha valorizzato e impreziosito la bellezza e la piacevolezza. Da anni è divenuta una meta abituale per moltissimi escursionisti: la fitta e variegata rete di sentieri che dal fondovalle sale verso il passo agevola l’escursione dei più modesti camminatori come dei più arditi “mangia montagne”, diventando a sua volta una specie di racconto fatto di tracce tra boschi, prati, rocce e creste della bellezza dei luoghi e della storia di chi li ha frequentati e valorizzati, ovvero di un legame profondo e intenso che unisce Calolziocorte e la sua gente con questa montagna, con l’ambiente, la Natura nonché, appunto, con il “suo” Passo del Fò e con la sua capanna sociale.

Il volume che avete tra le mani vuole proprio accompagnarvi alla scoperta e alla conoscenza di questo legame, consigliandovi un approccio all’ambiente in questione che non sia il solito e classico da “guida escursionistica”, semmai più da – per così dire – guida emozionale. Perché ogni sentiero rappresenta veramente una sorta di traccia di lettura d’un racconto di personaggi, storie, nozioni, aneddoti, curiosità, ricordi, emozioni, sensazioni, percezioni e infinite altre cose: questo libro ha l’ambizione di narrarvi di quelle dei soci del CAI di Calolziocorte, personali certo ma niente affatto esclusive, dacché qualsiasi visitatore dei luoghi di cui potrete leggere qui, e ancor più di quello che vorrà salire fino al Passo del Fò e alla Capanna Ghislandi, non potrà che ritrovarsi in esse e pure amplificarle con le proprie personali emozioni e sensazioni, cogliendo un’armonia generale e profonda con quei sentieri, quei paesaggi, quegli ambiti attraversati e, in senso assoluto, con le persone che lungo gli anni ne sono stati personaggi protagonisti.

Benvenuti, dunque, a Calolziocorte, sul versante di Val San Martino del Resegone, e benvenuti alla Capanna Sociale Giacomo Ghislandi al Passo del Fò.

Il rivoluzionario spaziale. Lucio Fontana: vita, arte, infinità.

A seguito della puntata di RADIO THULE dello scorso 9 marzo che ho dedicato a Lucio Fontana, mi sono giunte diverse richieste di rendere disponibili i testi utilizzati nel corso della stessa. In verità, avevo già pensato di pubblicarli, qui sul blog, dal momento che nel preparare la trasmissione mi sono reso conto che effettivamente sul web non si trova molto su Fontana, ovvero si trovano documenti ma sovente specifici su certe parti del suo lavoro artistico e di frequente piuttosto sintetici. Di contro, non si trova quasi nulla di unitario e non troppo sinottico sull’attività di un artista così rivoluzionario e fondamentale per l’arte del Novecento e non solo.
Cerco nel mio piccolo e mi auguro di offrire un buon contributo al fine di diffondere una maggiore conoscenza di Lucio Fontana e, ancor più, una maggiore consapevolezza dell’importanza della sua arte – rivoluzionaria, lo ribadisco, non solo per l’arte stessa ma sotto diversi aspetti per tutta la cultura del secondo Novecento fino a oggi.

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Dalla terra allo “spazio”

Lucio Fontana nasce in Argentina, a Rosario di Santa Fe, il 19 febbraio 1899. Il padre Luigi, in Argentina da una decina d’anni, è scultore e la madre, Lucia è attrice di teatro.
A sei anni torna con la famiglia in Italia, a Milano, per frequentare la scuola.
Il suo apprendistato d’artista inizia nella bottega del padre, mentre ancora frequenta la Scuola per Maestri Edili.
A diciotto anni, nel 1917, interrompe gli studi e parte per il fronte come volontario, ma viene presto ferito e rimandato a casa con la medaglia al valor militare e continua gli studi fino al Diploma e comincia a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.
Anche se sinceramente interessato all’arte, lascia presto l’Accademia per tornare in Argentina dove all’inizio lavora con suo padre, in un primo tempo, per aprire poi un proprio studio di scultura.
Nel 1928 Lucio Fontana torna in Italia per riprendere gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove segue i corsi di Adolfo Wildt fino al diploma.
Per guadagnarsi da vivere il giovane scultore realizza opere decisamente commerciali e partecipa a mostre collettive.
Negli anni ’30 Lucio Fontana, segue la sua vena personale realizzando opere fra il figurativo e l’astratto, elabora il suo personale concetto spaziale considerando che fra l’uomo e l’arte corre una sinergia che va oltre la tela nello spazio ed è un fatto concettuale e gestuale.
Sempre più apprezzato dai maggiori critici, partecipa alla Triennale di Milano, alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma; espone più volte alla Galleria del Milione, presentando tele in cui la superficie è interrotta da rilievi e rientranze, che chiamano in gioco non solo le forme ed i colori, ma il mondo reale, lo spazio e la luce.
Ad Albissola, in Liguria, Lucio Fontana si dedica alla ceramica, proseguendo in Francia alla Manifattura di Sèvres nella creazione di piccole sculture, che espone e vende con successo a Parigi.
I primi anni ’40 lo vedono ancora a Buenos Aires dove lavora indefessamente, partecipando e vincendo vari concorsi di scultura, insegnate di modellato alla Scuola d’Arte della città e creatore con altri di una scuola d’arte privata: l’Accademia di Altamira, sempre a Buenos Aires, che diventa un importante centro di promozione culturale.
Proprio qui che, in contatto con giovani artisti e intellettuali, elabora le teorie di ricerca artistica che portano alla pubblicazione del “Manifiesto Blanco”.
Rientrato a Milano nell’aprile del 1947, Fontana fonda il “Movimento spaziale” (o “spazialista”) e, con altri artisti e intellettuali, pubblica il “Primo Manifesto dello Spazialismo”.

Il Movimento spaziale

Il primo testo teorico alla base della nascita dello Spazialismo è stato ideato da Fontana nel 1946 a Buenos Aires, in Argentina: è il già citato “Manifiesto Blanco”, dove si iniziano a delineare le urgenze di un superamento dell’arte come sino ad allora concepita e ormai “stagnante”, inserendo le dimensioni del tempo e dello spazio.
I pittori spazialisti non hanno come priorità il colorare o dipingere la tela, ma creano su di essa delle costruzioni che mostrano agli occhi del passante come, anche in campo puramente pittorico, esista la tridimensionalità. Il loro intento è dar forma alle energie nuove che vibravano nel mondo del dopoguerra, dove la presa di coscienza dell’esistenza di forze naturali nascoste come particelle, raggi, elettroni premeva con forza incontrollabile sulla “vecchia” superficie della tela. Tali forze troveranno lo sfogo definitivo nel rivoluzionario gesto di Fontana, che bucando e tagliando la superficie del quadro, fece il passo finale di distacco dalla “vecchia” arte verso la nuova arte spaziale.
Oltre all’iconico taglio del caposcuola Fontana vanno ricordate le più note ricerche degli altri artisti spazialisti: Mario Deluigi ha inciso la tela grattandone il colore e creando con i suoi graffi fantasmagoriche nuvole di scintille che prefiguravano i movimenti delle particelle nella luce; Roberto Crippa ha ricreato sulla tela vertiginose spirali nelle quali si può riconoscere la forma intima dell’energia, come nelle orbite degli elettroni attorno all’atomo.

Verso un’espressività infinita

Fontana riprende l’attività di ceramista ad Albissola, la collaborazione con gli architetti e la pubblicazione del “Secondo Manifesto dello Spazialismo”.
Nel 1949 espone alla Galleria del Naviglio “L’ambiente spaziale a luce nera” suscitando al tempo stesso grande entusiasmo e scalpore, e non pago, da vita alla sua invenzione più originale quando, forse spinto dalla sua origine di scultore, alla ricerca di una terza dimensione, realizza i primi quadri forando le tele dando il via al ciclo dei “Buchi”.
In questo ciclo le opere pittoriche sono caratterizzate da costellazioni di “buchi”, effettuati sulla superficie della tela. Questa serie, per Fontana, inizia nel 1949 e viene portata avanti con continuità anche negli anni successivi. I primi lavori presentano vortici di buchi; dal ’50 in poi i vortici lasciano spazio a buchi organizzati in base a sequenze ritmiche più regolari. I “Buchi” hanno un’origine prettamente “spaziale” e nascono nel momento più vivo e profondo di questa ricerca. Il loro significato va ben oltre l’essere elementi puramente grafici sulla tela, in quanto sono considerati vere e proprie aperture verso uno spazio ulteriore.
Durante i primi esperimenti di pittura tridimensionale, Lucio Fontana continua l’attività di ceramista ad Albissola ed inizia a collaborare con architetti d’avanguardia.
Negli anni ’50 Lucio Fontana continua a lavorare intensamente al ciclo dei “Buchi”, ma utilizza anche vetri, avviando il ciclo delle “Pietre”.
Fontana chiamava “Pietre” i frammenti di pasta di vetro che apponeva direttamente sulla tela di supporto delle opere pittoriche. La superficie della tela era ricoperta di colore ad olio o, eccezionalmente, ad anilina, che veniva steso per campiture spesse percorse da costellazioni di buchi. Le pietre apposte sulla superficie bucata creano un’ulteriore dimensione spaziale sottintesa: sporgono contrapponendosi allo sfondamento provocato dai buchi e aprono nuove vie di immaginazione.
Spingendosi avanti nella sperimentazione, Fontana, oltre a forare, le tele vi applica colore, inchiostri, pastelli, collages, lustrini e frammenti di vetro.
Nel 1957, in una serie di opere in carta telata, oltre ai buchi ed ai graffiti, appaiono, appena accennati, i primi “Tagli”.
Nel video che segue, Enrico Crispolti riassume in pochi minuti l’importanza di una carta del ’59 del maestro Fontana, un’opera propedeutica al nascente ciclo dei Tagli.

Una grande rivoluzione in un piccolo gesto

Uno dei mezzi utilizzati da Fontana per raggiungere il suo scopo è il taglio della tela.
Diverse sono le tipologie dei “Tagli”, che si differenziano principalmente per la quantità e la disposizione dei tagli stessi. Dalla tela con un unico taglio, disposto obliquamente e leggermente arcuato, a quella, sempre con un solo taglio, ma disposto verticalmente, si passa a tele con coppie di tagli che possono essere paralleli, convergenti o contrapposti verticalmente, sino a giungere a superfici segnate da una pluralità di tagli a volte della stessa misura, altre volte di misure diverse.
Fontana buca la tela per oltrepassarla, superarla, ma la penetrazione accentua il valore della superficie stessa, la trasforma in una presenza che si impone con la sua fisicità. Con un taglio viola un campo cromatico omogeneo, uno spazio dove il  colore non ha importanza, occorre solo sia saturo per comunicare come ormai sia inerte. Così lo riattiva, lo riapre al mistero di uno spazio ulteriore e di un tempo infiniti. Si crea un varco tra uno spazio di “qua” e di “là”; lo stesso varco che Montale ricerca nella sua poesia. E allo stesso tempo una cesura tra un passato che non esiste più e un futuro che deve ancora accadere, soglia, costante stato di sospensione che oggi, in modo del tutto particolare, caratterizza l’esperienza del presente, continuamente schiacciata, appiattita e resa ansiosa dalla velocità in cui viviamo.
Non c’è, però, volontà di imporsi al pubblico, di costringerlo a porsi degli interrogativi morali, sociali, artistici, c’è invece la più pura e assoluta libertà di interpretazione concessa all’osservatore che, nell’opera, si “ambienta” egli stesso. In questa concezione libertaria dell’arte riecheggia la voce di Kandinskij, per il quale l’opera d’arte non è un modello, ma uno stimolo.
Il taglio è il “gesto”, il “segno”. Lo stesso dell’action painting di Pollock, che esprime ed eterna il modo di essere dell’artista il quell’unico momento. Non è tuttavia un movimento casuale, ma frutto di un preciso calcolo e di un minuzioso studio formale.
In queste opere è il Fontana amante dell’ordine, della pulizia, della purezza a prevalere spinto dalla necessità di sintesi ed essenzialità. Ciò si concretizza nel saturo monocromatismo della tela e nella regolare e raffinata sistemazione dei tagli, che tendono ad imporsi come strutture primarie, essendo le uniche linee che attraversano la tela.
La superficie tagliata si flette, avanza, arretra, facendo sì che la composizione sia dinamica e armonica. Tale caratteristica è data dalla luce e dagli effetti chiaroscurali che provoca. Inoltre l’ombra nera del taglio è accentuata sia dal colore uniforme, sia dalla presenza di garze nere sul retro della tela. Il tutto rende una sorta di bicromia.

La fine è l’inizio (del mito)

A questo punto Lucio Fontana è conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo: partecipa a manifestazioni internazionali a ritmo sempre più intenso; grandi musei e gallerie acquistano le sue opere.
Negli anni Sessanta Lucio Fontana dà il via al ciclo degli “Olii” realizzandone di grandi dimensioni ispirati a Venezia, che poi espone in una personale a New York. Gli Olii sono opere pittoriche distinte dall’uso corposo del colore a olio, una materia abbastanza plasmabile da rendere semplice qualsiasi gesto per l’artista, che sia incidere, lacerare o bucare. Talvolta arricchite da frammenti di vetro colorato, a questa sezione appartengono opere molto significative, le cosiddette Venezie, ovvero tele di grande formato in cui l’artista si spinge verso un’interpretazione fantastica della città di Venezia.
La sua creatività porta il pittore a realizzare anche dei gioielli, a disegnare “Abiti Spaziali” e a concepire anche la serie di opere del ciclo “Metalli”. Le opere di questa serie sono prodotte su lastre di metallo e sono caratterizzate da tagli manuali, da squarci perforanti e da molteplici graffiti e incisioni. I primi “Metalli” sono legati alla città di New York e nascono dalle suggestioni di Fontana maturate durante la sua permanenza nella città statunitense. Nelle New York il segno è più corsivo e, talvolta, rimanda a profili di grattacieli affiancati. Nelle realizzazioni successive, le lastre raggiungono maggiori dimensioni, il gesto diventa più violento e la materia è aggredita con più decisione.
Tra il 1963 e il 1964 Fontana realizza una delle serie di opere più affascinanti dell’intera sua produzione: La Fine Di Dio. Le opere pittoriche di questa serie sono tutte realizzate su telai ovali della stessa dimensione e si distinguono per le costellazioni di “buchi”e/o squarci e/o graffiti che in alcuni casi interessano solo parte della tela monocroma, in altri ne caratterizzano tutta la superficie ricoperta di colore ad olio (a volte anche da lustrini). Questa serie di lavori è chiamata “La Fine di Dio” dallo stesso Fontana che così le spiega a Carlo Cisventi, in un’intervista del 1963: “Per me significano l’infinito, la cosa inconcepibile, la fine della figurazione, il principio del nulla“.
Successivamente, Fontana collabora con l’architetto Carlo Scarpa nella progettazione e realizzazione della propria Sala Bianca alla Biennale di Venezia del 1966, dove, con le sue tele bianche segnate da un solo taglio verticale, vince il primo premio per la pittura.
Dimostrando di poter interpretare l’arte in ogni forma, Lucio Fontana disegna scene e costumi per il balletto “Ritratto di Don Chisciotte”, in scena al Teatro la Scala, a Milano.
Dal 1967 inizia il nuovo ciclo delle “Ellissi”, una serie di opere pittoriche realizzate in forma ellittica e tutte nello stesso formato. Di legno laccato a colori uniformi, le “Ellissi” sono attraversate da buchi netti incisi meccanicamente e disposti in base a soluzioni ritmiche sempre diverse. Tutte le opere di questo ciclo sono state materialmente prodotte da Sergio Tosi a Milano, su disegno esecutivo di Fontana.
All’inizio del 1968 Lucio Fontana, a causa delle cattive condizione di salute, restaura la vecchia casa di famiglia a Comabbio, Varese, dove si ritira, continuando a lavorare agli “Olii”, ai “Buchi” e soprattutto ai “Tagli”.
Lucio Fontana muore a Varese il 7 settembre 1968, lasciando le sue opere in collezioni permanenti di più di cento musei di tutto il mondo.

La moglie Teresita Rasini, nel 1982, ha dato vita alla Fondazione Lucio Fontana, alla quale lasciò oltre seicento opere dell’artista e di cui è stata presidente fino alla sua scomparsa nel 1995. La fondazione collabora all’organizzazione di mostre, ospitate da importanti istituzioni pubbliche o private come: la grande antologica, la mostra al Guggenheim, la personale itinerante, in Giappone e l’esposizione al Pompidou di Parigi. Attualmente il presidente della fondazione è Nini Ardemagni Laurini.
Il sito web è: www.fondazioneluciofontana.it/

QUI potete leggere un altro ottimo e articolato approfondimento sui “Concetti Spaziali” di Lucio Fontana. Il video seguente, invece, è senza dubbio uno dei migliori in circolazione narranti di Fontana e della sua arte. Contiene inoltre alcuni frammenti RAI originali con lo stesso Fontana che parla di sé stesso e delle proprie opere.

Per tornare rozzamente sulla Terra…

Il 12 aprile 2008 nella sala d’asta di Christie’s a Londra, l’opera dell’autore Concetto spaziale. Attesa, stimata tra i 3,5 e i 5,5 milioni di sterline, è stata aggiudicata nell’asta “Post-War and Contemporary Art” a 6.740.500 sterline, pari a 9.018.789 Euro.
Il record d’asta assoluto per un’opera di Fontana è stato però raggiunto a Christie di New York nel novembre 2013, quando l’opera Concetto Spaziale. La Fine de Dio (1963) è stata aggiudicata per 20.885.000 mila dollari, ovvero 19.261.275 Euro.

“Oppio 2.0”. E censura 2.0

Ci risiamo.
Fammi controllare… Anno 2014. Ok, non stavo sbagliando. Non io, almeno.

Ho la grande fortuna di aver conosciuto Gian Paolo Tomasi, senza dubbio uno dei più importanti fotografi italiani contemporanei, e aver goduto dell’onore di chiacchierare con lui mi ha confermato ciò che già avevo “visto” nelle sue opere: uomo assai sagace, illuminante, capace di interpretare con un “semplice” scatto fotografico un mondo intero di parole, idee, opinioni – e di bellezza, nel caso. E artista mordace, come l’arte deve essere. “L’arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo.”: affermava ciò il celebre regista russo Andrej Arsen’evič Tarkovskij, ben conscio di come altrimenti essa non diventi che un mero esercizio di conformismo, ovvero l’ennesima e alquanto pelosa affermazione del sistema di potere vigente.
Insomma, forse avrete saputo della questione dell’esclusione di Oppio 2.0, l’opera che Tomasi aveva destinato alla mostra Respect Me aperta al MAXXI di Roma – in questo articolo potete leggere, seppur sommariamente, i dettagli di tale vicenda – inizialmente accettata senza alcun problema e poi, appunto, rifiutata. Ora: l’opera in sé, come ogni altra, può piacere o meno, ma non è certo diritto del “committente” rifiutarla con queste modalità (cioè dopo l’iniziale assenso). Chi ritiene che la committenza possa essere libera di rifiutare un’opera richiesta – azione sostenibile solo in presenza di qualcosa di assolutamente triviale e offensivo, e non è certamente questo il caso – si dimentica che il MAXXI è un ente di diritto pubblico (così come qualsiasi altro ente superiore che abbia voce in capitolo nella gestione del museo romano) e dunque, formalmente, che dovrebbe rispondere all’assenso o al dissenso del pubblico, appunto, prima che di sé stesso. Dacché, se in quel modo invece funzionasse il giudizio sulle opere artistiche, credo che buona parte dell’arte contemporanea di matrice sociale (sociologica) in circolazione sarebbe stata censurata e negata alla fruizione pubblica.

"Oppio 2.0", l'opera "censurata" dal Maxxi.
“Oppio 2.0”, l’opera “censurata” dal Maxxi.

Censurata, già: uso questo termine non a caso, dacché qui siamo in presenza di una bella e buona censura. “Sono spiacente di comunicarle che per sopraggiunte valutazioni di opportunità si è ritenuto più prudente non esporre la sua opera”: questa la risposta della funzionaria del Viminale che ha negato il consenso all’esposizione dell’opera di Tomasi. Sopraggiunte valutazioni di opportunità: un politico navigato e scafato al magna magna più istituzionalmente tipico non avrebbe saputo esprimersi meglio (peggio). “E’ una tradizione di cui abbiamo il massimo rispetto. La scelta di non esporre l’opera è dettata solo da questo senso di rispetto e non da cautela o prudenza. Non sarebbe stato né bello né corretto assimilare il burqa alla violenza verso le donne, cui è dedicata la mostra internazionale che si è aperta al Maxxi” continua il testo censorio.
Bene, sfido chiunque a ritenere il burqa una libera e consapevole scelta delle donne dei paesi ove è imposto – paesi che, ma guarda che strana coincidenza, sono in fondo alle classifiche che rilevano la salvaguardia dei diritti civili, delle donne e non solo ovviamente. L’opera di Tomasi ha efficacemente ritratto la realtà di una parte di mondo nella quale la dignità delle donne è tragicamente calpestata, nel mentre
"Coca City", altra celebre e assai significativa opera di Tomasi.
“Coca City”, altra celebre e assai significativa opera di Tomasi.
che quegli stessi poteri che la perseguono fanno affari con traffici che l’intero mondo aborrisce – ma forse solo per mera convenienza, mi viene da credere. Quel mondo, insomma, che in certi (italici) casi se ne sta zitto contro certa barbarie ideologica che pure al suo interno cerca in tutti i modi di dettare legge, ma che di contro chiude entrambi gli occhi su altre verità, evidentemente scomode – o verso le quali non si ha la volontà, l’orgoglio e l’intelligenza di intervenire.
Da tutto ciò, inevitabilmente, che può derivare? Una bella e buona censura, appunto. Calata dall’alto, e nascosta (male) dietro un preteso/presunto rispetto delle tradizioni. Che nemmeno l’arte, quell’arte che da sempre è fonte di illuminazione fondamentale sulla realtà che abbiamo intorno e sulle relative verità, si può permettere di toccare. Peccato che le “tradizioni”, quando siano imposte a suon di obblighi, piuttosto che permettere l’evoluzione delle società sulle quali hanno effetto le fanno spaventosamente regredire; e peccato che il “rispetto” quando viene derivato da pura convenienza politica e non dalla consapevolezza del suo stesso senso divenga pusillanimità – o vogliamo tornare a epoche pre-illuministiche, forse? – ovvero segno di grandissima debolezza civica. E sia chiaro, chi sta scrivendo queste riflessioni aborrisce certi politicanti che sbraitano contro le culture straniere e tutto ciò che di esse è realtà!
Insomma, ribadisco: qual è la somma di finale di tutto quanto? E’ la censura. Nell’anno di (dis)grazia 2014, nel quale menti tanto distorte, a furia di imporre rispetti privi di qualsivoglia logica storica, sociologica e antropologica, ottengono il risultato contrario. Inevitabilmente.
Tuttavia, altrettanto inevitabilmente, mi viene da dire che alla fine Gian Paolo Tomasi – con la sua arte – ne uscirà vincitore. Perché ogni volta che qualcuno si arroga il diritto di agire e imporre decisioni prive di alcuna autentica logica, alla fine si sta tirando la zappa sui piedi. E’ solo questione di tempo, e di “dissanguamento” (intellettuale)…

“Sö e só dal Pass del Fó”, il mio* ultimo, “insolito” libro. Sabato 15/11 la prima presentazione al pubblico.

Manca poco all’uscita del libro per il quale ho lavorato nell’ultimo anno e mezzo abbondante, probabilmente riservandovi un impegno mai prima d’ora speso, anche per via della forma – e non solo della sostanza – del libro stesso. Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte è il volume con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – intende festeggiare i 75 anni dalla propria fondazione, e che mi è stato “commissionato” (termine orribile, ma tant’è, e che in ogni caso spiega quel “*” accanto a “mio” nel titolo del post) appunto all’inizio dello scorso anno, con una prima precisa indicazione: un libro che parli di montagna, e dei monti di Calolziocorte – in pratica del Resegone, ai cui piedi si trova la città – in modo differente rispetto a tanti altri. Seconda indicazione: che sia un libro in tutto e per tutto, ma che si presenti nel modo “easy” in cui solitamente si presenta una rivista, dunque senza alcuna foggia da tomo accademico e semmai con aspetto attraente e grafica accattivante.
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E’ nato così, dopo lunghi mesi di accurate ricerche documentali, ricognizioni sul campo, interviste/chiacchierate con le memorie storiche del sodalizio, elaborazioni grafiche e di ponderato studio di uno stile di scrittura che riuscisse ad accomunare forma narrativa e sostanza storico-saggistica, Sö e só dal Pass del Fó (“Su e giù dal Passo del Faggio” nel dialetto locale; il Pass del Fó è una sella nel Gruppo del Resegone a 1284 m ove è situata la Capanna Sociale Giacomo Ghislandi, il “rifugio” del CAI di Calolziocorte e vera e propria “sede in quota” della sezione, raffigurata sulla copertina del volume): una sorta di originale guida emozionale ai sentieri che dalla città e dal fondovalle lecchese della valle dell’Adda sale verso la Capanna Ghislandi e poi, ancora più in alto, fino alla vetta massima del Resegone, a 1875 m). Dunque non la solita guida di natura escursionistica, alpinistica e/o turistica ma neanche un ordinario libro di storia e di memorie: Sö e só dal Pass del Fó è invece un testo narrativo nel quale i sentieri e i luoghi che essi percorrono e raggiungono sono narrati attraverso le emozioni, le sensazioni, le impressioni, i ricordi, gli aneddoti degli stessi soci del CAI di Calolziocorte, ovvero quelle stesse donne e quegli stessi uomini che hanno tracciato e manutenuto nel tempo – ovvero vissuto e mantenuto vivi oltre che percorribili – quei sentieri.
Non mancano nel testo i necessari inquadramenti geografici e le relative indicazioni escursionistiche (con tanto di mappe e informazioni pratiche), tuttavia il lettore del libro potrà conoscere i sentieri narrati in un modo del tutto particolare e intenso, dacché sarà come se durante la lettura li percorrerà fianco a fianco delle persone di cui starà leggendo le vicende, in un cammino spaziale e anche temporale. In tal modo, protagonisti principali del testo saranno entrambe le parti, i sentieri e chi li ha vissuti, ma anche gli stessi lettori verranno coinvolti dalla narrazione come lo possono essere dalle trame di un vero e proprio romanzo, un racconto lungo 75 anni – quelli della storia del CAI di Calolziocorte, iniziata ufficialmente nel Maggio 1939. Il tutto anche grazie, per prima cosa, ad una scrittura che ho cercato di rendere la più letteraria possibile, appunto, lontana da qualsiasi potenziale “pesantezza” che a volte testi simili possono indurre e sempre redatta con l’intento primario di raccontare – raccontare una storia che è fatta di mille altre storie, ognuna singolare e particolare eppure in armonia con tutte le altre. In secondo luogo, grazie pure alla veste grafica con la quale si presenta il libro, ricchissimo di immagini fotografiche fornite direttamente dal CAI calolziese e dai suoi stessi soci e animato da una impaginazione che, come dicevo poco sopra, ricorda quella di una rivista patinata.
A prezioso corredo del testo, il lettore trova inoltre alcune schede di approfondimento sugli aspetti storici, architettonici e artistici della zona trattata, curate da Fabio Bonaiti, coordinatore dell’Ecomuseo Val San Martino e grande esperto di storia locale, nonché sulle sue rilevanze botaniche, grazie al lavoro di Enrica Rigamonti e Gianni Bonaiti.
Sö e só dal Pass del Fó è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte ma – attenzione! – nella sua prima edizione non è in vendita, ma sarà riservato ai soci della sezione e al circuito delle sezioni CAI. Solo più avanti, una volta conclusa la distribuzione “interna”, sarà pianificata un’edizione destinata alla vendita sul mercato.
Ultimo ma non ultimo, il libro sarà presentato al pubblico per la prima volta sabato 15 Novembre prossimo, alle ore 18.00, presso la sede del CAI di Calolziocorte. Nell’occasione, sarà nuovamente visibile ai presenti la mostra fotografica Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore, che ho curato e della quale vi ho già riferito, nel blog. QUI trovate le info utili su come raggiungerla, oppure potete dare un occhio QUI.


Per farvi ancora meglio capire cosa sia Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, eccovi di seguito l’introduzione al testo. Buona lettura, e se passerete sabato 15 a Calolziocorte, sarà un piacere e un onore conoscerci!

virgoletteIl Resegone è una di quelle montagne che, non solo a livello lombardo ma forse per quanto riguarda l’intero ambito alpino, non ha bisogno di presentazioni. Sia per essere stato eternato quale sfondo delle vicende amorose di Renzo e Lucia nei Promessi Sposi del Manzoni, sia per rappresentare, con le Grigne, l’orizzonte montuoso più prossimo ed evidente di Milano e del suo hinterland settentrionale – dai quali risulta evidente la celeberrima conformazione a denti di sega delle sue numerose punte, che vi ha peraltro conferito il nome più popolare (mentre Monte Serrada, il “secondo” nome, avrebbe origine spagnole) o sia, proprio in forza di quanto appena detto, per rappresentare da sempre una delle mete escursionistiche e alpinistiche più immediate della parte centrale delle Alpi, il Resegone ha assunto nel tempo una notorietà proporzionalmente ben più grande dei suoi 1875 m di altezza, in fondo una quota del tutto trascurabile nei confronti di altre ugualmente blasonate vette alpine. La città di Lecco è indissolubilmente legata alle forme di esso, tanto da citarlo graficamente in molte immagini, illustrazioni turistiche e commerciali, loghi e stemmi di enti e associazioni cittadine; le sue punte sono visibili praticamente da ogni angolo della città (mentre le Grigne restano sovente coperte dalla mole del Monte Coltiglione, con le propaggini del Monte San Martino e della Corna di Medale) e il paesaggio forse più noto identificante Lecco, quello del fiume Adda a Pescarenico che rimanda direttamente al celeberrimo passo manzoniano dell’Addio monti… e che innumerevoli dipinti e fotografie hanno immortalato nel tempo, ha proprio la costiera del Resegone come sfondo possente e suggestivo.

Tuttavia, il gruppo del Resegone è in verità ben più variegato e articolato di quanto la sua iconografia classica possa lasciare intendere. Oltre al versante lecchese, caratterizzato dalle due prominenze del Pizzo d’Erna e del Monte Magnodeno, il massiccio presenta l’ampio e boscoso versante di Morterone, quello bergamasco, ombroso e poco frequentato che divalla verso la Valle Imagna e si spinge, con la Costa di Palio, verso la Val Taleggio, e quello della Val San Martino, con la lunga propaggine di vette che, con la Passata, la Corna Camozzera e il Monte Ocone, scende verso meridione e la pianura bergamasca. Calolziocorte, capoluogo della Val San Martino, è dunque dopo Lecco il centro principale sulle pendici del Resegone, e per certi versi ancor più che per la città lariana, i cui appassionati di montagna possono scegliere come meta delle proprie uscite tra il Serrada, le Grigne ovvero i monti della Valsassina, per i calolziesi il Resegone col suo versante rivolto a meridione è “la” montagna per eccellenza, quella che rappresenta da sempre la destinazione più logica per ogni escursionista o alpinista locale, la meta pressoché inevitabile verso cui rivolgere le proprie attenzioni.

A dividere i due versanti abduani del Resegone, ovvero quello lecchese e quello calolziese, appunto, vi è una sella, posta tra la possente costiera rocciosa che sostiene il Pian Serrada – alla base della massima elevazione del gruppo, la Punta Cermenati – e la dorsale che culmina geograficamente nel Monte Magnodeno: è il Passo del Fò ( ovvero faggio in dialetto, nome che ovviamente richiama la principale essenza arborea in loco). Il valico, posto a 1284 m, è noto da secoli, rappresentando anche un passaggio obbligato dei percorsi che da Lecco aggiravano il Resegone e scendevano verso la Valle Imagna e le vicine valli bergamasche, ma il suo interesse non è solamente storico o geografico/escursionistico. Il Pass del Fò, pur nella sua scarsa ampiezza, è anche un luogo di bellezza discreta e fascino profondo: sembra quasi soffocare nell’incombenza possente della bastionata del Pian Serrada, la quale genera l’impressione di crollarvi addosso da un momento all’altro, ma basta che anche lo sguardo più timoroso si volga verso le piccole ma deliziose aperture prative che circondano il passo, o si faccia avvolgere dall’avviluppo forte e cordiale dei boschi che coronano i versanti, sovente ricchi di esemplari arborei veramente notevoli, oppure ancora, salendo solo di qualche metro, si affacci verso il lago, la valle dell’Adda e la pianura, che tutta l’avvenenza alpestre del luogo comincerà a palesarsi e a penetrare nell’animo dell’escursionista in modo via via più intenso e intrigante. Non si tratta, lo ribadisco, di una località che come certe altre sulle Alpi toglie il fiato per la sua spettacolarità immediata: è invece, il Passo del Fò, un angolo di montagna discreto, tranquillo, che richiede e ricerca l’armonia dell’animo prima che dello sguardo, che ispira emozioni pacate e piacevoli, ma che in effetti della montagna, anche di quella “vera”, e dei suoi requisiti non è affatto privo.

Inutile dire che per i calolziesi il Passo del Fò simboleggia ancor più un luogo particolarmente significativo: rappresenta il culmine della Valle del Gallavesa, che proprio da Calolzio si incunea tra le creste del Resegone costituendo la direttrice di salita più logica e immediata; inoltre, come detto, è quasi obbligato punto di transito per chiunque voglia raggiungere la vetta del Resegone dai versanti affacciati verso l’Adda e la Valle San Martino. Lo sguardo del calolziese (non solo, ma soprattutto) che si avventura per questi versanti inevitabilmente si poggia sulla sella del passo, quasi fosse una sorta di limite, di confine del proprio ambito montano “domestico”, e un riferimento uguale e opposto rispetto al fondovalle occupato dalla città di Calolziocorte e dalle località limitrofe… Insomma, si potrebbe pensare che se la sezione locale del Club Alpino Italiano, in rappresentanza dei propri iscritti e di tutti gli appassionati di montagna, avesse dovuto scegliere un luogo nel quale installare una propria presenza attiva – ovvero un punto di appoggio, di ritrovo in ambiente per i propri soci, una capanna sociale – non avrebbe potuto che scegliere il Pas del Fò. E così è stato.

In verità le cose non andarono in maniera così “poetica”, ma di sicuro, quando nel 1968 la sezione poté procedere all’acquisto del primo appezzamento di terreno in zona, in tale atto non vi fu soltanto un mero interesse economico o pratico: quel luogo così bello sembrava realmente fatto apposta per i soci del CAI calolziese. Infatti, solo pochi anni dopo, l’ulteriore acquisizione di un appezzamento adiacente al primo, fortemente voluta dalla sezione, nel quale già esisteva un piccolo stabile in legno di costruzione privata, diede definitivamente il via alla realizzazione del “sogno” sezionale: ristrutturato, ampliato e dotato d’ogni confort “alpino”, il 12 Settembre 1982 venne inaugurato il tanto agognato Rifugio, poi divenuto Capanna Sociale e intitolato nel 1988 a Giacomo Ghislandi, guida alpina calolziese e socio della sezione, scomparso nel Gennaio dello stesso anno sul Pizzo Scalino – denominazione “ufficiale” che affianca quella popolare di Baitel, il “baitello” del Passo del Fò. Nel tempo costantemente mantenuto e continuamente migliorato, oggi la Capanna Ghislandi rappresenta una vera e propria “seconda casa” – e seconda sede sezionale – per il CAI di Calolziocorte: un luogo assolutamente familiare, dove salirvi durante tutto l’anno è veramente come raggiungere un ambito familiare, quasi domestico, accogliente e ospitale, nel quale il transitarvi per solo pochi minuti come il sostarvi per qualche ora, e che sia evento raro ovvero abituale, è cosa da chiunque – non solo dai soci della sezione calolziese – riconosciuta come bella, gradevole, cordiale, divertente. La Capanna in qualche modo ha saputo assorbire in sé il fascino del luogo, fin da subito e col tempo sempre di più, e con la sua presenza ne ha valorizzato e impreziosito la bellezza e la piacevolezza. Da anni è divenuta una meta abituale per moltissimi escursionisti: la fitta e variegata rete di sentieri che dal fondovalle sale verso il passo agevola l’escursione dei più modesti camminatori come dei più arditi “mangia montagne”, diventando a sua volta una specie di racconto fatto di tracce tra boschi, prati, rocce e creste della bellezza dei luoghi e della storia di chi li ha frequentati e valorizzati, ovvero di un legame profondo e intenso che unisce Calolziocorte e la sua gente con questa montagna, con l’ambiente, la Natura nonché, appunto, con il “suo” Passo del Fò e con la sua capanna sociale.

Il volume che avete tra le mani vuole proprio accompagnarvi alla scoperta e alla conoscenza di questo legame, consigliandovi un approccio all’ambiente in questione che non sia il solito e classico da “guida escursionistica”, semmai più da – per così dire – guida emozionale. Perché ogni sentiero rappresenta veramente una sorta di traccia di lettura d’un racconto di personaggi, storie, nozioni, aneddoti, curiosità, ricordi, emozioni, sensazioni, percezioni e infinite altre cose: questo libro ha l’ambizione di narrarvi di quelle dei soci del CAI di Calolziocorte, personali certo ma niente affatto esclusive, dacché qualsiasi visitatore dei luoghi di cui potrete leggere qui, e ancor più di quello che vorrà salire fino al Passo del Fò e alla Capanna Ghislandi, non potrà che ritrovarsi in esse e pure amplificarle con le proprie personali emozioni e sensazioni, cogliendo un’armonia generale e profonda con quei sentieri, quei paesaggi, quegli ambiti attraversati e, in senso assoluto, con le persone che lungo gli anni ne sono stati personaggi protagonisti.

Benvenuti, dunque, a Calolziocorte, sul versante di Val San Martino del Resegone, e benvenuti alla Capanna Sociale Giacomo Ghislandi al Passo del Fò.