Raphaël Krafft, “Passeur”

«Nell’ascensione al Colle di Finestra ci sono il Novecento dell’Europa e le contraddizioni del nostro presente». Mi ha incuriosito fin dal primo sguardo caduto sulla copertina, questa frase che vi campeggia, sia per ciò che dice e sia perché al Colle di Finestra c’ero stato poco tempo prima di scoprire il libro di cui state per leggere, durante una delle mie esplorazioni delle vallate alpine cuneesi – per la cronaca: il colle, escursionistico e privo di strade carrozzabili, si trova in Valle Gesso della Barra, laterale di quella di Entracque, e la collega alla Val Vésubie in Francia (un territorio che tuttavia fu italiano dal 1861 al 1947 nonché zona di confine millenaria fin dai tempi dei Galli e dei Romani); non è da confondere con il Colle delle Finestre, tra Valle di Susa e Val Chisone, più noto del primo soprattutto per essere una salita sovente affrontata durante il Giro d’Italia.

In verità in Passeur, il libro di Raphaël Krafft edito da Keller Editore (2020, traduzione di Luisa Sarlo) la parte nella quale si parla del Colle di Finestra occupa solo le ultime pagine ma ciò non rappresenta affatto un “inganno” elaborato da quella frase in copertina, anzi: Passeur non è soltanto il racconto di un’ascensione ad un passo delle Alpi ma anche, e soprattutto, di una parte di mondo e di spazio umano, di tempo, di vita, di una speranza ovvero di un sogno. Il libro raccoglie le testimonianze dell’autore raccolte nell’autunno del 2015 lungo il confine italo-francese, soprattutto tra Ventimiglia e Mentone, tra i migranti che tentano di entrare in Francia o di raggiungere i paesi del nord Europa, nonché tra i volontari che li assistono, i poliziotti che li contengono, i residenti che li osservano, i viaggiatori che se li ritrovano a fianco condividendo le stesse rotte ma per scopi totalmente e emblematicamente diversi. []

[Immagine tratta da www.editions-marchialy.fr.]
(Potete leggere la recensione completa di Passeur cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Buon ritorno in mare, Humanity 1!

Mi fa molto piacere leggere che è stato definitivamente annullato il provvedimento con cui il 5 marzo scorso era stata messa in stato di fermo amministrativo la nave Humanity 1, che appartiene alla Ong United4Rescue e si occupa di soccorso in mare di persone migranti in difficoltà.

La Humanity 1 e la sua attività di soccorso nel Mediterraneo ho avuto modo di conoscerle (indirettamente) bene grazie a Acquaintance, il bellissimo e potente libro del fotografo Max Cavallari, il quale ha trascorso 40 giorni a bordo della nave durante una delle sue missioni tra le coste italiane e quelle nordafricane, durante la quale l’equipaggio portò in salvo 180 migranti. Acquaintance è un libro fatto di immagini fotografiche, come scrissi, «delicate eppure potentissime, evocative, struggenti, commoventi, che effettivamente raccontano molto di più di quanto si potrebbe pensare di primo acchito e soprattutto sanno raccontare cose che altre immagini più “ordinarie” narrano senza farne soggetto degli scatti, ma inopinatamente con maggior forza di quelle: proprio perché lavorano direttamente nella mente e nell’animo del lettore del libro, quasi come se sapessero accompagnarlo a bordo della Humanity 1 in quei giorni di missione umanitaria.» Peraltro una realtà, quella della nave e in generale di ciò che avviene ormai da anni nel Mediterraneo, che ho pure avuto la fortuna di ascoltare direttamente da Max, durante la nostra chiacchierata dello scorso novembre in occasione di Book City Milano.

Una bella notizia, insomma. Anche perché, ci tengo a rimarcarlo, la pratica dei fermi delle navi di soccorso dei migranti in mare, che l’Italia persegue da tempo, trovo che sia una delle cose più ignoranti e crudeli oltre che illegali (non solo giuridicamente, anche culturalmente, antropologicamente, moralmente, eticamente…) che si mettano in atto per far credere di gestire il fenomeno immigratorio nel Mediterraneo, in ogni modo lo si voglia gestire, dietro la quale invece si nasconde la non volontà e l’incapacità politica di gestirlo, sovente su basi palesemente discriminatorie e razziste, causando di contro l’aumento costante dei numero dei morti: in dieci anni (dal 2013 al 2023) oltre 28.000 migranti e rifugiati hanno perso la vita nel Mediterraneo, più di 22.300 dei quali lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Sono ben altre le azioni da mettere in atto per gestire al meglio – e sotto qualsiasi punto di vista – il fenomeno immigratorio attraverso il nostro mare ma, come detto, evidentemente non c’è interesse a praticarle, lasciando migliaia e migliaia di persone al loro destino sovente fatale.

Buon lavoro in mare alla Humanity 1, dunque, e alle altre navi SAR attive. È un augurio che si meritano assolutamente, insieme a tutta la mia ammirazione.

Max Cavallari, “Acquaintance. Search and Rescue in the Mediterranean Sea”

Ormai lo sappiamo tutti cosa accade da almeno due decenni a questa parte nel Mar Mediterraneo a seguito dell’immigrazione dalle coste africane.

O forse no, non sappiamo affatto cosa accade, consapevolmente o meno. Altrimenti non si spiegherebbe il fatto che il Mediterraneo – il mare nostrum da sempre, come avevano ben capito i Romani – sia diventato una gigantesca fossa comune sommersa nella quale negli ultimi dieci anni sono finiti 28.000 mortipiù di 2.500 nel corso del 2023.

Non si può spiegare, in una parte di mondo che si definisce civile, avanzata e paladina dei diritti umani. Se non che, appunto, non abbiamo ancora capito nulla di quanto accade, non vogliamo capire, non sappiamo farlo, così che la realtà dei fatti ci scivola addosso e con essa quei numeri, le notizie dei media al riguardo, le immagini, le testimonianze. È una manifestazione contemporanea di quella «banalità del male» postulata da Hannah Arendt nel suo celebre libro: ci siamo così assuefatti – o ci siamo voluti assuefare – alle immagini e alle notizie pur spaventosamente tragiche sui naufragi nel Mediterraneo riportare dai media che non ci facciamo più caso, come fossero cose normali dunque banali, appunto, trascurabili.

Non so dire se, per evitare tale forma di degrado morale e culturale collettivo, sia necessaria una nuova narrazione degli accadimenti del Mediterraneo – al netto di tutte le sovrascritture politiche, ideologiche, strumentali, propagandistiche. Tuttavia posso certamente affermare che Acquaintance – Search and Rescue in the Mediterranean Sea, il libro del fotografo Max Cavallari (Casa Editrice Seipersei, 2023, con un’introduzione di Valerio Nicolosi) che racconta la sua esperienza a bordo della nave SAR “Humanity 1” della Ong tedesca United4Rescue nel Mediterraneo, durata 40 giorni con 180 migranti recuperati in mare, è un’opera testimoniale che offre una narrazione diversa di quanto sta succedendo e assolutamente originale nel senso più virtuoso del termine […]

[Max Cavallari, immagine tratta dalla sua pagina Facebook.]
(Potete leggere la recensione completa di Acquaintance. Search and Rescue in the Mediterranean Sea cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

La strategia UE per i migranti nel Mediterraneo

L’ennesimo naufragio con decine di morti nel Mar Mediterraneo avvenuto ieri dimostra nuovamente che la strategia di contenimento e controllo dei flussi migratori adottata dalla UE funziona benissimo. Certo, non è ancora perfetta, numerose barche cariche di migranti approdano continuamente sulle coste europee ma è forte l’impegno dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo per far che un sempre miglior “coordinamento” tra mare grosso, SOS ignorati e scaricabarili istituzionali internazionali, oltre ad una ineludibile dose di razzismo, possa rendere la suddetta strategia europea sempre più efficace. Amen.

I primi migranti invasori dell’Europa

La risposta alla domanda su chi fossero i primi uomini preistorici giunti in Europa va cercata ancora più indietro nel tempo e, soprattutto, altrove. Si tratta sempre di storie di viaggio. Tutti gli europei, se andiamo abbastanza a ritroso nel tempo, sono arrivati da altri luoghi. Non solo quelli che hanno lasciato le loro impronte sulla spiaggia di Happisburgh, ma anche gli heidelbergensis, i neandertaliani e gli uomini moderni. Sono approdati in Europa perché i loro predecessori si erano messi in viaggio. L’intera storia, in teoria, va ricondotta a due esodi dall’Africa. Quello più «recente» dell’uomo moderno risale a circa centocinquantamila anni fa. Ma il primo, cui hanno preso parte gli antenati degli uomini di Happisburgh, è avvenuto più di dieci volte prima, cioè quasi due milioni di anni fa.

(Mathijs DeenPer antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa, Iperborea, 2020, pagg.47. Cliccate sull’immagine per leggere la personale “recensione” del libro.)

Insomma, quelli che ce l’hanno tanto coi migranti che giungono dall’Africa e invadono l’Europa, dovrebbero per coerenza prendersela innanzi tutto con loro stessi! D’altro canto, come ho osservato e ribadito in numerosi articoli qui sul blog e altrove, finché non si comprenderà la permanente matrice antropologica alla base dei flussi migratori dall’Africa verso l’Europa, che dipendono solo in parte da elementi economici o di sopravvivenza da situazioni geopolitiche critiche, la questione dell’immigrazione non verrà mai risolta ne tanto meno ben gestita, a beneficio dei migranti e a vantaggio nostro.